Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 26 febbraio 2012

Il profumo dei limoni

Scorrendo i titoli dei libri in vendita tra gli scaffali di una libreria, mi sono imbattuto, per caso (?) nell’interessante volume di Jonah Lynch, il profumo dei limoni , sottotitolo: tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook.
Chi è Lynch? E’ un giovane sacerdote, nato nel 1978, dopo essersi laureato in Fisica alla McGill University di Montréal, entra in seminario. Ha studiato filosofia e teologia all’Università Lateranense. E’ sacerdote dal 2006.  A Lynch, sin da piccolo deve essere sempre piaciuto il profumo dei limoni,  ma cosa c’entrano i limoni con la tecnologia, si chiede l’autore?  Leggiamo: “Un limone colto dall’albero ha la scorza ruvida. Più curato è l’albero, più ruvida è la scorza. Se la si schiaccia un poco ne esce un olio profumato e d’improvviso la superficie diventa liscia. E poi c’è quel succo asprigno, così buono sulla cotoletta e con le ostriche, nei drink estivi e nel tè caldo. Tatto, olfatto e gusto. Tre dei cinque sensi non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia. Tre quinti della realtà, il sessanta per cento. Questo libro è un invito a farci caso”.
Lynch innanzi tutto sente l’urgenza di affrontare questi argomenti ora, prima che scompaia l’esperienza diretta del mondo prima di Internet. Non si tratta di essere critici per forza verso le nuove tecnologie o di sostenerle a spada tratta dicendone solo bene, non è questo che Lynch si pone.  Lynch semplicemente sostiene che i nativi digitali, quelli nati nell’era di Internet, non potranno essere maestri di se stessi. 
L’autore vuole offrire il punto di vista di un cristiano. Che differenza c’è tra una risata fatta in compagnia o attraverso una chat? Perché negli USA le ragazze adolescenti inviano (in media) 4050 sms al mese e i ragazzi solo 2539?  Che tipo di comunicazione può avvenire nei 160 caratteri ammessi da Twitter? Che cosa ne rimane fuori?
Per capire fino in fondo quest’opera occorre però aver preso coscienza dei problemi prima sollevati.  Lynch ha compreso l’esistenza del problema quando gli è stato chiesto di curare gli alberi da frutto del giardino del seminario. Scrive: “mi sono accorto che avevo una premura irragionevole: volevo che le piante crescessero più in fretta, facessero albicocche a novembre e limoni a maggio”.  A qualcuno viene in mente qualche “gioco” o “attività” on line offerta da qualche social network?
Siamo tutti diventati vittime, il più delle volte inconsapevoli, di questa mentalità efficientista, dove solo il risultato conta. Ma per il risultato, insegnano le piante, ci vuole tempo.
Lynch chiude con questa interessante riflessione: “mi sembra altamente significativo che per incarnarsi Dio abbia scelto un momento della storia in cui non esistevano le comunicazioni di massa. E per di più, non ha scritto nulla. Ha voluto affidare l’intero futuro della Sua Chiesa alla testimonianza da persona a persona. Non si è sottratto al rischio della mediazione, al fatto che il suo messaggio dovesse passare per bocca altrui”. E questo, sicuramente non è un caso.


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