Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 20 maggio 2017

A tu per tu con Francesco Napoli

Oggi incontriamo Francesco Napoli, uomo di cultura a tutto tondo: nella sua carriera professionale è stato editor, responsabile di uffici stampa di case editrici, nonché critico letterario e autore di testi riguardanti soprattutto il mondo della poesia.
Francesco Napoli

Francesco, come ti definiresti in poche righe? 

Appartengo alla classe 1959. Scherzando dico che per la mia professione bastava la licenza elementare, infatti devo solo leggere e scrivere. Lavoro in editoria, con vari ruoli e compiti e per diversi marchi editoriali, dal 1989 e ne sono contento. Mi occupo anche di poesia contemporanea ma in chiave critica e ... basta parlare di me, non l'amo molto.

In editoria, si sente molto utilizzare il termine editor, in cosa consiste il lavoro di editor?

Scouting di autori e lettura di testi, principalmente. Poi l'editor deve saper suggerire e affiancare l'autore per la miglior resa di un testo o di un'idea narrativa.

Che rapporto si instaura tra l'editor e lo scrittore?

Di fiducia, prima di tutto, e di stima. L'occhio dell'editor deve saper interpretare e poi rendere in pagina la sensibilità del lettore, senza per questo urtare la sensibilità dello scrittore, ovviamente. Un equilibrio non sempre facile da conservare.

Quali sono le caratteristiche peculiari che un buon editor deve possedere per svolgere al meglio la sua professione?

Pazienza, e occhio capace di vedere oltre quanto c'è scritto in un testo.

Sono cambiati gli scrittori e i lettori in questi ultimi trent'anni?

Penso di sì: credo che il Mercato abbia fortemente inciso sulla qualità degli scrittori. Impossibile scrivere un romanzo all'anno solo perché il Mercato così vuole, manca il tempo di costruzione e realizzazione dell'opera. E poi si strizza troppo l'occhio all'andatura cinematografica, con trame e scritture che troppo pensano a un'eventuale riduzione cinematografica o televisiva. Ma anche il lettore è cambiato: è malamente abituato alla velocità e alla sintesi, causa internet, e all'immagine, causa televisione. Non sa più pazientare.

Le nuove tecnologie hanno influito su questa professione?

Certo, ne sono convinto. Basti solo pensare al capovolgimento della trasmissione del sapere: un tempo erano le generazioni più anziane a possedere e trasmettere alle successive la conoscenza; oggi sempre più sono gli anziani a dover chiedere ai più giovani quegli elementi della conoscenza (l'online tanto per fare un esempio) per non esser tagliati fuori.

Cosa consiglieresti ad un giovane che vuole intraprendere questa carriera?

Di scrittura? Leggere, leggere e ancora leggere. Poi, scrivere.

Ti ricordi il pensiero più bello che hai letto in un libro che stavi analizzando?

Stavo leggendo Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, come lettore sia ben inteso e non come editor. La vitalità dietro ogni rigo e l'ironia raffinata dell'autore ricordo mi diedero una sensazione di straordinaria serenità e rilassatezza.


Ringraziamo Francesco Napoli per il tempo che ci ha dedicato e per gli interessanti spunti di riflessione che ci ha regalato.



domenica 7 maggio 2017

Alitalia docet



Era il 4 dicembre 2016 quando Renzi, dopo la vittoria dei NO al Referendum costituzionale da lui proposto, si dimise da Premier e decise di porre termine alla sua prima esperienza di Governo.

All’epoca fummo dispiaciuti per l’esito del Referendum, ma del resto fummo anche tra i primi a scrivere che personalizzare la scelta referendaria e renderla una scelta politica Renzi SI o Renzi No non avrebbe giovato all’esito della consultazione e così avvenne.

Quello fu un grave errore che il giovane Renzi, alle prese con la sua prima esperienza di Premier, commise e di cui si assunse la responsabilità.

Trascorsi cinque mesi Renzi è stato riconfermato, da consultazioni che hanno coinvolto circa due milioni di italiani, leader indiscusso e senza rivali credibili del primo partito del Centro Sinistra, mentre la situazione politica, economica e sociale del Paese è rimasta invariata.  Anzi, se consideriamo che in questi cinque mesi gli altri Paesi europei hanno avuto una crescita economica e un calo della disoccupazione, possiamo affermare che l’Italia abbia fatto un ulteriore passo indietro nella classifica generale.

Certamente non penso che in cinque mesi, se l’esito del Referendum fosse stato favorevole ai SI, la situazione in Italia si sarebbe potuta capovolgere. È un fatto però che, di tutti coloro che in campagna referendaria sostennero e votarono per il NO, dichiarando che dal giorno successivo al Referendum si sarebbe ripreso a studiare una nuova riforma costituzionale, non è rimasta l’ombra.

Anche perché la luce sull’argomento riforme è stata spenta, e chi dirige il grande circus dell’informazione ha deciso di spostare i riflettori su altri argomenti più di moda in questo momento: immigrazione clandestina, fine vita, violenza sulle donne, Brexit, guerra in Siria e sullo sfondo un Paese di nome Corea del Nord…

Per il resto della cronaca, peanuts, noccioline.

La conclusione: l’Italia rimane bloccata, cristallizzata in un sistema di norme e regole che sulla carta tutti vogliono cambiare perché obsolete e non adeguate ai tempi moderni, mentre invece nella realtà dei fatti sembra che queste norme vadano bene a molti partiti politici e a molti italiani…

E quindi non ci resta che continuare a ringraziare quel 60% di concittadini che, andando a votare NO, hanno permesso ai falsi profeti seduti fuori e dentro il Parlamento, di ottenere l’ennesima vittoria di Pirro e di lasciare l’Italia ancora una volta immobile, ferma a terra nel cammino delle riforme che a questo punto nessuno sa quando potranno riprendere il via. Del resto Alitalia docet. 

A questo punto, forse, la cosa migliore sarebbe mettersi d’accordo almeno sulle regole del gioco e andare a votare quanto prima.

mercoledì 19 aprile 2017

In ogni caso niente paura




In ogni caso niente paura è l'opera prima di Cristiano Guarneri.

È uno di quei romanzi che ti prende da subito per la chiarezza espositiva della sua prosa e la storia accattivante di un gruppo di adolescenti di alcuni decenni fa, che abitano nella "bassa", la zona di pianura padana a sud di Milano, a ridosso del grande fiume: Riccardo detto Zeus, Gianni il belloccio intraprendente, Annibale detto totem e Carlo, il narratore.

Ma ecco che, come spesso accade, mentre il gruppo di amici anno dopo anno cresce e modifica i propri interessi, passando dalle guerre tra bande alle schermaglie amorose, uno di loro, Carlo, viene in contatto con Giacomo e suo padre Rino e da quel momento il suo modo di vedere la vita non sarà più lo stesso.

Giacomo è un coetaneo del gruppo di ragazzi, ed è nato con metà cervello e suo padre, rimasto vedovo, sino a quell'incontro lo... "sopporta", senza mai aver avuto il coraggio di sentirsi bisognoso, di chiedere aiuto, soprattutto dopo la morte della moglie, investita da un'auto.

Sarà dal rapporto con Carlo e il suo gruppo di amici, con suo figlio e il sacerdote del paese che Rino uscirà come trasformato nella sua umanità, e in grado di vedere Giacomo con occhi diversi.

“Ho smesso di darmi certe risposte” disse Rino a Don Flavio.
Credo che lei abbia smesso di farsi le domande giuste” gli rispose il sacerdote.

È dal rapporto umano tra di loro che Rino, Giacomo, i ragazzi e Don Flavio troveranno il senso, la ragione, il significato vero della propria esistenza.

La capacità dell'autore in questa sua prima opera, ottimamente riuscita, è stata quella di trattare un tema così delicato e per certi versi drammatico, con lo spirito giusto, riuscendo a conciliare il ritmo narrativo di un romanzo di formazione con quello più intenso e realistico di una storia vera...


Cristiano Guarneri, In ogni caso niente paura, Piccola Casa Editrice, 2015

venerdì 14 aprile 2017

Un uomo di nome Gesù

Beato Angelico - Noli me tangere - Firenze (1438 - 1440)

Anche quest'anno siamo arrivati all'inizio del triduo pasquale: i tre giorni più importanti dell'anno liturgico, per un cristiano. Perché c'è solo un fatto più straordinario dell'incarnazione del Figlio di Dio fattosi uomo grazie al Sì di una donna; ed è la Sua morte in croce e la Sua resurrezione dal mondo delle tenebre.

Nessuno infatti, a memoria d'uomo, è mai morto e risorto dopo tre giorni: solo un uomo nella storia del mondo è tornato in vita dal regno dei morti e quell'uomo di nome si chiamava Gesù.  

Stiamo parlando di un fatto storico, realmente accaduto e documentato da fonti diverse: poi spetta alla libertà del cuore dell'uomo se attribuire a questo fatto un valore religioso o annoverarlo tra i misteri irrisolti dell'umanità, un cold case come la scomparsa dei dinosauri: perché scomparvero?

Gesù, chi era costui?

Certo il mondo del 2017 non è più il mondo dei tempi in cui visse Gesù. Tuttavia, nella sostanza, il cuore dell’uomo è rimasto il medesimo: esso cerca, anela, desidera raggiungere la felicità, ma oggi come allora, da solo non vi riesce. Questa esperienza l’hanno provata da subito anche i Suoi discepoli, con Lui vicino. L’ha vissuta Pietro, la sera del tradimento prima del canto del gallo, come aveva previsto il Maestro. Senza avere come riferimento quell'uomo di nome Gesù, l'agire umano nei migliori dei casi rimane sterile, o addirittura provoca dolore e sofferenza.

Ne è testimonianza, in questi tempi di crisi, la realtà contemporanea, anche se la nostra memoria di esseri umani è per definizione limitata, e non credo che il XXI secolo appena iniziato sarà ricordato per essere stato molto diverso dai secoli che lo hanno preceduto. Forse, l'unica novità risiede nel fatto che oggi l'uomo ha in mano l'arma che può autodistruggerlo. Tutte le guerre si fanno in nome della felicità, del desiderio di costruire un Paradiso in terra; ma come diceva Claudel: “Quando l’uomo prova a immaginare il Paradiso in terra, il risultato è un molto rispettabile Inferno” come la storia del XX secolo ci ha insegnato.

Del resto la Terza Guerra mondiale, che viene combattuta oggi a pezzi, come ci ricorda Papa Francesco è davanti ai nostri occhi, ogni giorno. E allora come suonano vere più che mai le parole di questo Papa, successore del Figlio dell’Uomo di nome Gesù, che in più occasioni del suo pontificato ha tuonato contro coloro che operano nel traffico d’armi definendoli “maledetti”.

Forse allora, ciò che fa il Paradiso non è il cambiamento di un luogo, ma il cambiamento di un cuore. Dopo duemila anni pare proprio che il nostro cuore abbia ancora bisogno di essere cambiato da un uomo di nome Gesù.



giovedì 16 marzo 2017

Il silenzio dei moderati





Ormai ci siamo quasi abituati, ma c’è stato un tempo in cui le uniche urla che si sentivano in TV erano quelle di Tarzan e della simpatica Cita. Ora invece un programma televisivo ha successo solo se gli ospiti presenti si insultano a vicenda e urlano a squarciagola le proprie presunte ragioni. Così milioni di italiani possono tifare in diretta per la propria fazione, scelta davanti al video in quell’istante, senza un particolare motivo, facendo nel contempo salire l’audience e gli introiti pubblicitari della rete.

È un modo surrettizio per far credere allo spettatore di essere parte del programma, di fargli scaricare le proprie frustazioni dal personaggio che in quel momento è in video a lanciare grida all’indirizzo della parte avversa.

Oggi sembra impossibile raggiungere l’obiettivo di incrementare i guadagni e sostenere quindi lo star system senza portare all’esasperazione i protagonisti di un talk show.

Questo modello, partito dai programmi di intrattenimento, a largo ascolto, si è esteso nel tempo anche ad altri programmi del palinsesto, meno seguiti, come ad esempio i talk ad argomento politico. Le vecchie tribune hanno lasciato spazio a programmi di intrattenimento con ospiti politici che sempre di più hanno incominciato a comportarsi come attori, comici, macchiette, gente di spettacolo.

Da tempo ormai assistiamo, da parte degli stessi leader di partito, all’adozione di forme sempre più estreme di manifestazione del pensiero, che non viene più declamato nei comizi, o dalle pagine dei giornali, ma urlato attraverso i canali TV e i moderni social media.

E in questi ultimi anni siamo arrivati alla chiusura del cerchio, con un comico di nascita che ha dato vita ad un movimento politico e si è candidato alla guida del Paese urlando al pubblico il proprio pensiero attraverso un blog.

Questo modo di comunicare ha permesso anche a personaggi non estremamente dotati di idee brillanti e di una prosa adeguata, di urlare a squarciagola quello che passava loro nella mente, senza apparentemente mostrare che il pensiero espresso fosse stato prima meditato ed elaborato, con il risultato di abbassare di molto il livello qualitativo della discussione politica.

Le conseguenze: potenzialmente pericolose, nella misura in cui gruppi di perone possono legittimamente credere a quanto loro urlato in faccia ogni giorno, mentre perdura il silenzio dei moderati, di coloro che non si riconoscono in questo sistema, ma per mille ragioni non intendono utilizzare il medesimo canale espressivo degli urlatori.

Arriverà però un giorno che i moderati di questo Paese dovranno ribellarsi, e dire basta a questo modo di gestire la comunicazione e la politica. Se non lo faranno, diventeranno complici dell’inesorabile disfacimento della società, perché ad avere l’ultima parola sarà sempre colui che urla di più, e non colui che pensa e ragiona meglio, e lo sa dimostrare con i fatti.

In fondo, se ci pensiamo bene, basta un dito per cambiare canale e far tacere l’urlatore.

domenica 5 marzo 2017

Sul fine vita

Natività di Giotto


Il suicidio assistito di Dj Fabo ha riaperto in queste settimane il dibattito pubblico sul tema del fine vita.

Tutti noi siamo stati inghiottiti dalla campagna mediatica dei sostenitori della legalizzazione anche in Italia dell’eutanasia e dalla contro campagna di chi invece è contrario, tendenzialmente i cattolici, gli ultimi rimasti a difendere il valore della vita umana a prescindere da qualsiasi forma estrema essa possa assumere.

La mia impressione è che, partendo da questa contrapposizione, non si arrivi da nessuna parte e ognuno resti arroccato alle proprie posizioni, senza che le ragioni degli uni e quelle degli altri vengano realmente a contatto e si comprendano vicendevolmente.

Il mio contributo sul tema del fine vita parte da una dichiarazione, e dal racconto di un’esperienza vissuta.

La dichiarazione è che sono un cattolico praticante.

Il racconto dell’esperienza vissuta è il seguente. Il 31 dicembre 2015, poche ore prima della mezzanotte, il mio amico Ugo è salito al cielo. Era malato di SLA da sei anni e forse qualcuno di voi ha già letto i post che parlano di lui su questo blog.  Sono stati anni di fatica, tantissima, per Silvia, la moglie, che non lo ha mai lasciato solo un giorno, e nel frattempo ha cresciuto i due figli che ora hanno dieci e otto anni, ma anche per Ugo che, oltre a dover subire la malattia che avanzava a passi da gigante, vedeva passare davanti agli occhi la vita dei suoi cari senza poter fisicamente agire.

Eppure dal rapporto tra marito e moglie, dove ad operare era l’essenziale e non altro, attraverso la fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, sono germogliati un’infinità di relazioni, di situazioni, di incontri che hanno cambiato la vita stessa delle persone coinvolte. Era impossibile rimanere gli stessi dopo una visita a casa di Ugo e Silvia. A casa loro si stava bene, tutti stavano bene. Ci si sentiva meglio, si usciva cambiati.

Si andava a casa loro con la scusa di salutare Ugo, ma in realtà era come si volesse vivere un poco vicino a quell’unione, si volesse contemplare l’unità presente tra un corpo immobile, Ugo e sua moglie Silvia. Unità che rimandava a qualcosa d’altro, ad una Presenza che la rendeva possibile, umanamente possibile.

Un’alternativa alla clinica svizzera della dolce morte abbiamo quindi visto che esiste, e produce anche frutti meravigliosi il cui sviluppo nel tempo rimane misterioso, ma allora tutto si esaurisce qui, di fronte al racconto di questo fatto?

Assolutamente no. Mi rendo benissimo conto che un tale approccio ad una malattia estrema come la SLA sia possibile solo se si possiedono principi morali laici o religiosi molto forti o si è sostenuti da una fede, o dalla Fede, ed anche da un gruppo di persone, (almeno all’inizio, poi arriva il centuplo inaspettato, ma promesso) disponibili ad aiutare la famiglia colpita dall’evento.

Di solito infatti, non è solo il malato che rimane vittima del suo nuovo status, ma è tutta la vita che gira intorno a lui a rimanerne coinvolta e sconvolta. E quindi la risposta che si dà a questa nuova situazione è per forza una risposta interpersonale, di relazioni umane.

Ho letto da parte di alcuni che lo Stato dovrebbe maggiormente sostenere finanziariamente le famiglie impegnate a gestire questi tipi di malati. Certamente gli aiuti economici in questo caso non si rifiutano mai. Specialmente quando il malato viene gestito a casa, senza gravare su posti di cura pubblici e molto costosi.

Ma sinceramente, nel caso che ho potuto seguire da vicino, quello che ha fatto la differenza è stato il punto di partenza, l’ideale che Ugo e Silvia hanno abbracciato il giorno del matrimonio e che non hanno mai abbandonato, a tenere unita la famiglia anche in circostanze così drammatiche, per chi le vedeva dall’esterno. Perché, a casa loro, non ho mai vissuto un solo attimo di tristezza, ma sempre momenti di normale vita familiare, di gioia e di profonda amicizia tra tutti coloro che si alternavano a venire a trovarli anche solo per un saluto.

E chi non possiede questa forza morale, questa incrollabile fede che gli permette di scegliere la vita al di là di qualsiasi cosa, perché è consapevole del dono che ha ricevuto e per nessuna ragione se ne priverebbe, cosa può decidere di fare in casi simili? Potrebbe decidere che non vale più la pena di vivere incollati in un letto e senza più alcuna speranza di guarigione? Potrebbe decidere che non vuole vedere soffrire i suoi cari e volersi togliere la vita come ultimo gesto d’amore nei loro confronti?

Penso di sì. Potrebbe optare per questa scelta.

Io non credo che un cattolico possa giudicare un essere umano che decide di togliersi la vita, in nessun caso. Un cattolico è dispiaciuto per il gesto che viene compiuto dal suicida, nel caso in cui magari lo conosca anche personalmente, può sentirsi in colpa per non essere riuscito a stargli più vicino e a fargli scegliere la vita, piuttosto che la morte, ma non debba mai sostituirsi all’Unico in grado di comprendere fino in fondo l’animo umano.

Pertanto personalmente non sono contrario ad una legge che anche in Italia regolamenti questo tipo di realtà, questo tipo di situazioni estreme perché penso che il problema non sia la morte, ma sia a monte.

O le persone incontrano qualcosa per cui valga la pena vivere, oppure nel caso in cui la vita ponga loro degli ostacoli superiori alla quotidianità (ogni giorno ha già la sua pena), possono sentirsi perse, abbandonate. La solitudine fa il resto.

Allora per noi cattolici, la responsabilità di questo momento storico è grandissima. La vita delle persone non cambia con dei richiami etici, ma cambia se vedono che qualcuno sta vicino a loro, li aiuta gratuitamente e offre loro la possibilità di re-imparare che un modo diverso di vivere e morire è possibile.

Tenendo sempre presente che il libero arbitrio esiste e che nostro Signore ce lo ha donato perché Lui stesso ci ha voluto così.

venerdì 17 febbraio 2017

L'ideale che unisce

14 ottobre 2007: la data di nascita del Partito Democratico

Come la maggior parte degli italiani, assisto basito in questi giorni all’ultimo atto di una disfida politica, tutta interna al maggior partito politico rappresentato in Parlamento: il Partito Democratico.

E non riesco a comprendere le ragioni politiche di questa lotta intestina che si protrae da mesi.

Per inciso: non sono un elettore del PD, ma comprendo bene che se il maggior partito politico a vocazione governativa è in crisi da mesi, molto probabilmente anche tutta la macchina di governo ne risentirà, e quindi, per il bene comune, sarebbe meglio che si facesse chiarezza una volta per tutti, chi sta con chi e soprattutto quali sono gli obiettivi da perseguire. Prima occorrerebbe che tutti i dirigenti del PD facessero un’analisi sui temi e sui problemi da risolvere e solo dopo, si dovrebbero considerare i nomi e gli incarichi da distribuire.

Fermo restando che un Governo in carica, al momento, il nostro Paese lo possiede.

Non credo di esprimere un pensiero particolare, ma anzi abbastanza ovvio e banale, un pensiero se vogliamo di buon senso.

Detto ciò, forse questa è finalmente l’occasione per fare una volta per tutte chiarezza sulla genesi di questo partito. Il Manifesto dei valori, approvato dal PD il 16 febbraio 2008, recita: “Il Partito Democratico intende contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista, europeista e di centro-sinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche, progressiste e promuovendone l'azione comune”.

Una dichiarazione d’intenti sicuramente ambiziosa, ma di tutto rispetto e, se vogliamo, necessaria in un Paese come l’Italia, non particolarmente vivace e attivo nel promuovere cambiamenti allo status quo in molti settori della vita civile, economica e sociale. Basti pensare a cosa succede ancora oggi quando si cerca di modificare qualche privilegio o rendita di posizione di particolari “corporazioni”…

Il Comitato promotore del partito era costituito dai seguenti illustri personaggi:

Giuliano Amato, Mario Barbi, Antonio Bassolino, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Paola Caporossi, Sergio Cofferati, Massimo D'Alema, Marcello De Cecco, Letizia De Torre, Ottaviano Del Turco, Lamberto Dini, Leonardo Domenici, Vasco Errani, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Dario Franceschini, Vittoria Franco, Paolo Gentiloni, Donata Gottardi, Rosa Jervolino, Linda Lanzillotta, Gad Lerner, Enrico Letta, Agazio Loiero, Marina Magistrelli, Lella Massari, Wilma Mazzocco, Maurizio Migliavacca, Enrico Morando, Arturo Parisi, Carlo Petrini, Barbara Pollastrini, Romano Prodi, Angelo Rovati, Francesco Rutelli, Luciana Sbarbati, Marina Sereni, Antonello Soro, Renato Soru, Patrizia Toia, Walter Veltroni, Tullia Zevi .

Già solo scorrendo velocemente questo elenco di nomi, si può intuire la diversità delle storie personali di ciascun membro e la scarsa omogeneità delle posizioni politiche di cui invece il neo costituito PD si candidava a strutturare in una sintesi unitaria, per proporre all’Italia un’azione politica che fosse convergente su determinati principi e obiettivi di interesse comune.

La situazione oggi?

All’interno del PD coesistono una pluralità di “correnti” o, per meglio dire, centri di interesse particolare quali:

Sinistra Riformista ispirata da Pierluigi Bersani e Roberto Speranza,
ConSenso ispirata da Massimo D’Alema, e vicina a Sinistra Riformista,
Rifare l’Italia (i c.d. Giovani Turchi) ispirata da Matteo Orfini, Andrea Orlando,
Sinistra è cambiamento guidata da Maurizio Martina
Rete Dem con il suo leader Giuseppe Civati
Sinistra Dem guidata da Gianni Cuperlo
Socialisti e Democratici fondata nel 2015 da Marco di Lello
Liberal PD che fa riferimento a Enzo Bianco
Rottamatori di Matteo Renzi
FutureDem seguiti da Benifei e Bonomo
AreaDem di Dario Franceschini
Ecologisti democratici guidati da Ermete Realacci

Dietro ciascuna di queste sigle troviamo uno o più leader che, forse anche con diritto, tentano di portare avanti le proprie legittime idee, condizionando quanto più possibile la vita del partito secondo le proprie convinzioni.

Purtroppo però non sempre il risultato è la somma degli sforzi che si prodigano, talvolta anzi nel PD si sono viste posizioni politiche diametralmente opposte su grandi temi di interesse generale (ultimo caso in ordine di tempo la posizione sul Referendum costituzionale) e allora viene da chiedersi che utilità possa dare alla governabilità dell’Italia un partito che prende il 30% di voti alle elezioni, ma che poi non è unito sui grandi temi e non riesce quindi ad essere forza propulsiva del tanto desiderato cambiamento.

La domanda vera, dopo quello che abbiamo sin qui descritto, è allora la seguente: può il PD essere considerato un partito politico in senso stretto o piuttosto, dalla sua nascita, dieci anni fa, è stato il risultato da parte di gruppi politici affini, di unire interessi differenti, e in un certo senso anche convergenti, che hanno trovato una grande casa per un certo periodo di tempo, per portare avanti battaglie comuni? Quella famosa fusione a freddo di cui qualche esponente politico parlò nel 2007…

Ma da chi è composto un partito politico, mi domando. La risposta che mi verrebbe è: da persone che hanno un ideale in comune.

Ora, nella società liquida in cui viviamo, parlare di ideale può sembrare eccessivo o fuori moda, ma nella politica, quella con la P maiuscola, se si toglie l’ideale si toglie tutto, e rimane solo la ricerca del proprio interesse, del potere, della ricchezza fine a sé stessa.

Quale ideale comune persegue oggi il PD?

Una delle più belle riflessioni sulla politica a favore dell’uomo in generale, e quindi del bene comune in particolare, è secondo me quella del Mahatma Gandhi: “L'uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici.”

Una politica senza princìpi, coscienza, lavoro, carattere, morale, umanità e sacrificio si rivela essere una politica contro l’uomo, contro il bene comune.

Io, come la maggior parte degli italiani, non sono in grado di valutare se all’interno del PD, ci sia o ci sia mai stato, un ideale comune. Ma in questi giorni, penso che sia questo il vero tema che i dirigenti del PD debbano discutere de visu per poi assumere le decisioni conseguenti. Tenendo conto di tutti i fattori in gioco, della situazione politica interna, ma anche di quella internazionale.

Una classe dirigente che voglia candidarsi alla guida del Paese, dovrebbe valutarli tutti e poi prendere responsabilmente una decisione definitiva che ponga finalmente termine a questo tira e molla che sta esaurendo le energie psicofisiche degli elettori italiani e soprattutto non trasmette serenità all’azione del Governo in carica.

sabato 4 febbraio 2017

Piccoli Trump crescono



Negli USA, i primi dieci giorni di governo del presidente Trump:
  • ·         abolizione della riforma sanitaria di Obama, termine del sostegno finanziario alle associazioni che sostengono l’aborto, avvio della costruzione del muro lungo il confine con il Messico, applicazione di dazi su prodotti di aziende statunitensi fabbricati all’estero e venduti negli USA, alleanza politica strategica con il Regno Unito del dopo Brexit, divieto per quattro mesi di ingresso negli USA per i cittadini di sette Paesi islamici per supposto rischio terrorismo, avvertimenti più o meno velati a Israele, Iran e Australia di non intralciare il nuovo corso della politica americana, abolizione delle norme a tutela dell’inquinamento atmosferico, riapertura delle miniere di carbone. A ciascuno la sua valutazione…

In Italia:

  • ·         dati sulla disoccupazione in crescita, quella giovanile supera nuovamente il 40%, nonostante il Jobs Act (forse una causa di questo aumento potrebbe derivare dal fatto che i genitori di questi giovani andranno in pensione a settant’anni?).
  • ·         Il problema principale delle forze politiche rimane quello se votare nel 2017 o nel 2018 e con quale legge elettorale. Se consideriamo che in questo Parlamento esistono 18 gruppi parlamentari, le proposte di legge elettorale che sono oggetto di analisi e accese discussioni sui mezzi di informazione e sui social sono circa una trentina…
  • ·         Ancora: il caso dell’azienda K-Flex, esempio di successo dell’imprenditoria italiana. A cosa sta pensando la proprietà: delocalizzare la produzione dello stabilimento italiano (il primo nato del gruppo Spinelli) in Polonia, mettendo così a rischio il posto di lavoro di 250 persone. Per completezza di informazione: il gruppo Spinelli non versa in cattive acque, ma anzi vanta una posizione di leader mondiale nella produzione di isolanti termici e acustici e nel 2014 ha emesso un bond da 100 milioni di euro con scadenza 2020 che è stato sottoscritto da 40 investitori istituzionali, allo scopo di finanziare proprio lo sviluppo internazionale del gruppo. Solo che, crediamo, i lavoratori non si immaginassero che la proprietà volesse trasferire lo sviluppo dello stabilimento italiano all’estero…


Al di là di come finirà la vicenda della K-Flex (noi speriamo bene per i 250 lavoratori italiani e le loro famiglie), questo purtroppo è solo l’ultimo caso di una interminabile delocalizzazione di aziende che ha colpito in questi anni il nostro Paese a favore di Paesi, molto spesso, appartenenti alla stessa Unione Europea, nel totale silenzio di quasi tutta la classe politica italiana.

Come possiamo pensare che il tasso di disoccupazione nel nostro Paese diminuisca se non facciamo nulla per evitare che le nostre aziende di punta, le nostre eccellenze imprenditoriali decidano di spostare la produzione in Paesi che, evidentemente, offriranno alle aziende medesime, migliori servizi e migliori condizioni per realizzare il business?

Ma la beffa maggiore, a nostro parere, risiede nel fatto che questa concorrenza sleale e immorale, non proviene da Paesi lontani da noi e in via di sviluppo, che cercano con ogni mezzo di procurare lavoro ai propri cittadini bisognosi di tutto, ma da quegli stessi Paesi cui solo pochi anni fa abbiamo aperto con generosità le porte dell’Unione ed ora utilizzano le agevolazioni messe loro a disposizione, a danno di Paesi come l’Italia, che sta attraversando un momento di crisi economica e sociale prolungato.

È quindi evidente che l’Europa così come l’abbiamo costruita, con queste regole e queste dinamiche, non funziona. Non stiamo parlando di neo assistenzialismo, ma di nuove regole del gioco che tengano conto delle differenze in termini di costo dei servizi offerti nei diversi Paesi dell’Unione (tassazione, costo energia, costo trasporti, costo lavoro). Anche perché non dimentichiamoci che la moneta, quella sì, è già unica...

Se non porremo un freno a questo esodo imprenditoriale, finirà che tra venti anni, l’Italia si sarà trasformata nella Polonia del 1989 e la Polonia sarà la protagonista del nuovo boom economico dell’Europa dell’Est. Sia chiaro, non abbiamo nulla contro la Polonia, né contro gli altri Paesi membri della UE, ma semmai contro le politiche miopi e non più sostenibili della Commissione europea. 

Ultima considerazione: dopo il Regno Unito, non possiamo escludere che altri Paesi, tiepidi nei confronti dell’Europa, accarezzino la tentazione di provare un dietro front e abbandonare l’Unione. E allora sì che nuovi piccoli Trump cresceranno…
  
     

venerdì 20 gennaio 2017

Il New Deal trumpiano



Come penso moltissimi milioni di persone in tutto il mondo, sono reduce dall’aver seguito in televisione l’insediamento del 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che dire: personaggio più diverso dal suo predecessore, Barack Obama, il neo Presidente non poteva essere.

Basterebbe un'occhiata ai due profili Twitter per farsi subito un’idea delle distanze.

Il profilo di Trump si riassume in questi numeri:
  • iscritto dal marzo 2009
  • 34.300 tweet
  • 42 following (persone che lui segue)
  • 20,7 milioni di follower (persone che lo seguono)

Il profilo di Obama invece:
  • iscritto dal marzo 2007
  • 15.400 tweet
  • 632.000 following
  • 80,9 milioni di follower 

Le differenze sono sotto gli occhi di tutti: quelli di Trump sono fissi sul suo ombelico (formato da 42 persone, metà suoi familiari, tutti statunitensi), quelli di Obama sono spalancati sul mondo e il mondo lo ricambia seguendolo (quasi 81 milioni di persone contro i 21 che seguono il neo president).

Trump esterna tweet a ripetizione, praticamente uno ogni volta che gli viene in mente un pensiero degno di nota, secondo lui (circa 12 tweet al giorno, dalla data di creazione del profilo), mentre Obama è più riflessivo nell’uso dello strumento (4 tweet in media al giorno).

Rileggendo (http://www.corriere.it/Speciali/Esteri/2009/Discorso_Obama/) il discorso di insediamento di Obama di 8 anni fa, le parole che ritornano sono correre rischi, fatiche di uomini e donne, lotta, sacrificio, ovunque guardiamo c’è lavoro da fare, bene comune.

Viceversa ( http://www.corriere.it/esteri/17_gennaio_20/trump-discorso-insediamento-presidente-usa-f07d48f4-df2d-11e6-ac31-10863be346e7.shtml)  il discorso di questo pomeriggio di Trump ha indubbiamente un taglio populista, in continuità con i temi della sua campagna elettorale, terminata tre mesi fa. Gli slogan utilizzati: torneremo a fare grande l’America, il potere passa al popolo, riportare a casa il lavoro, cancellare il radicalismo islamico, american dream, american first.

Cosa farà da domani il neo Presidente? In pochi oggi lo sanno, ma sicuramente il personaggio tirerà dritto perseguendo il suo programma che è risultato quello scelto dalla maggioranza degli americani.

E qui veniamo alla fine del mandato di Obama: dopo otto anni di Obama policy, cosa resta di lui all’America? Probabilmente meno di quello che gli americani si aspettavano da un uomo che nel 2008 aveva vinto le elezioni con una grandissima aspettativa, primo Presidente di colore, originario di una famiglia della classe media, giovane e convincente con quel suo motto Yes, we can, aveva ringalluzzito gli americani dopo la batosta di una crisi economica che aveva lasciato il segno.

Nel 2009 il premio Nobel per la Pace lo aveva definitivamente lanciato nella classifica delle aspettative come l’uomo che tutto poteva, ma dopo otto anni i risultati ottenuti sono in realtà deludenti. Forse quelli più lusinghieri Obama li ha ottenuti sul fronte interno, con l’approvazione dell’Obama Care che però ha portato ad un aumento delle tasse per tutti gli americani che hanno continuato a pagarsi una polizza sanitaria extra privata e con la politica economica portata avanti grazie a forti investimenti pubblici e con l’aiuto di stimoli finanziari che di fatto hanno interrotto la crisi e fatto ripartire l’occupazione. 

Nella politica di Obama era centrale il coinvolgimento degli storici partner alleati degli USA, Europa in primis, mentre con gli amici/nemici Russia e Cina negli otto anni si è scontrato su diversi scenari internazionali. Infine, un punto che sicuramente gioca a favore di Obama è stato quello di riportare gli USA ad un’autosufficienza energetica, la stessa che permetterà ora a Trump di poter fare a meno di occuparsi attivamente degli scenari mediorientali. 

Dove Obama ha fallito è stato in politica estera e nella lotta al terrorismo. Nonostante l’uccisione di Osama Bin Laden, nemico giurato numero uno degli USA, il terrorismo ha continuato a dilagare e nuovi gruppi, Isis in testa sono subentrati e sono ben lungi dall’essere sconfitti. Per non parlare delle primavere arabe: dovevano portare la democrazia nei Paesi del Nord Africa e il risultato è stato: più guerre, più civili morti, più dolore e Stati ancora in bilico tra un ritorno alla normalità di una nuova dittatura che ha sostituito la precedente (vedi Egitto) oppure Stati ancora coinvolti in guerre civili (vedi Libia) o Stati che non esistono più (vedi Siria). Per non parlare di punti di tensione come il Medio Oriente, Israele – Palestina o la Corea del Nord che restano senza soluzioni definitive. L’unico passo in avanti è stato fatto nel rapporto con l’Iran dopo aver preteso e ottenuto la fine della corsa al nucleare bellico di quel Paese. Poca cosa in otto anni da un uomo con quel potenziale di autorità e autorevolezza da spendere.

Ma forse tutto questo non ha nulla a che vedere con la vittoria di Trump del novembre scorso. Ci sono momenti della storia dove gli americani sentono il bisogno di rinchiudersi in loro stessi e di coccolarsi nel loro sogno di americani: dove la frontiera è quella che corre verso Ovest, ma si ferma alla California e non oltrepassa il Pacifico. Questo è uno di quei momenti e Trump ha fiutato il cambiamento che era in atto già da alcuni anni nel popolo americano e lo ha cavalcato. Gli errori compiuti dai Democratici in campagna elettorale hanno fatto il resto.

A questo punto, occorre che noi europei iniziamo a rendercene conto da subito, perché l’uomo non aspetterà a prendere le sue iniziative. Forse è quello che serviva anche a noi. Con Trump Presidente o l’Unione europea ritrova le ragioni per cui esiste e per cui è stata pensata dai suoi padri fondatori, subito dopo l’immane sciagura della Seconda Guerra mondiale, oppure l’era Trump potrebbe trasformarsi in una spallata definitiva alla sua esistenza. 

E se così fosse, ricordo quello che pensava il filosofo napoletano Giambattista Vico. Egli sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Qui, nel nostro blog, siamo abituati ad essere più modesti, e non scomodiamo certamente la Divina Provvidenza. Riteniamo che sia sufficiente l’umana scelleratezza…