Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 16 novembre 2014

Interstellar

Interstellar, USA e Regno Unito, 2014, Regia di Christopher Nolan



Recensione di Alberto Bordin


Se il cinema fosse un viaggio acquatico, i Nolan sarebbero degli esperti di rafting. Viaggi all’apparenza brevi ma perigliosi, muniti di strumenti semplici ma che richiedono acume e tecnica, un’avventura sportiva, quasi acrobatica, spaventosamente semplice ed emotivamente complessa. Ma con Interstellar, i due fratelli hanno deciso di affrontare diverse acque: i colpi di pagaia dentro correnti torrentizie lasciano il posto alle vele del galeone, dentro il viaggio antico e abissale del profondo oceano. È una proposta rivoluzionaria, prima che al cinema alla loro carriera, volgendo la testa verso un genere più lineare e di largo respiro, molto più lento e diluito, apparentemente semplice nella sua realizzazione, ma produttivamente carico di rischi. Con Interstellar i fratelli Nolan hanno abbandonato il puzzle, hanno abbandonato la narrazione a spirale, la caduta nel vortice, i tortuosi montaggi serrati, gli arguti giochi di investigazione e caccia al ladro, dedicandosi con cinefila passione al genere fantascientifico, ai viaggi interstellari, alla visionarietà del 2001 di Kubrick, all’armonia degli Incontri Ravvicinati di Spielberg – o meglio dire di Williams; comunque non a caso Jonathan aveva scritto la sceneggiatura per il regista di E.T. –, dove la complessa struttura tridimensionale del vortice si schiaccia come una molla, chiudendosi in due dimensioni in una più classica narrazione circolare, non a caso uno dei temi fondanti del film. E parlando di temi, i Nolan non azzardano di meno.

Interstellar è il primo film di Nolan a respirare speranza, è il suo primo film a nutrirsi di una promessa buona. Gli uomini usavano alzare gli occhi al cielo e guardare alle stelle mentre ora li abbassano al fango che li circonda; ma l’uomo, che è nato sulla Terra, non è destinato a morirvici. Cooper questo lo sa, è mosso da questa coscienza, di un destino più grande, dal desiderio di un compimento per sé e per chi gli è caro. Per questo la sua ambiziosa passione per lo spazio non trova riposo, e sempre per questo non c’è delusione nel desiderio di suo figlio di dedicarsi all’urgenza del quotidiano, per quanto anonimo; è il cuore il metro degli uomini.

Amorevolezza: è lei la vera forza centripeta di questa storia, il motore che tutto muove e a cui tutto torna. In un mondo in cui spazio e tempo sono relativi e si cercano costanti cui aggrapparsi, strumenti per cui vivere, può l’affezione, quel legame che ci lega oltre il tempo, oltre la memoria e addirittura la morte, può veramente essere messa da parte? Dovendo – scientificamente – scegliere se seguire la destra o la sinistra, davvero è senza valore che in una direzione ci sia la persona che amo? Perché l’amore è conoscenza, è scienza; “l’amore è quantificabile”, ossia è un fatto, agisce nella storia, nel mondo, e lo trasforma. L’amore di un padre per una figlia non può non contare, anzi è tutto ciò che conta, l’intero destino della razza umana dipende da esso, per cui quell’uomo, e solo quell’uomo, può compiere ciò per cui è stato chiamato.

Una simile proposta non può non toccarci, ci riguarda nel profondo, ci punge nell’intimo chiamando in causa tutto il nostro umano, ridestando un io assopito, infiammando un io desto.

Eppure così da solo non basta.

Così, da solo, quello che raccogliamo è un concetto, è un discorso. Nolan ci offre uno splendido trattato morale, qualcosa da assimilare e di cui è certamente bene fare verifica. Ma non è questo il cinema. Perché il cinema è arte.

Vogliamo tenerci distanti da insipidi battibecchi di un cinema alto o basso, lontani dai tentativi ideologici di distinguersi per una elevata produzione culturale. Il cinema è arte per il semplice fatto che, come solo l’arte può, permette di conoscere qualitativamente e non quantitativamente. Tutte le scienze umane conoscono il mondo quantitativamente. È un accumularsi di conoscenza: non posso comprendere un’equazione se non conosco le tabelline, e sarò all’oscuro della legge della relatività di Einstein senza una laurea in fisica quantistica; il mondo si svela per livelli, e solo agli eletti è permesso di conoscerlo. Ma l’arte salta ogni classe sociale e divisione culturale, attingendo all’unica sostanza che tutti condividiamo, lo strumento di cui tutti siamo in possesso: il cuore, e la sua esperienza. Il cinema è per i villici, non per le élites. Il cinema, come l’arte, è per i bambini, colpisce l’uomo nella sua origine, nella sua sorpresa e corrispondenza primordiale; tra le opere dell’uomo, infine è l’arte la nostra salvezza. E quindi, se non per questo, per cosa vale un film?

Se ci stimola intellettualmente ma non ci commuove, se stuzzica i nostri neuroni ma non ci punge le interiora, se ci tortura le meningi ma non spreme i nostri vasi lacrimali, convocando il pensiero ma dimenticando l’emozione, allora come possiamo giustificare la nostra presenza in sala?

Le storie sono come un vaso rotto che va ricomposto. Interstellar ci insegna come si ricompone il vaso; ma quello di cui avevamo bisogno non era il vaso ma il vasaio. Non ci basta sapere “che l’amor move il sole e l’altre stelle” ma dobbiamo conoscere “l’amor CHE move il sole e l’altre stelle”, ossia invece che l’idea, l’avvenimento. Non il concetto di amore ma uomini che amano; non un cogitare ma un avvenire, un compiersi, qui e ora, in queste tre ore di pellicola.

E tuttavia, nella confusione, nell’accalcarsi di buoni propositi, nello spalancarsi di un cinema tutto da citare e autoriferito, infine si perde l’essenziale, si perde l’occasione di rappresentare quella deliziosa verità – renderla presente – tangibile esperienza in quelle preziose ore di film – in un qui e un ora – riducendosi a poco più che un rimando, occasione per altro loco, per altro tempo. E il cinema non è questo. Non deve essere questo.

La delusione più grande è una grande occasione perduta. E Interstellar è una dolcissima proposta umana. Ma bisogna ancora farne un film.

mercoledì 12 novembre 2014

Elogio del consociativismo

25 aprile 1945


Il consociativismo che ha contraddistinto per decenni la vita politica del nostro Paese è stato da alcuni considerato una delle anomalie italiane, intendendo con il termine anomalia qualcosa di negativo. Per consociativismo noi intendiamo una forma di governo che garantisca una rappresentanza proporzionale ai diversi gruppi che compongono un paese profondamente diviso per ragioni storiche, etniche o religiose. L'obiettivo sarebbe quello di garantire la stabilità stessa del governo, assicurare la sopravvivenza degli accordi di divisione del potere e la sopravvivenza della democrazia, evitando in ultima analisi l'uso della violenza. 

Dal nostro punto di vista quindi il consociativismo è da considerarsi un valore positivo della vita politica e nella sua forma più alta, le scelte consociative attuate da politici responsabili dovrebbero tendere al raggiungimento del bene comune della Nazione. 

Sin dalla sua genesi, il nostro Stato unitario è stato "costretto" al consociativismo. Il Regno d'Italia nacque per impulso di un singolo Stato che da solo rappresentava una piccola parte della penisola, sia da un punto di vista economico che propriamente territoriale. La conquista "violenta" dello Stivale da parte del Regno sabaudo con tutte le conseguenze che ne derivarono, obbligò per forza di cose i politici del tempo, sia di destra che di sinistra, a cercare la condivisione del potere per gestire la cosa pubblica, desiderando mantenere la pace sociale interna e l'unità nazionale. In effetti solo il fascismo interruppe lo sviluppo del pensiero consociativo in Italia, anche se il corporativismo fascista voleva essere un richiamo al principio consociativo che comunque riprese all'indomani della caduta di Mussolini, con l'avvento del periodo repubblicano.

Fu la stessa nascita della Repubblica, ancora oggi non accettata da alcuni gruppi di nostalgici fedeli alla monarchia, a riportare subito in auge la necessità di condividere il potere per risanare le ferite della guerra civile e il passaggio alla nuova forma di Stato. E’ corretto ammettere che nel periodo della prima repubblica, il consociativismo diede risultati positivi, permettendo lo sviluppo e la crescita del nostro Paese. L’Italia infatti raggiunse le prime posizioni nella classifica mondiale dei Paesi più sviluppati. Tipicamente i due partiti "accusati" di consociativismo furono la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, entrambi di estrazione popolare.

I critici del consociativismo evidenziano come quasi tutte le più importanti leggi e riforme votate dal parlamento italiano nel periodo 1950 fine anni ‘80 (sino al periodo del terrorismo), siano state volute da entrambi quei partiti che, sulla carta, si presentavano agli antipodi per quanto riguarda i principi ispiratori e la visione di sviluppo che avevano sull’Italia. Questo fatto in massima parte è vero (ci sono gli atti parlamentari a testimoniarlo), ma non è certo che abbia una valenza negativa, anzi.

La questione morale, già denunciata negli anni '70 sia da Berlinguer che da alcuni esponenti democristiani (Moro), divenne ad un certo punto il fattore decisivo della vita politica. E la questione morale, diciamolo subito, nulla ha a che fare con il consociativismo. Semmai, con l’avvento di Craxi e del craxismo entrò nella vita politica italiana un nuovo modo di leggere il consociativismo. Dagli anni 90 il meccanismo iniziò ad incepparsi e a dare cenni di invecchiamento. L'ingranaggio poco per volta si fermò. Nella vita pubblica, a prevalere fu l'interesse di una singola parte al governo, escludendo dalla divisione del potere le altre forze. Le nascenti lobby, esterne ai partiti, condizionarono nel tempo l'attività politica, forti di un potere economico e finanziario sempre crescente, generatosi e sviluppatosi grazie proprio al consociativismo dei decenni precedenti. 

Di fatto nel corso degli ultimi trent’anni i partiti politici intesi come partiti popolari hanno esaurito la loro spinta propulsiva in seguito anche al mutamento radicale della società italiana, sempre meno contadina e paesana e sempre più industrializzata e terziarizzata nelle città. Dalle loro ceneri sono nate nuove organizzazioni di gestione del potere che non hanno manifestato interesse ad operare con una logica consociativa vecchio stampo, bensì hanno operato con una logica di spartizione del potere, sia politico che economico. 

Così facendo però è sotto gli occhi di tutti che l'agire della nuova classe di politici non ha generato un reale progresso nel Paese, ma anzi ha prodotto di fatto lo stallo politico, economico e sociale in cui versa l'Italia di oggi ed ha lasciato, e forse è il frutto più amaro, una Nazione divisa, rancorosa e sfiduciata. 

2. CONTINUA

sabato 8 novembre 2014

L'anomalia italiana



5 Governi in 7 anni


La crisi economica che stiamo attraversando ebbe inizio negli Stati Uniti alla fine del 2007 con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare. Dall’anno successivo, trasformatasi in crisi finanziaria, si trasferì in Europa e quindi nel resto del pianeta.

Dal 2008 ad oggi, in Italia, si sono alternati 5 Governi: Prodi sino a maggio 2008, poi Berlusconi sino al novembre 2011, quindi il tecnico Monti fino all’aprile 2013 per passare al Governo Letta (eletto a seguito delle elezioni politiche) restato in carica sino al febbraio di quest’anno, quando è stato sostituito dal Governo Renzi, alternanza decisa dalla maggioranza del Partito Democratico, principale forza della maggioranza governativa.

Nello stesso periodo (2008-2014) il Regno Unito ha visto 2 Primi Ministri, dal giugno 2007 Gordon Brown e dal maggio 2010 David Cameron, tuttora in carica. La Germania ha il medesimo Cancelliere dal novembre 2005, Angela Merkel. In Francia si sono alternati due Presidenti: dal maggio 2007 Nicolas Sarkozy e dal maggio 2012 François Hollande, ancora in carica. Anche la Spagna ha visto due Primi Ministri: dall’aprile 2004 José Luis Rodríguez Zapatero e dal dicembre 2011 Mariano Rajoy. Negli Stati Uniti infine la crisi è stata tutta gestita dal Presidente Obama in carica dal gennaio 2009.

Sarà un caso che tutti i Paesi citati, ad eccezione del nostro, abbiano affrontato la crisi economica e ne stiano uscendo, di fatto, prima e con migliori prospettive, dell’Italia?

Certamente uno dei pregi (o dei difetti?) di noi italiani è quello di avere la memoria corta e di dimenticare presto tutte le promesse, non mantenute, dei nostri leader politici. Ma è anche vero che un Paese che vuole gestire una crisi economica mondiale come quella che stiamo attraversando, non può cambiare 5 Governi in 7 anni. 

Come si possono prendere decisioni strategiche nei vari ambiti della vita pubblica senza poi avere il tempo di vederle attuate e soprattutto il tempo per verificare se le scelte effettuate abbiano portato i benefici previsti?

Prendiamo ad esempio la riforma del mercato del lavoro (c.d. Jobs Act) che l’attuale Governo Renzi ha deciso di portare avanti. Nel dicembre 2011, il Governo Monti, dopo solo un mese dal suo insediamento, fece approvare dal Parlamento la c.d. legge Fornero, una pesante riforma che colpì sia il mercato del lavoro sia il settore previdenziale. Ebbene a distanza di neanche tre anni si pensa di ricominciare tutto da capo e nel farlo, non si modificano solamente quelle parti della precedente riforma che si è già visto non funzionare (ad esempio l’allungamento dell’età pensionabile che ha di fatto creato un blocco all’assunzione dei giovani), ma si decide di partire da zero, rinnovando tutto il settore del mercato del lavoro. 

Ma siamo così sicuri che questo modo di procedere sia quello giusto?

E’ vero, oggi il mondo corre ad una velocità non immaginabile anche solo cinque anni fa, ma scelte così importanti per la vita di un Paese, come quelle in materia economica e sociale, dovrebbero essere prese non sull’onda del “fare qualcosa purché si faccia presto e subito”. 

Certamente la situazione è grave e la mancanza di lavoro, soprattutto per i giovani, è una delle cause che contribuisce al perdurare della situazione di crisi, creando di fatto uno stallo economico-sociale nel Paese. Ma è proprio per questo che le scelte prese oggi dovrebbero essere ben ponderate e condivise il più possibile con tutte le parti in causa: associazioni di categoria, lavoratori, imprenditori, sindacati. 

Solo così si può ottenere che il Paese remi tutto dalla stessa parte, altrimenti la navicella Italia resta ferma mentre tutte le altre imbarcazioni stanno già uscendo dalla secca. 

L’anomalia della vita pubblica italiana dipende da noi stessi: non abbiamo ancora compreso come la ricerca del bene comune debba essere anteposta all’ottenimento di benefici personali, per la mia famiglia, il mio gruppo, il mio partito.

Se non impariamo, in questo caso sì in fretta, questa lezione, tra pochi mesi avremo un nuovo Governo, una nuova riforma e un Paese ormai impantanato nelle sabbie mobili che lentamente lo cancelleranno dal panorama mondiale delle nazioni più industrializzate. E per l'Italia non parleremo più di crisi economica, ma di declino economico... 

E’ questo che vogliamo?

1.CONTINUA