Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 28 febbraio 2015

Whiplash

Whiplash, USA, 2014, Regia di Damien Chazelle




Recensione di Alberto Bordin



“La sofferenza è l’anima della grandezza”. Questa sentenza è incompiuta: non basta soffrire per essere grandi; certo però non si può essere grandi senza soffrire. È necessario dunque un equilibrio, lo stesso che deve conoscere il fabbro forgiando la spada. Il martello non può esimersi dal colpire, né il fuoco dall’arroventare, ma la lama va preservata perché non si spezzi. Brucia ed è battuta, ma se sopravvive sarà più dura e robusta di quanto lo è mai stata prima, pronta per essere affilata e utilizzata in battaglia.

Quindi qual è l’equilibrio? Il mondo si è di sicuro ammorbidito, la società contemporanea non è più in grado di affrontare il dolore della sconfitta, del rimorso, l’amarezza dell’impotenza. Il maglio della vita che ci batte non ci indurisce più, ci spezza la schiena invece, ci getta nel vittimismo, nell’autocommiserazione e corriamo agli appuntamenti con gli psicanalisti. Ma d’altro canto è lecito denigrare, ferire, martoriare (psicologicamente e non solo)? Può essere che l’unica soluzione per la grandezza sia un grande male? Infliggerlo ed infliggersene?

Andrew è un batterista jazz diciannovenne che studia nella più prestigiosa scuola di musica di New York. Desideroso di dare prova del suo talento, troverà la sua occasione nella band del geniale ma diabolico Terence Fletcher. Persona rispettabile e amabile nel mondo, Fletcher si trasforma in una creatura abominevole quando si tratta di musica, specialmente della sua. Il suo folle perfezionismo e l’ossessione di Andrew li getteranno in un vortice distruttivo che metterà alla dura prova il ragazzo, sul baratro tra un musicista temprato o un adolescente spezzato.

Nato come sviluppo di un cortometraggio, Whiplash è un film di produzione a basso budget dal ritmo incessante e travolgente. Di feroce thrilling, la storia cattura per dinamicità e violenza ma senza mai scadere nel luogo comune né nel facile scandalo. Vedendo il personaggio di Fletcher paragonato al sergente istruttore Hartman di Full Metal Jacket, è bene notare quanto i due stili divergano, poiché Chezelle non condivide il nichilismo di Kubrick né il suo eroe è mai determinato nella sua sconfitta; le fiamme della vita sono appunto quelle dell’officina, non dell’inferno.

Quindi, quale la soluzione? A rigore, la conclusione del film parrebbe darla vinta alla durezza del maglio, per cui davvero non possiamo sperare di ottenere nulla di grande senza prima aver rischiato di spezzarlo. Ma ciò sarebbe riduttivo, poiché in vita non bastano i colpi di martello, e un uomo non è una spada; è necessaria una personalità, la prepotenza di un individuo che sappia affermarsi egocentricamente. Il colpo non piega ma chiama, bussa e picchia sulla coscienza attendendo una risposta, di qualcuno che sappia rientrare sul palco e dire “non mi spezzo; ci vuole ben più di questo ad annientarmi”.

E in quindici minuti di pura adrenalina, in un montaggio frenetico e dinamico tra sassofoni, ottoni, percussioni, piano e contrabbasso, nella febbre del jazz, un giovane gioca tutto se stesso, la sua morte, la sua rivalsa, la vittoria, la sfida, l’intesa e la reciproca stima.

E infine ha vinto: è un uomo forgiato.

venerdì 20 febbraio 2015

Buon compleanno Matteo!



Ormai lo sappiamo, viviamo una vita talmente intensa e totalizzante che a volte, quando ci fermiamo un secondo a riflettere, ci accorgiamo che è già passato un anno mentre ci sembrava ieri che fossero accaduti i fatti trattenuti dalla memoria. 

Per esempio, il 22 febbraio prossimo sarà il primo compleanno del Governo di Matteo Renzi, nominato Primo Ministro dopo le dimissioni pronunciate qualche giorno prima dal compagno di partito Enrico Letta sfiduciato dalla Direzione del PD di cui Renzi stesso era divenuto segretario il 15 dicembre 2013.

Sembra ieri e invece è già trascorso un anno. E le promesse di dodici mesi fa del nostro giovane Premier sono state mantenute? Come è cambiata l’Italia durante questo arco temporale?

Forse qualcuno si ricorderà del piano di riforme mensili di Renzi presentato a suon di diapositive nelle sue prime conferenze stampa preavvisate da tweet… per marzo la riforma del mercato del lavoro, per aprile la pubblica amministrazione, a maggio il fisco e così via. Ve lo ricordate? 

Poi, all’improvviso è apparso il bonus di 80 euro per chi ha già un lavoro ed uno stipendio e con questo il nostro Premier si è aggiudicato un posto al sole facendo vincere le elezioni politiche europee al suo partito.

Da lì è stato un crescendo di attività e di iniziative politiche e legislative che hanno portato ad ottenere… il nulla. Nessun cambiamento definitivo e sostanziale è maturato in Italia in questi dodici mesi. 

In proposito, se avete voglia di leggerlo, è uscito in questi giorni un interessante mini dossier pubblicato dall’associazione Openpolis dal titolo “Il Governo al tempo della crisi” dove vengono analizzati i dodici mesi del governo Renzi. (http://openpolis.it)

Cosa emerge? Proviamo a riassumere. 
  • Per quanto riguarda gli equilibri istituzionali, la transizione verso la “Terza Repubblica” è avviata su un percorso ancora non ben definito ma con alcune certezze. La principale è armonizzare da un punto di vista normativo ciò che è già prassi: il conferimento al Governo di maggiori poteri. 
  • Rapporto Governo-Parlamento: la prova della centralità del Governo nel sistema politico italiano è la sua enorme capacità di determinare il processo di formazione delle leggi. Trattandosi di uno spostamento di potere, ovviamente, vi è chi ha subito la diminuzione delle proprie capacità, ed è il Parlamento. 
  • Processo Legislativo: lo si evince da diverse analisi: Iniziativa (80% delle leggi di iniziativa del Governo – 20% di iniziativa del Parlamento), percentuale di successo (il 30% delle proposte del Governo diventa legge mentre neanche l’1% del Parlamento), tempi (mediamente una proposta del Governo diviene legge in 112 giorni mentre una del Parlamento in 337). 
  • Voto di fiducia: è stato sempre maggiore il ricorso. Non solo sui provvedimenti particolarmente dibattuti ma anche come metodo consolidato per compattare la maggioranza e restringere il dibattito d’Aula. Il rapporto fra leggi approvate e fiducie richieste ha raggiunto nuove vette con gli esecutivi Monti e Renzi, entrambi intorno al 45%. 
  • Interrogazioni. Compito del Parlamento è anche quello di vigilare sull’attività del Governo, operazione che svolge perlopiù attraverso la presentazione di interrogazioni e interpellanze. Le risposte che riceve però sono bassissime, in totale viene data attenzione solo al 35% dei quesiti, con la percentuale che tocca il punto più basso con il Governo Renzi, sotto il 25%. 

A questo punto riteniamo che un’idea ce la possiamo essere fatta sull’attività del governo Renzi. 
Ora, cosa augurarci per l’anno in corso? Personalmente crediamo che, per come si sono palesate le intenzioni dell’esecutivo nei precedenti dodici mesi, l’ideale sarebbe portare a compimento almeno la riforma della legge elettorale e poi andare a votare per legittimare con il voto degli italiani o un secondo esecutivo Renzi, che a questo punto avrebbe l’autorità e la legittimità del nuovo Parlamento di governare per l’intera legislatura, o una nuova maggioranza che dovrebbe uscire dal voto con la possibilità anch’essa di offrire un Governo duraturo al Paese.

L’alternativa? Continuare a vivacchiare. Ma ce lo possiamo permettere con quello che accade intorno a noi?



venerdì 13 febbraio 2015

Utopia, oligarchia o dittatura?



Quello che si sta consumando in queste ore alla Camera dei Deputati è solo l'ultimo atto di una delegittimazione del Potere Legislativo in corso in Italia da almeno venti anni, dalla fine cioè della Prima Repubblica.

A noi giovani studenti di Giurisprudenza, trent'anni fa, alla prima lezione di Diritto Costituzionale, l'esimio professore insegnava: la Repubblica italiana si fonda sulla distinzione di tre poteri: quello esecutivo che spetta al Governo, quello legislativo che riguarda il Parlamento e quello giudiziario rappresentato dalla Magistratura.

Senza questa netta separazione non esiste lo Stato di diritto, non esiste la democrazia. Uno Stato dove a prevalere è un potere sugli altri due diventa un'altra cosa, chiamatelo Stato di polizia, dittatura, governo del principe o come volete voi.

E l'Italia di oggi è ancora una democrazia? Viviamo in una repubblica parlamentare oppure di fatto stiamo già vivendo in una repubblica del presidente (in questo caso del Consiglio)? Perché la differenza non è formale, ma sostanziale.

La nostra opinione è che da almeno vent'anni in Italia praticamente tutte le forze politiche, consapevolmente o meno, abbiano progressivamente minato la reputazione e la credibilità del Parlamento, candidando all'assemblea più importante della nazione e facendo eleggere in liste bloccate personaggi di basso profilo sia morale che professionale. Questi omuncoli, questi quaquaraquà hanno operato guardando più agli interessi particolari dei singoli gruppi di potere che li hanno candidati rispetto a quelli generali della nazione.

Come conseguenza di questa miope scelta, operata con l’intento di avere un Parlamento più docile, più disponibile a seguire le indicazioni del Potere esecutivo, le aule parlamentari si sono rivelate sempre meno idonee a svolgere il compito loro affidato dalla Costituzione e questo vuoto di fatto è stato occupato dagli Esecutivi che si sono succeduti, venendo però a modificare l'assetto e l'equilibrio dei tre poteri voluti dai Padri della Patria.

Arriviamo infine ai giorni nostri dove un Governo non scelto dal voto popolare decide di modificare le principali regole della vita democratica e lo vuole fare imponendo al Parlamento un'inutile discussione in aula. Le principali norme e regolamenti che dovrebbero modificare un aspetto sostanziale della nostra democrazia vengono solo formalmente trattate dai parlamentari i cui Gruppi risultano condizionati dalla maggioranza politica espressa dall'Esecutivo, facendo venir meno il potere costituzionale delle Camere di scrivere, discutere e licenziare le leggi in totale autonomia e libertà.

Inoltre l'attuale riforma costituzionale che elimina il bicameralismo perfetto (di per sé un fatto positivo che permetterà di ridurre di molto i tempi per arrivare al termine di un procedimento normativo), ma di fatto lascia in essere solo una Camera con la potestà di esercitare il Potere legislativo, in pratica aumenta ancora di più la sfera d'influenza del Potere Esecutivo. Quest’ultimo verrebbe a trovarsi con un potere spropositato rispetto agli altri due e concentrerebbe nelle mani del premier di turno una forza enorme non contro bilanciata adeguatamente dagli altri Poteri.

In democrazia quando l'equilibrio dei poteri viene in qualche modo alterato, non si preannunciano tempi sereni... Certo, tutti noi conosciamo l’estremo bisogno di riforme che ha il nostro Paese e che aspetta da troppo tempo. Ma la fretta, si sa, è una cattiva consigliera. E allora prima di imboccare una strada pericolosa, irta di curve ed in discesa, forse è meglio fermare l’auto e fare un passaggio elettorale per capire cosa desiderano gli italiani. Quindi eleggere possibilmente un Premier che abbia il consenso degli elettori ed un Parlamento dove siedano deputati e senatori che non devono dire grazie ai tre/quattro segretari di partito che li hanno fatti eleggere e poi ripartire lasciando che il Parlamento, e non il Governo, predisponga le riforme costituzionali, possibilmente a larga maggioranza, e le porti a compimento. 

Utopia? Forse, ma l’alternativa si chiama oligarchia (se va bene) o dittatura.