Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

domenica 30 dicembre 2018

Libridipendenti





L’ultimo pranzo con i colleghi d’ufficio, prima dello stacco di fine anno, ne avevamo parlato: in Italia si legge poco o nulla. Del resto, anche il “Rapporto sullo stato dell’editoria nel 2018” pubblicato di recente dall’Associazione Italiana Editori (ma i dati si riferiscono al 2017 e solo ai primi sei mesi del 2018) conferma il trend. A fronte di un aumento del numero delle case editrici attive, del numero dei titoli pubblicati, della vendita dei diritti e di un mantenimento dei prezzi dei libri, il numero di lettori non cresce. Sono circa trenta milioni gli italiani che nel 2017 hanno letto almeno un libro (il 65% della popolazione). In particolare, sempre secondo l’analisi di AIE, si evince come il “non leggere” sia trasversale ai diversi livelli di istruzione e ai ruoli ricoperti: tra i dirigenti il 38% non ha letto un libro nel 2017 mentre tra i laureati la percentuale scende al 32,3%, ma rimane comunque elevata.

In questi giorni riflettevo su questo argomento quando mi sono imbattuto in un post dell’ex presidente statunitense Barack Obama che su un social ha pubblicato la lista dei libri letti nel 2018.
Obama è solito tenere un elenco delle sue letture (oltre a film e canzoni) e a fine anno riguardarlo per fare memoria del cammino compiuto. In particolare, lui scrive: “As 2018 draws to a close, I’m continuing a favorite tradition of mine and sharing my year-end lists. It gives me a moment to pause and reflect on the year through the books, movies, and music that I found most thought-provoking, inspiring, or just plain loved. It also gives me a chance to highlight talented authors, artists, and storytellers – some who are household names and others who you may not have heard of before. Here’s my best of 2018 list - I hope you enjoy reading, watching, and listening.”.

L’idea mi è sembrata utile e divertente e ho subito pensato ai libri che mi avevano fatto compagnia quest’anno. Dopo una veloce ispezione sopra e intorno al mio comodino e sulla scrivania dove mi trovo a scrivere, di seguito trovate l’elenco dei libri che ho letto nel corso dell’anno.


  • Felix il gatto del treno di Kate Moore
  • Nessuno nasce imparato di Lello Gurrado
  • Il telefono senza fili di Marco Malvaldi
  • Ti meriti un amore di Alessandra Appiano
  • Le otto montagne di Paolo Cognetti
  • Il giallo della Bagnera di Giovanni Luzzi
  • Non sono che un critico di Morando Morandini
  • La morte in banca di Giuseppe Pontiggia
  • Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut
  • Sei personaggi in cerca d'autore di  Luigi Pirandello
  • London Lies di Silvia Molinari
  • I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni
  • Di rabbia e di vento di Alessandro Robecchi
  • La fabbrica delle stelle di Gaetano Savatteri
  • La rete di protezione di Andrea Camilleri
  • Nelle acque del passato di Silvia Molinari
  • Tutto quel buio di Cristiana Astori
  • Una vita da direttore editoriale di Giovanni Maria Pedrani
  • Mio caro serial killer di Alicia Giménez Bartlett
  • Prove d'autore di Harold Pinter
  • I Miserabili di Victor Hugo
  • Dentro la sera di Giuseppe Pontiggia
  • Il ladro di ombre di Veronica Cantero Burroni
  • Vogliamo tutto 1968 - 2018 di AA.VV.
  • Le straordinarie storie della Martesana di Giuseppe Carfagno
  • Resto qui di Marco Balzano
  • L'uomo del labirinto di Donato Carrisi
  • Il codice di Giuda di Fabrizio Carcano
  • Omicidio sul ghiaccio di Lenz Koppelstatter
  • Brunò di Martin Walkner
  • Il Sapore del Sangue di Gianni Biondillo


Ad onor del vero, devo ammettere che alla lista mancano un paio di romanzi non ancora pubblicati che ho letto in qualità di “editor” per conto di un amico scrittore, tutta una serie di racconti di amici che leggo per fornire un consiglio / suggerimento, un po’ di romanzi che ho abbandonato cammin facendo nella lettura, quando mi accorgevo che stavo perdendo tempo. Infine, inutile scriverlo, non ho contato le innumerevoli letture del mio ultimo romanzo pubblicato a novembre di quest’anno.
Per il resto, riguardando i titoli dei libri che mi hanno fatto compagnia nel corso dell’anno, mi vengono in mente queste riflessioni.

La prima è di gratitudine per tutti gli autori che hanno faticato per scrivere proprio quel libro che mi ha fatto compagnia. Perché il rapporto libro – lettore è un rapporto personale, tra due esseri umani: uno che ha il desiderio di raccontare quella storia e l’altro che ha il desiderio di sentirsela raccontare. Sono due libertà, quella dello scrittore e quella del lettore, che si offrono e si scelgono e questo rapporto rimane valido con il passare del tempo proprio attraverso i personaggi che abitano nei libri.
Renzo Tramaglino l’ho sentito particolarmente vicino a me per il desiderio di perseguire il suo obiettivo ad ogni costo; Jean Valjean si fa amare per quella tensione verso il “Bene” che l’accompagnerà sempre nel corso della vita, Emma Woodhouse in "London Lies" si rende empatica al lettore attraverso l’ironia che mette nell’affrontare le piccole o grandi disavventure che possono accadere oggigiorno ad una giovane donna londinese.

Dai nomi dei personaggi che ho appena citato, potete ricavare la seconda considerazione: se devo fare una “classifica” dei libri letti quest’anno, un ex aequo va ai due classici, mentre tra i contemporanei scelgo una scrittrice che si auto pubblica, Silvia Molinari, che con London Lies a mio avviso ha scritto un’opera veramente bella, originale e che ben si potrebbe trasformare in un film di successo. Aggiungo il saggio “Dentro la Sera” di Pontiggia che raccoglie le trasmissioni radiofoniche dello scrittore che altro non erano che corsi via etere di scrittura creativa tenute su Radio Due dal maggio al luglio 1994: una vera perla di “saggezza” per ogni scrittore.

Intendiamoci: anche gli altri libri che ho inserito in elenco mi hanno trasmesso qualcosa: i migliori un’idea o un messaggio, gli altri un’emozione o magari solo un attimo di spensieratezza. Perché il libro secondo me deve servire a questo: tenerci compagnia nel tempo che decidiamo di dedicare a noi stessi, ma tenerci una buona compagnia perché credo che a nessuno di noi piaccia trascorrere il proprio tempo con una cattiva compagnia.

Nei libri personalmente non cerco le risposte alle mie domande esistenziali, ma credo che un buon libro possa aiutarci a formulare meglio quelle domande che abitano in ognuno di noi e magari suggerirci un nuovo modo di vederle o di affrontarle.

Terza e ultima considerazione: aveva proprio ragione Umberto Eco quando affermava: "Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro".

Quindi, chiudo quest’ultimo articolo del 2018 con un invito rivolto a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare alla fine del post: per l’anno nuovo fate un regalo a voi stessi, regalatevi un libro e leggetelo fino alla fine. Sono sicuro che al termine, l’endorfina che si sarà generata in voi vi porterà a leggerne un altro e poi via così: diventerete dei libridipendenti e vivrete felici e soddisfatti per il resto dei vostri giorni, perché un libro è come un gatto: non vi delude mai.
 

giovedì 1 novembre 2018

Il codice di Giuda



L’abbiamo letto tutto d’un fiato: l’ultimo romanzo di Fabrizio Carcano, giornalista e scrittore milanese, si divora con piacere. L’autore, giunto alla nona opera, intitolata Il codice di Giuda, appena pubblicata da Mursia, è ormai maestro nel creare quel giusto mix noir fatto di misteri e di intrighi, condito da venature religiose ed esoteriche che inchiodano il lettore alle pagine, sino all’ultima riga.

Il protagonista è il nostro commissario Ardigò, ormai entrato nell’immaginario collettivo come il “capo della Omicidi” di Milano. Attorno a lui vengono commessi una serie di omicidi che nello svolgimento della storia troveranno un filo rosso che li unirà e che poco per volta verrà compreso dal brillante commissario costretto a mettere le mani questa volta nell’angolo più buio della nostra umanità: quello frequentato da pedofili e stupratori.

Ma chi è il giustiziere misterioso che opera come fosse lui stesso il giudice supremo? E cosa lo spinge ad agire?

La maestria di Carcano nel creare pagine ricche di tensione con riferimenti religiosi al vangelo apocrifo di Giuda, conducono il lettore a scoprire le risposte a queste domande al termine di un vorticoso ed incalzante ritmo narrativo.

Sullo sfondo della storia, ma per nulla secondaria, Milano, la città amata dal commissario Ardigò, e crediamo anche dall’autore, è parte integrante dell’atmosfera noir che caratterizza il romanzo.

Un libro da non perdere, avvincente e coinvolgente come i precedenti.

  
Fabrizio Carcano, Il codice di Giuda, 2018 Mursia editore.      

sabato 22 settembre 2018

Le straordinarie storie della Martesana




Ho avuto il privilegio di leggere in “anteprima” l’ultimo lavoro di Giuseppe Carfagno e posso testimoniare che il professore di lettere che sempre convive in lui è riuscito ancora una volta a far colpo sulla sua attuale scolaresca, quella classe allargata rappresentata dai suoi studenti – lettori che oscillano dai 9 ai 99 anni.

Le storie della Martesana affascinano subito per la loro poesia, la delicatezza, la pennellata leggera e soave dell’autore che sin dalle prime righe ha saputo condurre il lettore in un mondo magico ed ora scomparso, il mondo del C’era una volta…

È un tuffo nella memoria quello che Carfagno ci propone, tanto più sorprendente e straordinario per chi lungo la Martesana ci è nato e vissuto da piccolo.

Uno dopo l’altro, incontriamo personaggi di ragazzi e di adulti che hanno incarnato e caratterizzato diversi decenni del XX secolo abitando lungo le sponde del Naviglio, e li possiamo rivedere e immaginare con i nostri occhi, ripercorrendo le loro storie e le leggende che forse ci venivano raccontate da piccoli e che magari ci eravamo dimenticate.

Vi ritroviamo personaggi noti ai più, come la famiglia Ciaparàtt o il prete stregone El Ratanà che compie il “miracolo” di salvare una bimba dalla polio, scopriamo storie incredibili come quella della febbre dell’oro o dell’arrivo delle nutrie nella Martesana! Vi sono narrati episodi tragici come in “Era un bel giorno di sole” che ricorda il bombardamento della scuola elementare di Gorla il 20 ottobre 1944 quando morirono 184 bambini, alternati a storie divertenti e ricche di umanità come ne “L’invenzione dei coriandoli”.

L’intera opera è ricca di riferimenti che dimostrano l’accurato lavoro di ricerca delle fonti svolto dall’autore che si conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, uno scrittore capace di creare quel giusto mix tra un racconto fantastico e il resoconto di un fatto di cronaca che cattura la fantasia, specialmente dei più giovani, insegnando loro nel frattempo anche un pizzico di storia.

Le storie della Martesana, straordinarie perché scritte con la penna magica di uno scrittore che raggiunge in questo libro le vette talvolta inaccessibili dell’arte poetica, come ne: “Un barbone sotto il ponte di Greco”, resteranno, siamo certi, anche un riferimento “obbligato” per tutti coloro che un domani ancora lontano, vorranno scoprire come si viveva, come si giocava, come ci si innamorava e come si moriva in quest’angolo di mondo, ai confini di Milano, nel XX secolo.   

Infine, come non ricordare Valeria Vitale Rimoldi che ha illustrato questo volume con disegni emozionanti che aiutano il lettore ad immergersi ancora di più nella pagina e a accompagnarlo per mano in quel mondo dove la realtà incontra la fantasia, quel mondo che si chiama poesia.

Giuseppe Carfagno, Le straordinarie storie della Martesana, Ed. La Vita Felice, Milano 2018


domenica 26 agosto 2018

Il ladro di ombre




Al Meeting di Rimini è quasi impossibile non incontrare persone che ti rimangono nel cuore e nella mente, può sembrare esagerata questa affermazione a chi non è mai stato al Meeting, ma è così.

Quest'anno l'incontro con Veronica Cantero Burroni è stato di quelli che ti commuovono e ti regalano una dose di speranza per guardare con fiducia al domani.

Chi è Veronica?

Veronica è nata a Campana, cittadina posta a 70 km da Buenos Aires, il 3 giugno 2002. È la sesta di sette figli.
Dalla nascita è costretta su una carrozzina per disabili.

Veronica è una scrittrice.

All'età di dieci anni ha chiesto a Dio come poteva dimostrare agli uomini che, nonostante tutto, lei era una persona felice.

La risposta le è venuta dalla scrittura, visto che aveva una parte del suo corpo, le mani, disponibili, e che da sempre amava raccontare la realtà che la circondava.

Veronica scrive storie dall'età di sei anni. I protagonisti sono i suoi amici, i compagni di classe, i luoghi che frequenta abitualmente, la scuola, il suo quartiere, la casa dei suoi nonni in Paraguay.

Descrive la quotidianità della vita che la circonda osservata con occhi vigili e attenti, pronti a cogliere lo straordinario che la pervade.

Con Il ladro di ombre, Veronica ha vinto nel 2016 il premio Elsa Morante categoria giovani.

Stupisce di questa giovane scrittrice lo stile asciutto, pulito, preciso e ironico con cui affronta il racconto e accompagna il lettore.

Nel romanzo, una Spy story che si svolge tra la scuola e le vie di una cittadina che potrebbe essere Campana, i protagonisti sono un gruppetto di compagni di classe che indagano sulla misteriosa sparizione delle ombre di alcuni di loro.

Quello che colpisce di questo romanzo breve, tradotto in italiano e pubblicato da Edizioni di Pagina, è quello che colpisce ascoltando e osservando Veronica: la realtà è una storia a lieto fine.

Un libro da leggere, una scrittrice da conoscere e da seguire in futuro.

domenica 17 giugno 2018

Un vita da direttore editoriale



Quante case editrici ci sono in Italia? 4.500. Quanti libri pubblica ognuna di esse? Non tutte pubblicano almeno un libro all’anno. Circa 1.000 case editrici pubblicano da 1 a 10 libri all’anno, 500 società ne pubblicano da 11 a 50; Solo 200 grandi case pubblicano oltre 50 libri all’anno. Le altre non pubblicano. 

E gli autori? Quanti autori viventi ci sono oggi in Italia? Secondo una fonte attendibile oggi in Italia vivono circa 400.000 persone che hanno pubblicato almeno un libro.

E le librerie? Quante sono in Italia? Circa 3.600 di cui circa 1.800 indipendenti e le altre affiliate a grandi gruppi editoriali.

Casa editrice, autore, libreria: il triangolo magico del mondo dell’editoria. Di questo mondo parla il libro “Una vita da direttore editoriale” di Giovanni Maria Pedrani, pubblicato da Il Ciliegio.

L’opera è sicuramente interessante e si rivolge prima di tutto a quei 400.000 autori italiani, la stragrande maggioranza dei quali probabilmente è a digiuno del lavoro che sta dietro la selezione e successiva pubblicazione di un libro.

L’autore con linguaggio schietto, semplice e sincero, senza nascondere nulla, illustra capitolo dopo capitolo cosa avviene dietro le quinte di una casa editrice seria che vuole offrire la massima soddisfazione sia al lettore che all’autore dell’opera. E per fare le cose per bene, questa è una regola aurea, ci vuole tempo.

Dall’invio del manoscritto dell’aspirante scrittore alla data di uscita nelle librerie del proprio lavoro può passare tranquillamente anche più di un anno. Ma questo tempo, che può sembrare esagerato, si comprende bene quando si conoscono tutti i passaggi della filiera editoriale.

Non mancano nell’opera consigli pratici per promuovere la propria opera sia nei confronti delle case editrici che verso i lettori. Perché non bisogna arrendersi, mai: la scrittrice J. K. Rowling prima di vedersi pubblicato il suo Harry Potter ebbe oltre dieci rifiuti da altrettante case editrici.

Insomma, un libro utile e benvenuto in questo periodo storico, dove sembra che i lettori non crescano, ma gli autori invece sì!

Giovanni Maria Pedrani, Una vita da direttore editoriale, il Ciliegio edizioni, 2018


lunedì 4 giugno 2018

A tu per tu con: Duran Duranies

Incontriamo oggi il gruppo dei Duran DuraniesLuca – il cantante; Andrea – alle tastiere; Matteo – batteria; Gabriele -al basso e infine Stefano - alla chitarra e seconda voce della band.


1. Per iniziare a rompere il ghiaccio, raccontateci in due parole chi sono i Duran Duranies. 

Ciao a tutti! Noi Duran Duranies siamo un gruppo di musicisti superfans dei Fab5 che si
divertono da anni a portare in giro per l'Italia e all'estero la loro passione.

2. Il vostro gruppo è nato per omaggiare i mitici Duran Duran e quindi si può definire una Tribute band. Facciamo chiarezza una volta per tutte su questo argomento: che differenza c’è tra voi e una Cover band?

Le Cover band si caratterizzano per la libertà interpretativa dei brani, che vengono riarrangiati e a volte totalmente stravolti. Un Tributo come il nostro, invece, ha come obiettivo la riproduzione fedele delle canzoni anche tramite l'utilizzo di strumentazione e look dell’epoca.

3. A quale pubblico vi rivolgete? Chi viene a vedere i vostri spettacoli?

I nostri sostenitori sono tutti coloro che hanno amato ed amano tutt'ora la musica dei Duran Duran e più in generale degli anni 80… sui social network siamo seguiti praticamente ovunque (USA, Giappone, Australia, Sudamerica, Canada…Europa, naturalmente…insomma in tutto il “pianeta terra" – giusto per citare un brano a noi estremamente caro!); ai nostri spettacoli vengono tutti i “Duranies" e gli amanti degli anni 80 che hanno voglia di divertirsi e passare una serata cantando e ballando insieme a noi la musica dei nostri beniamini!



4. Il fenomeno musicale delle Tribute band è relativamente recente. Nasce infatti verso la fine degli Anni ‘90. A cosa devono il successo secondo voi questi gruppi musicali?

Il fenomeno è sicuramente cresciuto in maniera esponenziale con l'avvento di internet; dal nostro punto di vista il successo è determinato dalla possibilità di condividere una grande passione con tante altre persone. La musica ha l’enorme capacità di unire, rievocare ricordi, amori, delusioni, eventi della propria vita che spesso sono legati ad un gruppo, una canzone ed a un periodo storico. Di contro un musicista che non ha una vera passione per una determinata band e non ne è legato in maniera viscerale meglio che si tenga alla larga dal fare un Tributo: il pubblico (che è sempre molto attento) se ne accorgerebbe all'istante…quando si suona senza passione autentica i risultati sono catastrofici!

5. Tornando al vostro gruppo: quando siete sul palco e cantate un successo dei Duran Duran e davanti avete il pubblico che vi applaude e urla le parole della canzone insieme a voi, cosa provate?

È la soddisfazione più grande! Il segnale di essere, come si diceva prima, arrivati al cuore delle persone e di aver fatto centro nel trasmettere la passione che abbiamo per i Duran Duran. Non è raro durante i nostri concerti che proprio nel bel mezzo delle canzoni più evocative, i musicisti scendano in mezzo alle persone presenti per cantare e ballare insieme a loro!


6. Quanto tempo dedicate alle prove? 

Praticamente….nullo! (alcuni membri del gruppo sorridono!). Nei periodi di intensa attività live le prove non sono necessarie, in più essendo dei grandissimi fans ciascuno di noi conosce a memoria ogni singola nota di ogni singola versione delle canzoni in scaletta, sul palco basta un minimo sguardo per capirsi. Nel caso in cui vengano preparati pezzi nuovi, invece, ogni singolo membro del gruppo fa in autonomia un grande lavoro di trascrizione minuziosa delle parti strumentali…ascoltando decine di volte le tracce originali…a volte per parti complesse ci si impiegano anche settimane per trascrivere poche battute…inoltre si dedica parecchio tempo a cercare i suoni, che devono essere anche loro fedeli..insomma, un lavoraccio! Però quando ci si trova tutti insieme e si prova un pezzo nuovo che viene “buono alla prima" è una enorme soddisfazione!

7. Ci sono stati rapporti con la band, quella originale? I Duran Duran vi conoscono?

Ci sono contatti sia virtuali (ad esempio “like" espressi su Twitter nei nostri confronti), che reali. Il nostro frontman ha avuto un incontro “vis a vis" con Simon, anche il nostro tastierista Andrea lo ha incontrato tempo fa negli USA, il nostro chitarrista Stefano l'estate scorsa durante una vacanza a Londra è stato a casa di Simon e Nick (con cui si è soffermato a discutere della strumentazione usata negli anni 80 e di recente)…su questi incontri ci sarebbero parecchi aneddoti curiosi ed interessanti da raccontare…ma non vogliamo dilungarci troppo!

8. Ho partecipato con piacere alla vostra ultima esibizione presso Mr. Fantasy a Buccinasco e devo dire che il locale era sold out e mi ha colpito molto la partecipazione del pubblico che si è scatenato come se sul palco ci fossero i veri Duran Duran. Immagino che questo per voi sia motivo di grande soddisfazione. In fondo una Tribute band come la vostra dovrebbe indurre il pubblico a pensare che sta ascoltando dal vivo i veri Duran Duran e non una loro imitazione, o sbaglio?

Chi viene alle nostre serate, grazie al minuzioso lavoro di ricerca di cui abbiamo parlato sopra ed al timbro vocale unico del nostro frontman (il più simile a quello di Simon Le Bon), può chiudere gli occhi e credere di essere davvero a un concerto dei Duran; a noi piace invece pensare che la nostra grande passione contribuisca a far divertire, partecipare ed emozionare il pubblico presente!

9. Cosa avete in serbo per il prossimo futuro?

Abbiamo terminato da poco il tour invernale, che in realtà si è protratto sino a tarda primavera grazie alle numerose richieste. Prossimamente saremo a Torino, a luglio voleremo negli U.K. per un concerto vicino a Manchester….e a settembre riprenderemo le serate in tutta Italia. Abbiamo anche in corso alcune ulteriori importanti richieste dall'estero che però al momento non possiamo ancora dettagliare!



10. Come è possibile restare in contatto con voi?

Tramite social, sulle nostre pagine Facebook  (Duran Duranies) , twitter e youtube che sono sempre molto seguite ed in costante aggiornamento nonché tramite le nostre pagine e profili pubblici personali. Un grosso saluto!

Ringraziamo i mitici Duran Duranies e ci diamo appuntamento con loro a Torino il prossimo 16 giugno...

sabato 2 giugno 2018

Il Governo Giallo Verde



In tempo per la festa della Repubblica che si celebra oggi (Istituzione ancora sommamente amata), ieri è nato il nuovo Governo. Che fortuna, anche per i cittadini della succitata Repubblica (che poi siamo noi italiani): vedere una sedia vuota di fianco al Presidente, durante la sfilata delle Forze Armate, avrebbe destato una sensazione ulteriore di precarietà e di tristezza e poi, ammettiamolo, la foto ricordo che comparirà domani nelle edizioni online di tutti i siti internazionali avrebbe dovuto essere ritoccata...

Dopo tre mesi in cui ci siamo fatti una cultura sugli abbinamenti cromatici dei possibili governi, è nato quello Giallo Verde. Bene, anche perché la solo idea di andare a votare a fine luglio (come per un breve lasso di tempo la vox populi aveva ventilato) stava provocando profonde crisi familiari tra il coniuge (di solito di sesso femminile) che era per il mare sempre e comunque e l’altro che era più disponibile ad un ritorno in città per una scappatella elettorale…

Lo sappiamo tutti: sarà il Governo della svolta, del cambiamento, il Governo del popolo al potere: e infatti è farcito di Ministri altamente sconosciuti ai più, e per questo sicuramente amati dal popolo. Infatti, è noto che i politici conosciuti dal popolo sono tutti, per ovvie ragioni, da questo, maledettamente odiati.

Sarà il Governo che metterà fine all’immigrazione clandestina, che creerà milioni di posti di lavoro, che abbatterà gli scaglioni fiscali, che farà andare in pensione prima gli italiani e che contratterà (e otterrà) un diverso modo di intendere l’Unione europea. Che questo programma si realizzi, è pacifico, ce lo auguriamo tutti, del resto scorrendo il nome delle persone scelte (da chi?) per ricoprire i ruoli di Ministri, non abbiamo dubbi…

Quindi c’è solo una cosa da fare: mettersi a tifare per il Governo Giallo Verde, i cui colori ricordano in effetti la maglia del Brasile (Squadra Vincente, almeno nel Calcio, non si cambia) e magari tra cinque anni ritroveremo la nostra amata Italia in testa alle HIT internazionali come uno dei Paesi più virtuosi...

E allora: Forza ragazzi, Forza Italia… ops, questo incitamento è passato di moda… forza Governo del Grande Cocomero! Conduci il tuo popolo alla vittoria finale! (ecco sì, così va meglio).



sabato 19 maggio 2018

A tu per tu con SILVIA MOLINARI

Incontriamo oggi Silvia Molinari, autrice di due romanzi: Nelle Acque del Passato e London Lies, entrambi auto pubblicati.

1) Per rompere il ghiaccio le chiediamo di raccontarci un po' di lei.

Sono nata a Piacenza, vivo da molto tempo in una cittadina dell’hinterland di Milano, ma ho vissuto in diversi posti – Firenze, Southampton, San Josè – che hanno accresciuto la mia passione per i viaggi. Dopo la laurea in Economia, ho lavorato per diversi anni in società di consulenza coltivando, nel poco tempo libero, una profonda passione per la lettura, la scrittura e la fotografia. Sono sposata e madre di due gemelli. Credo nell’amicizia e nella lealtà e amo trascorrere le mie vacanze sulle Dolomiti, il posto più bello del mondo.

2) Come è nata la passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura è nata di pari passo a quella per la lettura. Si sono sempre alimentate a vicenda, in modo quasi simbiotico.
Ho trascorso un’infanzia in compagnia di diari in cui annotavo pensieri e brevi racconti e di tanti libri, soprattutto di autrici britanniche, spaziando dai gialli di Agatha Christie ai romanzi d’amore di Barbara Cartland, fino a scoprire Jane Austen e Charlotte Brontë, in assoluto le mie autrici preferite.

3) I tuoi romanzi appartengono a due "generi" letterari molto diversi: Nelle acque del passato è un romanzo storico, mentre London Lies si può far rientrare nel genere commedia. Con quale dei due generi ti sei trovata più a tuo agio?

Sicuramente ‘London Lies’ è stato più facile da scrivere: lavorando da anni nell’ambiente della consulenza, mi è venuto istintivo prendere spunto da essa per creare un’opera di fantasia. ‘Nelle acque del passato’ ha richiesto, invece, un profondo lavoro di ricerca: ogni descrizione, riferimento a mezzi di trasporto, abiti, personaggi storici, doveva essere verificato. Il libro riporta eventi storici e aneddoti realmente accaduti, ho quindi dovuto fare in modo che tutto il romanzo risultasse realistico, ovviamente ad esclusione del viaggio nel passato che, ahimè, tutti gli scienziati confermano all’unanimità essere del tutto impossibile (purtroppo!).

4) Si dice che nei personaggi dei romanzi, si rispecchi un po' l'anima dello scrittore. È così anche per te? Cosa c'è di Silvia in Maya Romin, alias Sophie Lesange – protagonista di Nelle acque del passato – e in Emma Woodhouse – protagonista di London Lies?

Potrei rispondere che c’è tutto di me, ma paradossalmente sono tante parti e non la totalità, e queste parti si distribuiscono in modo casuale in tanti personaggi, anche secondari, dei miei romanzi. Emma ha la mia stessa istintività, è permalosa, ironica, dà un significato profondo alla famiglia e all’amicizia, investe molto di sé nel lavoro perché ama far bene ciò che fa, sempre e comunque.

Di lei fanno parte anche alcuni miei difetti (su cui preferirei sorvolare!), e allo stesso tempo c’è tanto di me in Amanda, in Alison e persino nella nonna Candace. Maya Romin è una donna disillusa e sotto certi aspetti anche Emma lo è: entrambe vivono come se temessero che il destino proponesse loro “lo stesso copione di sempre” e hanno paura di non avere il coraggio di dare una svolta importante alla loro vita. È sicuramente una paura che ho vissuto, tempo fa, in un periodo caratterizzato da grandi incertezze, e questo ha inevitabilmente influito sul carattere delle mie protagoniste. Una cosa è certa: non credo che un autore non metta mai anche solo una parte di sé in un libro. Scrivere ha un che di catartico, è liberatorio e inevitabilmente il nostro io si insinua, volente o nolente, tra le pagine. Sicuramente ciò che traspare non è mai lo stesso, perché l’autore si evolve e cambiano gli stati d’animo, le certezze e le incertezze. E, con loro, cambiamo noi e i nostri personaggi.

5) Per i tuoi primi lavori hai scelto la strada del self-publishing: e i numeri delle vendite ti stanno dando ragione. Ma è stata proprio una scelta, oppure si è trattato di un ripiego?

È stata una scelta molto ponderata. “Nelle acque del passato” è stato scritto di getto tra maggio e settembre 2011, “London Lies”, invece, in un lasso temporale discontinuo, tra il 2011 e il 2014. La decisione di auto-pubblicarmi l’ho presa solo a maggio 2017: in questo lungo periodo di tempo ho inviato il manoscritto del primo romanzo ad alcune case editrici (ovviamente senza mai ricevere una risposta, nemmeno una breve mail di edulcorato rifiuto) e, soprattutto, mi sono iscritta al gruppo LinkedIn “Editoria Italiana” attraverso il quale ho cercato di capire meglio quale strada intraprendere.

Si potrebbe dire che alla fine abbia scelto l’auto-pubblicazione perché il libro non è stato mai accettato dagli editori, tuttavia non è così. Prima di tutto, ho limitato l’invio a solo 4 case editrici, le più grandi e in grado di offrire un sistema di distribuzione tale da non obbligarmi ad auto promuovermi. Le medie-piccole case editrici non sono oggettivamente in grado di pubblicizzare un autore in modo diverso da come potrebbe fare lui stesso sui social network. L’unico vantaggio sarebbe stato quello di avere un editing professionale, e comunque solo se mi fossi rivolta ad una che non si fosse limitata a stampare i manoscritti poiché spesso i refusi non si contano.

Una volta compreso che le grandi case editrici non avrebbero preso in considerazione una sconosciuta, dovevo fare in modo di non esserlo più e di dimostrare, con un romanzo di qualità, che esistevo anch’io. L’auto-pubblicazione è quindi diventata una scelta per entrare comunque nel mondo editoriale. Una scelta che, inaspettatamente, si è rivelata talmente affascinante, che ho voluto ripeterla. Ora, ammetto, il mio obiettivo non è più quello di “farmi notare” da una casa editrice, quanto quello di scrivere romanzi che i lettori amano leggere.

La recensione di una lettrice che mi ringrazia per averla fatta ridere o per averle fatto trascorrere delle ore piacevoli, è la mia più grande gratificazione. Non sono e non sarò mai una donna marketing: non passo il tempo sui social e ammetto di non essere brava nell’auto promuovermi. Il passaparola è l’unica mia carta, che gioco con orgoglio e spensieratezza. In ogni modo, l’esperienza del self-publishing è un arricchimento personale senza paragoni: ti permette di imparare, ingoiare rospi, ti obbliga all’umiltà e all’accettare giudizi di altri su qualcosa di intimamente tuo, ti obbliga a diventare creativa, a pensare a come pubblicizzare il tuo libro e a come farti conoscere… Non sei più un tassello di un ingranaggio, sei l’intero ingranaggio editoriale: sei l’autore, l’editore, l’ufficio stampa e, come nel caso di ‘London Lies’, persino il traduttore in inglese.

6) Un autore è anche un lettore. Che lettrice è Silvia Molinari? Cosa preferisci leggere e soprattutto quando trovi il tempo di farlo, visto che oltre ad essere una moglie, una mamma, una lavoratrice, sei anche una scrittrice?!

Sono una lettrice compulsiva. Per esigenze lavorative, vado in ufficio con mezzi pubblici (treno e metro) e ho sempre con me il mio fidato Kindle o un libro, spesso in lingua inglese. Non smetto di leggere nemmeno quando cammino: ho sviluppato un’abilità nell’evitare lampioni, cestini dei rifiuti e cacche di cane tanto che potrei quasi pensare di aver un sonar incorporato in testa. Sì, se un libro mi piace, fatico a smettere di leggere, e continuo alla sera, prima di dormire, quando tutti sono a letto e io posso dedicarmi al libro di turno con tutta calma. Leggo un po’ di tutto: thriller, gialli, romanzi rosa, classici, fantascienza, libri storici, biografie, qualche saggio… sicuramente i thriller e i romanzi rosa sono al primo posto, ma alterno tanti romanzi della letteratura britannica e americana (London, Wharton, Gaskell). Sono anche beta-reader di un’autrice indipendente inglese, Celina Grace, autrice di romanzi polizieschi e di mystery novels ambientati nei primi decenni del ventesimo secolo. È davvero brava e avere l’opportunità di contribuire alla qualità di un romanzo di una “collega” mi rende molto orgogliosa.

7) Adesso stai lavorando ad un nuovo romanzo oppure sei in fase “meditativa”? 

Direi entrambe! Sto meditando la nascita di un nuovo romanzo, che in realtà è già tutto “scritto” nella mia testa, ma che – per un’oggettiva assenza di tempo libero – non riesco a scrivere. Ho iniziato il “sequel” di ‘London Lies’ (a grande richiesta di alcune care lettrici e lettori!) e ammetto che, ora, il mio più grande desiderio sia di isolarmi sul cucuzzolo di una montagna per poter dargli vita. Scrivere è un’attività solitaria, che richiede metodo e tenacia. Io non sono quasi mai sola, non sono mai riuscita a scrivere quando avevo tempo ma unicamente quando ero ispirata e, malgrado sia tenace, devo fare i conti con le priorità della mia vita di madre lavoratrice.

8) Come vedi il tuo futuro artistico?

Che dire, lo vedo davvero duro…! Temo di non riuscire a creare nulla per mancanza di tempo e questa cosa, a volte, mi spaventa molto. Cerco di non pensarci e di scrivere anche poco, ma appena ne ho la possibilità: mi segno dialoghi che ho immaginato mentre mi dirigevo in stazione, oppure situazioni umoristiche a cui ho assistito… tutto ciò che ci circonda è uno spunto per una storia, quindi attendo gli eventi e intanto mi annoto le idee sulla mia Moleskine rosa!

9) C’è una domanda che non ti è stata posta in questa intervista a cui avresti voluto rispondere? Ebbene: fatti la domanda e scrivi la risposta!

Sì, c’è una domanda ed è questa: come ci si sente dall’altra parte della barricata, ovvero passare dall’essere una lettrice ad essere una scrittrice? Credo che il salto non sia facile. Io ho deciso di “metterci la faccia”: ho scelto di pubblicarmi con il mio nome, senza pseudonimi o nomi fittizi stranieri per rendere i miei libri più intriganti. È una decisione che definirei, se vuoi, “coraggiosa”. Ciò che scrivo viene identificato inevitabilmente con me, chi mi recensisce vede esattamente la mia faccia e il mio nome. In un mondo in cui le piattaforme social spingono molti ad assumere identità fittizie, a nascondersi dietro a foto false, in cui ci si imbatte in autori non reali (eclatante il caso di Nicolas Barreau, un autore immaginario creato da una casa editrice tedesca), non è facile essere “reali e normali”. Ma è ciò che sono, e sono disposta ad accettare le critiche dei lettori, purché siano espresse con sincerità, educazione e realismo.

10) Ringraziamo Silvia per l’intervista concessaci. Vuoi rivolgere un pensiero conclusivo ai tuoi lettori?

Sì, continuate a leggere! Troppa gente soffre di Sindrome da Cellulare Acceso (SCA) e non legge mai. Il mio consiglio è di leggere in ogni momento possibile, perché i libri sono sempre una fonte di arricchimento personale. Quindi, mettete da parte il cellulare, smettete di leggere i post demenziali che trovate sui social, terminate la partita che state giocando e leggete un buon libro!



giovedì 3 maggio 2018

I vasi comunicanti





Sono passati due mesi dalle votazioni politiche e le possibilità che l'Italia abbia a breve un nuovo Governo sono ancora molto lontane.

In queste settimane abbiamo assistito ad un prevedibile balletto di incontri tra pseudo leader dei rispettivi partiti e coalizioni, tutti segnati da veti incrociati che non hanno permesso di arrivare ad una sintesi operativa: in altre parole non vi sono all'orizzonte accordi che lascino intravedere una soluzione allo stallo in atto.

Prevedibile perché l'esito delle votazioni era stato ampiamente anticipato da tutti i sondaggisti e i commentatori politici e si è effettivamente realizzato, senza considerare che nell'Italia di oggi, tripolare, una legge elettorale come quella licenziata dal precedente Parlamento non poteva assicurare una maggioranza tale da consentire la nascita di un Governo.

E infatti, nessuna forza politica, presentatasi in coalizione o singolarmente, ha potuto dichiararsi pienamente vincitrice della tornata elettorale, tanto che, alle Camere, nessuno ha una maggioranza consolidata per formare un nuovo Governo.

Ma anche questa inefficienza congenita della legge elettorale era ben nota a tutti i partiti prima del 4 marzo.

Preso atto di ciò, e tenuto conto delle distanze abissali presenti tra le diverse forze politiche, non si capisce come si possa ancora credere nella nascita di un Governo politico, destinato a durare un'intera Legislatura.

L’Italia, in questo, non è come la Germania. In quel Paese, i due principali partiti, i Cristiano Democratici (divisi tra CDU con 200 deputati eletti e CSU con 46 eletti) e i Socialdemocratici (con 153 deputati), con visioni del futuro per certi versi diametralmente opposte, sono riusciti dopo sei mesi di estenuanti trattative a trovare una sintesi in nome del Bene Comune e a formare un nuovo Governo con una maggioranza stabile in Parlamento.

Giusto? Sbagliato?

Ognuno può avere la propria opinione. La mia è che un Governo che nasce in questo modo merita il massimo rispetto per i leader e la classe dirigente di quei partiti che hanno rinunciato ad un pezzo del proprio programma elettorale, anche a costo di scontentare una parte dell'elettorato, per dar vita ad un programma più ampio, con lo scopo finale di far crescere comunque il proprio Paese.

Sarebbe possibile fare la stessa cosa in Italia? Certo che sarebbe possibile, se ci fossero anche nel nostro Paese le condizioni minime per attuarlo: dei veri leader politici e una vera classe dirigente… ma purtroppo entrambe le categorie non frequentano più il nostro Paese da lungo tempo… E quando si intravede una personalità che potrebbe spiccare al di sopra della mediocrità che abita la nostra politica, ecco che per il principio dei vasi comunicanti, tutti gli altri pseudo protagonisti la combattono e cercano di riportarla giù, verso il basso, verso quella “media” quella “via di mezzo” che colora di grigio le loro giornate, corrose dall'invidia e dalla ricerca continua di qualche rendita per sé e per il proprio gruppuscolo di fedelissimi.

Sarebbe questa la classe politica che dovrebbe trovare la quadra e dare un nuovo Governo al Paese?

È impensabile che in poche settimane, in Italia, si possano creare convergenze su programmi partendo da visioni sul futuro diametralmente opposte, senza considerare le acredini personali sviluppatesi negli ultimi anni tra i diversi Capi popolo.

La soluzione allora è quella di riunire attorno ad un esecutivo di scopo i principali partiti, formare un governo destinato a modificare la legge elettorale nel senso che fornisca una maggioranza certa già la sera delle elezioni, e quindi tornare immediatamente al voto. Inutile perdere altro tempo.

Poi, però, per i problemi del nostro Paese non diamo la colpa alla Germania…

domenica 18 marzo 2018

Nelle acque del Passato



Molti critici ritengono quella del romanzo storico la prova più impegnativa per uno scrittore. Immaginare una storia, ambientarla in un’epoca passata e condurre il lettore pagina dopo pagina dentro un tempo che non è il suo, del quale ha forse vaghi ricordi scolastici, e nello stesso tempo rendere la trama e l’ambientazione a lui familiare, è forse il compito più arduo che uno scrittore si può dare.

Ebbene, possiamo dire che Silvia Molinari, con il suo romanzo “Nelle acque del Passato” ha superato egregiamente la prova.

Appena pubblicato con Amazon Media Eu, Nelle acque del Passato è in realtà la prima opera scritta dall’autrice, ma pubblicata dopo London Lies, (recensione Aldebaran) il romanzo di cui abbiamo già parlato in precedenza che nulla ha in comune con questo, a parte Londra, città evidentemente amata dalla scrittrice.

La differenza di genere tra le due opere (London Lies è una divertentissima commedia ambientata nei nostri giorni) dimostra innanzi tutto quanto l’autrice sia capace di utilizzare la scrittura creativa a 360 gradi, riuscendo a comporre in entrambi i casi romanzi di valore.

Nelle acque del Passato racconta la storia di una giovane donna, Maya Romin che, misteriosamente, nel 2011 viene catapultata nell’anno 1827 e si ritrova a vivere la vita di una sua antenata, Sophie Lesange.
La trama si sviluppa quindi su entrambe le sponde temporali, quella contemporanea e quella dell’Inghilterra di Giorgio IV, uscita vincitrice sulla Francia di Napoleone Bonaparte.

Se, dalla sponda contemporanea, i familiari di Maya la cercano disperatamente, nel periodo storico passato, la giovane, nelle vesti di Sophie, viene a contatto con la società inglese dell’inizio del XIX secolo e ne rimane comprensibilmente sconvolta, soprattutto riguardo al ruolo sociale che veniva assegnato alle donne dell’epoca.

Maya – Sophie inizia quindi un lungo viaggio alla scoperta della società britannica che poco per volta diventa anche un cammino di riscatto del suo essere donna, tanto che al termine si farà apprezzare più per quello che è, che per il ruolo che le spetta di diritto in società.

Il romanzo viaggia spedito su questo doppio binario sino a quando Maya – Sophie avrà la possibilità di compiere la sua scelta definitiva, quella di rimanere Sophie o di tornare ad essere solo Maya, ma di questa scelta, che riguarderà più il cuore che la razionalità della protagonista, non diremo nulla.

Nelle acque del Passato è in definitiva un bel libro, in parte romanzo storico, e in parte romanzo di formazione perché credo che possa interessare molto soprattutto alle giovani lettrici che avranno modo di conoscere come viveva una loro coetanea inglese nel XIX secolo.

Il romanzo è acquistabile nelle due versioni, ebook e cartacea, su Amazon e nei principali internet store. Da leggere assolutamente!

Silvia Molinari, Nelle acque del Passato, Amazon Media EU, 2018

domenica 4 febbraio 2018

Perché votare? Per chi votare?



“Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello”. (discorso di Papa Francesco a Cesena)

Tante persone, tanti amici mi chiedono in questi giorni per chi voterò alle prossime elezioni politiche.
Nei loro occhi vedo un sincero smarrimento, come nei miei del resto è presente forse per la prima volta un senso di timore di non sapere alla fine scegliere per il meglio a quale forza politica offrire ancora una volta la possibilità di rappresentarmi senza riceverne in cambio solo e soltanto delusione.

Lo scenario che ci circonda è certamente di basso, bassissimo livello. Ormai da decenni sembra che alla politica si dedichino soltanto persone che non riescono a realizzarsi in un campo professionale e che quindi scelgono la politica come professione, senza essere mossi da particolari ideali.
Viceversa, chi possiede forti passioni e sensibilità d’animo, non si sente attratto da un mondo finito in mano a dei ragionieri della politica che non hanno in mente di lavorare per il bene comune, ma solo per quello del proprio partito o, peggio, della propria corrente. Non parliamo poi della classe dirigente, dei leader di questi professionisti della politica: il livello, la statura morale e civile è ben lontana da quella generazione di padri fondatori della nostra Repubblica.

Ma se questo è lo scenario, perché il 4 marzo dovremmo andare a votare per eleggere i nostri nuovi rappresentanti? Ebbene, dobbiamo ripartire a mio giudizio proprio dalle parole di Papa Francesco che a Cesena il 1° ottobre 2017, nella Piazza del Popolo, davanti a migliaia di persone, ha spiegato le ragioni di cosa significhi impegnarsi in politica e rivolgendosi in particolare ai giovani, li ha invitati a dedicarsi alla politica perché, aggiungiamo noi, senza il loro impegno di oggi, non ci sarà futuro, non ci sarà più l’Italia così come fino ad ora l’abbiamo conosciuta.

Quindi, per prima cosa direi che andare a votare il 4 marzo non è solo un dovere civico (purtroppo, da quando è stato eliminato dalle scuole l’insegnamento dell’educazione civica, il dovere è sempre meno sentito), ma un dovere morale: quello di contribuire con il proprio voto al corretto funzionamento della vita democratica del nostro Paese. E non abbiamo parlato del diritto al voto che come cittadini abbiamo, solo perché ormai lo diamo per scontato, il diritto. Ma fino a 70 anni fa non era così…

Mi permetto di ricordare a proposito una mia esperienza personale. Da molti anni, per senso civico, svolgo la funzione di Presidente di seggio alle diverse tornate elettorali che periodicamente scandiscono la vita civile. Mi stupisce sempre, ogni volta che sono al seggio, vedere la fedeltà al voto che hanno le persone anziane. Persone di 70, 80 e anche 90 anni che, da sole o accompagnate da figli o nipoti, vengono al seggio a votare. Con pioggia, vento, caldo, freddo, gli anziani sono i primi a votare, a qualsiasi elezione, amministrativa, politica, referendum. Una volta una donna, sui novant’anni, mi ha detto: “Giovanotto, io mi ricordo quando ero giovane che non potevo votare e mi arrabbiavo, e da quando hanno dato il voto alle donne, non ne ho perso uno!”.

Ecco, credo che ogni volta che siamo chiamati alle urne, dobbiamo tenere a mente le parole di questa donna.

Per concludere, un’ultima considerazione: il fatto che in Italia, a differenza che in altri Paesi come per esempio Stati Uniti o Inghilterra, si voti di domenica e non in un giorno feriale, ha un significato da non trascurare. L’espressione del diritto di voto, per come lo intende la nostra cultura politica, deve essere il più possibile popolare e coinvolgere il maggior numero di persone. E quale giorno, se non la domenica, permette ad un maggior numero di persone di andare a votare? Non sprechiamo la possibilità che ci è data, come cittadini, di esprimere il nostro punto di vista.

Ma a questo punto, per chi votare?

Un aiuto nella scelta dei criteri da seguire ci viene dal discorso del Presidente della Repubblica di fine anno. Il Presidente Mattarella, aprendo di fatto con il suo discorso la campagna elettorale ha ricordato ai politici una cosa veramente importante: “Il dovere di proposte adeguate - proposte realistiche e concrete - è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese”.

La realtà di queste prime settimane di campagna elettorale è invece costellata da proposte politiche da parte di quasi tutti gli schieramenti che oltre ad apparire fantasiose e irrealizzabili provocano illusioni tra i cittadini. Peccato che il 5 marzo il risveglio sarà traumatico se concedessimo fiducia a questi affabulatori di serpenti a sonagli.

Da dove partire quindi?

Personalmente parto dai problemi del Paese. E i problemi maggiori, alcuni enormi come grattacieli, che dovremo affrontare nei prossimi anni, si chiamano debito pubblico, lavoro e crescita economica, immigrazione e sicurezza, calo delle nascite e invecchiamento della popolazione, fonti energetiche e salvaguardia del clima. Metteteli in ordine come volete, a seconda della vostra sensibilità, ma questi sono.

Allora mi domando: cosa ci propongono le forze politiche in campo per affrontare e possibilmente dare delle risposte a queste tematiche? E le risposte devono essere credibili e realizzabili, non propagandistiche ed elettorali. E i candidati in lista devono avere un curriculum di tutto rispetto, perché i compiti che li attendono non sono semplici. Non basta essere votato dagli amici di Facebook per essere in grado, da parlamentare, di contribuire a risolvere problemi come quelli sopra citati, almeno credo.

Oggi i sondaggi ci spiegano che il Paese è spaccato in tre grandi poli: centro destra, centro sinistra e “grillini”. Ma al di là della spaccatura, dopo il voto del 4 marzo, tornerà a farsi sentire il bisogno, la necessità di dare un governo al nostro Paese. E qui tornano in mente le parole, il richiamo al bene comune di Papa Francesco.

E allora, per concludere questo lungo post, credo che, utilizzando il buon senso del padre di famiglia, il nostro voto debba andare a quelle forze, a quelle persone che ci diano la maggior sicurezza che dal 5 marzo si impegnino per cercare di dare continuità di Governo e di crescita all’Italia e che non si mettano su posizioni nette di rottura: o convergi sulle mie posizioni o si ritorna al voto. Così non si fa il bene dell’Italia. In questi anni, nonostante le circostanze interne e internazionali siano state molto difficili, l’Italia economicamente è cresciuta, la tassazione delle imprese, di poco, ma è diminuita, i posti di lavoro sono aumentati, il debito pubblico, di poco, ma è diminuito. 
Si poteva fare di più? Senz’altro, ma non per questo si deve buttare a mare quello che si è ottenuto sino ad ora. Si possono migliorare le cose fatte? Si debbono migliorare, ma senza cambiare la rotta, che è quella giusta, riconosciuta anche a livello internazionale. E in Europa, potremo essere sempre più ascoltati se proseguiremo sulla strada intrapresa.

Quindi a mio giudizio, con il voto del 4 marzo dovremo scegliere quei candidati e quelle forze politiche che ci possano garantire il proseguimento della rotta seguita sino a qui, e non dare ascolto alle false sirene degli estremismi e dei grilli parlanti.