Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 19 novembre 2016

Perché il PIL non cresce...



Perché il PIL dell’Italia non cresce?

Provo a dare una risposta, raccontandovi una storia vera.

Me l’ha riferita un mio conoscente, che chiameremo Giovanni (nome di fantasia) che fa il barbiere in una cittadina vicino a Milano.

Giovanni ha poco più di 30 anni, sposato, la moglie dipendente pubblica ha un contratto a tempo indeterminato. La coppia ha una bimba in età di scuola elementare. Dopo aver frequentato la scuola professionale per diventare parrucchiere, Giovanni ha lavorato come garzone in un locale (una vetrina su strada) che poi ha rilevato quando il precedente titolare è andato in pensione.

Lavora da solo, senza aiuti, in questo negozio da circa dieci anni, con una clientela ormai consolidata. Il negozio è posto in una via di forte passaggio, a vocazione commerciale. Giovanni paga un affitto di euro 800 al mese al proprietario dei muri da quando è diventato titolare. Ora il proprietario si è reso disponibile a vendere il locale a Giovanni, prezzo circa 130.000 euro.

Il barbiere si è recato alla sua unica banca, dove lo conoscono da 10 anni e ha chiesto quali fossero le condizioni per ottenere un mutuo per acquistare il negozio. Risposta: per gli immobili commerciali, possiamo finanziare sino ad un massimo del 50% del valore derivante dalla perizia, per superare tale soglia occorrono altre garanzie reali (pegno su titoli o denaro). Quindi, ipotizzando che la perizia eseguita dalla banca avesse confermato il valore “commerciale” concordato con il venditore, Giovanni poteva ottenere al massimo 60/70.000 euro, non di più.

Il giovane parrucchiere fa presente alla sua banca di non possedere la restante parte di denaro necessaria per poter acquistare l’immobile. Fa inoltre presente alla sua banca (per notizia e per non fare nomi, una delle prime due banche italiane) che lo conoscono come cliente da 10 anni, che ogni mese vedono uscire dal suo conto corrente 800 euro per pagare l’affitto del locale, che non ha mai sgarrato un mese e che hanno praticamente l’evidenza del suo giro d’affari e che quindi possono ben valutare se è in grado o meno di sostenere finanziariamente l’operazione. Fa presente inoltre che la banca sarebbe comunque garantita (ipoteca) da un bene immobile che, eventualmente, in caso di sua inadempienza, potrebbe essere venduto molto velocemente, trovandosi in una zona commerciale di forte passaggio che vede la presenza di altri negozi di pregio (tra l’altro è la stessa via dove ha sede la banca in oggetto).

Purtroppo il direttore della filiale non vuole sentire ragioni sostenendo che le disposizioni dell’istituto sono queste e se desidera essere finanziato più del 50% del valore dell’immobile deve depositare ulteriori garanzie.

A questo punto Giovanni rinuncia all’acquisto del suo negozio. Prova a sentire altre banche dove però non lo conoscono come cliente e la risposta che ottiene è la medesima: al massimo ti possiamo finanziare il 50% del valore dell’immobile commerciale. Fine della storia, vera.

Proviamo a fare alcune considerazioni.

Primo: stiamo parlando di un mutuo richiesto di euro 120.000,- Giovanni con questo mutuo si sarebbe trovato tra 15 anni proprietario del locale dove ogni mattina esercita la sua professione, garantendo a sé e alla sua famiglia una piccola certezza patrimoniale per il domani. Se avesse acquistato il negozio, avrebbe provveduto ad un rinnovo degli arredi del locale, fornendo quindi lavoro a mobilieri, elettricisti, idraulici, piastrellisti ecc. Infine, la transazione commerciale di compravendita immobiliare avrebbe generato anche imposte e tasse che si sarebbe intascato l’erario, senza contare la parcella del notaio. In conclusione, una generazione di flussi finanziari che avrebbero creato ricchezza per molti attori e quindi contribuito a far crescere il PIL di questa micro zona milanese. Domanda: quanti Giovanni ci sono in Italia? Quanti piccoli artigiani e commercianti in regola, clienti fidati da decenni delle nostre banche, si sono visti negare un finanziamento perché sprovvisti di garanzie aggiuntive? E quanto PIL non è stato generato a seguito di questi piccoli dinieghi? Impossibile calcolarlo. La mia sensazione è che i Giovanni nel nostro Paese siano molti, troppi.

Secondo: mi domando chi avesse in mente, come beneficiario finale, il Governatore della BCE Mario Draghi quando ha immaginato e attuato il QE (Quantitative Easing). A chi pensava dovessero essere destinati i miliardi di euro che le banche europee, e quindi anche quelle italiane, hanno ricevuto dalla BCE per sostenere la crescita economica nell’eurozona. Se questa liquidità a costo zero che le banche italiane stanno ricevendo dalla BCE non arriva ai tantissimi Giovanni sparsi nella penisola, forse qualche problema in Italia esiste ancora e allora non domandiamoci più perché il PIL non cresce. Oltre al Jobs Act e alla riforma costituzionale, forse ci sono da rivedere anche le regole e le modalità di accesso al credito per tantissimi piccoli operatori economici che con fatica, in questi anni di crisi, hanno resistito, vogliono andare avanti perché sono giovani e vogliono investire nel loro futuro, ma non sono aiutati dal sistema. Forse il QE dovrebbe arrivare sino a loro se vogliamo che il PIL riparta.

Terza e ultima considerazione: certo, la banca avrà le proprie regole interne che si sarà data negli anni, a seguito delle sofferenze miliardarie che hanno appesantito il suo bilancio. È normale che la banca debba tutelare, attuando una valida e prudente valutazione creditizia, i risparmiatori che hanno depositato i propri denari e che non desiderano vedere il proprio istituto fallire. Ma francamente, nel caso in questione, così come narrato e realmente accaduto, facciamo fatica a comprendere le ragioni per le quali non si è potuto concedere un mutuo di 120.000 euro in 15 anni ad un soggetto che aveva evidentemente tutte le caratteristiche per poter sostenere quell’impegno finanziario, considerando anche le fonti di reddito della famiglia nel suo complesso.

In conclusione, a nostro giudizio, sino a quando in Italia situazioni del genere continueranno a verificarsi, sarà difficile che il PIL ritorni a crescere. Ma non solo: alla prima occasione utile, secondo voi il nostro Giovanni a quale partito o movimento politico consegnerà il proprio voto? Ad un partito di “sistema” o ad un movimento “populista”? 

E poi in molti ancora non comprendono perché negli USA ha vinto Trump…

mercoledì 9 novembre 2016

Il vincitore è... Donald Trump



Donald Trump sarà il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, vale a dire, sino ad oggi, della nazione leader mondiale in campo militare, economico, finanziario, industriale ma anche in quello della difesa dei diritti dei più deboli e delle minoranze e all’avanguardia nella ricerca scientifica. In pratica la nazione faro della comunità civile dei Paesi più avanzati al mondo.

Donald Trump è stato eletto dagli elettori di quella nazione, in barba a quasi tutti i sondaggisti, gli opinion leader, i tycoon televisivi e l’establishment culturale che tifavano Hillary Clinton. Un commentatore televisivo americano, questa mattina, ha detto che si è reso conto, dopo questo voto, di non conoscere più il Paese in cui vive. Può essere. Questo dipende però dalla sua sensibilità politica.

Resta un fatto: che il nostro mondo occidentale in questi ultimi 16 anni è profondamente cambiato e l’elezione di Trump negli USA, come la scelta della Brexit nel Regno Unito, l’affermazione di Orbán in Ungheria, dei partiti xenofobi in Austria e della estrema destra in Francia sono solo alcuni dei segnali di questo cambiamento.

Le cause di questa mutazione genetica del pensiero dell’uomo occidentale contemporaneo, che vive in comunità mediamente più ricche rispetto ad altre zone del mondo, a nostro giudizio sono da ricercarsi in primo luogo nella globalizzazione. Essa è intervenuta con velocità esponenziale in moltissimi ambiti della vita umana nello stesso periodo di tempo. Ciò ha disorientato intere classi sociali in ogni Paese dell’Occidente, o meglio, le ha spaventate. E quando una persona ha paura, per prima cosa pensa a difendersi da quello che considera il nemico, il diverso da sé, che può essere l’uomo di colore, il rifugiato, l’islamico e via così.

Si è globalizzata l’economia, e quindi il lavoro. Si sono globalizzati i mercati e quindi la finanza. Si sono globalizzate le fonti d’informazione e i social media hanno dato il colpo definitivo: oggi chiunque può twittare 140 caratteri di stupidaggini ed essere letto da milioni di persone. Questa è la realtà che stiamo vivendo.

Oggi le aziende globalizzate, le multinazionali, perseguono budget e rendiconti trimestrali per cercare di soddisfare i propri investitori che ogni tre mesi decidono se mantenere masse enormi di denaro, frutto della globalizzazione dei mezzi di produzione, investiti in questa o quella azienda. Se per caso l’utile aziendale di un trimestre è inferiore alle previsioni stimate dagli analisti finanziari, allora il valore in borsa del titolo scende e se nei 2 trimestri successivi non si verifica un’inversione di tendenza, si inizia a parlare di crisi. Capite: stiamo parlando di 6 o 9 mesi di vita di un’azienda. Cosa rappresentano 9 mesi se paragonati alla durata della vita media di un dipendente o di un cliente di quella società?

Quando l’unica cosa che conta è l’oggi e non il domani, quando importa solo quello che si riesce a produrre qui, adesso, perché domani si potrebbe produrlo lontano da qui e ad un costo inferiore, allora l’unica reazione possibile per l’essere umano è quella di usare l’istinto. Si vota di pancia, per colui che sembra darti ascolto. La ragione per essere messa in moto ha bisogno di più tempo, di una pausa di riflessione, di analisi dei fattori in gioco. È proprio questo tempo che ci è stato tolto, ci è stato rubato.

Inoltre ci si deve rendere conto che il tempo concesso per la produzione del profitto, 3 – 6 o 9 mesi, ormai non coincide più con il tempo dell’orologio biologico del pianeta sul quale viviamo, che tra l’altro è globalizzato per definizione, da sempre, e in un modo migliore del nostro.

La nostra globalizzazione, quella imposta alla Terra dagli uomini in questi ultimi 15/20 anni, viaggia a ritmi stressanti per soddisfare la fame di profitti delle multinazionali che si sono create proprio a seguito di questo processo. E per sostenere questo ritmo frenetico, le risorse del pianeta purtroppo sono a rischio. Anche perché la favoletta che il mercato si auto regolamenta e si pone dei limiti interni non è più credibile. Chi con la globalizzazione è cresciuto, desidera espandersi sempre di più a scapito del più piccolo e meno globalizzato. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti nei diversi settori economici, dalla chimica alla farmaceutica, dall’informatica alle telecomunicazioni.

Siamo partiti da Trump per arrivare sin qui. Che ruolo giocheranno Trump e l’America in tutto questo? Nessuno al momento lo può sapere. C’è solo da augurarsi che il popolo americano abbia fatto la scelta giusta, e al di là del folclore del soggetto scelto come Presidente, abbia intravisto la possibilità per Trump di essere un Presidente “conservatore” nel senso di porre una decelerazione alla globalizzazione per fermarsi a riflettere dove l’Occidente sta dirigendo la prua.

E per l’Italia, che conseguenze avrà l’elezione di Trump? Nel breve periodo è la partita referendaria per la modifica della Costituzione quella che può essere maggiormente toccata dall’esito del voto. Obama aveva apertamente appoggiato il SI al quesito referendario italiano, sostenendo di fatto la riforma e il Governo.

Se vincesse il NO, è chiaro che anche in Italia si aprirebbe un periodo di incertezza politica per non dire di crisi di Governo vera e propria. Ora con un’Europa alle prese con la Brexit e con tutti i problemi relativi all’integrazione religiosa e all’immigrazione dai Paesi del Mediterraneo in guerra, con le elezioni politiche in Germania l’anno prossimo, con le spinte antagoniste in diversi Paesi (Ungheria e Austria in primis), l’apertura di un nuovo fronte italiano di crisi provocherebbe un’ulteriore nube tossica sui cieli europei dall’esito tutto da scrivere.

Occorrerà tenere presente anche questo fattore quando si andrà a votare per il referendum il 4 dicembre.