Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 22 marzo 2014

Titina, Storia di un cane Nobile

Titina, Storia di un cane Nobile è l’ultima opera scritta dal Professore Giuseppe Carfagno. 

Titina, realmente esistita, è la simpatica cagnetta Fox – Terrier che accompagnò il Generale Umberto Nobile, sul finire degli anni Venti, nelle due spedizioni italiane dirette al Polo Nord. 

L’autore prende spunto dalle memorie e dai ricordi della figlia del Generale Nobile: all’inizio del libro viene riportata una sua testimonianza mentre in coda sono pubblicate alcune fotografie raffiguranti Titina e il Generale in diverse occasioni pubbliche e private.

La storia è raccontata dal basso, cioè dal punto di vista di Titina. La narrazione scorre agile e veloce. Gradevole e ben riuscito l’utilizzo dei caratteri di stampa che variano in grandezza, spessore e tipologia utilizzata, fornendo anche visivamente al lettore il mutare degli stati d’animo dei protagonisti durante il racconto.

E’ un libro per bambini dai 9 anni, ma attenzione, adatto e consigliato anche agli adulti sino a 99 anni, proprio come recita il motto della casa editrice Il Ciliegio. L’autore infatti si è ben documentato sui fatti storici accaduti che vengono riportati e raccontati fedelmente nell’opera, anche se per bocca di una dolce e simpatica cagnolina.

L’esposizione che la protagonista fa della seconda spedizione a bordo del dirigibile Italia che, transitato sopra il fatidico Polo Nord, a causa di una violenta tempesta di neve e ghiaccio, è costretto ad atterrare sul pack, è coinvolgente e sconvolgente allo stesso tempo. 

La voce di Titina, come quella di un bambino, ci descrive tutti gli avvenimenti che accadono attorno a sé, senza comprenderne pienamente le drammatiche conseguenze che però non sfuggono al suo padrone e a noi lettori.

Per un attimo siamo come immersi nella landa desolata di ghiaccio insieme a Titina e osserviamo, dal basso verso l’alto, quegli uomini rinchiusi nella tenda rossa che aspettano i soccorsi che non arrivano. I sentimenti di Titina sono i nostri sentimenti, la sua paura la nostra, il suo stupore all’arrivo dei soccorritori, il nostro.

Arricchiscono la lettura i magnifici disegni di Alessia Coppola che ci riportano, per tratto e stile, all’epoca del Corriere dei Piccoli, tanto in voga al tempo di Titina e della sua storia.

In conclusione, un libro scritto con gioiosa ironia, semplice efficacia e amorevole cura dei particolari, da non perdere, possibilmente da leggere la sera a figli e nipoti per far conoscere loro uno spicchio di mondo, ricco di magia e di generosità, ormai lontano negli anni, ma che merita assolutamente di essere ricordato.

Sono sicuro che anche a Titina sarebbe piaciuto sentirsi raccontare la sua storia… 




Giuseppe Carfagno, Titina – Storia di un cane Nobile, Edizioni Il Ciliegio s.a.s. 2013




mercoledì 19 marzo 2014

Lo Stato siamo noi

Quello che solitamente viene definito diritto internazionale, si divide in diritto internazionale privato e diritto internazionale pubblico.

Il primo si occupa dei rapporti tra il cittadino italiano e gli Stati stranieri e viceversa. Il diritto internazionale pubblico al contrario si interessa, regola i rapporti tra gli Stati sovrani. E’ un diritto per buona parte consuetudinario. Una regola per diventare consuetudine deve essere accettata dalla maggior parte degli Stati considerati più influenti a livello internazionale. Il diritto internazionale pubblico è però anche un diritto convenzionale, basato cioè sugli accordi liberamente stabiliti tra gli Stati che si impegnano a rispettarne i contenuti.

Per questo motivo, il diritto internazionale pubblico non gode di quella certezza giuridica, di quella sacralità che è tipica di altri ambiti del diritto, come per esempio il diritto privato o il diritto penale. 

Il diritto internazionale, generatosi nel tempo per dirimere le controversie tra gli Stati, è ontologicamente dipendente dalla politica estera dei singoli Stati e soprattutto dall'importanza politica che a livello internazionale viene riconosciuta alla singola Nazione. 

Non che questa aleatorietà manchi di ragioni. Appare ovvio che gli interessi vitali di una Nazione possano mutare nel tempo. Solitamente sono le dipendenze economiche quelle che possono influenzare la politica estera di un Paese e generare tensioni e conflitti con i vicini.

Sotto il cappello normativo del diritto internazionale pubblico, che dovrebbe assicurare la pacifica risoluzione delle controversie internazionali, vivono i popoli che vengono governati secondo questi principi e accordi sovranazionali. 

A livello puramente teorico, le norme esistenti dovrebbero assicurare al popolo la migliore esistenza possibile ed una civile coesistenza con le genti vicine, ma purtroppo la storia, anche recente, ha dimostrato il contrario. 

Il fatto è che sono i Governi, le Amministrazioni che hanno il potere esecutivo, a decidere quali sono le politiche da adottare in ambito internazionale, quali scelte portare avanti nel caso si generassero conflitti tra Stati.

E non è detto che le scelte dei Governi coincidano con quelle dei popoli.
L'ultimo caso cui stiamo assistendo, la crisi in Ucraina e Crimea, è emblematico da questo punto di vista. Ancora una volta sembra che i Governi siano incapaci di interpretare il desiderio delle persone e dei popoli.

Appare miope e lontana dalla realtà la presa di posizione in politica estera dell’Amministrazione Obama, seguita a ruota da tutti i Governi europei e dalla stessa Commissione europea, di contrastare il ritorno della Crimea alla madre patria russa. 

E’ ben noto come la Crimea passò dalla Russia all’Ucraina per volere di Chruscev nel 1954, insensibile a quella che era la storia del popolo di Crimea. Ma erano altri tempi, almeno sulla carta. Perché sembra che anche oggi le decisione dei Governi non tengano conto dei desideri delle persone.

Intendiamoci, non difendiamo il modus operandi che è stato utilizzato da Yanukovych per reprimere le giuste aspettative e corrette aspirazioni del popolo ucraino di voler avvicinarsi all’Europa unita e staccarsi dalla Russia. Come non difendiamo il Presidente Putin per il modo e i mezzi utilizzati per trattare il caso della Crimea.

Ma nella sostanza quello che si doveva fare, e si può ancora fare, in questa crisi è sedersi intorno ad un tavolo e trovare una soluzione pacifica, conveniente a tutte le parti in causa, affinché l’Ucraina incominci un percorso che la porterà ad entrare nell’Europa unita e la Crimea possa tranquillamente rientrare, come di fatto è già rientrata, nell’ambito della Federazione Russa. Questo, se la maggioranza dei rispettivi popoli lo desidera. In questo senso il referendum che si è tenuto in Crimea mi pare lasci pochi dubbi sulla volontà dei crimeani di ritornare con la Russia.

Anche in questa occasione, come già successo in passato, l’Amministrazione americana sembra in difficoltà nell’analisi e nella comprensione delle ragioni profonde che stanno alla base di questa nuova crisi internazionale. Vietnam, Afghanistan, Iraq, Palestina, sono aree calde del pianeta dove nel tempo le amministrazioni statunitensi si sono fortemente impegnate, anche militarmente, senza riuscire ad arrivare alla risoluzione del problema, così come l’avevano immaginata e proposta al mondo.

Al di là comunque della politica estera statunitense, spesso rivelatasi inadeguata, quello che non comprendiamo è come gli altri Governi alleati degli Stati Uniti, compreso il nostro, non facciano alcuno sforzo per spiegare le proprie ragioni che dovrebbero spingere verso una soluzione negoziale e pacifica con la Russia. Altro che sanzioni.

Giusto per ricordare solo un piccolo particolare: l’Italia si approvvigiona di gas dai Paesi arabi e dalla Russia. Siamo proprio sicuri che aprire un contenzioso con la Russia per obbligarla a riportare il popolo di Crimea sotto la giurisdizione dell’Ucraina sia la cosa giusta da fare?

Questo non vuol dire rinunciare a difendere davanti alla Comunità Internazionale i diritti naturali dei popoli, qualora questi siano messi in discussione. Ma se fossimo noi stessi a violarli? 


Luigi XIV di Francia - il Re Sole



mercoledì 12 marzo 2014

Il venditore di auto usate, ma blu...

La prima conferenza stampa del Presidente del Consiglio Matteo Renzi è stata sicuramente un avvenimento che lascerà il segno nella storia della Repubblica. Con Renzi, per la prima volta, è entrato nelle stanze più importanti dei palazzi della politica, un nuovo modello di comunicazione, peraltro già da tempo utilizzato sia dai top manager delle aziende private come dai venditori di auto usate.

Chi non l’avesse potuta seguire in diretta televisiva, può vederla con tranquillità al seguente indirizzo: http://youtu.be/P9-ryuKwqDk , ne vale veramente la pena.

A parte il tema del contrasto ai bracconieri, della tutela delle stelle alpine sopra i tremila metri e della solitudine dei pesci rossi nella boccia di vetro, Renzi ha parlato a ruota libera di tutti i mali cha affliggono il nostro Paese. Il tutto aiutandosi con la proiezione di slide molto empatiche, di supporto all’argomento via via presentato.

Nel dettaglio poi il Presidente Renzi si è più soffermato sulle prime riforme affrontate dal Governo e che arriveranno all’esame del Parlamento nelle prossime settimane: lo sblocco dei pagamenti della P.A., il taglio dell’IRPEF di dieci miliardi per dieci milioni di italiani, il taglio dell’IRAP del 10% sulle aziende private con il contestuale aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, che passa dal 20% al 26%, Titoli di Stato esclusi. Vi è poi il taglio del 10% della bolletta energetica per le PMI e per i giovani, dai 18 ai 29 anni, dal primo di giugno ci saranno importanti novità come il Fondo per le imprese sociali. E via così…

Tutti provvedimenti doverosi e necessari, nulla da eccepire, che gli italiani attendono da decenni e che Renzi ha dichiarato essere stati approvati quest’oggi dal Consiglio dei Ministri. 

Ma, e qui giungiamo al punto della conferenza stampa che non ci ha convinto, tutte le enunciazioni del Presidente del Consiglio sono tali, cioè sono rimaste al momento dichiarazioni d’intenti, di programma e non sono state “concretizzate” in alcun decreto o disegno di legge. Il Presidente del Consiglio oggi pomeriggio ha enunciato agli italiani quello che il Governo ha deciso di fare da domani in avanti, nei prossimi cento giorni. 

Ma questo lo sapevamo già a grandi linee, sono settimane che se ne parla sui giornali e nei talk show televisivi. Probabilmente sarebbe stato più incisivo presentarsi con meno carne al fuoco, ma con due o tre provvedimenti approvati in CDM, presentati nei dettagli alla stampa e portati in Parlamento subito dopo per una rapida discussione. 

Renzi evidentemente vuole sfruttare al massimo l’effetto sorpresa che accompagna la sua persona e il suo Governo composto da giovani ministri non ancora avvezzi alla politica romana. Ma c’è un problema: non è possibile cambiare in cento giorni venti e più anni di “modus vivendi” italico. In apertura della conferenza stampa, Renzi ha dichiarato che i nemici del Governo sono tutti coloro che pensano che il cambiamento è impossibile perché si è sempre fatto così. In questo il Premier ha ragione, è un concetto che vale non solo in politica, ma per la vita stessa di ognuno di noi. Solo cambiando, si spera in meglio, il neonato diventa bambino, poi giovane e quindi adulto. La vita stessa è cambiamento, ma non si può cambiare la vita politica italiana in cento giorni. Chi pensa di farlo, o è in mala fede o è fuori di sé.

Del resto il primo vero e concreto banco di prova di Renzi, l’italicum, è andato come è andato. Renzi, è vero, ha portato a casa al 50% (ma il Senato è tutta un’altra storia e vedremo come finirà) la nuova legge elettorale, ma a quale prezzo? Il suo partito si è spaccato su preferenze e parità di genere, la legge non viene applicata per l’elezione del Senato (prima volta nella storia della Repubblica che si andrà a votare con leggi ontologicamente diverse per le due Camere) e non pochi costituzionalisti ritengono che sia anch’essa incostituzionale come il porcellum. Non è certo un buon inizio per il nuovo Premier.

L’Italia e gli italiani hanno bisogno di un Governo e di una classe politica che seriamente si metta a riformare il Paese. Tutte le situazioni indicate da Renzi questo pomeriggio sono reali, ma vanno affrontate con meno enfasi e spettacolarità e più serietà e rispetto. L’ultima cosa che vogliamo è vederci rifilare un’auto nuova e scoprire, dopo cento chilometri, che era usata (e magari è una delle cento auto blu che Renzi ha deciso di mettere all’asta)… 





giovedì 6 marzo 2014

12 Anni Schiavo

12 Anni Schiavo, USA, 2013, regia di Steve McQueen


Recensione di Alberto Bordin



Non poteva non vincere l’Oscar; non poteva per l’assoluta maestria di cui Steve McQueen ha dato prova nelle sue pellicole, né per il soggetto che ha avuto il coraggio di raccontare, né (diciamolo) per il capo del governo americano oggi vigente. Ed è indubbiamente un grandissimo film, dove il film è quell’arte che è tra le sorelle la più mimetica del reale, dinamica come il teatro eppure più illusoria, rappresentativa come la pittura eppure temporale, emotiva come la musica eppure visiva. E McQueen fa tesoro di tutto ciò in una rappresentazione di estrema potenza e puntualità tecnica, dando fondo a tutta la sua abilità per renderci testimoni delle pagine autobiografiche di Solomon Northup; e questa è l’ultima grande carta che gioca nella sua mano: si tratta di una storia vera.

Eppure c’è qualcosa che stride violentemente. Certo si tratta della sua violenza, ma la violenza da sola non basta a spiegarlo. La violenza è stridente, ma non per questo inopportuna; proprio il cinema, che per la sua natura è l’arte che più di ogni altra sa ferire il cuore e la mente rappresentando il male, è stato il luogo di grandi opere nonostante la violenza e di altre altrettanto e più grandi proprio perché violente. Vedendo in questo film la schiena di una donna aprirsi – letteralmente – al fischio di ogni frustata, è immediato il rimando a un’altra schiena di un altro uomo, che sulla pellicola solo pochi anni fa venne divorata con furia dai flagelli dei romani – e certo sarebbe interessante vedere ancora quanto lo scalpore e l’indignazione che suscitò allora rispetto a questa seconda. Ma lo scarto sta certo in un senso, nella ragione della violenza rappresentata, che è resa di nuovo presente e vera, facendola accadere ogni volta che la pellicola è riprodotta, ad ogni nuovo giro di bobina; in fine bisogna sempre rispondere a una domanda: “perché?”.

Flannery O’Connor diceva: “ogni volta che mi è chiesto perché noi scrittori del sud abbiamo una tale predisposizione a scrivere cose tanto raccapriccianti, rispondo che è perché sappiamo ancora riconoscerle”. Raccontare il grottesco, scriverne, farne film per ricordare che è esattamente questo, grottesco, là dove molti non hanno più la facoltà di “riconoscerlo”. E in effetti non c’è altro modo di leggere i suoi racconti se non in questa cosciente rappresentazione del vero, il male rappresentato perché il male esiste; i racconti della vita valgono perché sono questo: vita.

Ma per quanto sia vicino a questa prospettiva, McQueen ne è anche estremamente distante. Non è giusto dire che la bruttezza che McQueen inscena sia un brutto compiaciuto, anzi colpisce spesso per il “gusto” nel porlo in scena; in una veloce conta sono assai poche le sequenze in cui la violenza carnale è rappresentata in modo metodico, con coltelli che affondano nei ventri non visti, vergate e frustate che colpiscono schiene nascoste, sfortunati impiccati che si dibattono scomparendo lentamente dallo schermo, e pure il sesso, abilmente, non è condito di eros, e gli unici nudi che si vedono, benché frequenti, sono spogliati di ogni valore eccetto la loro cruda nudità. Ma quel che ferisce davvero sono gli sguardi morbosi, le parole cattive, la superficialità, la malvagità stolida, i silenzi interminabili, la negligenza, le menzogne, i taciti accordi, la disonestà degli individui, e tutto ciò che queste cose affermano – e che in conclusione è l’unica cosa che vince – ovvero la sconfitta.

Nulla si salva nel film di McQueen, non c’è scampo, non c’è salvezza o redenzione alcuna, per nulla e per nessuno; il grottesco regna, ma perché non c’è altro su cui porre l’occhio e la mente. È solo la fortuna a porre termine alla sofferenza e pure quella non pare equa; giunge in ritardo, arriva neutrale, rimane irrisolta e di molte cose inconcludente. Non si salva la morale, non vincono gli affetti, non sopravvive un solo ideale e di certo non c’è spazio per la fede. Il protagonista, il solo che sembri vincere qualcosa in questo terno al lotto di violenze, è forse il più sconfitto di tutti. Segnato così profondamente nell’anima che nemmeno il suo volto riesce ad assumere una forma diversa da quello dello schiavo di cotone della Louisiana, che si sente costretto a chiedere perdono di essere stato rapito e schiavizzato sentendo su se stesso la colpa.

Un mondo senza redenzione è l’inferno in terra. E se davvero è questa l’unica prospettiva, l’unica sostanza di quel mondo – del mondo – allora cosa si può ottenere di più nel soffermarvisi? Perché se il mondo è davvero un inferno, allora non c’è vantaggio nel rappresentarlo, perché l’inferno porta solo inferno.