Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 30 giugno 2013

Summum ius, summa iniuria

La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, ancorché decisamente divisa al suo interno, con 5 voti a favore e 4 contrari, ha legittimato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, sembra ormai far vacillare la diga dei divieti di queste unioni nel c.d. mondo civilizzato, o primo mondo, o mondo industrializzato, mondo occidentale (chiamatelo con la categoria sociologica che preferite).

Il pronunciamento vale chiaramente all’interno degli Stati Uniti, ma il peso psicologico che gli States possono vantare anche nel settore dei “diritti civili” rispetto al resto del mondo di cui sopra, è tantissimo. Quindi c’è da aspettarsi che questa sarà una sentenza che farà “scuola”. 

Personalmente spero di no, ma credo che ormai la direzione dell’ ”Intelligencija” internazionale spinga per far approvare da tutti gli Stati i matrimoni omosessuali, ritenendo questo fatto una vittoria dell’uguaglianza finalmente raggiunta tra le persone, indipendentemente dal sesso di quelle persone.

Purtroppo per l’ “Intelligencija” internazionale, il vero problema, per loro, sta proprio qui. Le persone non sono uguali, sono maschio o femmina, uomini e donne. E sono diverse tra di loro. Tanto è vero che le donne, per fare un esempio, partoriscono e generano un figlio, gli uomini no. E generare un figlio non è equiparabile ad un diritto, ma è un dato di fatto. Gli uomini non hanno un diritto in meno rispetto alle donne, perché non possono generare figli, semplicemente la loro natura li ha fatti così! 

Sembra banale quello che ho appena scritto, ma evidentemente ci sono delle persone, poche numericamente a dir la verità, ma influenti intellettualmente e politicamente, che la pensano diversamente. Mi spiace per loro, ma la realtà è, e sarà sempre, quella che ho descritto.

Anche il matrimonio, così come sembra essere inteso da costoro, non è un diritto, ma una, chiamiamola istituzione umana, consuetudine umana che in tutti i popoli, in tutti i tempi, vede l’unione stabile di un uomo e di una donna per formare una famiglia e generare una discendenza. Anche gli animali fanno così, certamente le loro unioni sono diverse da quelle degli uomini, ma di fatto un maschio di leone e una leonessa si accoppiano e per un certo tempo stanno insieme per allevare dei cuccioli di leone.

E, badate bene, fino a qui la religione non c’entra nulla. Il matrimonio esisteva anche ai tempi dei greci e dei romani. Anche allora esistevano unioni tra persone dello stesso sesso, ma nessuno si sognava di paragonare queste unioni ai matrimoni. Con ciò non significa che le singole persone, anche quelle che formano una coppia omosessuale, non abbiano i medesimi diritti e doveri. Non si sta mettendo in discussione questo. Semplicemente un’ unione matrimoniale prevede la presenza di un uomo e di una donna che formano una coppia aperta a generare una prole.

Se il vero problema, il nocciolo della questione, è invece quello di garantire alcuni diritti “privati” alle persone che formano una coppia omosessuale, per esempio il diritto di successione, il diritto al subentro nei contratti di affitto, il diritto alla reversibilità della pensione o altri diritti simili, basta affrontare questo tipo di problematiche nell’ambito di una riforma del diritto privato. Personalmente non mi permetto di esprimere nessun giudizio morale sulle persone dello stesso sesso che decidono di vivere insieme, da coppia, e sono anche d’accordo sul tutelare i diritti sopra citati. Basterebbe istituire un registro civile di queste unioni a cui poi si possono riconoscere i medesimi diritti privati intercorrenti tra coppie sposate etero sessuali, ma senza definire queste unioni con il termine “matrimoni” e senza fornire il diritto di adottare e crescere figli. Su questo punto non ci sono dubbi, tanto è vero, lo ripeto, che è la natura stessa umana che è fatta maschio e femmina e la diversità, se esiste, esiste per un motivo, altrimenti non esisterebbe!

A dir la verità, a pensarci bene, fa riflettere il fatto che nel 2013 l’umanità stia argomentando su tematiche come questa. Dopo millenni di sviluppo del pensiero filosofico, dopo l’avvento sulla scena mondiale di tre religioni monoteiste e dopo l’incredibile progresso tecnologico compiuto dall’essere umano, questo stesso uomo dimostra di essere rimasto così piccolo, così cucciolo, così lontano ancora dalla comprensione della sua stessa natura umana. Sembra impossibile, ma la realtà come sempre ci sorprende.




giovedì 20 giugno 2013

Il potere dei senza potere

Riproposto dalla Casa Editrice Itaca, ho letto con molto interesse “Il potere dei senza potere” di Vaclav Havel. Chi è stato Havel al giorno d’oggi lo sappiamo. Ma nel 1978, epoca in cui scrisse il manoscritto, lo conoscevano in pochi, almeno in Italia. Erano gli anni dei due blocchi contrapposti, Est e Ovest, Comunismo orientale e Consumismo occidentale. Il Muro divideva Berlino e i cuori degli europei, la Guerra era Fredda. 

Havel, tra i fondatori di Charta 77 in Cecoslovacchia, scrive questo saggio in cui analizza il totalitarismo e la strumentalizzazione ideologica in cui consiste. 

Per Havel il cambiamento dei regimi socialisti legati all’Unione Sovietica poteva avvenire solo partendo dal cambiamento del cuore dell’uomo, da un amore verso la verità di sé, non scendendo a compromessi o cedendo ad una falsa vita, forse anche comoda ma alla fine insoddisfacente. Coloro che vivono in questo modo e si comportano di conseguenza sono chiamati “dissidenti” dal regime. Ma chi sono i dissidenti, secondo Havel? Non sono una categoria sociologica, sono “persone comuni con preoccupazioni comuni e che si distinguono dagli altri solo perché dicono ad alta voce quello che gli altri non possono o non hanno il coraggio di dire” (pag. 81).

Il libro di Havel nel 1978 in Italia passò del tutto inosservato. Eppure quello che Havel denunciava riguardo il totalitarismo di matrice sovietica, valeva anche per l’ideologia del consumismo che si stava vivendo dall’altra parte della Cortina, in Occidente.

Scrive Havel: “Qualche volta è necessario toccare il fondo della miseria per poter capire la verità, così come dobbiamo spingerci fino al fondo del pozzo per riuscire a scorgere le stelle… Nelle società democratiche, in cui l’uomo non è così palesemente e così brutalmente violentato, questo cambiamento fondamentale della politica è ancora lontano, e forse quando le cose peggioreranno la politica ne scoprirà la necessità. Nel nostro mondo, proprio grazie alla miseria in cui ci troviamo, è come se la politica avesse già compiuto questa svolta: dal centro della sua attenzione e del suo beneplacito comincia a scomparire la visione astratta di un modello positivo, capace di salvarsi da sé …” Parole quasi profetiche, scritte nel 1978. La degenerazione del nostro sistema politico, fondato sull’egoismo di partito, di corrente, personale è sotto gli occhi di tutti ed è una della cause della crisi che stiamo vivendo.

Quello che cambia la storia è quello che cambia il cuore dell’uomo. Da qui dobbiamo partire. “Ci si domanda …se il futuro più luminoso sia sempre veramente e soltanto il problema di un lontano . E se invece fosse qualcosa che è già qui da un pezzo e che solo la nostra cecità e fragilità ci impediscono di vedere e sviluppare intorno a noi e dentro di noi?” 

Così chiude il saggio di Vaclav Havel, dissidente e primo Presidente eletto della Cecoslovacchia democratica.

L’attualità di questo saggio è evidente. Havel nel 1978 ha toccato il nocciolo della questione, dei rapporti tra libertà dell’individuo e potere dello Stato, tra potere dell’ideologia e potere della Verità.

“Non è detto che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario, solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore” scrive Havel. 

Come non riflettere ancora oggi su quanto il profetico Havel ci ha lasciato scritto in questo saggio?







sabato 15 giugno 2013

Solo Dio perdona

Solo Dio perdona, Francia - Danimarca, 2013, Regia di Nicolas Winding Refn

Recensione di Alberto Bordin


Solo Dio perdona: io no. Questa è la prima plausibile e immediata lettura del titolo. Ma chi sarebbe questo “io”? Si tratta del taciturno protagonista interpretato da Ryan Gosling? Improbabile: forse l’unico capace di un poco di pietà e di affetto in un mondo estremamente violento, carnalmente, sessualmente, verbalmente violento,al quale comunque non è estraneo.

Forse allora la madre? Così folle, così impenitente, sadicamente convinta nel proprio egoismo, in un amor proprio che non ha nulla a che fare con l’amore… Ma rimane un personaggio estremamente secondario e non può appellare a sé il senso totale del titolo.

Allora parlando di questo “io” è forse più plausibile parlare del poliziotto.Un orientale, di bassa statura e di altissima (ferrea) moralità, giustiziere imperscrutabile e inarrestabile, un calcolatore imprevedibile eppure sempre coerente al proprio ideale, votato alla giustizia e al giustizialismo, a dettare a fil di spada l’ordine cittadino, sociale e cosmico dentro la sua giurisdizione. Una figura così iconica che forse esprime più dell’uomo stesso che rappresenta, come a incarnare una forza d’ordinamento mondana, naturale, viscerale, alla quale gli uomini soggiacciono o debbono soggiacere. Lo comprova lo stesso protagonista, che negli allucinatori viaggi tra memoria e immaginazione vede la katana del giustiziere giungere a punirlo per le sue colpe, sebbene ancora non sia a conoscenza del poliziotto giustiziere, non ne conosca le fattezze, né sappia delle sue pratiche di samurai. È la stessa giustizia del mondo il vero antagonista, e il poliziotto solo un monaco servitore di questo dio implacabile.Allora ecco che potremmo nuovamente interpretare il titolo: “Solo Dio perdona: il mondo no”.

Il mondo è il quarto protagonista: così surreale, così geometrico – formalmente, cromaticamente –, misterioso, impenitente. Un mondo di infiniti silenzi, di occhi che fissano e sembrano vedere troppo e non raccogliere nulla, di imbarazzanti sequenze di stallo drammatico; quasi un balletto musicato dentro un’apnea, dove lo scorrimento di sangue esplode inesorabile come scoppio di piatti e timpani.

E allora in un mondo del genere, affascinante e conturbante, ma inospitale, deprecabile, impassibile spettatore e aizzatore, in un mondo simile cosa resta all’ uomo e alle sue mani? Le sue mani sporche del sangue dei fratelli; le sue mani che sono pugni stretti, nel celare la colpa e nel prepararsi alla violenza; le sue mani che cercano alla stessa morbosa maniera l’affetto nel fiore di una donna e dal ventre della madre (in una delle più crude e curiose rappresentazioni del complesso edipico: dopotutto cerchiamo l’amante nella madre o la madre nell’ amante?) e non ci sarà acqua, non ci sarà carezza, non ci saranno labbra in grado di sciogliere il pugno di quelle mani e perdonarne la colpa.

In un mondo che non perdona, a un uomo restano solo due opzioni: di perire dell’opera delle proprie mani, o di reciderle recidendo l’opera.

giovedì 13 giugno 2013

A tu per tu con: Pietro Pizzuto

Questa sera facciamo quattro chiacchiere con l'amico Pietro Pizzuto, quaranta anni, sposato con Stefania un'insegnate di matematica e padre di tre bambini.

D.: Pietro, raccontaci per prima cosa di te.
R.: Sono diplomato ragioniere programmatore e lavoro presso una banca nel settore creditizio. All'età di 9 anni ho cominciato a giocare a basket ed ho smesso 11 anni dopo per un infortunio alla spalla; mi piace ancora praticare sport (calcetto, bici, running) anche se non è facilissimo conciliare la pratica con gli impegni lavorativi e spesso preferisco giocare con i miei bambini piuttosto che andare a correre...  

D.:Pietro come nasce il tuo coinvolgimento come dirigente accompagnatore della squadra di calcio dell'OSC Giovi Limbiate?
R.:Nel settembre 2011 nostro primo figlio Tommaso ha voluto iscriversi nella squadra di calcio dell'Oratorio Sacro Cuore del Villaggio Giovi di Limbiate - assieme ai suoi due cugini - nella categoria dei Big Small campionato Csi (la categoria dei bambini più piccoli). In verità la mia esperienza nel campo sportivo "non giocato" inizia a 20 anni quando ho collaborato per un paio di anni con un allenatore di una squadra di basket giovanile.

Comunque, un pò per stare vicino a mio figlio ed un pò perché il presidente della società me lo ha chiesto con insistenza, mi hanno da subito coinvolto nella squadra come dirigente accompagnatore, con tanto di attestato dopo aver partecipato ad un corso di formazione, visto che nella società c'era bisogno anche di un ricambio generazionale.
La spinta decisiva è arrivata quando ho saputo che era stato coinvolto anche mio cognato, il papà dei cugini di Tommaso che prima ho citato, con il quale condivido il lavoro di bancario.

D.:Cosa viene insegnato nella vostra scuola calcio ai giovani bambini / ragazzi che si avvicinano con grande entusiasmo al gioco del calcio?
R.:Preferisco sorvolare sull'aspetto tecnico, non perché secondario ma perché il calcio non è il mio sport, perché quello che cerco è un ambiente dove mio figlio Tommaso, e con lui gli altri suoi compagni di squadra, vedano e capiscano quanto sia bello stare insieme con un ideale comune, lavorando e divertendosi ma con uno scopo: allenarsi per migliorare fisicamente e tecnicamente, imparare a vivere in una comunità (la squadra), rispettare gli avversari e soprattutto rapportarsi con degli adulti (allenatore, arbitro, dirigenti) intravedendo un modello che li possa ispirare nella vita.

Dico questo perché io mi ricordo ancora del mio allenatore di basket (il mitico "Paolino") che era severo quando capiva che non ci stavamo impegnando al massimo - non importava perdere ma il "come" perdere -, comprensivo quando capiva che non serviva "bastonarci" e poi si poteva contare su di lui anche per problemi al di fuori dell'ambito sportivo.

Quindi ci aiutiamo tra dirigenti ed allenatore a guardare non solo l'aspetto sportivo ma anche gli altri ambiti di vita del ragazzo come la scuola e la famiglia.

E' recente l'episodio di un papà disperato perché suo figlio, vivace fin da piccolo, nelle ultime settimane di scuola della prima elementare, sta collezionando una serie di note e punizioni incredibili a causa della mancanza di capacità di rapportarsi con i suoi compagni (tale atteggiamenti sfociano spesso in atti violenti verso i suoi compagni o di irriverenza verso le maestre). Non è che si può fare molto se non, in compagnia dei genitori, aiutarlo (magari anche con qualche panchina punitiva) a comprendere che l'aggressività deve essere convogliata in senso positivo e non distruttivo; non pretendiamo di essere psicologi o di risolvere tutti i problemi dei ragazzi, se fossi così bravo comincerei col risolvere i miei problemi, ma solo di essere un poco di esempio per questi ragazzi che come sappiamo tutti ci osservano e ci "soppesano" sempre.

D.:Pietro, nonostante il tuo impegno lavorativo e tre figli ancora giovani da crescere, perchè ti sei coinvolto in questa esperienza ? 
R.: In realtà la mia passione educativa nasce da un incontro fatto 20 anni fa: proprio nel periodo post infortunio con tutta la tristezza e la pesantezza di quei giorni ho incontrato Marcello, il Don appena arrivato nell'oratorio che frequentavo a Cinisello - più per le ragazze che per le attività a dire il vero -.

Ci aveva tutti invitati a stare con lui la domenica pomeriggio per far giocare i bambini in oratorio; in quell'ambiente e con quelle persone, ho sperimentato come si possa essere guardati per quello che si è, anche con tutti gli sbagli che ognuno di noi inevitabilmente fa, senza che questo possa intaccare la stima e l'amicizia.

Quindi quando le circostanze della vita, dopo aver ricevuto grandi doni quali mia moglie e i nostri figli, hanno proposto la possibilità di ricambiare su altri quello stesso sguardo che ho sentito su di me, non ho saputo dire di no.

L'impegno con il relativo tempo speso per stare con i ragazzi ed i genitori della squadra lo trovo perché capisco che in questi mesi ho imparato, e non poco, anche io sia dalle sconfitte calcistiche che dal focalizzare meglio la mia energia; infatti è sperimentabile quanto sia inutile continuare a sgolarsi per pretendere il silenzio assoluto quando spieghiamo gli esercizi da fare piuttosto che arrabbiarsi perché dopo un anno ancora qualcuno non capisce che dopo aver fatto/subito un gol bisogna tornare nella propria metà campo! 

D.:Questa esperienza ha cambiato / sta cambiando qualcosa nella tua vita di padre e di marito? La consiglieresti ad altri genitori?  
R.:Questa esperienza mi ha insegnato e mi sta insegnando a cercare di guardare i ragazzi, e quindi anche i miei figli, non per la sola prestazione (calcistica) o per la cavolata che fanno ma per tutta la loro persona che si declina poi nei diversi ambiti specifici (sport, scuola, compagnia e relazione con gli adulti). Non spetta a me giudicare se con questa esperienza sono migliore o peggiore, ma di sicuro mi sto accorgendo che sono più paziente - anche con me stesso - e poi il rapporto con i ragazzi ti ripaga degli sforzi fatti.


Da ultimo è un esperienza ed una responsabilità che consiglio molto ai genitori perché potrebbe capitare di comprendere per esempio che il loro figlio messo in (sana) competizione con altri ragazzi della stessa età non reagisce alla realtà così come fa sicuro di se sul divano di casa propria e poi capirebbero magari quanti inutili problemi e malumori a volte serpeggiano tra i genitori stessi quando pretendono cose senza senso (per esempio perché tizio ha giocato 2 minuti in più di mio figlio o piuttosto perché lo mettete in difesa se a casa fa sempre gol?)



martedì 11 giugno 2013

Destra e Sinistra

Come se fosse stato necessario, l'ultima tornata elettorale per l'elezione dei sindaci ha messo in evidenza tutta la fragilità dello schieramento di centro destra della maggioranza che sostiene il Governo delle larghe intese. 

Ormai e' chiaro che lo schieramento che fa capo a Berlusconi, comunque lo si voglia chiamare, Popolo della Libertà o Forza Italia, ha perso quel contatto magico che aveva sino a qualche anno fa con l'elettorato. 

Alcuni autorevoli esponenti del partito in queste ore si sono affrettati a spiegare che il risultato negativo e' dipeso dal fatto che il Presidente Berlusconi non era direttamente impegnato in queste consultazioni, ma il nocciolo del problema, a nostro avviso, e' proprio questo: può un partito politico che vuole rappresentare il centro destra italiano dipendere unicamente da un uomo di 75 anni? 

E' mai possibile che in tutti questi anni il PDL non abbia saputo formare una classe di buoni amministratori locali che goda nel tempo della fiducia degli elettori?

Il motivo di questa debacle forse risiede anche nel fatto che il partito di Berlusconi sta dando un'immagine di se come di un partito vecchio, che non riesce a stare al passo coi tempi. Il fatto che non si sia mai preso sul serio il discorso delle "primarie" interne e che nel PDL le liste vengano sempre scelte dai pochi intimi del Dominus ha forse contribuito a rompere l'incantesimo. Oltretutto Berlusconi non e' più quello di venti anni fa e alcune scelte di candidati sindaci si sono rivelate sbagliate.

Se il centro destra piange, il centro sinistra non può a nostro avviso rilassarsi su una vittoria elettorale comunque di modesta entità, tenuto conto del numero degli elettori coinvolti e dell'astensionismo imperante, ancor più preoccupante se si pensa che si e' trattato di elezioni amministrative.

Le divisioni interne al principale agglomerato della sinistra italiana rimangono. Il PD deve chiarirsi una volta per tutte quali elettori vuole sostenere, a chi vuole rivolgersi e quale visione nuova di Italia vuole proporre. Altrimenti il rischio e' che alle prossime politiche, che questo voto secondo noi hanno reso più vicine, il PD prenda il 10% dei consensi.

Nella crisi identitaria delle due principali forze politiche sta probabilmente la crisi di valori e di fiducia nelle Istituzioni che colpisce il nostro Paese. 

Come uscirne? 

L'unico punto di partenza che rimane a nostro giudizio valido per tutti coloro che hanno ancora il desiderio di occuparsi di politica, siano essi di destra che di sinistra, e' quello di partire dal concetto di "bene comune" attorno al quale concentrare le forze morali di tutti gli uomini e le donne di buona volontà e le risorse finanziarie disponibili per iniziare un nuovo rinascimento della politica italiana.

Questo non significa Governo di larghe intese, questo significa Governo di una parte che si dedica con passione alla ricerca del bene comune e Opposizione che si dedica con altrettanta passione alla ricerca del medesimo risultato, senza faziosità e senza inseguire interessi di parte. 

Come è avvenuto invece in Italia da vent'anni a questa parte.




venerdì 7 giugno 2013

Che scuola vogliamo per i nostri figli?

Spentosi un poco il clamore suscitato dal referendum di Bologna sui finanziamenti pubblici del Comune alle scuole paritarie, proviamo a fare alcune considerazioni a mente lucida, guardando i fatti.

Hanno “vinto” il referendum i sostenitori dell’abolizione del finanziamento alle scuole paritarie, con il 60% dei voti, ma hanno votato solo il 28% degli aventi diritto. In pratica hanno votato a favore dell’abolizione il 16,8% degli aventi diritto. Un po poco per dire che la maggioranza dei bolognesi vuole l’abolizione del finanziamento.

Invece, sarebbe interessante capire come mai il 72% dei bolognesi non si è recato a votare. Ma, tant’è.

Seconda considerazione: se le scuole paritarie, senza finanziamenti, ancorchè minimi, dovessero chiudere i battenti, quei ragazzi e le loro famiglie si rivolgerebbero alle scuole statali, questo è ovvio. Conseguenza, il Comune dovrebbe far fronte alla nuova richiesta degli utenti e quindi dovrebbe sopportare un aumento dei costi in un periodo dove le risorse ai Comuni vengono cancellate dal Governo centrale.

E poi, risulta dalle statistiche del Ministero, un posto alunno in una scuola statale costa circa 10 volte tanto di un posto alunno in una scuola paritaria. Cosa conviene al comune di Bologna: continuare a finanziare le scuole paritarie oppure portarle sull’orlo della crisi finanziaria e farle chiudere?

Francamente è stato demoralizzante leggere in queste settimane, sulle pagine di quasi tutti i giornali, un attacco alla scuola paritaria, accusata di togliere fondi alla scuola statale, senza avere a sostegno di questa tesi nulla più di un pensiero ideologico, espressione di una vecchia cultura di sinistra, che non aiuta certo l’Italia di oggi ad uscire dalla crisi culturale, oltre che economica, in cui si trova. 

Nessuno, conti alla mano, può dimostrare economicamente che la scuola paritaria sia un costo per le casse pubbliche, a meno che non si pensi che, chiuse le scuole paritarie, quegli studenti non vadano più avanti a studiare e rinuncino a frequentare la scuola statale. 

Sia chiaro, a questo tema, prettamente economico, si aggiunge quello della libertà di educare i propri figli. Ogni famiglia a nostro giudizio ha il diritto di esercitare la libertà di educazione e pertanto il valore delle scuole paritarie è incommensurabile e costituzionalmente garantito. I benefici di tale attività ricadono su tutta la società nella quale agiranno e opereranno gli studenti usciti dalle scuole paritarie.

Diceva Don Bosco, fondatore nella Torino operaia del 1800 delle scuole salesiane, che l’educazione è cosa del cuore. L’educazione è il dono più grande che l’uomo può offrire al proprio “cucciolo” e deve poterlo fare in piena libertà, secondo quelli che sono i propri principi e ideali. Solo così si forma il cuore di un giovane, partendo da un punto d’inizio, un’origine verso la quale paragonare e confrontare tutta la realtà.

Più si lascia libertà di educazione e più si formano persone capaci di interagire con la realtà, desiderose di conoscerla, comprenderla, amarla e quindi migliorarla.



martedì 4 giugno 2013

L' articolo 83 della Costituzione: va bene così?

Francamente non ci esaltano i temi relativi alla riforma dell'elezione del Presidente della Repubblica che in questi giorni imperversano sulle pagine dei giornali. Presidenzialismo, semi presidenzialismo o altre alchimie tecnico - giuridiche non ci sembrano temi fondamentali in un tempo di profonda crisi economica come quello attuale.

Quando si toccano punte altissime di disoccupazione, specialmente giovanile, quando ogni giorno piccole aziende chiudono i battenti e imprenditori si tolgono la vita, vergognandosi di non riuscire a tenere aperta l'attivita', ci sembra che parlare della riforma del metodo per eleggere il Capo dello Stato, sia a dir poco superfluo. Tanto piu' che il Presidente della Repubblica l'abbiamo appena eletto! 

E del resto ci pare che anche l'Europa, che ci ha promossi nuovamente in serie A, non ci abbia "suggerito" di affrontare questo tema.

I veri temi attuali per l'Italia sono due: il primo è la necessità di dare una scossa all'economia e di porre le basi per un cambio di rotta nel mercato del lavoro da un lato e nelle politiche fiscali sempre legate al lavoro dall'altro. Il secondo tema, che viene prima a nostro giudizio delle riforme istituzionali e del cambiamento dell'elezione del Capo dello Stato, e' quello della riforma della legge elettorale. 

Senza una nuova legge elettorale che superi il porcellum, si rischia di perdere ancora tempo per cercare di colmare il divario che si e' creato tra i cittadini e i politici, la politica.

Il calo dell'affluenza elettorale che abbiamo verificato nelle recenti amministrative, dove ha votato il 50% degli aventi diritto, dovrebbe fare riflettere. Se non si riesce ad avvicinare nuovamente l'elettore alla politica, permettendo di scegliere direttamente il proprio rappresentante in Parlamento, la situazione politica in Italia rischia concretamente di finire in mano ai "grillini" da un lato e all'astensionismo dall'altro. Con tutte le conseguenze negative che possiamo immaginare...

Bene quindi il Capo dello Stato quando ricorda come il tempo per la riforma della legge elettorale sia agli sgoccioli. Questo Parlamento non può esimersi dal cambiare una legge ormai squalificata agli occhi dei cittadini e sulla quale pende un giudizio di illegittimità costituzionale che, di fatto, la metterebbe automaticamente fuori gioco.

Certo, una nuova legge elettorale, da sola, non risolve i problemi dell’Italia che sono ben altri. Può, tuttavia, far ripartire quel circolo virtuoso che si basa sulla fiducia tra il cittadino e il suo rappresentante nel luogo più sacro della vita politica di ciascuna democrazia: il Parlamento. 

Un Parlamento di eletti dal popolo e non più di nominati dalle segreterie dei partiti, o dai media manager esperti della rete, può avere la forza per iniziare un reale processo di cambiamento nella vita politica, economica e sociale del nostro Paese che attende da oltre venti anni di essere cambiato.

Meditate gente, meditate…