Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

mercoledì 30 dicembre 2015

Bruno un cucciolo da salvare



L’opera di Giuseppe Carfagno è un racconto per bambini e ragazzi che strizza l’occhio al mondo degli adulti.

E’ la storia di una famiglia di orsi bruni che vive nel Parco Naturale Adamello Brenta, che ama esplorare le montagne tra Italia, Austria e Svizzera, e dei rapporti con i loro simili e con gli esseri umani, in particolare un ragazzo, Matteo, figlio del guardaparco, che vive con la famiglia in una fattoria tra le montagne frequentate dagli orsi.

I soggetti principali sono due orsacchiotti, Bruno il protagonista e suo fratello Jay, la loro mamma Jurka e il papà orso Joze che li protegge da lontano, ma la cui presenza è assicurata nei momenti topici. Bruno e Jay hanno anche un’amica, l’orsa Alba, più grande di un anno.

I due giovani orsacchiotti affrontano nel giro di due estati tutte le esperienze che li porteranno a crescere e a diventare orsi adulti. Nel corso della prima estate Bruno e Jay incontrano una famiglia di uomini che vive nel bosco e stringono amicizia con Matteo, un bimbo di sei anni, che entra da subito in sintonia con i cuccioli. Si instaura un rapporto di amicizia soprattutto con Bruno che proseguirà per tutta la storia e che servirà a sviluppare la reciproca conoscenza dei propri modi di vivere.

Non mancano nel mondo degli orsi momenti di difficoltà, di pericolo, ma anche di gioia, di rilassatezza, di felicità. Leggendo questa favola si scopre che la vita degli orsi non è poi così differente da quella di noi esseri umani, anche se forse una differenza la si può notare. Nel mondo degli orsi si lotta per la sopravvivenza, ma senza cattiveria, senza volontà di compiere il male per il male, ma solo per difendere il proprio diritto alla vita. 

Nel mondo degli uomini invece, si lotta per la supremazia degli uni sugli altri, per veder prevalere le proprie idee (spesso pregiudizi) o per affermare il proprio ego. 

Per fortuna non tutti gli esseri umani sono uguali ed in alcuni prevale la coscienza che farà sì che nel momento del pericolo, l’orso Bruno non sarà condannato ad una brutta fine…

Un’opera quella di Carfagno, per anni docente di lettere nelle scuole superiori, che si rivolge ai giovani, ma che vuole far riflettere anche il lettore genitore di quei ragazzi e che pare sussurrare un monito: uomini, rispettate la natura perché lei vi rispetta e solo così questo mondo potrà continuare ad essere accogliente e ospitale per tutti. 

Tra le righe dell’opera sembra quasi echeggiare l’eco dei richiami di Papa Francesco scritti nella sua ultima Enciclica Laudato sì..

Un bel libro da leggere e da regalare.

Bruno un cucciolo da salvare di Giuseppe Carfagno, 2015 Edizioni il Ciliegio s.a.s.

venerdì 25 dicembre 2015

Star Wars VII

Star Wars VII, USA, 2015, Regia di J.J. Abrams 





Recensione di Alberto Bordin




Monstrum, monstri – sostantivo neutro II declinazione: portento, evento straordinario, essere prodigioso. Ci sono alcuni mostri che attendono solo di essere raccontati. Creature mitologiche esorbitanti, chiuse nelle loro grotte, di cui tutti “temiamo” – biblicamente inteso – lo sprigionarsi. Star Wars è un mostro forse senza pari.

In un passato remoto, dentro una galassia lontana, in un mondo ciclico e senza tempo, le creature più progredite si sono unite in un nuovo ordinamento galattico. E questo ordine vive nell’armonia di uno Spirito, un’energia che attraversa tutte le cose e alimenta la vita stessa: la Forza. Pochi individui sono in grado di percepire questo flusso ed entrare in comunicazione con essa, prenderne parte divenendo strumenti di opere inimmaginabili agli scettici. E di tali individui, alcuni hanno scelto una vita sacerdotale, servitori della galassia e dell’ordine cosmico, i Cavalieri Jedi. Altri invece, nella fame di potere e conoscenza, usano quella forza per la propria affermazione e conquista, piegandola al loro volere in un mondo di caos, i Sith.

Non c’è storia: Star Wars non ha rivali. Non certo il combattivo fratello Star Trek, avventura di esplorazione e di dialogo con nuovi popoli per una convivenza con “l’altro”, per quanto distante e quanto diverso. E pure rispetto a Lord of the Rings (LOTR), bisogna ammetterlo, Guerre Stellari pone molte frecce al suo arco. LOTR è l’epica del potere e della corruzione dei potenti, dove l’infinitesimamente piccolo racchiude tuttavia il destino di un intero mondo. Ma Star Wars è il mondo della fede. «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». Star Wars è la battaglia assoluta tra bene e male dove la fiduciosa obbedienza alle forze che comandano il cosmo si scontra con la feroce volontà dell’egocentrismo umano. Sono le due dimensioni più grandi e affascinanti dell’uomo poste in lotta tra loro. Ed è a seguito di tali premesse che i film sono un’enorme delusione.

Film al plurale; perché questo nuovo episodio, il VII in cronologia di pubblicazione ma anche narrativa, non è in niente peggiore dei suoi predecessori. La storia intrattiene, i combattimenti intrigano, le battute fanno sorridere e il comparto artistico si muove bene. Ma non è nemmeno migliore. E per questo episodio è forse anche più grave.

All’uscita della prima trilogia, pubblico e critica furono divisi. Il primo film del ’77 fu una produzione di serie-b se non peggio, a bassissimo budget e con trovate produttive che rispecchiano il concetto moderno di trash. Ma la critica attaccava soprattutto la sceneggiatura accusata di superficialità e infantilismo. Eppure le folle videro il potenziale di una storia mai vista prima, intravidero quel monstrum dietro la pellicola. George Lucas ci regalò una delle più grandi avventure eroiche mai raccontate – e si vuole sottolineare l’assoluto dell’affermazione – con uno dei plot twist più celebri della storia del cinema, consolidando una trama che tremava in una scrittura imbarazzante a dir poco. Quindici anni ci sono voluti per la seconda trilogia che invece di continuare la precedente decise di anticiparla in una storia di origini. E nonostante dialoghi da mani nei capelli, nuovi personaggi insopportabili e sviluppi narrativi montati con il vinavil, il respiro, le musiche, la storia epica, continuavano a vibrare dietro gli strafalcioni di un prodotto ancora inadeguato alla sua sostanza. Fino al 15 dicembre 2015, Star Wars era un Leviatano in riposo ma insoddisfatto, attendendo di poter finalmente volare temibile in tutta la sua potenza inespressa. E in tal senso, l’episodio VII è stata un’assoluta delusione.

Il film imita in tutto l’antico predecessore “Guerre Stellari” – ribattezzato “Una nuova Speranza” – facendolo solo “più grosso”, anche nei suoi difetti. Fa specie non poter raccontare nulla della trama senza “rovinarla”, a motivo di una storia che si alimenta solo di alcuni colpi di scena e nulla più. E quali colpi di scena! Indubbiamente anche questo nuovo capitolo nasconde l’ossatura di un grande racconto, ma una scrittura sempre scialba storpia tutto nella più assoluta superficialità.

Che pena; soprattutto constatando quanto buone fossero le premesse. I primi minuti sono veramente affascinanti, soprattutto nella presentazione dei due nuovi protagonisti. Un soldato del Primo Ordine, uguale a tutti i compagni, irriconoscibili dentro le anonime armature bianche; eppure non uguale: una mano di sangue gli macchia il casco distinguendolo – genialmente – nell’apparenza, ma anche nel conflitto che lo abita, poiché lui solo porta sul volto l’orrore della guerra. E poi una giovane ragazza, una solitaria sopravvissuta di un pianeta desertico, che ripulendo un pezzo di metallo si trova a fissare una donna fare lo stesso lavoro ma le cui rughe e la stanchezza la segnano su tutto il corpo; e in un lampo la giovane vede il temibile riflesso del suo futuro, mentre i suoi occhi inseguono le navi che fuggono libere nel cielo azzurro. E poi … più nulla.

La storia segue in un terribile qualunquismo, la posta in gioco (altissima!) pare assolutamente trascurabile. E nemmeno la bella e affascinante Rey è al posto giusto. Figura poco consistente, non incarna mai pienamente il tema. Lei che dovrebbe essere il veicolo per “Il Risveglio della Forza”, non vive mai – veramente – un conflitto a riguardo. Perseguitata da un fantasma di cui non ci è data spiegazioni – e si spera che l’imbarazzante gioco di sguardi finali non sia la rivelazione della più prevedibile risoluzione al mistero – Rey non ha alcun problema morale con la forza; al contrario sembra fatta apposta per seguirla. Nessuno scetticismo, nessun volontarismo di autoaffermazione, una ragazza generosa e votata al sacrificio: cosa deve vincere, se non una vaga paura – di cui non siamo messi al corrente! – per padroneggiare finalmente la forza?

In tutto ciò, è fin troppo fragile rispetto all’antagonista, un personaggio al contrario vivamente intrigante e dilemmatico; ma tristemente spiattellato senza pudore e senza sostanza. In una scena dolentissima, che avrebbe dovuto far urlare tutta la sala, piangere i fan, lasciarci per mesi con un groppo al cuore – più di qualunque tragedia di Game of Thrones – , metà sala aveva già previsto lo sviluppo, l’altra metà si è grattata la testa in un “sentito” dispiacere. E qui risiede la vera tristezza: vedere svilupparsi davanti ai propri occhi una promessa emotiva senza pari, e poi essere spettatori del suo sfaldarsi inconsistente.

È questo il problema con Star Wars: è un’eterna promessa infranta. E il VII episodio si era fatto carico di tutta questa promessa e di 10 anni di attesa, quasi 35 per i nostri vecchi eroi. Ma con il tradimento in petto dobbiamo constatare che ha fallito.

Il Leviatano riposa ancora.

lunedì 21 dicembre 2015

Il Natale del Bambino Gesù




Tra pochi giorni è Natale. I fedeli cattolici di tutto il mondo ricorderanno per la 2015° volta la nascita del Bambino, figlio di Dio.

E’ sufficiente entrare in una chiesa e inginocchiarsi davanti a quel Bambino, nato grazie al Sì di sua Madre, una giovane donna divenuta la nostra Mamma celeste, e di Suo Padre, Creatore dell’Universo e di quel Bambino. Il significato del Natale è tutto qui. 

Certo, da un punto di vista puramente razionale, può sembrare una follia. Ma quale idea di ragione possediamo? Una ragione limitata ad accettare solo i dati provenienti dal mondo tangibile, misurabile, verificabile? Oppure un’idea di ragione aperta ad ogni possibilità offerta dalla realtà? L’amore di una mamma per il proprio figlio è misurabile con strumenti meccanici? Eppure esiste, è ragionevole che esista, anzi è un’evidenza che esiste. Ed è proprio questo amore “non misurabile” che permette al bambino di crescere e di diventare adulto. 

Ciò non di meno, riconoscere questo Avvenimento è in parte anche una Grazia. Riconoscerlo significa al fondo essere onesti con se stessi, con la propria umanità ed accettare l’evidenza che è un Altro a reggere i fili della nostra esistenza. Noi non ci siamo dati la vita, qualcun Altro ce la può togliere in qualsiasi momento.

Il fatto della morte, del morire, dello scegliere il giorno e l’ora della propria morte sono forse i concetti che più vengono combattuti e dibattuti nella società attuale, eppure è proprio da questa evidenza che il messaggio di Cristo acquista maggiore forza e chiarezza. 

Quel Bambino, nato in una mangiatoia riscaldata dal calore fisico di due animali, cresciuto e diventato adulto, dopo aver predicato sulla terra la sua buona novella, è stato ucciso, inchiodato su una croce ed è risorto dopo tre giorni. 

Il tutto documentato attraverso i Vangeli e testimoniato sino a noi dalla vita di milioni di uomini che ci hanno trasmesso il Suo messaggio.

Da qui ha avuto origine la nostra storia, la nostra civiltà, il nostro modo di pensare e di agire. Da qui dobbiamo ripartire ancora oggi per affrontare il domani.

Il 25 dicembre facciamo memoria di questo Avvenimento, di questa nascita.

  

martedì 24 novembre 2015

Vedo, prevedo, stravedo...



La politica italiana sta attraversando uno dei suoi periodi bulimici. Il motivo? Le prossime tornate elettorali che nel 2016 potrebbero disegnare uno scenario diverso del panorama politico. Analizziamo le diverse proposte in campo.

Il partito del Premier. Renzi quest’anno ha sicuramente consolidato la propria leadership come Capo del Governo, sia internamente che all’estero. Ciò è dovuto in parte anche alla mancanza di concorrenti, come più volte denunciato. Resta il fatto che i provvedimenti concreti portati avanti dal Governo con forza e decisione in campo economico ed istituzionale lo hanno fatto apparire come l’uomo del fare in contrapposizione all’immobilismo vissuto dal nostro Paese nel precedente ventennio. All’interno del suo partito di origine invece, se è vero che Renzi è riuscito ad emarginare una parte della minoranza che lo fronteggiava, fino a farla uscire dal partito stesso, non è ancora stato capace di costituire una squadra vincente e di imporla nei posti di responsabilità degli Enti amministrativi territoriali più importanti (Regioni e Comuni). Ma non solo, dopo il caso Paita in Liguria e Moretti in Veneto, dopo il problema De Luca in Campania, all’orizzonte si stanno profilando grossi nuvoloni per le prossime amministrative a Milano, Roma e Napoli.

L’altra parte della medaglia. Nel cosiddetto centro destra sembra che si faccia a posta a copiare le divisioni interne di cui sino ad ora solo il PD poteva vantarsi di possedere. I leader, veri o sedicenti, ormai non si contano più: Alfano, Fitto, Meloni, Salvini, Passera, Della Valle e l’intramontabile Berlusconi. Alcuni, gli innovatori, desiderosi di scimmiottare la sinistra fino in fondo, inseguono la consacrazione delle primarie, altri, i nostalgici del ventennio, invece restano ancora legati all’investitura sacerdotale fornita dall’ex Cavaliere. E poi Tizio che non parla con Caio, ma solo con Sempronio ecc. ecc. Veramente un bell’esempio di unità che viene proposto al popolo, nell'interesse del quale tutte le forze in campo dichiarano di agire. 

Infine il terzo polo attrattivo delle prossime sfide elettorali: il Movimento 5 Stelle. Ormai dopo due anni di presenza in Parlamento e con l’esperienza del sindaco di Parma avviata, i rappresentanti del Movimento hanno preso le misure della politica praticata e non solo parlata, e si sono fatti conoscere anche dagli elettori. Risultati: probabilmente inferiori alle aspettative. In questi mesi di presenza nelle massime istituzioni ci si aspettava di più da un così numeroso gruppo di deputati e senatori. Essi hanno dimostrato di non scegliere quasi mai la via del compromesso (contribuendo a portare a casa comunque un risultato) ma di perseguire unicamente il proprio obiettivo di programma (e quindi quasi sempre ottenendo risultati concreti pari a zero). Così facendo, sino a quando questa forza politica non otterrà il 51% dei seggi, risulterà del tutto inutile come presenza in Parlamento. Un vero peccato perché alcune istanze dei 5 Stelle potevano contribuire a cambiare la vita politica italiana.

Tiriamo le conclusioni. Che 2016 potremo aspettarci con queste premesse e con sullo sfondo un anno ad altissima tensione per quanto riguarda la sicurezza interna ed internazionale? La sfera di cristallo non ci dice nulla, questo è ovvio. E’ molto probabile, stante la situazione ancora instabile politicamente, e non solo, del nostro Paese, che si arriverà a fine 2016 con l’attuale Governo ancora in carica.

Come scrive Chesterton, il pensatore preferito dal nostro Premier, il mondo non morirà mai di fame per la mancanza di meraviglie, quanto per la mancanza di meraviglia. Beh, almeno da questo punto di vista siamo certi che anche nel 2016 l’Italia ce la farà a sbarcare il lunario!

domenica 15 novembre 2015

Parigi come Baghdad



Con l’attentato di Parigi, il secondo quest’anno, di venerdì 13 novembre, diventa evidente che il sedicente Stato islamico ha deciso di portare gli attacchi terroristici nel cuore delle capitali europee che partecipano in Siria alla spedizione anti Isis. 

Parigi come Beirut, Kabul, Gaza, Baghdad, Islamabad, Londra, New York, Boston e si potrebbe continuare, purtroppo. 

Quello che i terroristi hanno voluto colpire questa volta è lo stile di vita del nostro mondo occidentale, non simboli religiosi, ma quelli laici di un normale venerdì sera: la partita di calcio allo stadio, un concerto rock, una serata al bistrot con gli amici. 

Una sera qualsiasi, una location tranquilla, non a rischio, secondo un normale ragionamento che non attribuisce particolare valore simbolico ad un locale dove si ascolta musica dal vivo ed ecco che di colpo un terrorista si fa esplodere e un altro fa strage di giovani impugnando un kalashnikov. 

Ormai non c’è luogo in Europa che possa dirsi al sicuro dal pericolo del terrorismo islamico.

Gesti non umani li ha definiti Papa Francesco. Uccidere, massacrare gente inerme senza una ragione non è umano, questo è evidente a tutti, ma non è a ben vedere neanche animale, perché gli animali uccidono altri animali per una ragione, o per fame o per difesa.

Come si reagisce a questa situazione che provoca angoscia e lascia dentro ciascuno di noi un senso di rabbia e impotenza? Con la legge dell’occhio per occhio, dente per dente? O ci sono altre vie?

Sicuramente nell’immediato occorre una mobilitazione unitaria di tutte le Nazioni civili, possibilmente sotto l’egida dell’Onu, contro l’Isis che porti il più velocemente possibile alla sua sconfitta militare. In questo caso, l’azione sarà più efficace politicamente quante più nazioni “islamiche” parteciperanno alla coalizione.

Ma il passo successivo a nostro giudizio dovrà prevedere una forte azione politica e culturale per cercare da un lato di porre fine, non con le bombe ma con le parole scritte sotto forma di trattati e accordi, ai molteplici conflitti che da troppo tempo affliggono il Medio Oriente, iniziando da quello israeliano palestinese.

Finché un bimbo israeliano avrà negli occhi l’orrore delle esplosioni dei razzi di Hezbollah sulla sua città e un bambino di Gaza crescerà con la visione dei carri armati israeliani che sparano a suo fratello più grande o a suo padre, non ci potrà essere pace in quella regione.

Occorre che i leader delle nazioni più influenti del mondo escogitino il modo di convincere i leader di quei popoli a trovare il modo di vivere insieme in pace in Palestina. Solo così potranno nascere e crescere giovani generazioni che non avranno negli occhi e nei cuori immagini di guerra, di dolore e di rabbia con l’inevitabile certezza che crescendo quei sentimenti si trasformino in desiderio di vendetta.

Ormai è chiaro che non ci sono alternative: con l’uso della forza non si è ottenuto quanto auspicato, da nessuna delle parti in causa. La democrazia, il rispetto dei diritti umani, i temi tanto cari al mondo occidentale, non si possono imporre con la forza e l’uso delle armi ai popoli, ma attraverso un lavoro che deve essere di tipo politico e culturale, fermo restando che questi medesimi valori devono essere accettati consapevolmente dalle popolazioni per far sì che portino in quelle società un reale cambiamento e diano frutti. E’ un processo lento, un lavoro continuo che va sostenuto da tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi fede essi siano, ognuno può e deve fare la sua parte nel proprio quotidiano senza dimenticare però che l’esito rimane incerto.

Necessita quindi cambiare strategia per raggiungere l’unico vero risultato che conta: riportare la pace in Medio Oriente. D’altra parte come scrisse il grande scienziato Albert Einstein, follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi.

Il mondo di oggi ha quanto mai bisogno di nuovi leader, che non siano necessariamente giovani di età (di esempio la figura di Papa Francesco che si impone a tutti per la sua autorità morale associata ad una personale ed umana autorevolezza), ma giovani di idee e desiderosi di impegnarsi per un reale cambiamento di mentalità e di approccio al problema medio orientale. 

Solo così vedremo la luce in fondo al tunnel che il mondo intero sta percorrendo. Perché una cosa è certa: non sappiamo se questa che stiamo vivendo sia la terza guerra mondiale, ma sicuramente è una guerra globale che interessa tutte le Nazioni ed è una guerra tra due visioni differenti del mondo che devono trovare il modo di convivere in pace implementando la reciproca conoscenza e il reciproco rispetto.

domenica 25 ottobre 2015

A tu per tu con: Italia Giacca

Oggi incontriamo Italia Giacca, Presidente del Comitato di Padova dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Abbiamo conosciuto la Signora Giacca lo scorso mese di Agosto a Rimini, in occasione della mostra riguardante l'esilio dei Giuliano Dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, presentata al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli e ci ha colpito subito la sua personalità carica di umanità e il suo sguardo acuto e sincero.

Italia è nata a Stridone di Portole, minuscolo paese quasi al centro dell’Istria ove ha vissuto fino all'età di 6 anni. Alla firma del Trattato di Pace, Parigi, 10 febbraio 1947, suo padre si trovava a Trieste, dove si era stabilito dopo il congedo militare perché, “ricercato per italianità” era un candidato alla foiba. Nel 1948, dopo varie richieste, sua mamma ha avuto il permesso di raggiungerlo; e così, Italia e sua sorella maggiore a fianco, a piedi si sono incamminate verso Trieste.

Lì ha compiuto l’iter scolastico sino alla Laurea in Scienze Naturali, il 14 luglio 1965. Italia era impegnata contemporaneamente nel Direttivo del Circolo Giovanile dell’Unione degli Istriani, costituitosi sin dai primi arrivi di esuli, e come co-direttore della rivista giovanile “La Capra d’oro”.

Alla Laurea seguì, in quello stesso anno il matrimonio, e quindi il trasferimento in Veneto, a Dolo prima, poi a Piove di Sacco, infine, dal 2000 a Padova. Il 10 novembre 2014 ha avuto l’onore di essere nominata “Padovano Eccellente” : riconoscimento particolarmente significativo, perché tributo di onore, orgoglio, risarcimento per tutta la "sua" gente.      

Abbiamo posto a Italia alcune domande che, credo, ci possano aiutare a comprendere un pezzo di storia d'Italia dai più dimenticata, quando forse mai conosciuta veramente.   


D.: Signora Italia, la storia dell'esodo degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è ancora poco nota al grande pubblico. Può brevemente inquadrare dal punto di vista storico di cosa stiamo parlando?


R.: ”Gli storici possono sbagliare, le pietre no. E in Istria, Fiume e Dalmazia le pietre parlano italiano”.

Arena romana di Pola
Perché ho pensato di iniziare così il mio intervento? Per aprire gli occhi a chi si reca in quelle terre, affinchè si soffermi ad osservare l’impronta romana e veneziana in città come Capodistria, Parenzo, Pola, Fiume, Zara, Spalato; altri le chiamano Koper, Poreč, Pula, Rijeka, Zadar, Split, ma per noi erano, sono e saranno Capodistria…nomi italiani. 

Mi rendo conto che è difficile capire cosa significhi un confine “mobile”, con tutte le conseguenze, compreso il cambiamento dei nomi delle città, per chi vive in una regione stabile, dai confini fissi. Ma bisogna sapere che quel territorio orientale italiano è stato nel tempo multietnico e mistilingue, dai confini mobili. Comunque sin dai tempi antichi la convivenza tra gruppi diversi è stata sempre più o meno pacifica, salvo incrinarsi a metà del XIX secolo, con lo svilupparsi dei nazionalismi, che hanno progressivamente portato ad irrigidirsi i rapporti tra italiani e slavi in Istria, Fiume e Dalmazia.

Si giunse alla prima guerra mondiale con l’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa; alla fine di questo sanguinoso conflitto, dopo mesi di discussione si approdò a trattative tra il Regno d’Italia e il nuovo stato, Regno dei Serbi, Croati, Sloveni, la futura Jugoslavia, con il Trattato di Rapallo 1920: all’Italia era attribuita la quasi totalità della Venezia Giulia, ma non la Dalmazia, tranne Zara e Lagosta; Fiume divenne Stato Libero, ma ebbe vita breve, nel 1924 la città passò all’Italia, mentre l’entroterra alla Jugoslavia.

Il triveneto
L’Italia tuttavia si rivelò impreparata ad affrontare le problematiche del confine orientale e l’avvento del fascismo in Italia peggiorò la situazione delle etnie slovene e croate residenti in territori italiani, con provvedimenti tesi alla snazionalizzazione delle minoranze. 

Nel 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania; nel 1941 l’attacco alla Jugoslavia iniziato dalle truppe tedesche fu seguito dall’Italia e dall’Ungheria. Le truppe croate furono presto allo sbando, la Croazia proclamò la propria indipendenza, con conseguente crollo della Jugoslavia, re Pietro II fuggì a Londra. All’Italia venne annessa buona parte di costa dalmata con le isole, per cui si formò il Governarato della Dalmazia con Sebenico, Trau, Spalato e Cattaro, inoltre parte della Slovenia con Lubiana; il Montenegro venne dichiarato Stato indipendente, sotto il protettorato italiano.

Le truppe tedesche ed italiane assunsero il controllo delle principali arterie stradali, disinteressandosi del resto del territorio per lo più montuoso; ciò spinse i reparti dell’ esercito jugoslavo a darsi alla macchia, e a creare nuclei di resistenza. In questo clima, in un crescendo di rappresaglie si concretizzò un movimento che puntava a creare uno stato comunista sul modello sovietico, con a capo Josip Broz Tito. La guerriglia partigiana e la controffensiva attuata dalle truppe tedesche ed italiane divennero sempre più intense e sanguinose…

La caduta del fascismo, 25 luglio 1943, e poi la firma dell’ armistizio, 8 settembre 1943, crearono ansia ed incertezze nelle popolazioni a confine tra il mondo slavo e germanico.

I reparti italiani, in assenza di ordini superiori, non furono in grado di reagire, per cui città come Trieste, Gorizia, Fiume, Pola furono occupate dai tedeschi. In diversi paesi istriani invece si verificò un vuoto di potere, sito ideale per i partigiani di Tito che, ostentando i “Poteri Popolari”, li occuparono.

In un clima veramente caotico, di anarchia e violenze sanguinose, furono colpite persone non solo compromesse con il passato regime fascista, ma semplici cittadini estranei alla politica, in qualche modo rappresentanti dell’Amministrazione statale italiana, quindi oltre alle forze dell’ordine, insegnanti, segretari comunali…

L'ingresso di una foiba istriana
Iniziarono così le “sparizioni”, sotto un’aura di mistero; solo più tardi si capì che i partigiani di Tito facevano “sparire” le persone nelle FOIBE, cavità imbutiformi presenti in gran numero su tutto il territorio carsico della Venezia Giulia, che sprofondano per decine od anche centinaia di metri, da tempi remoti usate come discariche di materiale in disuso.

Le truppe tedesche posero fine ai Poteri Popolari, mettendo a ferro e fuoco i paesi dove trovavano resistenza. Ma già nel 1944 l’attività partigiana riprese vigore e quindi si continuò con rappresaglie, rastrellamenti, arresti, a fasi alterne, fino al termine della guerra. I tedeschi si dimostrarono duri verso chi era sospettato di collusione con i partigiani e molte migliaia di persone furono arrestate e deportate in Germania; a Trieste la Risiera di San Sabba funzionò come luogo di transito per ebrei e di tortura ed eliminazione dei partigiani ed antifascisti; il forno crematorio fu attivato nel 1944.

(N.B. In questo stesso posto furono “alloggiati” i primi esuli giuliano dalmati!)

Particolare la situazione di Zara, roccaforte italiana in Dalmazia. Occupata dai tedeschi nel settembre 1943, Zara continuò ad avere un’amministrazione italiana. La città venne bombardata dall’aviazione anglo-americana, con 54 incursioni che la ridussero ad un cumulo di macerie e circa 2000 morti. Molti zaratini scapparono verso Trieste; il 31 ottobre 1944 Zara venne occupata dai partigiani jugoslavi che fecero sparire diversi cittadini. Non ci sono foibe in Dalmazia, ma c’è il mare, blu, profondo…che cela tanti misteri…

Aprile 1945 le forze armate tedesche sono sconfitte; in Italia le truppe americane irrompono nella Val Padana sino a Venezia e verso Trieste. Ma anche l’esercito jugoslavo di Tito punta ad occupare la Venezia Giulia, con la cosiddetta “Operazione Trieste”. La resa delle forze tedesche fu firmata a Caserta il 29 aprile, e divenne effettiva il 2 maggio. Ma i reparti jugoslavi, anticipando l’arrivo delle truppe neozelandesi, giunsero a Trieste l’1 maggio 1945, subito poi a Gorizia e Monfalcone e nei giorni seguenti a Fiume e Pola.

Con la presa di potere le nuove autorità comuniste iniziarono gli arresti e le deportazioni di migliaia di persone ad opera della Polizia Segreta Jugoslava, l’OZNA. Si instaurò una cappa di oppressione e paura; militari tedeschi ed italiani furono catturati, fucilati con esecuzioni barbare, in spregio ad ogni norma internazionale di tutela dei prigionieri; altri deportati in campi di prigionia. Anche diversi civili subirono la stessa sorte; le foibe inghiottirono migliaia di corpi! La sorte riguardava coloro che, agli occhi dell’OZNA, potevano rappresentare un ostacolo ai piani annessionistici jugoslavi ed anche gli autonomisti, contrari all’opzione jugoslava. E se per l’autunno 1943 si parla di un migliaio circa di persone “sparite” tra l’Istria e la Dalmazia, nel maggio-giugno 1945 le stime si orientano sui 7-8mila o forse più.

Le FOIBE rappresentano così il primo aspetto della tragedia che colpì il popolo giuliano dalmata.

Alla fine di questa seconda guerra, l’Italia, sconfitta, dovette accettare tutte le condizioni stabilite dai vincitori. Con il Trattato di Pace di Parigi, del 10 febbraio 1947 si stabilì la cessione di buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e la creazione del Territorio Libero di Trieste, suddiviso provvisoriamente in due zone: la zona A sotto amministrazione militare anglo americana e la zona B sotto quella jugoslava. Le intere province di Pola, Fiume, Zara e parte di quelle di Trieste e Gorizia furono assegnate a Tito.

Questo cambio di sovranità, in una popolazione per la maggior parte italiana, fu traumatico e inaccettabili le condizioni per RESTARE, quali l’introduzione della lingua slovena e croata, l’annullamento degli usi sociali e delle tradizioni, la criminalizzazione della vita religiosa, le confische di beni, per cui quasi il 90%, , della popolazione, senza distinzione di censo decise di PARTIRE. Incontro all’incertezza sì, ma sorretti da fede profonda ed amore per la Patria Italia. 

E’ questo, l’ESODO, il secondo atto della tragedia giuliano dalmata!

Molti degli esuli si fermarono a Trieste, altri transitarono solo per Trieste, per distribuirsi poi per l’Italia, accolti o presso conoscenti o nei Centri raccolta Profughi, circa 140 in Italia; altri ancora scelsero di emigrare, soprattutto in America ed Australia, in una diaspora biblica.

Nella cosiddetta zona B, molti rimasero in attesa di una definizione; e questa arrivò: il 5 ottobre 1954 venne siglato a Londra il “Memorandum d’Intesa” con cui veniva deciso il passaggio all’Amministrazione jugoslava dell’intera zona B, Trieste all’amministrazione italiana.

E così se a Trieste si era in tripudio per l’atteso rientro in Italia, in Istria si piangeva e ci si preparava ancora all’esodo.

Il Trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975, dopo lunghe trattative riservate, sancì la rinuncia definitiva dell’Italia sui quei territori.

E dopo le FOIBE e l’ESODO il terzo aspetto della tragedia il SILENZIO che per tanti anni è calato su queste pagine di storia! Solo dal 2004 “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”(art.1 Legge 92-30 marzo 2004).



D.:Quando si sono svolti i fatti che ci ha raccontato, lei era poco più di una bambina. Che sensazioni ricorda di quel periodo? 

R.: Sono nata nel 1942 a Stridone di Portole, minuscolo paese dell’entroterra istriano che, secondo la tradizione, ha dato i natali a San Girolamo. Avevo vissuto la prima infanzia circondata da molto affetto; vivevo con la mamma, una sorella maggiore, il nonno paterno, nella casa accanto un prozio, per me un secondo nonno, tanto per dire quanto ero coccolata. Papà era a Trieste, perché “ricercato per italianità” era “candidato” alla foiba: ecco perché, a guerra finita, non era ritornato nella sua Stridone, ma si era fermato a Trieste, aspettandoci. Nell’ultimo anno di permanenza in Istria avvertivo qualcosa di strano, i sospiri della mamma, gli occhi del nonno che mi guardavano adoranti e poi lo scuotere del capo, i pianti di entrambi, ed io, bimba che pensavo “Ma anche i grandi piangono?” percepivo qualcosa di strano, ma non sapevo farmene una ragione. Per fortuna i bambini hanno la capacità di allontanare i pensieri tristi e ben presto riprendevo i miei giochi e correvo in braccio all’uno o l’altro nonno…
L'abbandono di Pola

Più tardi, adulta, ho messo a fuoco quell’atmosfera, di ansia, paura, terrore, sussulti ad ogni scalpiccio inconsueto, ad ogni presenza non familiare…a come si nominavano persone care, vicini o parenti che “la note li ga portadi via” (la notte li ha rapiti)…e non capivo...

Abbiamo intrapreso il nostro esilio a piedi, perché non c’erano mezzi di comunicazione all’interno dell’Istria; i vecchi dicevano ”per l’Istria se va un poco a pìe, un poco caminando” (per l’ Istria si va un poco a piedi un poco camminando). Ogni tanto un breve tragitto su qualche carro agricolo, o qualche camion e così fino a Trieste, distante circa 50 Km, dove papà ci attendeva. Fummo ospiti di una cugina.

D.: Guardando l'Italia di oggi e ripensando alla sua vita, le aspettative che avevate nel cuore quando siete partiti dalla terra natia si sono realizzate?

R.: Ritengo che “non c’era tempo” per avere aspettative. Anche perchè quelle che fino allora si consideravano certezze, tali non erano più: l’idioma, la religione, la libertà di esprimersi, l’essere italiano, insomma la propria identità…soppresso tutto, habitat mutato. E allora che fare?

Da uomini di PACE, per interrompere la barbarie e spezzare la catena d’odio e di vendetta, non restava che andarsene. Si lasciavano lì case, terreni, affetti e si intraprendeva la via dell’esilio, impervia, costellata di incognite, con amarezza e nostalgia, ma mossi da forti ideali, per poter continuare ad esprimere la propria personalità, per vivere in un paese di democrazia e libertà. Questo popolo di pace si è mosso con tanta dignità, in un esodo e diaspora biblici. Senza recriminazioni, senza rivendicazioni, senza manifestazioni di protesta, quasi in punta di piedi; con sobrietà, compostezza e tenacia ha reimpostato la propria vita, stringendo i denti e guardando in avanti…


Certo qualcuno nei primi tempi dopo l’esodo, sperava ancora di poter tornare nelle proprie case, di vedere il vessillo tricolore svettare sulle nostre torri, ma non per molto tempo durò questo desiderio nostalgico. Ben presto ci si è resi conto che quelle nostre terre non erano più nostre e che l’Italia era qui, dove ci trovavamo, dove c’era libertà di espressione, di religione, di parola, che non si poteva più tornare indietro. E anche laddove non si era ben accolti noi si doveva reagire in modo positivo, facendoci apprezzare per il nostro impegno e serietà, nello studio come nel lavoro, questo doveva essere la nostra reazione e il nostro riscatto!

D.: C'è un pensiero che vuole trasmettere ai giovani italiani di oggi che forse apprendono per la prima volta da questa lettura cosa è successo a ragazzi vissuti settant'anni prima di loro?

R.: Risponderei con delle osservazioni inviatemi da una scolaresca di V elementare a conclusione della mia testimonianza in occasione del Giorno del Ricordo:

“GRAZIE per averci fatto capire:

*quanto sono importanti cose che spesso diamo per scontate: la casa, la famiglia, gli affetti;

*che il passato anche se doloroso dev’essere ricordato perché tragedie come quelle avvenute non si ripetano più;

*quanto sia importante difendere i propri ideali e valori anche a costo di grandi sacrifici;

*che è importante lottare, non con le armi, per un futuro migliore per tutti.

Ecco, direi che nella loro spontaneità, scevri da condizionamenti e pregiudizi, i bimbi hanno saputo captare il messaggio più importante e profondo.

Ed è per questo che ai giovani mi sento di dire che da tutto ci si può riprendere, quando ci sono forti ideali cui tendere; con abnegazione, volontà, perseveranza, con azioni di positività si possono superare ostacoli e impedimenti e si possono raggiungere alte vette.

Noi bambini 70 anni fa siamo stati defraudati di una parte importante , ci hanno scippato la spensieratezza della fanciullezza, ci hanno costretti ad essere ben presto “grandi”.

Chi ha vissuto nei campi profughi ha sperimentato sin dai primi anni il “domicilio coatto”, la ristrettezza del box abitativo, la mancanza delle forme più semplici di intimità e privatezza, il sentirsi diverso dai coetanei, quasi un’etichetta in fronte “esule giuliano dalmata”, ma chi è? Cosa significa? Si chiedevano allora, e non capivano! Ma oggi, a 70 anni di distanza tutti lo capiscono?

Capiscono che eravamo italiani, italiani cacciati da terra italiana, divenuta straniera in seguito ad una guerra persa in modo illogico, per un assurdo “trattato di pace”, così chiamato in modo beffardo, oserei dire, per definire un trattato che di pace aveva ben poco e che mi fa venire in mente la definizione allora data dal prof. Elio Predonzani che lo definì ”diritto del più forte, sopraffazione indiscriminata, compromesso bugiardo, interessata interpretazione dei grandi ideali di Giustizia e Libertà per cui ben gli si addice il termine Diktat”.

Dico solitamente che io ho vissuto “3 ESODI” : il primo da bambina, cui tutto sembra un’avventura, pur velata da un non so che, quasi un presentimento in fondo al cuore; il secondo quando la mia età si è avvicinata a quella che avevano i miei quando hanno lasciato tutto per l’ideale di pace, libertà, democrazia, amore per l’Italia; allora, interiorizzando il loro stato d’animo ho capito il loro sacrificio, ed ho sofferto “da adulta”; il terzo quando mia nipote Anna ha compiuto sei anni, l’età in cui ho lasciato il nonno; egli non ha voluto seguirci non per scelta ideologico-politica, bensì perché, diceva “sono troppo vecchio, vi sarei di peso”. E così è rimasto sì nella sua casa, con le sue terre, ma in una casa “vuota”, senza gli affetti, senza la piccola che gli correva in braccio affettuosa…ed ho avuto la terza sofferenza.

Ed è per questo che mi sento di dire che quel famigerato Diktat del 10 febbraio 1947 ha scippato l’Italia, privandola di un’intera sua regione, ha disintegrato il popolo dei giuliano dalmati, ha spazzato quella che un tempo era una comunità, perché la sofferenza è stata sia per chi se ne è andato sia per chi è rimasto, due facce della medesima medaglia di dolore.

D.: Non si può non pensare, ascoltandola, a quanto sta accadendo proprio in queste ore nella nostra Europa: all'esodo di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi tormentati da anni di guerre, povertà, ingiustizie e persecuzioni. Come scrisse Euripide: "Non c'è dolore più grande della perdita della terra natia". Cosa si sente di dire a queste persone?


2015

R.: Quando sono partita dal mio paese, ricordo che ad un certo punto mi sono girata e con la manina ho fatto “ciao” al campanile che si allontanava e pian piano spariva…Ebbene, ogniqualvolta vi ritorno, giunta nel punto in cui ho fatto quel gesto, vengo assalita da un nodo alla gola, sento una stretta incontenibile, nonostante siano passati quasi 70 anni…

Ho imparato a “star bene” a Trieste prima e poi in Veneto, infatti mi definisco istriana di nascita, triestina di prima adizione, veneta di seconda. Ho nel cuore sempre la mia Stridone, ora però sono affezionata a Padova.

A mie spese ho imparato a non essere attaccata troppo alle cose terrene, materiali, che non hanno certezze, non offrono prospettive.

Ai giovani mi sento di dire che nel libro della vita le pagine vanno “assaporate”, sfogliate ad una ad una, in avanti. Le prime restano sempre nel cuore, perché da lì si è mosso il nostro cammino, e forti di questo patrimonio si può guardare ciò che ci circonda, senza pregiudizi, con apertura. Ho sperimentato che l’accoglienza è reciproca, ti troverai bene in un luogo qualora ti senti sereno, disposto ad inserirti, accettando tu per primo gli altri, il modus vivendi di chi ti accoglie. 

Mi si permetta un pensiero a voce alta, circa l’ “attualità”. Il problema odierno lo vedo sotto due aspetti, umano e politico.

E’ umano soccorrere chi è perseguitato e dare risposta a delle emergenze di guerra e di sopraffazione…emergenza appunto, tempo determinato. 

E’ altrettanto umanamente corretto ospitare chiunque fugga? Quanto potrà durerà quest’esodo? Forse un tempo indeterminato… Ma è proprio bene ?

Ripenso alla frase di Lao Tzu, filosofo cinese del 500 a.C.

“Da’ a un uomo un pesce: lo nutri per un giorno.

Insegnagli a pescare: lo nutrirai per tutta la vita”.

E ripenso pure alle dieci evangeliche vergini incontro allo sposo con le lampade: quelle rimaste senz’ olio furono lasciate fuori dalla stanza nuziale…

Forse insegnare “a pescare”, a sfruttare le ricchezze potenziali, le risorse naturali e di umanità di certi territori potrebbe essere un valore per le popolazioni, di dignità prima di tutto. Il poter rimanere nelle proprie terre, mantenere le proprie tradizioni, usi , costumi, lingua, religione, acquisire istruzione e capacità di autoaffermazione eviterebbe loro di riconoscersi nei versi danteschi che hanno accompagnato noi giuliano dalmati, così come tutti gli altri esuli del mondo:

“tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale 

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale 

lo pane altrui, e come è duro calle 

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.


Ringraziamo di cuore Italia Giacca per la preziosa testimonianza che ha voluto lasciarci e le siamo grati per la generosità con la quale si è prestata a questo lavoro. 

Per chi si fosse appassionato a questo capitolo poco noto della storia d'Italia, possiamo suggerire i seguenti link:



sabato 17 ottobre 2015

Cos'è la destra, cos'è la sinistra?





Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra? cantava venti anni fa Giorgio Gaber.

Chissà cosa avrebbe cantato oggi il grande poeta, profeta laico milanese. Di certo al tempo di Renzi la domanda proprio non si pone. Non esistono più né destra, né sinistra, ma un unico grande centro con a capo l’uomo della Nazione, giovane, bello, sempre più popolare sia da noi che in Europa. Cosa gli può essere precluso? 

Insegnano ai corsi aziendali per manager di agire in totale libertà sino a quando ciò è tollerato o permesso dal proprio superiore gerarchico o concorrente diretto. Dopo, avviene lo scontro e vince il più forte, più abile, più intelligente, più tenace, più più...E questa regola vale per ogni gradino della piramide che compone l’organizzazione del nostro vivere “civile”. 

E’ ciò che ha fatto il nostro Premier, sfidando prima il suo partito, poi il suo predecessore e poi i suoi alleati di governo e tutti coloro che in un modo o nell’altro non sono stati in sintonia con il suo pensiero galoppante e visionario. Perché quello che conta, lo insegnano sempre nei corsi aziendali, è la Vision.

Sino ad ora, bisogna dire che ci ha saputo fare. Per essere sinceri, l’ascesa è stata aiutata anche da fattori esogeni alla sua volontà, vale a dire la totale assenza di uomini politici di pari livello. 

Renzi, cavallo di razza occorre ammetterlo, si è trovato un parterre di ronzini che si sono divisi di fronte alla sua discesa in campo: alcuni, gli idealisti e gli stolti, si sono messi di traverso, gli altri, i più, in coda sperando che la corda fosse abbastanza lunga da arrivare a trainarli.

Oggi, con la legge di stabilità, la prima veramente renziana, la sua Vision sociale ed economica appare chiara e limpida. Per capire a chi strizza l’occhio il Giovin Signore fiorentino, basta osservare da dove arrivano le lodi e gli applausi e da dove i fischi e le pernacchie. Ma del resto, come dargli torto. Egli è fatto per durare a lungo, senza di lui l’Italia intera sarebbe una scialuppa alla deriva. Da che mondo è mondo il nostro Paese si guida conquistando il Centro e al centro ora c’è lui e nessun altro.

Ed in Europa? Se la Commissione ci boccia la legge di stabilità, gliela si rimanda paro paro, ha dichiarato il Premier alla stampa. Corso di manager docet… Fino a dove arriverà la corsa del cavallo renziano? 

Cos’è la destra, cos’è la sinistra?


giovedì 8 ottobre 2015

Questa notte ho fatto un sogno, ovvero "Roma è vita" - il programma elettorale più votato e meno realizzato d'Italia





-Ehm ehm è permesso? C’è qualcuno?

La musica è dolce e il canto melodioso… all’improvviso sento un rumore, mi volto e la vedo, bellissima, seduta sul trono in fondo al salone… mi avvicino lentamente, quasi accecato dal chiarore che si origina alle sue spalle.

-Chi sei? Sei tu, mio amato Euriloco? Quanto tempo è passato? Più o meno di tremila anni?

-No, no, non sono Euricolo o chi hai detto, sono Marino, mi chiamo Marino e vengo da Roma…

-Marino? Marino chi?

- Sono Marino, il, cioè volevo dire, l’ex sindaco della magna Roma!

- Roma? Allora è vero che alla fine sono riusciti a fondarla…

- Cosa?

- Niente, pensavo tra me. Cosa sei venuto a fare qui nel mio Palazzo? Cosa vuoi sapere da Circe?

- Scusa grande Maga, ma mi hanno detto che tu sai predire il futuro… e vorrei conoscere il mio, tutto qui.

- Perché? Cosa hai combinato di tanto grave per temere il futuro?

- Ma io non ho combinato niente di grave!

- Tu menti! Chi ha paura del futuro è perché ne teme l’avverarsi… altrimenti vivrebbe senza pensare al domani, concentrato sul presente.

Silenzio.

-Allora?

- Beh forse non sono riuscito a spiegare bene il mio pensiero ai miei sudditi, cioè volevo dire concittadini, ho mancato nella comunicazione e mi sono fidato delle persone sbagliate, ma dopo tutto l’ho fatto a fin di bene…

- Tutto qui?

- Forse negli ultimi due anni ho viaggiato troppo e mi sono allontanato dalla mia città dimenticando che i romani volevano avermi vicino e percepire la mia presenza quotidiana in Campidoglio…

- Solo questo?

- Beh, forse avrei dovuto iniziare a dare corso al programma elettorale, ma pensavo di avere ancora tanto tempo davanti a me, avevo sempre in mente quattro numeri: 2 0 2 4.

- E quindi?

- E quindi oggi il mio partito, il partito democratico, non so se lo conosci Maga Circe, mi ha tolto la fiducia, dopo mesi che mi sosteneva nonostante tutto…

- Nonostante cosa?

- Nonostante il mio impegno, le mie fatiche quotidiane passate a cercare di governare Roma, la città eterna.

- Eppure è strano, io della costruzione di Roma non ne sapevo nulla …

- Cosa hai detto Circe? Non ho sentito…

- Niente niente, pensavo tra me. Allora cosa vuoi sapere Marino, è così che ti chiami giusto?

- Sì !

- Cosa vuoi conoscere?

-Che ne sarà di me? Che ne sarà del mio partito?

Silenzio.

Per quindici minuti la Maga armeggia con un bastoncino immerso in un liquido denso contenuto in un vaso trasparente. Di colpo alza la testa e mi fissa negli occhi.

-Cosa accadrà? le chiedo.

-Vedo un tempo sereno e tranquillo per la tua città. Un uomo solo al comando, nominato dal Giovin Signore fiorentino, accompagnerà per dodici mesi i tuoi concittadini. Poi vi saranno nuove elezioni e anche tu vorrai candidarti, ma l’esito sarà disastroso... 

- Il mio partito non vincerà?

-Tu non avrai più un partito, sarai solo contro la Destra e la Sinistra. Il popolo si ricorderà di te, ma non nel segreto dell’urna. 

-Solo? Dopo tutto quello che ho fatto per loro?

- Poi a Roma arriveranno altri, i discendenti del cielo pentastellato, i nemici dei Proci conquisteranno il tuo scranno e per molti anni regneranno sulla città. 

-Non è possibile, quel movimento è una bufala, l’ho inventato io nel 2013, le loro idee sono le mie…mi devi credere, se vuoi ti recito il mio programma elettorale…

-Silenzio! E poi dalla tua città il movimento, come tu lo chiami, si allargherà a macchia d’olio sino a conquistare lo scranno più alto del potere, ma così facendo, affonderà nel profondo, nero e contaminato male italico…questo è quanto…nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma…E’ la Legge. 

-Non è possibile…mi sa che questa volta l’ho combinata grossa…

-Questo è quello che vedo nel mio pentolino…la Maga Circe non sbaglia mai…

- Forse aveva ragione la mia mamma, dopo l'anno sabbatico, dovevo rimanere a vivere negli States…



mercoledì 30 settembre 2015

Ancora più vita






Un romanzo lieve e autentico, l'ultimo di Angelo Roma, giornalista e scrittore ormai affermato nel panorama italiano.

Ancora più vita è una bella storia, da leggere e da meditare. E' una storia di un'Italia d'altri tempi, siamo nel 1930, ma che ha molto da dire all'Italia di oggi.

E' la storia di un giovane, orfano di padre dalla nascita, figlio di contadini pugliesi di Ostuni. Non è il massimo iniziare la vita da figlio di contadini, soprattutto negli anni Trenta, eppure la volontà ferrea e il coraggio della madre, poco più che ragazza, colmano le assenze iniziali e fortificano il giovane nel corso degli anni.

Il ragazzo cresce in una di quelle famiglie allargate tipiche della civiltà contadina del secolo scorso; con nonni e zii da guardare e osservare per imparare a stare al mondo e con cugini con i quali iniziare a competere sul grande palcoscenico della vita. 

Il nostro protagonista però è diverso, ha un'intelligenza e soprattutto una sensibilità non comune agli altri ragazzi e una madre che, dal giorno della morte prematura del marito, vive per realizzare la felicità del figlio. Il legame madre - figlio è l'asse portante sul quale si sviluppa la trama del romanzo e contemporaneamente prendono forma le scelte di vita del giovane.

La forza vitale che scorre nelle pagine del libro si alimenta da quest'unione, da questo sodalizio così intimo, spirituale e umano al tempo stesso, di una madre con suo figlio.

Senza raccontare il seguito, possiamo anticipare che l'avverarsi dei sogni giovanili non modifica il carattere del protagonista che anzi rimarrà sempre grato al suo passato e legato affettivamente alla sua terra natale, sino al colpo di scena finale.

Una storia narrata in prima persona, miscelando memoria e desiderio; una pennellata su un periodo storico lungo una vita vissuta inseguendo il proprio io più vero, senza lasciarsi condizionare da giudizi e pre-giudizi. 

L'emozione che rimane sulla pelle, alla fine della lettura, è quella di aver fatto l’esperienza di una vita intera e al tempo stesso di un sogno realizzato; di aver sentito scorrere tra i capelli quell'alito di vento che spazza il cielo azzurro della bella Ostuni e che fa veleggiare, "sopra la città", i due giovani disegnati da Chagall, per noi una madre con il suo unico figlio.


Angelo Roma, Ancora più vita, Mondadori, 2015

mercoledì 23 settembre 2015

Christianity and Islam: for a pacific cohabitation in the Europe of tomorrow



The emotional recoil, that we are daily subjected to, in front of the pictures of the refugees looking for safety inside our dear, old Europe (that in this historical period introduce itself to the world as the EU with 28 states) leaves us astonished and without words. A lot of thoughts occur to us instead, and we inquire ourselves about how and why all of that could have happened and, above all, what can happen tomorrow. 

Something we often take into consideration concerns the religious faith of the people crossing the boundaries of our continent in this days. Is fair to suppose that the religion of the majority of refugees is Islam. What the Muslim world didn't succeeded in doing with the armies in the XVI century (we all remember the famous battle of Lepanto that put an end to the Ottoman reign in Europe) might achieve in a different way today. We are not trying to say that there is an Islamic "strategy" to invade Europe with million of refugees and then, once they are set up and stabilized, they try to Islamize the all continent. However, due to the actual situation and some other scenarios we are later talking about, not to faraway in the time some cohabitation issues between the two world, ours and their, could occur. 

Let's begin by saying that the actual situation comes from the wrong choices of the European countries. The origin of the conflict that today are causing a multitude of exiles and refugees, wandering through the Mediterranean and around half Europe, depends from the centennial hegemonic policies of the West in Asia and Africa. On this matter we could discuss for days, but is not the point now. Let's just highlight the fact that the last act of this hegemonic presumption of the West, which has been named, tragically ironic for the outcome, as "Arab spring", which presumed to bring democracy to people and nation, governed by brutal tyrants and dictators, has produced death and destructions thousands of times superior; the same has opened the way to the most radical and warlike Islam. (As the self-proclaimed Islamic state, born from the lack of power, demonstrates.) 

However, the actual situation, beyond its origin, has to be dealt with. Is possible to think that the resolution of the conflicts now in act and a normalization of the politic and civil life of the countries from which today we are escaping, will need years, decades. In the meantime, the people that are now coming to live in Europe will be settled and more or less integrated in our environment. The need of integration that should logically be more perceived by the old inhabitant, that are the actual European citizens, assumes that meeting points will be built where the newcomers, adding themselves to the Muslim already in Europe, can be received and start a new life respecting the founding principles of our culture and of our idea of living together in peace. We have to teach to the newcomers that Europe is a place that welcomes the victims of wars and persecutions. There is place for everybody, provided that they want to live in peace, honestly working and respecting the ideas and the beliefs of all. 

Is not longer possible to ignore this problem, and not to solve it. In the European metropolitan cities mosques has been built of different dimension, to permit to the newcomers to practice their rituals. Is, indeed, the religious liberty the first that must be promised to the people as the fundamental of the human being and as the one form which can start a dialogue between men of different faith, but with the same tension of the religious sense. It is necessary that even in Italy, left behind on solving this problem, people would start to reflect and act. The example of Milan, in this case, is significant. The municipality has decided to permit to the exponents of other religious the construction of places of worship, and the Islamic associations have won two of the three areas the administration had made available. At this point we occur in a problem. Which Islam are we dealing with? Islam hasn't got a figure that, as the Pope for Catholicism, represents all the devotees of Mahomet. Historically, different types of Islam have developed, which gave birth to different interpretations of the holy tests and consequently different ways of living and follow the Islamic faith. 

It is not a factor of secondary importance because, depending on the Muslim communities towards which the dialogue will open, the more radical or the more moderate Islam will rise its voice. It is certainly not the case to risk that the first type would prevail, if anything, we must starts a relationship even stronger with the second type to make possible that our society will remain the place of peace development and of cultural and religious growth to every citizens. So, the answer we will give to the religious matter for the millions of Muslims that will leave on our territories in the next years is contributing to keep a spirit of peace and politic and civil stability in Europe, that will permit at the same time an economic and social progress for everybody. But only if the moderate and responsible Islam will develop and the violent one will be ostracized. If not, the risk for the European nations, that today are opening their boundaries to the refugees, will be the possibility of having raised enemies that, once they are integrated inside the countries, using the democratic rules of the hosting nation and after they have acquired the politic, civil and religious rights, they would attempt the enforced islamization of the country. 

The danger exists, also because the secularization has produced in Europe the abandonment of the religious practice by millions of people that do no longer perceive Christianity as a datum point in their lives. The existential nihilism permeate millions of Europeans and a religious way, as the one expressed by the radical Islam, could definitely enter in the existential emptiness of our days and result attractive above all by the European youth. 

Depending on how we will be able to organize this epochal challenges, the future of our continent and our sons will be determinate. 

Translation of Michela Quaglia 
    

martedì 22 settembre 2015

Inside Out


Inside Out, USA, 2015,  Regia di Pete Docter




Recensione di Alberto Bordin



Paura, si occupa di tenerci al sicuro da ogni pericolo. Disgusto, lei evita che veniamo avvelenati, fisicamente e socialmente. Rabbia ha uno spiccato senso di giustizia. E Tristezza … a cosa serve Tristezza?

Questa è la domanda che si pone Gioia, una delle cinque emozioni, che assieme ai quattro colleghi abita la mente delle piccola Riley. La guidano nel mondo reagendone agli stimoli, e collezionano ricordi – in forma di piccole sfere luminose – costruendo ogni giorno la personalità della bambina. Ogni ricordo è unico e dominato da un’emozione. Ma ci sono dei ricordi ben più importanti, i “ricordi base”, che alimentano un’aspetto peculiare della personalità di Riley. Vere e proprie isole della nostra memoria le quali, come si formano, influenzeranno tutte le nostre azioni nei giorni a venire: senso di giustizia, onestà, amicizia, sport, famiglia … valori preponderanti, che si insidiano in ogni individuo secondo la sua esperienza e che lo rendono unico, diverso da ogni altro. Non è un caso che i ricordi base di Riley siano tutti gialli e gioiosi, perché è Gioia a comandare. Ogni persona ha un’emozione predominante sulle altre e per Riley è Gioia. E dunque sorge legittima la domanda di quella piccola emozione solare: tutti lavoriamo perché Riley cresca e sia felice; ma a cosa serve allora la Tristezza?

Le domande rimangono insolute finché l’esperienza non esige risposte, e quella, tiranna, colpisce presto le nostre protagoniste: Riley si trasferisce a San Francisco. Nuova casa, nuova scuola, nuovi amici, nuovo ordine familiare. Ma non c’è nulla di ordinato, la bambina non riesce a reagire positivamente ai catastrofici cambiamenti; Gioia si sente spaesata, mentre Tristezza agisce in modo strano, prendendo – involontariamente – piede nella giornata della piccola. La goccia che fa traboccare il vaso è quando Riley genera un nuovo ricordo base, ma questo è blu e freddo come Tristezza; Gioia non lo può permettere. Cerca di fermare il processo, eliminare il ricordo; Tristezza si frappone, entrano in colluttazione, i ricordi base si spargono in giro, e prima di rendersene conto, Gioia, Tristezza, e quei ricordi, si trovano rigettati nella lontana e labirintica memoria a lungo termine della bambina.

La situazione è tragica: Riley è sprovvista della sua emozione fondamentale e ha perduto i ricordi che alimentano la sua personalità. Se non rientrano per tempo al quartier generale, le isole di Riley si sfalderanno dalla prima all’ultima spezzando l’anima di quella piccina. E Riley non sarà più Riley.

Quanta amarezza. La quiete di Inside Out è solo apparente, un trasloco e una crisi adolescenziale. Ma a conti fatti il film non ha nulla da invidiare a quelle scene che hanno già saputo spezzarci il cuore: la separazione da Andy, la canzone di Jessie, la morte di Coral, la “croce sul cuore” di Carl, l’addio di Boo, le lacrime di Dori e quelle di Bob, il ricordo di Ego, la “direttiva” di Wall-e, la scomparsa di Ellie, l’abbraccio di Nemo. La Pixar non si è mai risparmiata di ferirci nel profondo, di graffiarci con innocenza, generando in molti tra noi tanti “ricordi base”. E pare oggi auto-interrogarsi: perché? A cosa serve tanta tristezza? Saremmo sciocchi se non ammettessimo che ci fa bene, che i film Pixar fanno bene. Ma perché fanno bene quando fanno tanto male? Perché un film per bambini, per i cuori innocenti, deve essere tanto duro? E se vogliamo, Inside Out chiede di più: perché, quando tutto ti disarma e non trovi dove appoggiarti e si prospetta solo il peggio, perché proprio allora qualcuno dovrebbe abbandonarsi alla tristezza? Cos’è questa follia che muove la nostra natura?

Gioia non lo capisce, noi non lo capiamo. Siamo cresciuti imparando a vedere il bicchiere mezzo pieno, a “cercare in una stanza vuota il potenziale inespresso”. Lo sappiamo che si tratta solo di prendere la situazione in mano, svegliarsi la mattina con un sorriso, “imparare a rialzarsi”, vedere il bello in tutto, pensare positivo. O forse no. C’è qualcosa che sfugge. Vogliamo essere felici. Ed essere gioiosi non basta.

Ci sgretoliamo sotto i colpi inclementi di una vita che non ci dà più nulla di cui essere positivi, nulla di bello da affermare. Tutto ciò che più vale, che più conta per noi, quelle verità che albergano sovrane nel nostro cuore, vengono provate e poi annientate, precipitando nell’oblio della mente, con l’inquietante presagio che non torneranno mai più. Come combattere tutto questo? Come può la sconfitta essere strumento di vittoria?

Ci commuovono ancora una volta gli autori Pixar. Non solo per quello che dicono, ma perché ce lo dicono. Pete Docter ci ha già accompagnati con ingegno dentro la Monstropoli di Monsters & Co. e con amarezza sulle Cascate Paradiso di Up. La sua ultima fatica si nutre di entrambi: ingegnosità e affanno, la gioia di una mente creativa e la sofferenza di un animo onesto. Non ci risparmia nulla, a noi, ai nostri nonni, ai genitori, ai fratelli, ai figli, ai nipoti. Non ce lo risparmia, anzi ce lo dona. Seguendo Riley, osservandola con il cuore in mano attraversare questo silenzioso abisso, accompagnando Gioia nel suo smarrimento e nella sua sconfitta, si fa compagno a ciascuno di noi, guida, fratello, padre.

E ci svela infine. Che nulla viene per nuocere. Che il sacrificio non ci rende poveri ma ci arricchisce. Che non siamo fatti male, abbiamo un cuore nei cui misteri dobbiamo confidare. E che tutto opera per la nostra crescita e il nostro conforto rendendoci donne e uomini colmi di una felicità che non conoscevamo né potevamo sperare.

Lasciamo dunque che operi.

sabato 19 settembre 2015

Cristianesimo e Islam: per una pacifica convivenza nell'Europa di domani



Il contraccolpo emotivo che quotidianamente subiamo di fronte alle immagini dei profughi che cercano la salvezza all'interno della nostra cara e vecchia Europa (che in questo periodo storico si presenta al mondo con il vestito dell'Unione europea a 28) ci lascia attoniti e senza parole. Di pensieri invece ce ne vengono molti e ci interroghiamo su come e perché sia potuto accadere tutto questo e soprattutto cosa potrebbe capitare domani. 

Una riflessione che ci interpella di frequente riguarda la fede religiosa delle persone che in questi giorni stanno varcando i confini del nostro continente. E' ragionevole pensare che la religione della maggioranza dei profughi sia l'Islam. Quello che il mondo musulmano non è riuscito a compiere con gli eserciti nel XVI secolo (ricordiamo tutti la famosa battaglia di Lepanto che pose fine all'espansione del regno ottomano in Europa), potrebbe riuscire a portare a termine in altro modo ai giorni nostri. Intendiamoci, non stiamo dicendo che esiste una "strategia" da parte dell'Islam di invadere l'Europa con milioni di profughi e successivamente, una volta insediatisi e stabilizzatisi, cercare di islamizzare il continente. Tuttavia, vista la situazione attuale e alcuni scenari tendenziali di cui più avanti parleremo, nel medio periodo qualche problema di "convivenza" tra i due mondi, il nostro e il loro, si potrebbe presentare.

Iniziamo con il dire che la situazione attuale è il frutto di scelte sbagliate anche da parte dei Paesi europei. L'origine dei conflitti che oggi stanno provocando una marea umana di esuli e rifugiati, che vagano senza una meta per il Mediterraneo e per mezza Europa, dipende in larga parte dalle centenarie politiche egemoniche dell'Occidente in Asia e Africa. Su questo tema si potrebbe discutere per giorni, ma non ci interessa in questo momento. Evidenziamo solo che l'ultimo atto di questa pretesa egemonica dell'Occidente, cui è stato dato il nome, tragicamente ironico per l’esito che sta avendo, di "primavere arabe", che pretendeva di esportare la "democrazia" in popoli e nazioni che erano governate da barbari tiranni e despoti dittatori, ha generato morti e distruzioni mille volte superiori e aperto la strada all'Islam più radicale e guerrafondaio (vedasi l'autoproclamatosi Stato islamico sorto sul vuoto di potere in atto). 

La situazione attuale però, al di là della sua genesi, va affrontata e gestita. E' ipotizzabile pensare che la risoluzione dei conflitti in atto e una normalizzazione della vita politica e civile dei Paesi dai quali oggi si fugge, richieda anni, decine di anni. Nel frattempo quindi le persone che adesso stanno arrivando per vivere in Europa si saranno stabilizzate e più o meno integrate nelle nostre città e nei nostri Paesi. L'esigenza di integrazione, che dovrebbe, per logica e interessi, essere avvertita maggiormente dai “vecchi” residenti cioè dagli attuali cittadini europei, presuppone che si realizzino luoghi aggregativi dove i nuovi arrivati, che si sommano ai musulmani già residenti in Europa, possano essere accolti e iniziare una nuova vita rispettando quelli che sono i principi costitutivi della nostra cultura e della nostra concezione del vivere insieme in pace. Noi dobbiamo insegnare ai nuovi arrivati che l’Europa è un luogo che accoglie le vittime delle guerre e delle persecuzioni, che c’è posto per tutti, a condizione che desiderino vivere in pace lavorando onestamente e rispettando le idee e le credenze di tutti. 

Non è più possibile ignorare questo problema e non gestirlo. Nelle città metropolitane europee si sono costruite moschee, di dimensioni più o meno grandi, per permettere ai nuovi arrivati di esercitare il proprio culto. E’ la libertà religiosa infatti, la prima che deve essere garantita alle persone in quanto quella più costitutiva dell’essere umano e quella da cui può partire il dialogo tra uomini con fedi diverse, ma uniti dalla medesima tensione del senso religioso. Occorre che anche in Italia, rimasta indietro sino ad ora nell’affrontare il problema, si incominci a riflettere e ad agire. L’esempio di Milano in questo caso è significativo. Il comune ha deciso di permettere agli esponenti di altre religioni la costruzione di luoghi di culto e le associazioni islamiche si sono pre-aggiudicate due delle tre aree rese disponibili dall'amministrazione. Ma attenzione: a questo punto incontriamo un problema. Con quale Islam abbiamo a che fare? La religione islamica infatti non ha una personalità che, come il Papa per la Chiesa Cattolica, rappresenta univocamente tutti i fedeli di Maometto. Storicamente si sono sviluppati diversi Islam che hanno dato vita a diverse letture dei testi sacri e quindi a diversi modi di vivere e professare la religione islamica.

Non è un fattore di secondaria importanza, perché in base alle comunità musulmane cui si apriranno le porte del dialogo, si darà voce all'islam moderato o a quello più estremista e radicale. Non è certo il caso di rischiare di sostenere e dare voce al secondo islam, semmai occorre allacciare rapporti sempre più stretti con il primo per fare in modo che la nostra società continui ad essere il luogo di sviluppo, di pace e di crescita culturale e religiosa per ogni cittadino. Infatti la risposta che daremo al tema della questione religiosa per i milioni di musulmani che vivranno sui nostri territori nei prossimi anni contribuirà a mantenere in Europa un clima di pace e di stabilità politica e civile che a sua volta permetterà un progresso economico e sociale per tutti. Ma solo se a svilupparsi sarà l'islam moderato e responsabile e si metterà ai margini quello più violento e radicale. In caso contrario il rischio per le medesime nazioni europee che oggi stanno accogliendo i profughi sarà quello di aver coltivato in seno dei potenziali nemici che, una volta integratisi all'interno dei singoli Paesi, utilizzando le regole democratiche della nazione ospitante, acquisiti i diritti politici, civili e religiosi, tentino l'islamizzazione forzata del Paese.

Il pericolo esiste anche perché, in Europa, la secolarizzazione ha provocato l'abbandono dalla pratica religiosa di milioni di persone che non percepiscono più il cristianesimo come punto di riferimento per la loro vita. Il nichilismo esistenziale permea milioni di europei e una modalità religiosa come quella espressa dall'Islam radicale, potrebbe sicuramente fare breccia nel vuoto esistenziale dei nostri giorni e risultare attrattiva soprattutto per i giovani europei. 

Da come riusciremo a gestire oggi queste sfide epocali, dipenderà il futuro del nostro continente e dei nostri figli.