Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

Visualizzazione post con etichetta Elezioni europee. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elezioni europee. Mostra tutti i post

sabato 4 maggio 2019

Le ragioni che mi spingono al voto




Domenica 26 maggio siamo chiamati a rinnovare i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo. 

Mai come in questo momento storico, l’Europa non gode di una buona reputazione, bistrattata da destra e da sinistra, accusata di essere l’origine di tutti i mali che ci affliggono.

Quindi la domanda nasce spontanea: perché dovremmo andare a votare il 26 maggio e, soprattutto, per chi?


Domanda non banale e molto diffusa tra coloro che frequento abitualmente, colleghi, conoscenti, amici.

Personalmente, le ragioni che mi spingono a votare il 26 maggio per l’elezione del Parlamento europeo sono le medesime che mi spingono ad alzarmi la mattina e andare al lavoro, tornare a casa e chiedere ai miei figli come hanno passato la loro giornata, programmare un week-end al mare o in montagna, immaginare le vacanze estive con la mia famiglia. Sono le medesime ragioni che mi fanno interessare ai mutamenti climatici, alle difficoltà che molti amici hanno nel trovare lavoro, al terrorismo che in diverse parti del mondo fa strage di uomini innocenti: insomma sono le medesime ragioni che mi spingono a vivere da essere umano e non come un animale.

Come è possibile restare indifferenti alla facoltà di contribuire, con il proprio voto, all’elezione di un Parlamento unico nella sua specie: un luogo dove 750 persone, uomini e donne, in rappresentanza di 28 nazioni possono incontrarsi ogni giorno e discutere in pace sul futuro che attende oltre cinquecento milioni di concittadini?

Pensate che cosa sono stati capaci di immaginare uomini che avevano appena terminato di spararsi addosso alla fine della Seconda Guerra mondiale, partendo dall’idea di non voler mai più rivedere nella loro vita e in quella dei loro figli e nipoti ciò che avevano visto con i propri occhi: i muri dei palazzi delle loro città alti non più di trenta centimetri. Da quel desiderio di cambiare vita nacque l’Europa che noi oggi abbiamo il compito di gestire e portare avanti.  


Se l’Europa di oggi non ci piace, è solo colpa nostra e tocca a noi impegnarci per migliorarla, e non credo che l’idea di distruggerla sia quella giusta. Pertanto ad ognuno di noi è chiesto un piccolo impegno, in queste settimane: quello di informarsi, per capire quale è il modo migliore per aiutare questo sogno a camminare, sempre meglio, sempre più vicino al nostro modo di pensare, di vivere, di credere.

Oggi le fonti d’informazione primarie non ci mancano e ognuno di noi può facilmente accedervi. Definisco primarie le fonti non social perché quelle social a mio parere sono inadatte a formarsi un giudizio se si parte da zero: qui di seguito potete trovarne alcune che personalmente consulto e che trovo molto utili: il sito istituzionale del  Parlamento europeo per incominciare. Molto ricco d’informazioni è anche il sito dell’ ISPI (Istituto per gli Studi di Politica internazionale) che ha dedicato uno spazio alle votazioni europee. Inoltre, vi posso suggerire il sito della Fondazione Openpolis che, con il suo spazio Europa, analizza in profondità alcune tematiche europee. Insomma, le fonti di informazioni non mancano, occorre metterci solo la buona volontà.

Se poi non volete abbandonare il blog, potete rileggervi gli articoli che avevo pubblicato nel 2014 in occasione delle precedenti elezioni europee che illustravano il ruolo e il funzionamento del Parlamento europeo e degli altri Organismi comunitari. Rimangono validi ancora oggi.

L’invito che rivolgo a tutti è quello di non sottovalutare l’importanza di questo voto e di pensare a coloro che verranno dopo di noi, perché dipenderà da noi l’Europa che vivranno i nostri figli e i nostri nipoti. Sono sicuro che informandoci e documentandoci, una forza politica e una persona da votare la troveremo, tenendo presente sempre una cosa: non riponiamo certamente la nostra speranza in un voto, ma andiamo a votare proprio perché speriamo in un domani migliore.

Mi sembra doveroso chiudere con questo ricordo. Per circa trent’anni ho svolto la funzione di presidente di seggio elettorale nel comune dove risiedo e devo dire che a ogni votazione a cui ho partecipato sono rimasto sempre stupito dalle persone anziane, di ottanta e anche di novant’anni che, a fatica, venivano a votare, spesso anche da sole. A una di queste, una donna, malconcia sulle gambe, quando le riconsegnai la tessera elettorale dopo che aveva votato, feci i complimenti per essere venuta al seggio e lei mi guardò negli occhi e mi disse: “Giovanotto, io mi ricordo di quando non potevo votare. Finché vivrò, ogni volta che c’è da votare, mi troverà qui!” 

Me lo disse in dialetto, ma il concetto era questo.

mercoledì 24 aprile 2019

25 aprile 1945

Corriere della Sera del 26 aprile 1945
Rileggendo i post più recenti pubblicati sul blog, mi sono reso conto che l’ultimo che tratta un argomento politico l'ho scritto quasi un anno fa. Si riferisce al giuramento de il governo giallo-verde in carica ancora oggi.

Dal 2 giugno 2018 non ho più pubblicato un post con un tema politico. Nonostante ogni giorno legga i giornali, ascolti i TG e commenti gli avvenimenti politici con i colleghi, qualcosa mi impedisce di appassionarmi a questo governo come ai precedenti.

Riguardando quell’ultimo post, la mente è tornata a quei giorni di inizio estate del 2018 e alle aspettative, molto alte, nei confronti dei due partiti che avevano stretto l’alleanza per governare il Paese.

Dopo quasi un anno cosa è stato realizzato? 


Qualcosa di quanto dichiarato nel patto di governo sicuramente è stato fatto: la legittima difesa, la quota cento, il reddito di cittadinanza, il giro di vite allo sbarco dei migranti. Da un certo punto di vista, provvedimenti epocali e considerati “impraticabili” da coloro che hanno preceduto l’attuale esecutivo.

Ma a quale prezzo sono stati attuati tali provvedimenti? 


Vale a dire: l’Italia oggi è un Paese migliore di dieci mesi fa? Si vive meglio? Si ha più voglia di investire pensando al futuro? La povertà è diminuita? Perché se il cambiamento promesso dal governo non porta a questo, allora non è vero cambiamento, ma solo propaganda.

Tra poco più di un mese si presenterà un’importante scadenza elettorale: l’elezione del Parlamento europeo , unica istituzione comunitaria espressa direttamente dai cittadini e per questo dal valore altamente simbolico.

I due partiti di governo si schiereranno su fronti opposti e faranno campagna elettorale divisi. Uniti per governare l’Italia, divisi per governare l’Europa, come del resto lo sono per governare le regioni d’Italia.

Come può questa dicotomia non saltare all’occhio? Come è possibile essere alleati sulla politica interna del Bel Paese e non esserlo nell’amministrazione di una regione o di un comune?

L’impressione è che in questi mesi i due partiti abbiano pensato alla realizzazione del patto di governo, sostenendo a turno il provvedimento proposto dall’altro partito, turandosi il naso e arrampicandosi sui vetri per farlo digerire al proprio elettorato recalcitrante. Fino a quando questo stato di cose potrà durare? E che Paese troveremo al termine di questo percorso politico?

Certo, ormai tutti abbiamo consapevolezza di vivere in una società liquida, per dirla con le parole di Zygmunt Bauman, ma credo che per governare una nazione i partiti politici debbano avere delle pur minime convergenze ideologiche riguardo le tematiche oggetto del patto di governo, unità d’intenti che non ho riscontrato in questo esecutivo.

Ho riscontrato invece in entrambe le classi dirigenti e i massimi esponenti politici dei due partiti una ricerca spasmodica del consenso al proprio operato tramite l'utilizzo dei social. Questo ricercare a tutti i costi una legittimazione popolare, tuttavia, non è mai esente da rischi, presuppone un’educazione civica per nulla scontata nei frequentatori dei social e soprattutto non è garantito che il popolo sappia scegliere sempre per il meglio e il bene comune.

Ne è un esempio recente il caso della Brexit e ne è prova la storia di un uomo di duemila anni fa che, senza colpe, fu portato davanti all’autorità costituita per essere giudicato e venne assolto. Fu invece condannato a gran voce da quel popolo che lo aveva visto nascere e che alla fine ottenne dalla medesima autorità quello che desiderava: la sua crocifissione.

Vi fu errore popolare più grande di questo nella storia?


Ci apprestiamo a vivere la giornata del 25 aprile: riflettiamo su quello che accadde in quei giorni del 1945 e riscopriamo i valori che hanno permesso alla nostra nazione, uscita a pezzi dall’esperienza della Seconda Guerra mondiale, di intraprendere il cammino virtuoso che ci ha condotto sin qui.


lunedì 26 maggio 2014

Il Buono, il Brutto e il Cattivo



Il Buono, il Brutto e il Cattivo

Il Buono ha vinto la sua sfida, al di là di ogni più rosea previsione. Il Brutto ha perso, forse, l'occasione della vita ed ora trovare una via d'uscita per il suo movimento appare difficile. Il Cattivo è stato messo nell'angolo e la soluzione per ritornare al centro dell'attenzione ci sarebbe, ma... 

Riflessioni italiane.
Certamente gli elettori hanno votato più Matteo Renzi che il suo partito, più la sua "pacata" determinazione, che la rivoluzionaria dialettica del Capo Popolo genovese. Il PD di oggi non è il partito del 40% degli italiani. Se fossero state elezioni politiche interne, il risultato sarebbe stato più vicino a quello degli exit poll che infatti quotavano il PD intorno al 30%. Cosa significa? Significa che il 10% degli intervistati all'uscita dal seggio non ha dichiarato che aveva dato il voto al PD. Come mai? Vergogna della “prima volta”? 

Questo non toglie che ora Renzi abbia una responsabilità enorme: sulle riforme che devono procedere spedite, ma senza imposizioni “totalitarie” e sulla ricerca di soluzioni per l'emergenza principale del Paese, il lavoro che manca, soprattutto per i giovani.

Per i cinque stelle, forse ora quattro stelle, la lezione è stata tosta, non se l'aspettavano. Il Guru non ha pronosticato in modo corretto l’evento. Intendiamoci, in valore assoluto non è un risultato da disprezzare: i grillini sono il secondo movimento in Italia, ma in termini relativi sono stati doppiati dal primo partito. Forse è giunto il momento per i penta stellati di provare a liberarsi del Grillo parlante, a tagliare il cordone ombelicale. Ormai sono una forza consolidata, ma questo patrimonio di voti non può rimanere isolato e improduttivo, per il bene del Paese. Se Grillo capirà questo, allora farà fare un passo in avanti al movimento e al Paese, in caso contrario molto probabilmente la sua leadership sarà destinata al declino.

Il Cavaliere, azzoppato dalle note vicende, non è stato però disarcionato, ma dovrà prendere atto che una stagione è arrivata al capolinea, la sua. Come reagire? La soluzione potrebbe essere "alla francese", visto il fascino che Marine (Le Pen) ha saputo trasmettere all'elettorato del partito creato dal padre. La "nostra" Marina sarà capace di negarsi al papà ancora una volta? 

Riflessioni europee.
L'Italia insieme alla Germania (e a pochi altri) è stato il Paese dove hanno vinto le forze a favore dell'Unione. In altri Paesi, anche importanti, come Francia, Inghilterra e Spagna, le forze politiche anti euro hanno avuto risultati molto significativi, più che nel nostro Paese.

Questo fatto dovrebbe far riflettere i due principali gruppi del Parlamento europeo (i popolari e i socialisti). La legislatura che prenderà il via a breve, o sarà capace di farsi costituente di un nuovo modo di concepire l’Unione o rischierà di essere l'ultima del Parlamento europeo. 

L’ottimismo però non manca: alla fine gli elettori europei si sono recati alle urne, meno che nella passata votazione del 2009, ma non si è verificato il forte astensionismo temuto. E questa è una punta di speranza che ci lascia fiduciosi per il futuro…


mercoledì 7 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (7 fine)

Giunti al termine del "cammino europeo" che abbiamo percorso insieme, proviamo ad esporre alcune riflessioni conclusive.

Prima considerazione: le elezioni del 25 maggio costituiscono un appuntamento importante, da non perdere se vogliamo modificare l'attuale stagnazione politica che l'Unione sta attraversando.
Quindi, è necessario recarsi alle urne e votare: solo così manderemo ai politici il giusto segnale, vale a dire che i cittadini europei desiderano più Europa e non meno Europa. Se vincesse l'astensionismo, vincerebbe lo status quo e in ultima analisi vincerebbero i paladini di questa Europa, fondata solo sull'economia e sulla finanza e non sulla persona e sul lavoro.

Secondo: è proprio dal binomio persona lavoro che dobbiamo ripartire per portare avanti la costruzione dell'Unione europea. Il desiderio più profondo dell'uomo, quella sete di verità e giustizia che lo contraddistingue, deve trovare la giusta possibilità di realizzazione in ambito europeo. Se non serve a questo, a cosa serve l'Europa unita? A far circolare le merci più velocemente perché sono stati aboliti i controlli alle frontiere? A pagare con la stessa moneta una brioches a Roma e a Berlino? Un po’ pochino, non vi pare? Noi all'Europa chiediamo di più. 

Terzo: ci permettiamo di suggerire ai nuovi parlamentari europei che forse, per ripartire, l’Europa ha bisogno di un nuovo patto, un accordo nel quale vengono declinati i principi costitutivi e irrinunciabili sui quali si vuole fondare l’Unione dei prossimi decenni. Una Carta costituzionale insomma, come quella che era stata approvata e sottoscritta a Roma il 29 ottobre 2004 dai 25 Capi di Stato e di Governo dell’epoca. 

Purtroppo quella scelta, a nostro giudizio fondamentale per il futuro dell’Unione, non ebbe il seguito che meritava e fu accantonata negli anni successivi dalla mancata ratifica da parte di alcuni Stati. In particolare la bocciatura tramite referendum popolare di Francia e Paesi Bassi affossò definitivamente l’idea di avere una Costituzione europea. Quello fu un grave errore di cui adesso stiamo pagando le conseguenze. 

La nostra intenzione, con questa serie di articoli, è stata quella di aiutare a comprendere meglio la posta in gioco in queste elezioni europee. Soprattutto, con uno sguardo alle nuove generazioni, che forse danno per scontato che l'Unione europea esista oggi ed esisterà anche domani. Ma non è così. Senza un impegno costante nelle Istituzioni politiche, l'Europa resterà in mano ai burocrati, ai professionisti dell'amministrazione ed ai finanzieri che ne controllano le scelte economiche, ma non diventerà quell'Europa dei popoli che avevano in mente i Padri fondatori.

Perciò il nostro impegno nei confronti dell'Europa, in questi ultimi giorni prima del voto, sarà quello di informarci sulle posizioni che le forze politiche italiane porteranno nel nuovo Parlamento. Che idea di Unione hanno in mente, a quali Gruppi parlamentari europei fanno riferimento e quali iniziative propongono per uscire dallo stallo attuale. In attesa che l’Unione organizzi delle tribune elettorali europee, dove i gruppi presenti al Parlamento europeo possano condividere con gli elettori i loro programmi, una buona fonte d’informazione si rivela il sito internet ufficiale del Parlamento europeo: 


Vi si possono trovare tutte le indicazioni riguardanti le funzioni e i compiti dell’Istituzione e i riferimenti ai siti internet dei gruppi politici presenti. Sarà così possibile conoscere nei dettagli i programmi politici dei singoli movimenti e trovare la forza politica con la quale siamo più in sintonia.

Nel 1978 Vaclav Havel scrive ne Il potere dei senza potere: “Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società: non è qualcosa che basta concepire e lanciare come il modello di una nuova automobile; se non si tratta solo di una nuova variante del vecchio marasma, è qualcosa che si può configurare solo come espressione di una vita che cambia. Non è detto quindi che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore”.

E noi che Europa vogliamo?



 
Vaclav Havel al Parlamento europeo l'11 novembre 2009

domenica 4 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (6 continua)

Giunti quasi al termine del nostro “percorso europeo”, vogliamo ricordare cosa ha spinto i Padri fondatori a pensare, immaginare e realizzare un’Europa di popoli che affrontassero insieme il futuro.

Che cosa permise ad un italiano (De Gasperi), un francese (Schuman) e un tedesco (Adenauer) dopo la tragedia della Seconda Guerra mondiale, di sedersi attorno ad un tavolo a parlare di unità e pace tra i loro popoli che si erano combattuti fino allo stremo sino al giorno prima?

La risposta è nella consapevolezza, acquisita con l’immenso spargimento di sangue di milioni di persone, militari e civili, dell’impossibilità di eliminare l’avversario. Da questa coscienza si incominciò a comprendere il valore della persona nella sua unicità e il valore del lavoro come strumento per realizzare compiutamente la vita umana.

Persona e lavoro: dall’aver posto al centro dell’idea di unione europea questi concetti, si generò come conseguenza un periodo carico di attese che permise in tempi assolutamente rapidi la rinascita sociale ed economica dell’Europa devastata dalla guerra. Dunque, per l’avvio del progetto europeo, lo slancio ideale dei nostri nonni e dei nostri padri è stato decisivo. Ma a differenza di oggi, lo scopo di partenza non rimase confinato alle questioni economiche. I nostri avi si mossero per un ideale più grande. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 è, se vogliamo, il frutto conclusivo di questo primo periodo della storia dell’Unione.

Successivamente, con il passare degli anni e il passaggio delle generazioni, lo slancio ideale delle origini si è perso. Il mezzo (l’economia, la finanza, il profitto) è diventato lo scopo e l’Unione si è via via trasformata in un luogo dove si stringono compromessi tra gli interessi inevitabilmente contrapposti dei singoli Stati. Non ci si combatte più con i cannoni e con le bombe, ma con le armi dell’economia e della finanza. 

Questa perdita di tensione ideale si è avvertita anche all’interno delle Istituzioni europee che si sono ingigantite a dismisura diventando esse stesse abnormi macchine burocratiche che rallentano il processo di unificazione anziché favorirlo. E soprattutto allontanano dalla gente l’idea che l’Unione europea serva e favorisca il benessere dei popoli e non rappresenti solamente un livello superiore di burocrati da mantenere.

Occorre un risveglio delle nuove generazioni e un ritorno verso gli ideali che sono stati alla base della nascita dell’Unione europea. L’Europa non è costituita una volta per tutte. Le nuove generazioni non si devono sentire escluse dal lavoro di edificazione dell’Europa di domani, anzi in questa fase sono proprio i giovani che possono dare nuovo impulso e far compiere un passo in avanti verso una nuova Unione. Occorre uscire dall’illusione che le risposte arrivino sempre dall’alto. Non è così. Una nuova generazione è ora chiamata ad impegnarsi in Europa. Una generazione che è la prima generazione veramente europea, nata in Paesi che vivono in pace da più di sessant’anni (cosa mai accaduta nella storia europea se ci pensiamo) e che in questi decenni ha raggiunto livelli di benessere economico e sociale inimmaginabili alla fine della Seconda Guerra mondiale. 

Perché questo avvenga, bisogna mettere di nuovo al centro del progetto europeo la persona e il lavoro. Le persone in particolare devono riprendere consapevolezza della propria dignità, del proprio compito. In una parola, bisogna rimettere al centro l’educazione. Non bastano le norme e le leggi, occorre trasmettere ai giovani esperienze educative vere che mettano in movimento la libertà e la responsabilità personale nei confronti della vita. Da giovani educati alla verità e alla conoscenza della realtà potrà ripartire l’Europa di domani. E’ questa la sfida che ci aspetta, il rischio educativo di oggi per costruire un’Europa diversa domani. 

Se ciò avverrà, allora l’Europa unita continuerà il suo cammino e potrà assicurare pace e prosperità  ai popoli che l'abitano. In caso contrario, al momento credo che nessuno possa immaginare un finale degno di essere ricordato nei libri di storia.

Nel prossimo articolo proveremo a tirare le fila del percorso sin qui compiuto. 

6 - continua







sabato 3 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (5 continua)

Se tanto malcontento nei confronti dell’Unione europea è diffuso tra la popolazione di tutti i Paesi che la compongono, dalla Svezia alla Grecia, dalla Germania alla Spagna, probabilmente qualcosa che non ha funzionato esiste veramente e va cambiato. 

Certo, magari quello che dell’Unione non piace ad un tedesco non è la medesima cosa che non piace ad un greco, ma il punto è proprio questo: giungere ad una sintesi che possa contemperare e sostenere interessi comuni. Ma quali sono gli interessi comuni che vogliamo tutelare e difendere attraverso l’Unione europea?

Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, prevede quali siano le competenze esclusive dell’Unione europea:

- unione doganale

- definizione delle regole di concorrenza (regolazione dei mercati)

- politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l'euro

- conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca

- politica commerciale con gli Stati Internazionali.

L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali nelle materie oggetto di una sua competenza legislativa esclusiva, oltre che negli accordi che richiedono che venga applicato il Principio della Sussidiarietà e in quelli di Associazione. 

In tutti gli altri campi e settori della vita di ogni giorno, l’Unione europea possiede competenze concorrenti, di coordinamento o di sostegno agli Stati membri i quali mantengono pertanto un potere sussidiario o monopolistico di legiferare. 

Appare dunque subito chiaro un punto: l’attuale Unione basa di fatto le sue competenze esclusive sul controllo dei mercati e della finanza (moneta unica Euro). Questa è ad oggi la situazione: in tutti gli altri campi di attività, la concorrenza con la politica (e gli interessi) dei singoli Stati impedisce concretamente all’Unione di agire come fattore unificante appunto di un superiore interesse europeo. 

Ecco un punto di debolezza del sistema sin qui ideato: non è possibile creare una moneta che rappresenti un insieme di Paesi se prima non si è proceduto ad una vera unificazione dei singoli Stati membri. Altrimenti quello che ne esce è una forma giuridica di Unione federale ibrida, destinata al fallimento. 

La politica estera, di difesa del territorio, la politica energetica, la politica del lavoro, la politica industriale, la politica sociale e previdenziale, quella sanitaria: tutti questi settori che concorrono a formare un sistema Paese, non possono essere lasciati nelle mani dei singoli Stati se si vuole costruire un’Unione europea che abbia senso come Unione federale di Stati. L’Unione di oggi non è il modello che serve per governare 28 Paesi. Il modello organizzativo a cui guardare, peraltro l’unico che offra certe garanzie di funzionamento nel mondo in questo momento, è quello offerto dagli Stati Uniti d’America. In quella organizzazione federale le competenze che spettano allo Stato Federale e quelle demandate ai singoli Stati membri sono chiare e ben specificate. 

Del resto che le cose così come sono non vadano bene, lo si è visto in questi anni di crisi. Con il solo controllo della politica monetaria esercitato tramite la BCE, peraltro con poteri limitati, non si è ancora riusciti a portare l’Unione fuori dal tunnel della mancata crescita economica e dell’aumento della disoccupazione. Mentre è notizia di queste ore che gli Stati Uniti sono tornati al livello di disoccupazione (6% circa) che avevano nel 2008, all’inizio della crisi. In Europa siamo oltre l’11%. 

Abbiamo bisogno di politiche industriali e regole del lavoro comuni che spingano tutta insieme l’Unione a reagire a questa situazione, altrimenti essa stessa si rivelerà una zavorra alla crescita, non un soggetto propulsivo. Non è ammissibile per esempio che all'interno dell’Unione si chiudano fabbriche in Italia per spostarle in Polonia o viceversa a causa del minor costo dell’energia o del lavoro. Un imprenditore della UE può decidere di fare impresa dove vuole, questo è chiaro, ma la scelta non deve dipendere da variabili che devono avere analogo valore per tutti gli Stati membri. Altra cosa è poi decidere di sostenere alcune regioni dell’Unione particolarmente arretrate dal punto di vista economico o sociale. Ma i fattori comuni per fare impresa devono essere uguali per tutti, dalla Svezia alla Grecia. 

Questo è il lavoro che il nuovo Parlamento che andremo ad eleggere il 25 maggio dovrebbe portare avanti insieme ad una Commissione europea che abbia la volontà politica di far fare all’Unione un passo in avanti. Altrimenti è meglio fermarsi a riflettere se le ragioni che ci hanno portato sino a questo punto siano ancora delle buone ragioni.

5 - continua


martedì 29 aprile 2014

Elezioni europee del 25 maggio (4 continua)

Il nuovo Parlamento europeo avrà tra i suoi primi compiti quello di eleggere il Presidente della Commissione europea, cioè il Capo dell’esecutivo europeo, sulla base di una proposta del Consiglio europeo, tenuto conto del risultato politico del voto del 25 maggio.

Abbiamo già analizzato quali sono i principali gruppi politici presenti nel Parlamento europeo. Alcuni di questi gruppi hanno formalizzato il proprio candidato alla guida della Commissione, nel caso risultassero vincitori delle elezioni.

Ecco i nomi dei politici europei che sono stati candidati per la guida dell’esecutivo europeo:

• per il PPE, Jean-Claude Juncker nato in Lussemburgo il 9 dicembre 1954

• per il PSE, Martin Schulz, nato in Germania (all’epoca Germania Ovest) il 20 dicembre 1955

• per ALDE, Guy Verhofstadt, nato in Belgio l’11 aprile 1953

• per i Verdi, Ska Keller, nata in Germania (all’epoca Germania Est) il 22 novembre 1981

• per SE, Alexis Tsipras, nato in Grecia il 28 luglio 1974


Altri gruppi non hanno formalizzato un proprio candidato e molto probabilmente si limiteranno a sostenere uno dei cinque prescelti.

Ciascun candidato alla Presidenza della Commissione europea ha, come logico, una propria idea di Europa e una propria concezione ideologica e politica che lo porterà a compiere determinate scelte. 

E’ importante in queste elezioni cercare di capire quale idea di Europa hanno in mente i candidati e verificare se corrisponde a quello che noi pensiamo e desideriamo per il nostro futuro europeo. La sensazione che si respira, non solo in Italia, ma in tutti i Paesi europei, è che queste elezioni stiano interessando poco la gente.

Sarebbe un errore invece disinteressarsi a questa partita perché, volenti o no, il futuro prossimo dell’Italia dipenderà anche in buona parte da quello che si deciderà in Europa nei prossimi anni. E un ruolo fondamentale verrà giocato dal Parlamento che noi concorreremo ad eleggere. Se non faremo sentire la nostra voce il 25 maggio, saremo tagliati fuori domani dalle partite che ci interesseranno e non potremo che prendercela con noi stessi.

Ormai sempre più aspetti della vita sociale, economica, finanziaria, fiscale sono sottoposti alla normativa comunitaria, a discapito della legislazione nazionale. E’ una limitazione della sovranità nazionale in funzione dell’appartenenza ad un’Organizzazione sovranazionale (l’Unione europea) che “promette” di ripagare la perdita con un vantaggio superiore. 

E’ pur vero che in questi ultimi cinque anni, da quando la crisi economica si è fatta maggiormente sentire, certamente non tutto ha funzionato a dovere in Europa. Cosa non ha funzionato, proveremo ad analizzarlo nel prossimo articolo.

Una cosa però vogliamo qui ricordare, pro Europa. Nel 2012 il Comitato per il Nobel norvegese ha assegnato il Nobel per la Pace all’Unione Europea con la motivazione che "per oltre sei decenni ha contribuito all'avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa".

Può sembrare un riconoscimento simbolico, ma non lo è. La Pace ha un riscontro molto concreto e non la si ottiene con facilità, senza impegno e sacrifici.

La storia del mondo, dalla fine della Seconda Guerra mondiale ai giorni nostri è un susseguirsi continuo di guerre tra popoli e nazioni, di ogni continente, tranne che tra gli Stati dell’Unione europea. E non è un caso.

4 - continua



domenica 27 aprile 2014

Elezioni europee del 25 maggio (3 continua)


Tra meno di un mese, il 25 maggio, saremo chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento europeo. In Italia l’appuntamento elettorale quel giorno sarà duplice, politico e amministrativo, in quanto si eleggeranno anche i consigli comunali di oltre 4.000 comuni e i consigli regionali del Piemonte e dell’Abruzzo. 

Non dobbiamo perciò cadere nell’errore di considerare sullo stesso piano le due consultazioni, quella politica per il Parlamento europeo e quella amministrativa. Si può benissimo votare per una forza politica alle europee e per un’altra lista alle amministrative. 

I leader politici italiani tendono, volontariamente o inconsapevolmente, a “nazionalizzare” lo scontro elettorale e portarlo su un terreno più semplice e schematico in modo che risaltino le caratteristiche della propria ideologia politica ritenuta, a torto o a ragione, vincente sull’elettorato. Ma in queste elezioni europee i temi caldi sul tappeto sono molti e a nostro parere non esistono risposte valide a priori. Deve esserci invece da parte delle forze politiche, di tutte quelle che saranno rappresentate al Parlamento europeo, l’apertura intellettuale a ricercare nuove soluzioni e nuove ricette per far uscire l’Europa dalla crisi economica e dalla crisi d’identità che da troppi anni ne stanno bloccando lo sviluppo.

Ma procediamo con ordine. Sulla carta, i principali partiti e movimenti italiani si collocano nel seguente modo rispetto allo scenario presente nel Parlamento europeo:

• Forza Italia è inserita nel gruppo PPE (Partito popolare europeo)

• Partito Democratico è inserito nel gruppo S&D (Alleanza Progressisti e Socialisti)

• Movimento Cinque Stelle non si è mai presentato in Europa prima d’ora

• Nuovo Centro Destra è inserito nel gruppo PPE

• Lega Nord è inserita nel gruppo ELD (Europa della Libertà e della Democrazia)

• Fratelli d’Italia si presenta per la prima volta alle elezioni europee

• Scelta Europea (in Italia il partito di riferimento è Scelta Civica) si inserisce nel gruppo ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa)

• Verdi si inseriscono nel gruppo VERDI/ALE

• Italia dei Valori si inserisce nel gruppo ALDE

• L’altra Europa con Tsipras (in Italia il partito di riferimento è SEL) si inserisce nel gruppo GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europea). 

Come si può subito notare, votare per esempio per Forza Italia o Nuovo Centro Destra alle prossime elezioni europee significa di fatto dare lo stesso voto al Partito Popolare Europeo, così come votare per Italia dei Valori o per Scelta Europea significa sostenere il medesimo gruppo ALDE al Parlamento europeo.

Tuttavia, ben sappiamo come il voto dato a Forza Italia di Berlusconi o in alternativa al NCD di Alfano abbia dal punto di vista della politica nazionale un diverso significato. NCD sostiene l’attuale esecutivo Renzi, mentre Forza Italia è all’opposizione.

A nostro parere l’elettore dovrà sì tenere anche conto del valore politico “interno” che avrà il voto europeo, ma senza perdere di vista il più ampio respiro di queste elezioni. Quello che si andrà ad eleggere il 25 maggio sarà un Parlamento che, con i limiti e i poteri attuali che caratterizzano l’Istituzione, dovrà affrontare e gestire una situazione di grave crisi ed incertezza riguardo il futuro dell’Europa. 

E’ chiaro ormai a tutti gli europei che così come si è proceduto sino ad ora (solo puntando sul rigore dei conti e sul taglio fine a se stesso delle spese, senza puntare realmente alla crescita e allo sviluppo) le situazioni di crisi non si risolvono. Le regole esistenti vanno modificate. Come? Questo è il punto. 

Riteniamo che soluzioni già pronte non esistano. Spetterà all'intelligenza e al buon senso di tutti trovare le migliori soluzioni che, ne siamo certi, esistono e vanno ricercate nell'interesse di tutti i popoli. Sarebbe un peccato fermarsi ora e fare un passo indietro anziché portare a compimento quell'Unione europea, unica esperienza al mondo, mai realizzata prima nella storia, di convivenza pacifica e civile di popoli con lingue, culture e origini diverse.   

3 - continua





mercoledì 23 aprile 2014

Elezioni europee del 25 maggio (2 continua)

Il Parlamento europeo. 

Il prossimo 25 maggio i cittadini dei 28 Stati membri dell’Unione Europea eleggeranno i nuovi deputati del Parlamento, unica Istituzione europea eletta direttamente dai suoi cittadini. 

Vista l’importanza dell’Istituzione di cui stiamo per rinnovare i membri, cerchiamo di approfondire la sua conoscenza. E come da consuetudine, partiamo dalle origini. 

Quello che oggi viene nominato Parlamento europeo nasce il 18 aprile 1951 come Assemblea comune della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con sede a Strasburgo. I deputati sono 78 in rappresentanza dei 6 Stati membri della CECA (tra i quali l’Italia). 

Il 19 marzo 1958, a seguito dei trattati firmati a Roma nel 1957, nasce l’Assemblea parlamentare europea, allargata a 142 deputati. 

Il 30 marzo 1962 l’Assemblea muta la denominazione in Parlamento europeo che dal 1° gennaio 1973 si compone di 198 membri a seguito dell’allargamento dell’Unione da 6 a 9 Stati membri. 

Il 20 settembre 1976 il Consiglio europeo decide di rendere il Parlamento eleggibile a suffragio universale diretto. Le prime elezioni del Parlamento europeo vengono celebrate nei nove Stati dell’Unione il 10 giugno 1979 (in Italia il 3 giugno si tengono anche le elezioni politiche nazionali anticipate). I deputati eletti la prima volta direttamente dai cittadini europei sono 410. 

Da quel lontano 10 giugno 1979 è stato un susseguirsi di richieste di entrare nell’Unione da parte delle Nazioni confinanti con il nucleo originario della Comunità. Con l’ingresso della Croazia il 1° luglio 2013, i Paesi membri sono 28 e i deputati che saranno eletti il 25 maggio saranno 766. 

La nazionalità dei deputati: 96 membri dalla Germania, 74 dalla Francia, 73 dall’Italia e dal Regno Unito, 54 dalla Spagna, 51 dalla Polonia, in diminuzione per arrivare ai 6 deputati ciascuno di Cipro, Estonia, Lussemburgo e Malta. 

All’interno del Parlamento, i deputati si riuniscono in gruppi transnazionali che rappresentano i diversi orientamenti politici. I principali gruppi presenti sono: 

· PPE (Partito popolare europeo) riunisce il liberalismo conservatore e i cristiani democratici 

· S&D (Partito socialista europeo) riunisce la socialdemocrazia, il socialismo democratico e il cristianesimo sociale 

· ALDE (Alleanza dei democratici e liberali e Partito democratico europeo) rappresenta il pensiero liberale 

·V-ALE (Partito Verde europeo e Alleanza Libera europea) rappresenta le istanze ambientali e il regionalismo 

· ECR (Alleanza dei conservatori e Riformisti europei e Movimento Politico cristiano d’Europa) rappresenta il conservatorismo liberale, il liberismo, l’Atlantismo 

·GUE-NGL (Partito della Sinistra europea, Alleanza della Sinistra Verde Nordica) rappresenta il comunismo, il socialismo democratico e la sinistra ecologista 

· ELD (Movimento per un’Europa della Libertà e della Democrazia) rappresenta l’euroscetticismo 

· NI è il gruppo degli indipendenti. 

Come si nota, all’interno del Parlamento europeo si ritrovano, più o meno, le medesime ideologie e i medesimi programmi politici presenti nei Parlamenti nazionali. Tuttavia è importante conoscere a quale gruppo europeo è collegato il partito o la forza politica nazionale che si è deciso di votare. Perché, non dimentichiamoci, il voto che daremo il 25 maggio non è un voto politico nazionale, ma europeo ed è in quest’ottica che dobbiamo ragionare e scegliere la forza politica che meglio ci rappresenta in Europa. 

2 –continua


martedì 22 aprile 2014

Elezioni europee del 25 maggio (1 continua)

Tra poco più di un mese, il 25 maggio, si voterà nei 28 Paesi facenti parte dell’Unione Europea per eleggere i rappresentanti al Parlamento Europeo. Sarà l’ottava elezione del Parlamento europeo a partire dal 1979. Gli aventi diritto al voto sono più di 388 milioni di persone ed eleggeranno 766 deputati in rappresentanza di oltre 500 milioni di abitanti. E’ il secondo Parlamento al mondo per numero di deputati eletti democraticamente, dopo la Camera del Popolo dell’India.

Di questa Istituzione stiamo parlando quando leggiamo sui giornali e ascoltiamo per radio o per televisione i nostri politici parlare e discutere, a volte a sproposito, delle elezioni politiche europee.

Con questo post vogliamo iniziare una serie di articoli per spiegare ai nostri lettori, soprattutto quelli più giovani che andranno a votare per la prima volta, qual'è la posta in gioco e perché vale la pena recarsi ai seggi il 25 maggio.

Ma iniziamo con ordine. Per prima cosa è bene avere le idee chiare sul ruolo e sulle funzioni del Parlamento europeo che siamo chiamati ad eleggere e sulle principali Istituzioni europee.

Il Parlamento europeo è l’unica istituzione europea ad essere eletta direttamente dai suoi cittadini. E non è cosa da poco. Insieme al Consiglio dell’Unione europea costituisce una delle due Camere cui spetta il potere legislativo, da intendersi in questo caso principalmente come quello di approvare le Leggi. Il Consiglio dell’Unione è invece composto da un rappresentante per ogni Stato membro a livello ministeriale e perciò è anche detto Consiglio dei Ministri europei. La Presidenza del Consiglio è assunta a rotazione da uno Stato membro ogni sei mesi. Dal prossimo primo di luglio la Presidenza spetterà all’Italia.

Tornando al Parlamento europeo, le principali funzioni che gli competono sono:

  • - il controllo politico sull'operato della Commissione europea tramite interrogazioni scritte o orali e lo strumento di emettere mozioni di censura
  • - l’esame delle proposte legislative della Commissione
  • - l’approvazione del bilancio annuale dell’Unione, insieme al Consiglio
  • - l’istituzione di commissioni d’inchiesta
  • - la nomina del mediatore europeo.

Come si può notare, la funzione legislativa proponente non è esercitata in via principale dal Parlamento, ma spetta alla Commissione europea, organo esecutivo dell’Unione. Essa è composta da un delegato per stato membro. A ciascun delegato è richiesta la massima indipendenza dal governo nazionale che lo ha indicato.

La Commissione difende e rappresenta gli interessi dell’Unione europea nella sua interezza, ha il monopolio del potere dell’iniziativa legislativa, propone l’adozione degli atti normativi comunitari la cui approvazione ultima spetta però al Parlamento e al Consiglio dell’Unione. La Commissione infine è la responsabile dell’attuazione delle decisioni politiche derivanti dalle scelte degli organi legislativi e gestisce i programmi e le spese dei fondi europei.

Per chiudere questa prima parte, ecco che le tre principali istituzioni europee sono il Parlamento, il Consiglio dell’Unione e la Commissione europea. Ma delle tre, l’unica istituzione eletta direttamente da noi cittadini è il Parlamento europeo. 

Se ci fermiamo un minuto a riflettere, i numeri sono da brivido: il 25 maggio quasi 390 milioni di europei potranno pacificamente recarsi al proprio seggio elettorale e votare per la persona che più li rappresenta e contribuire ad eleggere il secondo Parlamento al mondo per numero di deputati. Un’occasione da non perdere. Del resto, è evidente a tutti che è molto meglio trovarsi a discutere e scontrarsi in un emiciclo che su un campo di battaglia. Ucraina docet.


Il Parlamento europeo

venerdì 31 gennaio 2014

In attesa della legge elettorale ...facciamo un po' di conti

Mentre l’opinione pubblica italiana, o almeno quella che scorre ancora un quotidiano o guarda sonnecchiando un telegiornale, segue febbrilmente le sorti della riforma della legge elettorale, due notizie sono apparse questa settimana, sulle pagine dei giornali, come meteore che hanno lasciato dietro di loro solo polvere di stelle e nulla più. 

La prima: Fiat, dopo aver terminato l’acquisto del 100% di Chrysler, ha deciso di spostare la sede legale in Olanda e la sede fiscale nel Regno Unito. Reazione del Governo italiano a questa notizia? La stiamo ancora aspettando. Nel senso che il premier Letta ha dichiarato che i vertici di Fiat l’avevano avvisato già qualche giorno prima (beato lui che era al corrente già da qualche giorno) e il ministro per lo Sviluppo Economico Zanonato ha dichiarato che vigilerà che tutta l’operazione rispetti la normativa vigente. Come se i vertici della Fiat fossero dei ragionieri delle scuole serali e prendessero una decisione che non rispettasse le leggi vigenti… Di fatto nessuna reazione. Dai sindacati invece è arrivato…. il medesimo atteggiamento. Preoccupazione espressa dai leader nazionali per l’occupazione degli operai in cassa integrazione e per gli investimenti promessi anni addietro e subitanea dichiarazione distensiva dei vertici di Fiat: non preoccupatevi, la scelta di de localizzare le sedi legali e fiscali non pregiudicherà gli investimenti in Italia. A dire il vero unica voce fuori dal coro quella della CGIL che ha toccato il tema del mancato gettito delle imposte che non saranno più versate in Italia, ma nessuno ha ripreso il ragionamento e tutto è tornato sotto silenzio. 

Proviamo a fare un po’ di conti. Siamo andati a prendere gli ultimi dieci bilanci consolidati ufficiali del Gruppo Fiat dal 2003 al 2012 (si trovano facilmente su internet) e di seguito trovate i numeri (espressi in milioni di euro) delle imposte pagate dal Gruppo in Italia, dal 2003 al 2012. Una nota e una precisazione. La nota: per gli anni 2011 e 2012 non sono state conteggiate le imposte aggregate pagate da Chrysler, versate negli USA. La precisazione: nel 2004 il Gruppo non ha versato imposte causa le pesanti perdite registrate nei due esercizi precedenti, quando la Fiat rischiò il fallimento. Ecco i numeri:

Bilancio Consolidato GRUPPO FIAT
Imposte versate in milioni di euro
ANNO 2003
650
ANNO 2004
zero
ANNO 2005
844
ANNO 2006
490
ANNO 2007
719
ANNO 2008
466
ANNO 2009
448
ANNO 2010
484
ANNO 2011
464
ANNO 2012
420


Siete riusciti a fare il conto del totale delle imposte pagate in Italia dal Gruppo Fiat in dieci anni? Sono state pari a quattro miliardi novecentottantacinque milioni di euro. Arrotondiamo a cinque miliardi. Diciamo che ogni anno il Gruppo paga, pagava all’Italia cinquecento milioni di euro di tasse. E consideriamo che gli ultimi dieci anni sono stati anni difficili e di crisi per il mercato dell’auto, in Italia e nel mondo. Ora Fiat si aspetta dall’unione con Chrysler anni in crescita, sia come vendite e sia come margini e quindi anche come tasse, che però da quest’anno andranno nelle casse del Regno Unito di Gran Bretagna. Non tutte, è vero. L’IMU sugli stabilimenti italiani continuerà ad essere versata in Italia, così come l’IRAP sui dipendenti italiani verrà versata in Italia, ma possiamo stimare una perdita, per il fisco italiano, del 50% di entrate fiscali da parte di Fiat? Secondo noi sì. Ma, badate bene, non è il mancato introito di per sé a preoccupare. E’ come questa situazione si è svolta: nell’assoluta indifferenza di tutti. Certo, gli organi di stampa ne hanno parlato, qualche politico e sindacalista nazionale ha fatto finta di indignarsi e poi più nulla. 

Il fatto è che la scelta di Fiat di spostare le sedi legali e fiscali, pienamente legittima e legale, nulla di eccepire dal punto di vista formale, viene presa nei confronti di due Paesi facenti parte della Comunità Europea, non del Far East o del Sud America. E’ questo il nocciolo del problema: due Paesi nostri partner europei, con i quali ci sediamo gomito a gomito nei summit internazionali in Europa, ci hanno soffiato da sotto il naso la prima industria privata italiana (ex italiana) e noi non abbiamo preso nessuna contro misura. Qualcuno si è chiesto perché il management di Fiat abbia scelto una sede legale in Olanda? E perché sia stata scelta una sede fiscale in Gran Bretagna? E’ questa l’Europa unita che hanno sognato i nostri nonni, i nostri padri per noi? Davvero vogliamo un’Europa dove esistono Paesi che attirano le nostre migliori aziende, i nostri migliori asset, nel proprio territorio offrendo loro minori imposizioni fiscali, migliori legislazioni per l’industria, il commercio, i servizi? E come pensa il nostro Paese di reagire a questa concorrenza che non si può non definire sleale, perché viene portata avanti da Paesi nostri alleati all’interno della medesima Unione? Silenzio, nessuno risponde. In Parlamento sono tutti intenti a modificare la legge elettorale, fortunati loro… Noi intanto perdiamo il primo gruppo industriale italiano. Seguiranno altri l’esempio di Fiat? Pensiamo di no, in fondo chi ha mai seguito quello che decidevano gli Agnelli in Italia? Nessuno, ma proprio nessuno nessuno… 

Seconda notizia: è stata data sui giornali in questi giorni la comunicazione della pubblicazione della ricerca realizzata da Prometeia e dall’Osservatorio dell’Università Bocconi sul tema: pressione fiscale, produzione industriale e occupazione. Cosa emerge da questo studio commissionato da un’azienda produttiva del milanese? Che in Italia le aziende che non hanno impianti produttivi nel nostro Paese hanno mediamente un’imposizione fiscale del 30%, mentre le aziende che producono e quindi di conseguenza assumono mano d’opera dedicata alla produzione, subiscono un’imposizione fiscale che si aggira sull’80%. Le cause? IRAP e IMU la fanno da padroni. E così sono penalizzate dal fisco italiano proprio le aziende che creano lavoro e quindi potrebbero dare vita alla ripresa economica e sociale del nostro Paese. La risposta a questo punto sarebbe ovvia: spostare la tassazione sulle aziende che non producono e non investono nel nostro Paese e liberare dalla pressione fiscale quelle che credono nella rinascita del nostro Paese e investono in Italia. E’ così difficile e complicata portare avanti quest’operazione? L’ormai celebre e famoso “Decreto del Fare” (a proposito, ma che fine ha fatto questo decreto?) non potrebbe iniziare da questa semplice manovra? I vari Grillo, Renzi, Alfano e Berlusconi che cosa hanno da dirci in merito? 

Ah già dimenticavo, non si possono disturbare, in questo momento stanno scrivendo la legge elettorale…




domenica 12 gennaio 2014

Cosa non si è portata via la Befana...

Chi sperava che la Befana, oltre alle feste, portasse via anche i malanni atavici (mal governo, mala giustizia, mala sanità e la lista la lasciamo aperta alla fantasia del lettore ché, tanto, la realtà la supera) che affliggono il nostro Bel Paese, è rimasto ancora una volta deluso…

Da Nord a Sud, da Torino a Trieste, il nostro Paese ha iniziato l’anno nel peggiore dei modi.

Siamo in balia di scandali politici che colpiscono Ministri, Presidenti di Regione, Consiglieri regionali, Sindaci; episodi di mala sanità degni di un Paese africano, il quale Paese africano ha dalla sua il fatto che non dispone dei fondi necessari per costruire l’ospedale; noi l’ospedale lo abbiamo, ma l’ascensore che ci porta in sala parto si guasta per mancanza di manutenzione e il bambino che dovrebbe venire alla luce, muore. Siamo un Paese dove i giudici amministrativi del Piemonte impiegano quasi quattro anni per dichiarare che le elezioni regionali, tenutesi il 28 e 29 marzo 2010, sarebbero da rifare perché illegittime. Sarebbero, perché c’è sempre il ricorso al giudice superiore che può ribaltare la prima sentenza. E noi quando sapremo se i consiglieri regionali sono stati eletti validamente oppure devono dimettersi? Alla fine della Legislatura?

Lo so, un marziano che sapesse leggere l’italiano e che avesse già avuto contatti con altri esseri umani, non crederebbe a quello che sto raccontando, perché lo troverebbe irragionevole, non confacente a quella parte dell’essere umano, l’intelletto, che lo distingue da tutti gli altri animali viventi sulla terra, eppure è così, noi italiani siamo fatti così.

E devo dire che anche a leggere le reazioni, certamente sdegnate e stupite, dei principali quotidiani, si nota ormai una certa rassegnazione strisciante. La gente, il popolo, poi non si indigna neanche più, occupato com’è a cercare di mettere insieme il pranzo con la cena.

Non parliamo poi di comminare sanzioni o condanne agli autori di queste azioni. Se mai l’opera della magistratura vedesse l’inizio, ci troveremmo di fronte i tempi lunghi della “giustizia italiana” (vedasi all’inizio mala giustizia) e quindi torniamo al punto di partenza.

Eppure la situazione meriterebbe d’essere presa di petto dal Governo Letta. Un’occasione come questa infatti non capiterà più all’Italia: o si approfitta veramente di un governo di grande coalizione per fare finalmente quelle quattro/cinque grandi riforme che il Paese aspetta da più di venti anni (nuova legislazione del lavoro, riforma dei costi dell’amministrazione dello Stato, riforma del Parlamento e della legge elettorale, riforma della giustizia per poi arrivare, con i fondi risparmiati, a riformare il sistema della tassazione in generale), oppure la prossima volta temo che ad obbligarci a farle sarà la Commissione europea. E la situazione potrebbe essere peggiore per gli italiani. Il Governo dei quarantenni non può permettersi di fallire questa grande occasione. Le alternative semplicemente non ci sono, non si può invertire il senso di marcia, l’uscita dal tunnel è dritta davanti a noi. E bisogna accelerare.

A proposito: tra pochi mesi si rinnoverà il Parlamento europeo: altra occasione da non sprecare. Cerchiamo di dare il voto a quei partiti che mettono in lista persone valide e credibili che sappiano far valere in Europa le nostre idee e i nostri diritti di italiani. Almeno in questa occasione, dove non ci sono in ballo direttamente interessi di quartiere, cerchiamo di fare un piccolo sforzo e di informarci sui curricula dei candidati della nostra circoscrizione e votiamo quello che ci sembra il più valido. Sarà un modo anche questo per far capire alle segreterie dei partiti che la festa è finita, per noi ma anche per loro.

Meditate gente, meditate.