Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

venerdì 30 agosto 2013

Monsters University

Monsters University, USA, 2013, Regia di Dan Scanlon


Recensione di Alberto Bordin


Quando nel 2001 Docter, Unkrich e Silverman hanno portato sugli schermi Monsters & Co., nelle sale si respirava qualcosa di davvero rivoluzionario. Erano i primi successi della Pixar e si saggiava il terreno di campi ancora inesplorati dell’animazione; ma più di tutto si offriva al pubblico una delle storie più geniali – eppure hollywoodiane – che abbiamo potuto vedere negli ultimi anni. Tutto nasceva dalla semplice idea di creare un paradosso, il ribaltamento di quel mondo che ci accompagna fin dalla tenera età: il terrore dei mostri sotto il letto; era una nave che poteva facilmente incagliarsi in tanti scogli, ma invece venne timonata con geniale abilità, ancorando sicura in porto. “Wath if …”: i mostri che escono dagli armadi e ci tormentano nelle notti, non lo facciano per cattiveria o malvagità ma per fini puramente industriali – una “Incorporated”, come dice il titolo originale –, e che a dire il vero, ci temano più di quanto li temiamo noi … e uno di noi, un bambino, entri accidentalmente in questo loro mondo!

Di tutt’altro tipo le acque che invece intende navigare Monsters University, dove in un contesto che – per conseguenza logica – condivide tutte le dinamiche del mondo sopra illustrato (le folli leggi di un mondo abitato da mostri il cui più grande ideale è diventare spaventatori), prende luogo una storia di formazione, quel problematico e leggero bilancio tra fiducia in se stessi e disillusione, che ciascuno deve fare raggiunta la maturità. Si gioca la riuscita dell’io: è vero che possiamo diventare ciò che vogliamo? Oppure l’ambizione è solo uno stimolo infantile e anarchico?

La stessa nave percorre evidentemente un mare diverso. Allora cos’hanno in comune (veramente) questi due film? È l’anima profonda di entrambi: l’esplosivo duo “J. P. Sullivan & Mike Wasosky”.

Protagonista indiscusso di questo prequel è Michael Wasosky, giovane matricola della Monsters University, la migliore università per diventare uno spaventatore; essere uno spaventatore è il sogno di Mike, e lo è per via di un accadimento eccezionale, in un luogo eccezionale, per un giorno eccezionale. In una scena comune ma genuina, il prologo si concede a raccontare uno di quei momenti della nostra vita così veri che ce li stampiamo in fronte e non li dimentichiamo più. Si tratta del giorno in cui scopriamo una passione, in cui ci innamoriamo di un volto della nostra vita; gli occhi si riempiono di stupore e la bocca di silenzio perché ci siamo innamorati, perché in quegli occhi abbiamo la cosa per cui sappiamo di essere fatti e che ci riesce impossibile descrivere.

E non è solo la pressione febbrile di un ricordo a muovere Mike nel progetto del suo successo: sono indubbie anche una notevole predisposizione alla materia, una passione energica e – per quanto schematica – una genialità vivida e applicata. Però c’è un problema: Michael non fa paura. Non certo come un’altra matricola, l’idolo delle folle, James Sullivan – figlio di “quel” Sullivan – erede di una dinastia di spaventatori e di un nome – un pesantissimo nome –; e con quel nome una predisposizione naturale a spaventare. E i due non possono che diventare rivali.

Come potrebbe essere altrimenti? Chi, da una parte, vive un’illusa speranza, chi, dall’altra, una becera certezza. Le due forze si scontrano: cervello e muscoli, studio ed esperienza, teoria e pratica, scienza e istinto. Il gioco è sottile e intelligente: quale dei due vincerà? Chi non dispone della grandezza, non può compensare applicando la propria passione e l’ingegno? Ma d’altra parte, questo cinismo collettivo, l’arrendersi al fatto che c’è chi può e chi non può, è soltanto figlio di una superficiale apparenza o il constatarsi di un’evidenza?

A conti fatti non possiamo dire che quest’ultimo titolo Pixar ci regali nuova materia di cui meravigliarci, ma fedele alla vecchia scuola sa raccontarci a nuovo quello che ormai sapeva di vecchio. Perché il genio questa volta non posa in un mondo in grado di farci meravigliare per lo stupore: non è la stranezza di Toy Story, né la follia del primo Monsters, la profondità degli abissi di Nemo, la grazia di Rataouille o la poesia di Wall-e; ma una storia rimane geniale in un personaggio geniale, ossia autentico, vero, come lo è Mike. Date una domanda sincera a un personaggio e lasciategli vivere sinceramente una vita, un’esperienza, e ne verrà qualcosa di onesto. Perché ci vuole onestà ad accorgersi della vita, a constatare l’accadere di un fatto, tanto che alle volte serve che ci prenda a schiaffi con tutta la sua ineluttabilità. Onesti per accorgersi che si può essere miopi sulla propria vita – specialmente per una creatura ciclopica – e che una stupida montagna di pelo blu a pois possa avere più ragione di te.Ma forse questo non è nemmeno troppo difficile: non lo è vedendo l’affetto nei suoi occhi, la stima di un amico stupito e sorpreso, innamorato, perché lui ha visto davvero accadere quella tua geniale autenticità, e onestamente si è accorto di te.






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