Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

giovedì 26 marzo 2015

La puzza della corruzione



L'ultimo dato Ocse riferisce che in Italia il livello percepito di corruzione nelle Istituzioni è pari a 90 su una scala di 100. Solo per citare il Paese europeo meno corrotto, la Svezia, il livello di percezione è pari al 15%.

Purtroppo da anni noi italiani siamo completamente assuefatti e senza reazioni a questo genere di statistiche, e questo è un male, se vogliamo una nostra colpa che ci caratterizza, ci marchia sin dai primi anni di vita.

Appena nati, giusto il tempo di iniziare a muovere i primi passi e la prima percezione di un evento corruttivo che riceviamo dai nostri genitori è la lotta per ottenere un posto all'asilo nido pubblico. La prima esperienza di raccomandazione, a nostra insaputa.

Se siamo stati bravi e abbiamo superato il periodo di studi primario (elementari, medie e liceo come si chiamavano una volta i cicli scolastici) sbarchiamo all'università dove ci troviamo di fronte professori i cui cognomi si ripetono con curiosa periodicità a distanza di decenni…

Se poi, una volta terminati gli studi, si riesce ad entrare nel mondo del lavoro, le residue speranze giovanili di cambiare il mondo, svaniscono miseramente. Se si punta sul settore pubblico, la situazione appare immediatamente chiara: il giovane e brillante laureato farà carriera se si troverà uno sponsor politico che lo sorreggerà e lo farà arrivare fino a dove la sua capacità camaleontica potrà farlo arrivare, ad un certo punto troverà sulla sua strada uno più camaleonte di lui che lo fermerà. La parola meritocrazia non rientra nel vocabolario del dipendente pubblico.

Se invece il giovane si orienta verso il settore privato, la situazione che troverà in aziende multinazionali o comunque di dimensioni medio grandi non sarà molto diversa, anche se almeno all'inizio un minimo di carriera la potrà tentare puntando sulle sue capacità. Ma ad un certo punto si accorgerà che la mala pianta della “raccomandazione” in senso lato ha attecchito anche nel settore privato. E quindi solo se farà parte di un determinato gruppo di potere o di una determinata corrente politica, se l’azienda ha rapporti con la PA, riuscirà a fare carriera. Altrimenti resterà sempre un brillante quadro direttivo, un buon funzionario ma nulla più. 

Il dramma italiano risiede in questo: sia che si lavori nel pubblico, sia che si lavori nel privato, si troverà sempre qualcuno che tenterà di corromperci offrendoci una regalia, grande o piccola che sia, per farci compiere qualcosa che già avremmo dovuto compiere in quanto rientrante nei nostri doveri. In Italia molti pensano questo: senza fare una regalia a qualcuno, si crede che la prestazione cui si ha diritto sia di qualità inferiore, di livello più basso del dovuto. 

Altri invece in ragione del posto che occupano, soprattutto pubblico, si sentono autorizzati a chiedere una regalia a coloro con i quali entrano in contatto per motivi lavorativi, facendo credere che in questo modo la prestazione da ricevere arriverà prima o non ci saranno problemi ad ottenerla. A tanto è arrivato il nostro modo malato di pensare…

Del resto la stessa parola scandalo (nel suo significato di caduta, inciampo, impedimento) ha perso quel sensazionalismo che fino a pochi anni fa ancora possedeva. Non ci stupiamo più di nulla. Cosa fare allora, da dove partire? Non ci interessa qui approfondire l’aspetto morale della questione, che pure sarebbe il nocciolo fondamentale da cui iniziare. Le recenti parole del Papa a Napoli sulla puzza della corruzione sono indicative da questo punto di vista. 

Il nostro approccio al tema corruzione qui è di tipo pragmatico: basterebbe partire da alcune piccole azioni concrete e non da grandi e corposi interventi legislativi per incominciare ad invertire la tendenza. 

• A titolo di esempio: se una persona viene condannata per reati contro la Pubblica Amministrazione perde il diritto a vita di candidarsi ad una carica pubblica e non può più intrattenere rapporti con la PA.

• I membri dei Consigli di Amministrazione delle società quotate e di quelle che superano una determinata soglia di fatturato non possono cumulare più di due incarichi di pari livello in società diverse.

• La nomina dei membri dei Collegi Sindacali cui spetta per legge il compito di verificare il corretto operato dei Consigli di Amministrazione non devono più essere scelti dai membri del CDA stesso, ma devono essere nominati da una parte terza, possibilmente pubblica e scelti da un elenco anch’esso pubblico di professionisti abilitati.

• Tutte le cariche pubbliche elettive possono essere ricoperte al massimo per due mandati consecutivi, esauriti i quali non ci si può ricandidare alla medesima carica per i successivi due mandati. 

• Per tutte le posizioni dirigenziali e apicali all'interno della pubblica amministrazione devono valere i medesimi principi: i dirigenti non possono rimanere per più di un numero prefissato di anni nella medesima posizione, dopo di ché devono essere spostati ad altri incarichi.

Basterebbero queste poche e banali regole di buon senso per iniziare veramente ad inviare agli italiani un segnale forte di inversione di tendenza… Probabilmente alcuni di voi giudicheranno eccessivi certi divieti, ma non è anche eccessivo il livello di corruzione raggiunto? Quando finalmente l’Ocse ci informerà che il livello della corruzione percepita in Italia sarà pari al 50%, allora forse potremo ripensare a modificare le norme, non prima.

Non c'è come iniziare veramente a fare una cosa per essere già a metà dell'opera. Quando si capirà che l'aria è cambiata, allora anche chi proprio non riesce ad abbandonare la mentalità corruttiva, inizierà a pensare che forse il gioco non vale la candela... 

Naturalmente per fare tutto ciò occorre una forte e decisa volontà politica… il governo di Matteo Renzi avrà questa volontà?


giovedì 19 marzo 2015

Il tempo della verità



Stiamo vivendo il tempo della verità. 

La politica del rigore di Angela Merkel, quella interventista in campo economico della BCE di Draghi, il piano di investimenti promosso dalla Commissione Juncker, il calo del prezzo del petrolio, il pareggio euro dollaro: la simultanea presenza di questi fattori, mai vista prima d'ora nel panorama europeo, dovrebbe portare il vecchio continente fuori dalle secche della stagnazione e dare il via ad un nuovo ciclo di sviluppo economico.

Ma sarà veramente così?

Sono in molti ormai a pensare che tutti questi interventi non porteranno al risultato sperato. Alcuni perché ormai già in atto da diversi anni senza ottenere risultati (come la politica del rigore perseguita dalla Germania); altri (come la parità euro-dollaro) perché se possono portare un vantaggio all’export contemporaneamente procurano uno svantaggio al settore delle importazioni. Ed in Europa purtroppo gli Stati più deboli economicamente (come l'Italia) sono costretti ad importare le materie prime che vengono pagate in dollari.

Il calo del prezzo del petrolio è certamente un fattore positivo, ma in un momento di stagnazione economica come l’attuale, una diminuzione di prezzo dell’oro nero non è certamente in grado di produrre quell'effetto shock nei bilanci delle aziende produttive che hanno già ridotto in questi anni i consumi e la bolletta energetica a seguito del calo dei fatturati.

Rimangono il Q.E. di Draghi e il piano di investimenti promosso da Juncker.

Lasciando per ultimo il piano Juncker, veniamo al c.d. bazooka in mano al capo della BCE. Siamo veramente sicuri che sparare liquidità a raffica nel sistema produca quell'effetto benefico che Draghi si aspetta? Sino a questo momento gli unici a rallegrarsi sono stati i mercati finanziari e gli attori di quei mercati, le banche. Ma cosa succede quando si droga un mercato, falsandone le regole con un intervento pubblico, limitato nel tempo? L'ultimo esempio in ordine di tempo lo abbiamo avuto con gli incentivi pubblici forniti al settore delle energie rinnovabili, il settore fotovoltaico. All'inizio moltissime aziende, anche senza esperienza specifica nel settore, si sono letteralmente buttate nella costruzione di campi fotovoltaici mirando solamente a godere degli incentivi statali. Nel tempo il valore di questi incentivi si è assottigliato sempre di più ed alla fine il mercato si è completamente fermato e il settore delle rinnovabili da volano dello sviluppo è diventato un mercato fermo e senza più capacità di generare nuova occupazione.

Cosa succederà quando la BCE smetterà di introdurre liquidità nel sistema? E la liquidità introdotta dove si sta posizionando? Al momento notiamo che le banche stanno utilizzando la liquidità ricevuta da BCE per sostenere il debito pubblico interno dei singoli Stati e non per finanziare investimenti produttivi delle aziende clienti. La grande assente infatti è la domanda interna da parte dell’iniziativa privata che non dimostra nessuna intenzione di promuovere investimenti in un clima di incertezza generale come l’attuale. 

E' la domanda che manca, non l'offerta di liquidità. Se non viene creata la domanda interna, la BCE potrà inondare il mercato di miliardi di euro, ma non ci sarà nessuna vera ripresa dell'economia reale.

Ed arriviamo all'ultimo punto: il piano Juncker. Circa 350 miliardi di investimenti pubblici in sette anni non sono pochi, ma neanche una cifra tale da dare una scossa all'economia. Certo si spera nell’effetto leva. Ed è proprio questa la strada da battere: quella degli investimenti. 

Occorrerebbe modificare il parametro dello sforamento del 3% del rapporto debito/PIL per far sì che gli interventi nel settore pubblico generino a cascata una domanda seria e consistente da parte dei privati, altrimenti tutto quello messo in campo sino ad ora sarà stato inutile e non solo, si sarà perso del tempo prezioso e la stessa struttura dell’Unione Europea potrebbe uscirne a pezzi. 

La crisi che stiamo vivendo è iniziata in ambito finanziario, ma non potrà essere risolta dalla finanza, solo la Politica potrà porvi rimedio con scelte coraggiose da effettuarsi subito.

giovedì 12 marzo 2015

Berlusconi, Peter Pan e l'isola che non c'è




Purtroppo, o per fortuna, non possiamo riportare indietro le lancette dell'orologio. Nessuno lo può fare, almeno che non si dichiari Onnipotente, ma poi dovrebbe renderne conto...

Ciò premesso, a questo punto della storia politica di Silvio Berlusconi, quale novità potrebbe mai introdurre nella scenario nazionale l'assoluzione in via definitiva dell'ex premier nel processo Ruby?

Dopo la prima discesa in campo, oltre venti anni fa, con la creazione di Forza Italia, dopo la rifondazione del movimento siglata dal c.d. discorso del predellino, dopo lo scioglimento del PDL e la rinascita del Movimento delle origini, che cosa mai potrebbe riservare il politico Silvio Berlusconi ai suoi elettori e all'Italia intera? Forse indicare la via per l'isola che non c'è?

Francamente non riusciamo ad immaginarlo.

Di certo abbiamo sotto gli occhi cosa è rimasto del popolo del Centro Destra dopo venti anni di discesa in campo del nostro Uomo. La novità è proprio questa: la completa dissoluzione di un elettorato, quello di Centro Destra che, affidatosi in buona fede venti anni fa all'uomo nuovo, il liberale Silvio Berlusconi, ne esce completamente diviso e distrutto quattro lustri dopo.

Che il nostro Uomo in tutto questo tempo abbia pensato prima al benessere suo personale, della sua famiglia, del suo gruppo / movimento e poi al bene dell'Italia è un'evidenza che appare agli occhi di tutti. Il vuoto di offerta politica generatosi dalla dissoluzione della Democrazia Cristiana è stato riempito da un movimento familiare, padronale, creato ad immagine e somiglianza di Berlusconi, che in tutti questi anni è rimasto legato a doppio filo agli alti e bassi delle sue vicende personali.

Ora, giunta al termine la parabola politica, il movimento creatosi attorno al leader maximo non ha saputo trovare al proprio interno un degno successore, ma anzi ha iniziato a sgretolarsi in diverse correnti e gruppi di potere che pretendono di rispondere a particolari interessi dell’elettorato di Centro Destra, ma che in realtà hanno come unico effetto quello di creare confusione negli elettori e di diminuire il peso politico complessivo di chi si riconosceva una volta negli ideali democristiani e popolari.

Abbiamo assistito in questi ultimi mesi alla spaccatura interna a Forza Italia, alla nascita di diverse formazioni di Centro ed ora anche alle spaccature interne alla Lega di Salvini: tutto il fronte del Centro Destra una volta unito da Berlusconi è ora diviso ed in balia di capibastone estemporanei e inadeguati a proporsi come leader unici del fronte anti Renzi. 

Se la “colpa” dello stato comatoso attuale del Centro Destra è per la maggior parte di Berlusconi, il ventennio berlusconiano è invece dipeso da responsabilità di altri. Infatti la responsabilità politica e morale del ventennio berlusconiano ricade su tutte quelle forze politiche che, avendo avuto in Parlamento i numeri per poter agire diversamente, hanno lasciato fare, per comodità, compiacenza, tornaconto.

Basta solo un esempio per capirci: il nodo mai risolto, anzi, mai affrontato veramente da nessun Governo degli ultimi venti anni, della risoluzione del conflitto d'interessi. In qualsiasi Paese civile, la normativa che disciplina il conflitto d'interesse di quelle persone che detengono un consistente potere economico e che desiderano anche impegnarsi nella vita politica candidandosi a cariche pubbliche apicali, impedisce che si possa verificare un caso Berlusconi. In Italia questo non è accaduto.

Ormai è acqua passata, il tempo è trascorso. Per fortuna le lancette degli orologi non possono tornare indietro, Peter Pan continuerà a volare da solo nell'isola che non c'è e tutti noi ci auguriamo che Silvio Berlusconi, dopo l'assoluzione tanto attesa, decida di proseguire nelle opere di carità... rassegnandosi a passare il testimone al nuovo leader moderato del partito unico della Nazione, il democraticamente eletto premier Matteo Renzi... forse l'unico degno successore dell'ex Cavaliere.

Sic transit gloria mundi.

venerdì 6 marzo 2015

Boyhood

Boyhood, USA, 2014, Regia di Richard Linklater



Recensione di Alberto Bordin



Molti avranno sentito o pronunciato la fatidica frase “la vita non è un film” “la vita non è un romanzo”. È esattamente l’opposto: la vita è il più grande film, il più grande romanzo. Ed è questo che cerchiamo di fare noi, girando film e scrivendo romanzi: non solo “raccontare” la vita, ma farla riaccadere, far rivivere quella storia sorprendente, quell’inimitabile racconto; eppure nella nostra pochezza non possiamo che renderla artefatta. La nostra vita è un film come non saremo mai in grado di girarlo, un romanzo che non sapremo mai scrivere. La vita è davvero il più grande racconto: accade nonostante la nostra negligenza, cresce benché la nostra immaturità, genera ordine e significato dove noi troviamo solo caos e inconsistenza. È un racconto che si scrive da solo, non interpellato, un passo alla volta; e gli sceneggiatori di Boyhood sapevano che, perché il loro progetto funzionasse, avrebbero dovuto fare lo stesso.

Boyhood è un esperimento ambizioso che copre un arco di 12 anni. È la storia del piccolo Mason Jr., la sua avventura attraverso i dinamici anni dell’adolescenza, una sorella, due genitori divorziati, due matrimoni e tre case, il liceo, gli amori, la passione per la fotografia, fino all’età adulta e l’inizio di una vita fatta di responsabilità. Un progetto banale e una storia noiosa, se non fosse che il film ha veramente percorso 12 anni di vita del giovane. Iniziando le riprese nel 2002, ha trovato compimento nel 2014, pronto a concorrere all’Oscar come miglior film dell’anno. E la candidatura è meritata: il film è sorprendente.

Il racconto si muove sommesso in un mondo in mutamento. Cambiano gli attori che crescono e invecchiano con la naturalità e potenza che solo la vita sa rendere; ma cambia anche il contesto, la politica, le mode, le canzoni, i vestiti, la tecnologia. Un insieme di fattori, appunto, che non sarebbe stato possibile ideare fin nel suo incipit: si tratta di un progetto che andava accompagnato, o meglio, da cui bisognava lasciarsi accompagnare. Tutto ciò, ovvio, a discapito di un soggetto forte, di un racconto entusiasmante e originale; Boyhood è un esperimento che non si potrebbe ripetere una seconda volta senza generare un’inesorabile sensazione di noia, scontando già tutta la pesantezza di quasi tre ore di filmato. Ma l’originalità ideativa è sacrificata in favore di un altro tipo di originalità, ovvero di una “autenticità”.

La storia è ferma perché Mason lo è, ma non sarebbe potuto essere altrimenti; dopotutto il film non si intitola “Mason”, ma “Adolescenza”. Potremmo prospetticamente vedere quella come la vera protagonista, l’eroina che porta avanti l’azione della storia, l’elemento motore del cambiamento. Un motore in grado di trasformare le nostre fattezze fisiche, alterare la nostra voce, renderci più alti e affascinanti, farci dimagrire, ingrassare, ingrigire, scolpirci il mento e coprirlo di pelo; è la stessa forza motrice che trasforma il nostro atteggiamento, il nostro rapporto con il mondo: solo ieri il mondo di un bambino, oggi quello di un liceale, domani di un collegiale; oggi di un innamorato, domani di un cuore infranto. La vita ci trasforma anche quando non le chiediamo di farlo. Rimaniamo con lo sguardo fisso a terra, convinti nella nostra frustrazione dettata dall’inesorabilità degli eventi, ma non riconosciamo che quegli eventi inesorabili sono in continuo moto. Ripetiamo “è sempre la stessa storia” e nel frattempo quella storia ha cambiato registro due, tre, dieci volte, ed è solo la nostra incoscienza a trattenerci indietro, una cieca ignavia.

Boyhood è in grado di sorprenderci raccontandoci la storia più comune, quella di tutti giorni. Perché la realtà di tutti i giorni è una storia sorprendente. Perché la vita accade, e per questo è sorprendente. Ripetiamo sempre “insegui l’attimo”, ma “forse è esattamente l’opposto: è l’attimo che insegue te”.