Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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domenica 23 giugno 2019

Alla fine dell'arcobaleno

Alla fine dell'arcobaleno
Il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice Silvia Molinari si rifà alla leggenda irlandese che narra di una pentola piena d’oro situata alla fine di un arcobaleno, gelosamente custodita da uno gnomo. L’arcobaleno ha spesso simboleggiato divinità, creazione e tanto altro ma, in questo romanzo, rappresenta la speranza in un futuro migliore, futuro a cui tutti guardano con occhi speranzosi.

Questo scrive in nota al romanzo l’autrice.

Alla fine dell’arcobaleno, che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima, rappresenta una felice conferma del talento letterario di Silvia Molinari. Scritto sei anni dopo London Lies che ci ha fatto conoscere e amare la brillante Emma Woodhouse, Alla fine dell’arcobaleno non vuole essere un sequel del primo riuscitissimo romanzo, anche se la famiglia “allargata” di Emma rimane la protagonista di quest’ultima opera.

La storia è ambientata alla Rainbow Farm, la fattoria che Emma e Matthew hanno acquistato nel nord del Devon: la cugina di Emma, Melissa ha deciso di festeggiare lì il suo matrimonio. Tuttavia, i Renner, parenti americani di Detroit, cercano ogni modo per non partecipare all’evento, arrivando a chiedere a Lisbeth Madsen, la migliore amica della secondogenita Lizzie, di presentarsi al suo posto. Lisbeth, apprezzata ginecologa del Boston Medical Center, in Inghilterra per un master all’Università di Bristol, si trova così a dover trascorrere una settimana alla Rainbow Farm, obbligata a spacciarsi per la cugina americana che i parenti inglesi non vedono da anni. Il seguito di questo incipit ve lo facciamo solo immaginare.

In Alla fine dell’arcobaleno il lettore ritrova tutti i temi letterari cari all’autrice: l’amore per l’Inghilterra, il suo humor, i suoi costumi, la sua cucina, la sua campagna e la semplicità della gente che la abita. In più caratterizzano l’opera i riferimenti letterari alle autrici inglesi predilette dalla scrittrice: Jane Austen e le sorelle Brontë. La scrittura è diretta, pulita, efficace nel tratteggiare le situazioni umoristiche quanto nell’affrontare le scene drammatiche. 


Alla fine dell’arcobaleno è un romanzo fortemente caratterizzato dalle passioni dell’autrice e ci porta pagina dopo pagina dentro il mondo dei famigerati Woodhouse e più avanziamo nella loro conoscenza, più incredibilmente ci rendiamo conto che la loro vita assomiglia alla nostra. Perché, come viene citato nel romanzo, quando non ci capita più niente di inaspettato vuol dire che siamo morti. Ma il romanzo di Silvia Molinari è anche un ruscello di primavera che raccoglie l’acqua delle nostre lacrime e i raggi di sole dei nostri pensieri e li convoglia nel grande mare della vita: è un libro pieno di passioni, di rifiuti, di amori, di fraintendimenti, di apparenti sconfitte e incerte vittorie, di cattiveria e di bellezza, di sogni e di speranze.

Non si può vivere senza fidarsi di nessuno. Perché significherebbe non fidarsi neppure di sé stessi afferma sfrontata la protagonista Lisbeth al suo interlocutore. E quindi, per terminare questa recensione, anch’io vi suggerisco di leggere Alla fine dell’arcobaleno: un libro da tenere sul comodino e da rileggere in quei momenti della vita in cui vorremmo avere vicino un amico che non c’è.


Silvia Molinari, Alla fine dell'arcobaleno, Amazon Media Eu, 2019

giovedì 7 marzo 2019

Il sogno di Leonardo

Il sogno di Leonardo

Ho avuto il piacere di leggere in anteprima “Il sogno di Leonardo”, ultima fatica letteraria di Giuseppe Carfagno, nelle librerie a fine mese.

Il romanzo scorre alternando il presente e il passato, al tempo della permanenza del genio di Vinci a Milano, negli ultimi anni del ‘400.

I protagonisti sono due ragazzi, quasi coetanei, vissuti però a cinquecento anni di distanza, e il mondo che li circonda, genitori, nonni, amicizie tra coetanei e coetanee.

Edmondo Armerini si trova per caso catapultato nella bottega di Leonardo che a Milano sta vivendo il periodo più fertile della propria esistenza artistica, mentre Jean Tricot, nipote di Pierre Duchamp, famoso collezionista d’arte contemporaneo, si trova a vivere insieme al nonno, l’avventura del ritrovamento di un dipinto misterioso.

In un susseguirsi incalzante di avvenimenti, ora alla corte del Moro, Signore di Milano, ora nelle città di Milano e Parigi dove risiedono i Duchamp, il lettore è condotto sempre più al centro del mistero: esiste un collegamento tra le vite dei due giovani, distanti cinque secoli?

Edmondo lo troviamo immerso nella vita di corte, in una Milano che con gli Sforza sta vivendo il suo magico rinascimento e trova in Leonardo da Vinci il suo paladino, il suo artista di fama internazionale; Jean ha la fortuna di apprendere dal nonno l’amore per il bello e la curiosità che anima un vero collezionista d’arte.

La prosa limpida e scorrevole del professor Carfagno rende la lettura di questo romanzo, non solo per ragazzi, avvincente e piacevole, riportando il lettore nel magico mondo di una Milano di fine Quattrocento, così diversa dalla Milano di oggi, ma anche così uguale, nel modo di lavorare, nel modo di pensare, nel modo di godere la vita: la Milano di Jean e suo nonno Pierre.

Un libro tutto da leggere che ben si inserisce nel tempo delle celebrazioni per la ricorrenza dei cinquecento anni della morte di Leonardo da Vinci.


Giuseppe Carfagno, Il sogno di Leonardo, il Ciliegio edizioni, 2019

mercoledì 19 luglio 2017

London Lies



Prendete una donna non ancora trentenne, e quindi ancora alla ricerca del senso della vita, Emma Woodhouse, prendete un belloccio di New York, David Wilson, e catapultatelo dalla stratosfera a Londra, proprio nell’ufficio di consulenza aziendale strategica dove lavora Emma, e infine immaginate il cognato di lei, Matthew Hunt, di cui Emma è perdutamente innamorata, a sua insaputa, che è in procinto di sposarsi con una austera e menzognera geisha giapponese.

Mescolate il tutto con una Londra (e dintorni) affascinante e luccicante, nonostante il suo grigiore climatico, aggiungete q.b. di relazioni velenose vissute sul luogo di lavoro, più simile ad un covo di vipere che altro, dove si elaborano innovative strategie per eliminare i rivali (sia in amore che di carriera); insaporite il tutto con i familiari di Emma, sorella, nonna, zii e nipoti indisciplinati, che coinvolgono, e sono coinvolti da Emma in divertenti episodi, e infine servite il tutto con eleganza di stile e brillantezza di scrittura.

Ecco gli ingredienti di questo dolce (potremmo immaginarlo un riuscitissimo crumble di mele per restare in tema), cucinato a puntino dalla scrittrice Silvia Molinari, alla sua seconda esperienza letteraria.

London Lies è un romanzo coinvolgente sin dalle prime pagine: la storia, che all’inizio può far pensare ad un romanzo rosa, estivo, da leggere sotto l’ombrellone, non deve ingannare. In realtà London Lies, letto con attenzione, è un romanzo dove le relazioni uomo – donna sono analizzate in profondità sotto diversi aspetti, sentimentali, lavorativi, generazionali, in modo preciso, originale e con taglio ironico.

È la vis comica che pervade tutto il romanzo, infatti, la chiave del successo di quest’opera. Raramente ci è capitato di leggere, tra le recenti pubblicazioni, un romanzo così accattivante, capace di raccontare episodi anche banali della vita di tutti noi, in modo così divertente ed ironico.

Non vi raccontiamo il finale, per ovvie ragioni, ma vi consigliamo di scoprirlo da soli e, arrivati alla fine, proverete forse, come noi, una spiacevole sensazione di abbandono, tanto vi eravate abituati al mondo magico e frizzante dentro il quale vi aveva accompagnato questa lettura.

Il romanzo è acquistabile nelle due versioni, ebook e cartacea, su Amazon e nei principali internet store. Da non lasciarselo sfuggire.

Silvia Molinari, London Lies, Amazon Media EU, 2017

domenica 15 maggio 2016

Il rosicone

Rosicone


Alcune riflessioni a caldo sulla legge “Cirinnà”.

Da cattolico quale sono, dovrei passare queste ore a “rosicare” secondo quanto asseriscono i sostenitori della legge. A parte il fatto che, non capisco per quale motivo, debbano ritenersi non cattoliche le persone a favore della Cirinnà: e quindi a quale religione dovrebbero appartenere: musulmana, ebraica, induista, scintoista? Oppure sono tutte atee?

In realtà, tranquillizzo subito i nostri maître à penser, il sottoscritto è assolutamente contento che finalmente si sia fatta anche in Italia una legge che regolamenti le unioni civili.

Oggettivamente il tema era “caldo” da parecchi anni ed effettivamente, senza arrivare a toccare il punto delle convivenze omosessuali, esisteva una lacuna normativa ampia che riguardava in generale tutte le persone conviventi, anche non legate da vincoli affettivi e sessuali.

Ma il sottoscritto è assolutamente contento di questa legge per un semplice motivo: finalmente anche l’Italia ha una legge che regolamenta questo tipo di unioni e spera vivamente che da oggi in avanti il Governo e il Parlamento si preoccupino non di alcune migliaia di persone, ma di alcune decine di milioni di persone che hanno formato una famiglia (l’unica cellula fondante la vita civile dello Stato in tutto il mondo) e che faticano a portarla avanti ed a svilupparla.

Penso alla crisi economica che ha lasciato uno o entrambi i genitori senza lavoro, penso alla denatalità ormai impressionante perché gli orari di lavoro (quando ancora c’è) mal si conciliano con l’attività di crescere i figli, soprattutto per le donne; penso alle famiglie numerose, sempre meno presenti, che non hanno aiuti seri dallo Stato. Penso alle scuole e a tutti i problemi legati all’educazione.

In questo senso non credo che un referendum abrogativo sulla Cirinnà sia una buona idea. C’è il rischio che a prevalere siano gli schemi ideologici, mentre invece la Cirinnà dovremmo lasciarla operare così com’è e tra dieci anni si potrà verificare quanto, nei fatti, sarà stata utilizzata dalle coppie di fatto per regolarizzarsi.

Anche perché, parliamoci chiaro, la Cirinnà qualche “paletto” importante, dal nostro punto di vista di “rosiconi” l’ha pure messo: no alle adozioni per le coppie dello stesso sesso. Una cosa invece non mi è chiara: l’assenza dell’obbligo di fedeltà. Forse che un amore omosessuale è meno fedele di un amore tra un uomo e una donna? Semmai è opportuno evitare che sentenze “artistiche o interpretative” di alcuni giudici introducano la possibilità per le coppie omosessuali di adottare figli. Questo è il vero tema per il futuro.

Io penso che il Governo Renzi, che tanto si è beato in queste ore su giornali e televisione per essere stato capace di portare sino in fondo la legge Cirinnà, sarà giudicato dai cattolici da quanto farà sui temi legati alla famiglia tradizionale.

Certo, il metodo usato da Renzi per far approvare la Cirinnà può essere criticato. Utilizzare la fiducia, obbligare i deputati e i senatori a votare un testo blindato non è mai positivo, soprattutto quando in gioco ci sono temi così sensibili, ma tant’è. Il nostro fiorentino ormai lo conosciamo.

È pur vero che senza una imposizione decisa da parte del Governo, oggi avremmo ancora il Parlamento che discute di massimi sistemi e una legge di questo tipo sarebbe ancora nel limbo. Noi italiani, per storia, siamo il popolo dei mille comuni, dei mille campanili e questo fatto in politica si è tradotto a volte in uno stallo conservativo che non ha fatto bene al progresso del Paese.

Per chiudere, bene questa legge Cirinnà, ma d’ora in avanti capitolo chiuso, guardiamo avanti ed occupiamoci dei temi caldi che riguardano le famiglie degli italiani, i figli che non nascono e la loro educazione: Renzi ci sei? Batti un colpo, coraggio!     

mercoledì 30 dicembre 2015

Bruno un cucciolo da salvare



L’opera di Giuseppe Carfagno è un racconto per bambini e ragazzi che strizza l’occhio al mondo degli adulti.

E’ la storia di una famiglia di orsi bruni che vive nel Parco Naturale Adamello Brenta, che ama esplorare le montagne tra Italia, Austria e Svizzera, e dei rapporti con i loro simili e con gli esseri umani, in particolare un ragazzo, Matteo, figlio del guardaparco, che vive con la famiglia in una fattoria tra le montagne frequentate dagli orsi.

I soggetti principali sono due orsacchiotti, Bruno il protagonista e suo fratello Jay, la loro mamma Jurka e il papà orso Joze che li protegge da lontano, ma la cui presenza è assicurata nei momenti topici. Bruno e Jay hanno anche un’amica, l’orsa Alba, più grande di un anno.

I due giovani orsacchiotti affrontano nel giro di due estati tutte le esperienze che li porteranno a crescere e a diventare orsi adulti. Nel corso della prima estate Bruno e Jay incontrano una famiglia di uomini che vive nel bosco e stringono amicizia con Matteo, un bimbo di sei anni, che entra da subito in sintonia con i cuccioli. Si instaura un rapporto di amicizia soprattutto con Bruno che proseguirà per tutta la storia e che servirà a sviluppare la reciproca conoscenza dei propri modi di vivere.

Non mancano nel mondo degli orsi momenti di difficoltà, di pericolo, ma anche di gioia, di rilassatezza, di felicità. Leggendo questa favola si scopre che la vita degli orsi non è poi così differente da quella di noi esseri umani, anche se forse una differenza la si può notare. Nel mondo degli orsi si lotta per la sopravvivenza, ma senza cattiveria, senza volontà di compiere il male per il male, ma solo per difendere il proprio diritto alla vita. 

Nel mondo degli uomini invece, si lotta per la supremazia degli uni sugli altri, per veder prevalere le proprie idee (spesso pregiudizi) o per affermare il proprio ego. 

Per fortuna non tutti gli esseri umani sono uguali ed in alcuni prevale la coscienza che farà sì che nel momento del pericolo, l’orso Bruno non sarà condannato ad una brutta fine…

Un’opera quella di Carfagno, per anni docente di lettere nelle scuole superiori, che si rivolge ai giovani, ma che vuole far riflettere anche il lettore genitore di quei ragazzi e che pare sussurrare un monito: uomini, rispettate la natura perché lei vi rispetta e solo così questo mondo potrà continuare ad essere accogliente e ospitale per tutti. 

Tra le righe dell’opera sembra quasi echeggiare l’eco dei richiami di Papa Francesco scritti nella sua ultima Enciclica Laudato sì..

Un bel libro da leggere e da regalare.

Bruno un cucciolo da salvare di Giuseppe Carfagno, 2015 Edizioni il Ciliegio s.a.s.

domenica 26 luglio 2015

Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli



Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli.

Periodicamente, dal giorno in cui è stata promulgata la Carta Costituzionale, ritorna in Italia il tema degli aiuti economici che lo Stato dovrebbe o non dovrebbe fornire alle scuole libere, non statali, o paritarie come vengono definite adesso. Aiuti diretti o esenzioni dal pagamento di certe imposte, come nel caso dell’ICI di cui si sta discutendo in queste ore.

Ci preme ribadire alcune considerazioni elementari, di buon senso, accessibili a tutti insomma. 

Uno. Da un punto di vista prettamente economico, un ragazzo italiano che frequenta una scuola statale costa allo Stato circa 6.000 euro l’anno (i numeri vengono dalla Pubblica Amministrazione) mentre un ragazzo che frequenta una scuola paritaria ne costa circa 600. Già questa semplice e banale considerazione dovrebbe far riflettere tutti sul fatto che la chiusura delle scuole paritarie porterebbe un notevole aggravamento delle finanze dedicate alla scuola statale, che sarebbe costretta a dividere i fondi a disposizione su una platea di alunni più ampia (oltre un milione e trecentomila studenti frequentano le paritarie), per non parlare del costo dei docenti e non docenti. 

Due. Ogni famiglia che, il più delle volte con fatica e sacrifici, decide di mandare i propri figli a studiare alle scuole paritarie, versa comunque regolarmente una quota delle proprie tasse anche a favore della scuola statale di cui però, per scelta, non beneficia. Inoltre questi alunni che hanno frequentato le scuole paritarie, un domani entreranno a far parte della vita sociale e civile della comunità e renderanno disponibile la propria formazione personale a tutti, favorendo la crescita spirituale, economica e sociale della nostra nazione. Ciò comporta un arricchimento della vita civile, a meno che non si pensi che una diversa e pluralista libertà di educazione delle giovani generazioni sia negativa e nociva per la crescita morale dell’Italia e solo un’impostazione statalista della scuola sia positiva e da valorizzare. Noi pensiamo esattamente il contrario.

Tre. Le famiglie italiane sono, in Europa, le meno aiutate e sostenute economicamente dallo Stato, soprattutto quelle con più figli. Ora alle scuole non statali si vorrebbe far pagare anche l’ICI sugli immobili dove vengono tenute le lezioni. Cosa dovrebbero fare queste scuole? L’unico modo per sostenere i nuovi oneri sarebbe quello di aumentare le rette degli studenti impedendo di fatto a moltissime famiglie il reale diritto, garantito in Costituzione, di educare liberamente i propri figli. E’ questo che si vuole? Far diventare le scuole paritarie scuole d’elite, frequentate da poche migliaia di alunni figli di genitori ricchi? Noi questo non lo vogliamo.

Le scuole paritarie svolgono un ruolo fondamentale nel processo educativo delle giovani generazioni e dovrebbe essere cura di uno Stato laico, cioè aconfessionale, del popolo, mantenere e sviluppare la base delle famiglie che possono scegliere liberamente a quali educatori affidare i propri figli. 

Quello che è in discussione è il diritto fondamentale di ogni genitore di poter educare il proprio figlio secondo la concezione della vita e della religione cui si appartiene. Una famiglia cattolica, una famiglia ebrea, una famiglia musulmana ha il diritto di mandare il proprio figlio in una scuola statale, oppure in una scuola paritaria, dove trovi docenti che oltre ad insegnare i programmi previsti dallo Stato per quel tipo di studi, educhino il giovane a quella particolare visione del mondo e della vita condivisa con la famiglia di origine. E perché mai lo Stato dovrebbe osteggiare questo tipo di impostazione cultuale? In base a quale diritto soprannaturale? Noi proprio non comprendiamo il motivo.

Come non comprendiamo il motivo che delega una scelta di questo tipo, prettamente politica, ad un’aula di una corte di Tribunale. Ma le leggi non le scrive il Parlamento? O siamo diventati uno Stato di Common Law? E’ ora che tutti i nostri politici, perché questo è un tema generale di libertà che deve coinvolgere tutti, riprendano in mano il compito che spetta loro di diritto e che pongano la parola fine definitivamente su questo argomento che si trascina da troppi decenni in Italia. Siamo stanchi di leggere periodicamente di questi attacchi alla libertà di educazione, per di più portati avanti da piccole frange di estremisti ideologici che fanno riferimento a concezioni di società e di Stato che sono uscite miseramente sconfitte dalla Storia. 

E’ tempo che si faccia un passo in avanti in Italia anche sul tema della libertà di educazione, così come lo si sta cercando di fare in altri campi e in altri settori.

Che sia #lavoltabuona? 

Noi tutti, donne e uomini di buon senso, lo speriamo.


giovedì 3 luglio 2014

La famiglia normale



Il 3 luglio 1993 mi sono sposato a Milano con la mia attuale consorte presso la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù alla Cagnola.

Il giorno delle nozze entrambi avevamo in cuore il desiderio, non la pretesa, di formare qualcosa di più di una coppia, di formare una famiglia. E per grazia di Dio, nel giro di alcuni anni, sono nati due figli, ora adolescenti.

Non abbiamo mai effettuato analisi mediche particolari e, una volta in attesa, diagnosi prenatali per conoscere lo stato di salute dei nascituri.

Se non fossero arrivati figli nostri, ci saremmo rivolti a qualche struttura assistenziale per adottare un piccolo orfano. E se i nascituri avessero avuto qualche problema di salute, l'avremmo accettato sic et simpliciter.

Non racconto queste mie vicende personali per motivi particolari. Credo che io e mia moglie siamo due persone come tante, assolutamente normali e siamo circondati da amici che, come noi, hanno effettuato le nostre medesime scelte e condividono il nostro medesimo modo di pensare.

In realtà, raccontare pubblicamente questi pensieri, oggi, ha un significato particolare, perché questa nostra normalità di vita e di pensiero sembra essere diventata originale, a-normale.

Se leggiamo i giornali e le riviste alla moda, se guardiamo la televisione o navighiamo in rete, siamo colpiti da messaggi, pensieri e opinioni che considerano normale e alla moda vivere tutta la vita da single, consumare avventure occasionali con partner diversi, costituire unioni con persone anche del medesimo sesso spacciandole come unioni normali, rappresentanti il modo di oggi di formare una famiglia. 

E per queste unioni normali, i maître à penser chiedono a gran voce i medesimi diritti concessi alle altre unioni, ma raramente sento parlare di medesimi doveri che vengono invece richiesti alle famiglie tradizionali.

Posto che il termine famiglia presuppone la presenza all'interno di una coppia di almeno un figlio (e dalla relazione tra due persone del medesimo sesso qualcuno mi deve ancora spiegare come è possibile che nasca un figlio), non credo che i nuovi modelli di vita oggi proposti rappresentino la regola sulla quale una società di esseri umani possa crescere, progredire, prosperare.

Neanche il mondo animale (quello dei mammiferi intendiamoci) vede un approccio simile al vivere quotidiano. Non mi risulta infatti che esistano coppie stabili nel tempo di animali della stessa specie e del medesimo sesso.

Ma certo l'uomo, nella sua grandezza, dotato del suo libero arbitrio, può sicuramente superare gli animali per immaginazione e intelligenza...

Intendiamoci, nessuno ormai, nel 2014, credo che si permetta di condannare la scelta di vita di una persona. Sono finiti i tempi dell'oscurantismo e dell'ignoranza che facevano vedere il diverso da noi come una persona malata o pericolosa, da eliminare.

Tuttavia non è accettabile la mistificazione della realtà. Non è possibile che l'unione stabile, fondata sul reciproco amore e collaborazione, tra due persone del medesimo sesso, venga propagandata come modello e come normalità di vita, come famiglia dei tempi moderni. 

Tra l’altro questo tipo di unione non può generare figli e quindi non credo che i partner possano pretendere di adottarne uno per il semplice motivo che la natura stessa di questa particolare unione non permette la nascita di un figlio. E credo che questa mancata possibilità non sia casuale.

Escludendo pertanto il discorso adozioni, penso invece che sia giusto e doveroso, per queste unioni, una volta rese pubbliche per mezzo della loro iscrizione nei registri dello Stato Civile, garantire i medesimi diritti e doveri esistenti per le persone coniugate civilmente che hanno deciso di costituire una coppia che sia in grado di formare in seguito una famiglia, nel senso che sopra abbiamo descritto.

Dobbiamo ripartire da questo semplice buon senso per riuscire a porre un limite al delirio di onnipotenza dell’uomo contemporaneo, che da solo non riesce a distinguere il legittimo desiderio di felicità dalla pretesa della sua realizzazione a tutti i costi.

C’è bisogno di questo buon senso? Osserviamo la realtà intorno a noi e diamoci la risposta.


sabato 27 luglio 2013

Ancora tre giorni e poi...

Mancano ormai una manciata di ore e poi conosceremo la sorte che toccherà al primo Governo Letta.

La situazione che stiamo vivendo è paradossale, se ci pensiamo bene: la sorte del Governo del Paese dipende dalle sorti giudiziarie del leader politico di un partito che sostiene il Governo. In Paesi normali, diciamo meglio, normalmente, il leader di un partito che sostiene il Governo del proprio Paese non avrebbe guai giudiziari, o se li avesse, non sarebbe il leader politico di un partito che sostiene il Governo.

D'altra parte, si dovrebbe anche dimostrare quale sarebbe il male minore: la continuazione del Governo Letta oppure andare a nuove elezioni?

Personalmente riteniamo che la discussione e i temi politici affrontati in questi mesi dal Governo non abbiano ancora toccato e messo in evidenza i punti fondamentali che costituiscono, che originano il deficit strutturale che affligge il nostro Paese rispetto alle altre nazioni parimenti industrializzate.

Quando un Paese come l'Italia paga ogni anno 100 miliardi di euro di interessi sul proprio debito pubblico, capite che il margine di manovra per qualsiasi Governo è nullo se non si taglia per prima cosa il debito che li genera. Tanto per essere chiari: la manovra di cancellazione delle provincie in corso di approvazione in Parlamento si calcola che dovrebbe far risparmiare spese per un miliardo di euro all'anno!

Poi c'è il capitolo del lavoro nero: le stime dicono che sono tre milioni i lavoratori irregolari in Italia con un'evasione fiscale derivante di 40 miliardi di euro all'anno… altro che manovra sull'Imu o sull'Iva.

Terzo tema: con una pressione fiscale come quella attuale è impossibile parlare di crescita, perché la crescita, se anche ci fosse, sarebbe soffocata dalla medesima pressione fiscale il che porterebbe a nuova evasione e quindi il cerchio non si chiuderebbe mai.

Si potrebbe continuare, ma tant’è. Solo una cosa chiediamo a questo Governo che si è definito di servizio per il Paese: non prendiamoci in giro. 

Sino a quando non si affronteranno le tematiche di cui sopra non si riuscirà ad invertire la rotta. Ma per affrontare questi temi, occorre la consapevolezza in primis nella coscienza delle persone, dei politici, della classe dirigente del Paese.

I concetti di legalità, di uguaglianza, di ridistribuzione delle ricchezze, di lavoro regolare per tutti, devono riprendere ad essere presenti nella vita della nostra comunità, altrimenti la crisi economica continuerà e anzi aumenterà. Da questo punto di vista, l’avvento inaspettato, provvidenziale del nuovo Papa Francesco ci potrebbe essere molto d'aiuto: speriamo che gli italiani possano trarre dalle sue parole, dal suo Magistero pensieri ed idee illuminanti.

L'altro aspetto che deve entrare in gioco in questo periodo così turbolento è quello del compito educativo che spetta a noi adulti (insegnanti e genitori) nei confronti dei nostri figli. 

Forse anche noi genitori, noi insegnanti dobbiamo fare autocritica e riconsiderare i valori che abbiamo praticato e trasmesso, con coscienza o meno, sino ad ora ai nostri ragazzi. Ha scritto Jonah Lynch nel suo ultimo libro, Egli canta ogni cosa: “Conoscere la verità è una grande avventura ed è anche un grande rischio. Potresti scoprire che devi cambiare idea su qualcosa. Potresti anche scoprire che devi cambiare vita”.

Meditiamo gente, meditiamo…




mercoledì 10 luglio 2013

La scelta universitaria

Ancora pochi giorni, cari maturandi, e sarete passati al nuovo status di maturi.

Ve lo annuncio subito, se ancora la vostra giovane età non vi ha permesso di comprenderlo, che il nuovo status non porta di per sé la panacea e la soluzione di tutti i problemi che l'adolescenza, per voi ormai alle spalle, aveva prepotentemente posto di fronte alle vostre giovani vite.
Anzi, se mai, da maturi le decisioni che dovrete prendere d'ora innanzi, saranno più importanti, più radicali e dovranno essere assolutamente vostre, senza più l'alibi di genitori che vi costringono a compiere scelte non condivise.

E una delle prime scelte che vi aspetta al varco, in questa estate 2013, è la scelta della facoltà universitaria.

Premessa: il consiglio che vi può dare un genitore di quasi mezzo secolo di vita è di continuare la vostra formazione scolastica iscrivendovi ad una facoltà universitaria. Nel momento storico che stiamo vivendo la formazione scolastica per un giovane cittadino del pianeta è assolutamente importante e fondamentale per affrontare un mondo del lavoro sempre più difficile, complesso e competitivo.

Con questo non voglio dire che la formazione universitaria debba per forza essere di carattere tecnico o scientifico. A mio modo di vedere, nel mondo del lavoro di domani, che poi è il nostro mondo di oggi più un giorno, serviranno sempre, oltre a bravi e preparati medici e ingegneri, anche bravi e preparati insegnanti, scrittori, pittori e poeti. Quello che conta è la passione con cui si sceglie una facoltà universitaria, con uno sguardo all'occupazione / professione che si vorrebbe intraprendere un domani.

Non dovete, ragazzi, farvi influenzare in questa decisione, che poi inevitabilmente condizionerà la vostra vita, da pressioni più o meno velate di genitori, parenti o amici. Decidete con il cuore e con la mente, ma che siano entrambi i vostri! Molto meglio un insegnante soddisfatto che un medico indeciso, molto meglio un ricercatore curioso in università che un avvocato triste in Tribunale. La scelta universitaria è scelta vocazionale, scelta di vita. Il lavoro che ognuno di voi sceglierà di fare condizionerà la vostra vita per sempre.

Massimo Diana sostiene, a ragione, che ogni uomo  che è al mondo deve, prima o poi, fare i conti con due questioni fondamentali: imparare ad amare e prepararsi a morire. Tralasciando il secondo aspetto, che per voi ragazzi di 18 / 19 anni è forse ancora troppo lontano dalla vostra vita, il primo invece è decisivo proprio in una questione come questa. Imparare ad amare significa prendere sul serio il proprio destino, il cammino che sino a questo momento si è compiuto e metterlo al servizio di se stessi.

Questo è l'unico modo che conosco per affrontare con serenità la scelta universitaria, liberi da un esito che in questo momento non vi appartiene, ma che è già positivamente presente in una scelta effettuata utilizzando questa evidenza della ragione.


Auguro ad ognuno di voi tanto coraggio per intraprendere la scelta giusta. Sembra retorica, badate che non lo è, ma il futuro della nostra Nazione, l'uscita dal tunnel di questa crisi esistenziale in cui tutti noi ci troviamo, dipenderà anche dagli uomini e dalle donne che domani, con il proprio lavoro felicemente svolto, permetteranno al nostro Paese di fare quattro passi in avanti...E quegli uomini e quelle donne siete anche voi, maturi del 2013.




domenica 30 giugno 2013

Summum ius, summa iniuria

La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, ancorché decisamente divisa al suo interno, con 5 voti a favore e 4 contrari, ha legittimato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, sembra ormai far vacillare la diga dei divieti di queste unioni nel c.d. mondo civilizzato, o primo mondo, o mondo industrializzato, mondo occidentale (chiamatelo con la categoria sociologica che preferite).

Il pronunciamento vale chiaramente all’interno degli Stati Uniti, ma il peso psicologico che gli States possono vantare anche nel settore dei “diritti civili” rispetto al resto del mondo di cui sopra, è tantissimo. Quindi c’è da aspettarsi che questa sarà una sentenza che farà “scuola”. 

Personalmente spero di no, ma credo che ormai la direzione dell’ ”Intelligencija” internazionale spinga per far approvare da tutti gli Stati i matrimoni omosessuali, ritenendo questo fatto una vittoria dell’uguaglianza finalmente raggiunta tra le persone, indipendentemente dal sesso di quelle persone.

Purtroppo per l’ “Intelligencija” internazionale, il vero problema, per loro, sta proprio qui. Le persone non sono uguali, sono maschio o femmina, uomini e donne. E sono diverse tra di loro. Tanto è vero che le donne, per fare un esempio, partoriscono e generano un figlio, gli uomini no. E generare un figlio non è equiparabile ad un diritto, ma è un dato di fatto. Gli uomini non hanno un diritto in meno rispetto alle donne, perché non possono generare figli, semplicemente la loro natura li ha fatti così! 

Sembra banale quello che ho appena scritto, ma evidentemente ci sono delle persone, poche numericamente a dir la verità, ma influenti intellettualmente e politicamente, che la pensano diversamente. Mi spiace per loro, ma la realtà è, e sarà sempre, quella che ho descritto.

Anche il matrimonio, così come sembra essere inteso da costoro, non è un diritto, ma una, chiamiamola istituzione umana, consuetudine umana che in tutti i popoli, in tutti i tempi, vede l’unione stabile di un uomo e di una donna per formare una famiglia e generare una discendenza. Anche gli animali fanno così, certamente le loro unioni sono diverse da quelle degli uomini, ma di fatto un maschio di leone e una leonessa si accoppiano e per un certo tempo stanno insieme per allevare dei cuccioli di leone.

E, badate bene, fino a qui la religione non c’entra nulla. Il matrimonio esisteva anche ai tempi dei greci e dei romani. Anche allora esistevano unioni tra persone dello stesso sesso, ma nessuno si sognava di paragonare queste unioni ai matrimoni. Con ciò non significa che le singole persone, anche quelle che formano una coppia omosessuale, non abbiano i medesimi diritti e doveri. Non si sta mettendo in discussione questo. Semplicemente un’ unione matrimoniale prevede la presenza di un uomo e di una donna che formano una coppia aperta a generare una prole.

Se il vero problema, il nocciolo della questione, è invece quello di garantire alcuni diritti “privati” alle persone che formano una coppia omosessuale, per esempio il diritto di successione, il diritto al subentro nei contratti di affitto, il diritto alla reversibilità della pensione o altri diritti simili, basta affrontare questo tipo di problematiche nell’ambito di una riforma del diritto privato. Personalmente non mi permetto di esprimere nessun giudizio morale sulle persone dello stesso sesso che decidono di vivere insieme, da coppia, e sono anche d’accordo sul tutelare i diritti sopra citati. Basterebbe istituire un registro civile di queste unioni a cui poi si possono riconoscere i medesimi diritti privati intercorrenti tra coppie sposate etero sessuali, ma senza definire queste unioni con il termine “matrimoni” e senza fornire il diritto di adottare e crescere figli. Su questo punto non ci sono dubbi, tanto è vero, lo ripeto, che è la natura stessa umana che è fatta maschio e femmina e la diversità, se esiste, esiste per un motivo, altrimenti non esisterebbe!

A dir la verità, a pensarci bene, fa riflettere il fatto che nel 2013 l’umanità stia argomentando su tematiche come questa. Dopo millenni di sviluppo del pensiero filosofico, dopo l’avvento sulla scena mondiale di tre religioni monoteiste e dopo l’incredibile progresso tecnologico compiuto dall’essere umano, questo stesso uomo dimostra di essere rimasto così piccolo, così cucciolo, così lontano ancora dalla comprensione della sua stessa natura umana. Sembra impossibile, ma la realtà come sempre ci sorprende.




giovedì 13 giugno 2013

A tu per tu con: Pietro Pizzuto

Questa sera facciamo quattro chiacchiere con l'amico Pietro Pizzuto, quaranta anni, sposato con Stefania un'insegnate di matematica e padre di tre bambini.

D.: Pietro, raccontaci per prima cosa di te.
R.: Sono diplomato ragioniere programmatore e lavoro presso una banca nel settore creditizio. All'età di 9 anni ho cominciato a giocare a basket ed ho smesso 11 anni dopo per un infortunio alla spalla; mi piace ancora praticare sport (calcetto, bici, running) anche se non è facilissimo conciliare la pratica con gli impegni lavorativi e spesso preferisco giocare con i miei bambini piuttosto che andare a correre...  

D.:Pietro come nasce il tuo coinvolgimento come dirigente accompagnatore della squadra di calcio dell'OSC Giovi Limbiate?
R.:Nel settembre 2011 nostro primo figlio Tommaso ha voluto iscriversi nella squadra di calcio dell'Oratorio Sacro Cuore del Villaggio Giovi di Limbiate - assieme ai suoi due cugini - nella categoria dei Big Small campionato Csi (la categoria dei bambini più piccoli). In verità la mia esperienza nel campo sportivo "non giocato" inizia a 20 anni quando ho collaborato per un paio di anni con un allenatore di una squadra di basket giovanile.

Comunque, un pò per stare vicino a mio figlio ed un pò perché il presidente della società me lo ha chiesto con insistenza, mi hanno da subito coinvolto nella squadra come dirigente accompagnatore, con tanto di attestato dopo aver partecipato ad un corso di formazione, visto che nella società c'era bisogno anche di un ricambio generazionale.
La spinta decisiva è arrivata quando ho saputo che era stato coinvolto anche mio cognato, il papà dei cugini di Tommaso che prima ho citato, con il quale condivido il lavoro di bancario.

D.:Cosa viene insegnato nella vostra scuola calcio ai giovani bambini / ragazzi che si avvicinano con grande entusiasmo al gioco del calcio?
R.:Preferisco sorvolare sull'aspetto tecnico, non perché secondario ma perché il calcio non è il mio sport, perché quello che cerco è un ambiente dove mio figlio Tommaso, e con lui gli altri suoi compagni di squadra, vedano e capiscano quanto sia bello stare insieme con un ideale comune, lavorando e divertendosi ma con uno scopo: allenarsi per migliorare fisicamente e tecnicamente, imparare a vivere in una comunità (la squadra), rispettare gli avversari e soprattutto rapportarsi con degli adulti (allenatore, arbitro, dirigenti) intravedendo un modello che li possa ispirare nella vita.

Dico questo perché io mi ricordo ancora del mio allenatore di basket (il mitico "Paolino") che era severo quando capiva che non ci stavamo impegnando al massimo - non importava perdere ma il "come" perdere -, comprensivo quando capiva che non serviva "bastonarci" e poi si poteva contare su di lui anche per problemi al di fuori dell'ambito sportivo.

Quindi ci aiutiamo tra dirigenti ed allenatore a guardare non solo l'aspetto sportivo ma anche gli altri ambiti di vita del ragazzo come la scuola e la famiglia.

E' recente l'episodio di un papà disperato perché suo figlio, vivace fin da piccolo, nelle ultime settimane di scuola della prima elementare, sta collezionando una serie di note e punizioni incredibili a causa della mancanza di capacità di rapportarsi con i suoi compagni (tale atteggiamenti sfociano spesso in atti violenti verso i suoi compagni o di irriverenza verso le maestre). Non è che si può fare molto se non, in compagnia dei genitori, aiutarlo (magari anche con qualche panchina punitiva) a comprendere che l'aggressività deve essere convogliata in senso positivo e non distruttivo; non pretendiamo di essere psicologi o di risolvere tutti i problemi dei ragazzi, se fossi così bravo comincerei col risolvere i miei problemi, ma solo di essere un poco di esempio per questi ragazzi che come sappiamo tutti ci osservano e ci "soppesano" sempre.

D.:Pietro, nonostante il tuo impegno lavorativo e tre figli ancora giovani da crescere, perchè ti sei coinvolto in questa esperienza ? 
R.: In realtà la mia passione educativa nasce da un incontro fatto 20 anni fa: proprio nel periodo post infortunio con tutta la tristezza e la pesantezza di quei giorni ho incontrato Marcello, il Don appena arrivato nell'oratorio che frequentavo a Cinisello - più per le ragazze che per le attività a dire il vero -.

Ci aveva tutti invitati a stare con lui la domenica pomeriggio per far giocare i bambini in oratorio; in quell'ambiente e con quelle persone, ho sperimentato come si possa essere guardati per quello che si è, anche con tutti gli sbagli che ognuno di noi inevitabilmente fa, senza che questo possa intaccare la stima e l'amicizia.

Quindi quando le circostanze della vita, dopo aver ricevuto grandi doni quali mia moglie e i nostri figli, hanno proposto la possibilità di ricambiare su altri quello stesso sguardo che ho sentito su di me, non ho saputo dire di no.

L'impegno con il relativo tempo speso per stare con i ragazzi ed i genitori della squadra lo trovo perché capisco che in questi mesi ho imparato, e non poco, anche io sia dalle sconfitte calcistiche che dal focalizzare meglio la mia energia; infatti è sperimentabile quanto sia inutile continuare a sgolarsi per pretendere il silenzio assoluto quando spieghiamo gli esercizi da fare piuttosto che arrabbiarsi perché dopo un anno ancora qualcuno non capisce che dopo aver fatto/subito un gol bisogna tornare nella propria metà campo! 

D.:Questa esperienza ha cambiato / sta cambiando qualcosa nella tua vita di padre e di marito? La consiglieresti ad altri genitori?  
R.:Questa esperienza mi ha insegnato e mi sta insegnando a cercare di guardare i ragazzi, e quindi anche i miei figli, non per la sola prestazione (calcistica) o per la cavolata che fanno ma per tutta la loro persona che si declina poi nei diversi ambiti specifici (sport, scuola, compagnia e relazione con gli adulti). Non spetta a me giudicare se con questa esperienza sono migliore o peggiore, ma di sicuro mi sto accorgendo che sono più paziente - anche con me stesso - e poi il rapporto con i ragazzi ti ripaga degli sforzi fatti.


Da ultimo è un esperienza ed una responsabilità che consiglio molto ai genitori perché potrebbe capitare di comprendere per esempio che il loro figlio messo in (sana) competizione con altri ragazzi della stessa età non reagisce alla realtà così come fa sicuro di se sul divano di casa propria e poi capirebbero magari quanti inutili problemi e malumori a volte serpeggiano tra i genitori stessi quando pretendono cose senza senso (per esempio perché tizio ha giocato 2 minuti in più di mio figlio o piuttosto perché lo mettete in difesa se a casa fa sempre gol?)



venerdì 7 giugno 2013

Che scuola vogliamo per i nostri figli?

Spentosi un poco il clamore suscitato dal referendum di Bologna sui finanziamenti pubblici del Comune alle scuole paritarie, proviamo a fare alcune considerazioni a mente lucida, guardando i fatti.

Hanno “vinto” il referendum i sostenitori dell’abolizione del finanziamento alle scuole paritarie, con il 60% dei voti, ma hanno votato solo il 28% degli aventi diritto. In pratica hanno votato a favore dell’abolizione il 16,8% degli aventi diritto. Un po poco per dire che la maggioranza dei bolognesi vuole l’abolizione del finanziamento.

Invece, sarebbe interessante capire come mai il 72% dei bolognesi non si è recato a votare. Ma, tant’è.

Seconda considerazione: se le scuole paritarie, senza finanziamenti, ancorchè minimi, dovessero chiudere i battenti, quei ragazzi e le loro famiglie si rivolgerebbero alle scuole statali, questo è ovvio. Conseguenza, il Comune dovrebbe far fronte alla nuova richiesta degli utenti e quindi dovrebbe sopportare un aumento dei costi in un periodo dove le risorse ai Comuni vengono cancellate dal Governo centrale.

E poi, risulta dalle statistiche del Ministero, un posto alunno in una scuola statale costa circa 10 volte tanto di un posto alunno in una scuola paritaria. Cosa conviene al comune di Bologna: continuare a finanziare le scuole paritarie oppure portarle sull’orlo della crisi finanziaria e farle chiudere?

Francamente è stato demoralizzante leggere in queste settimane, sulle pagine di quasi tutti i giornali, un attacco alla scuola paritaria, accusata di togliere fondi alla scuola statale, senza avere a sostegno di questa tesi nulla più di un pensiero ideologico, espressione di una vecchia cultura di sinistra, che non aiuta certo l’Italia di oggi ad uscire dalla crisi culturale, oltre che economica, in cui si trova. 

Nessuno, conti alla mano, può dimostrare economicamente che la scuola paritaria sia un costo per le casse pubbliche, a meno che non si pensi che, chiuse le scuole paritarie, quegli studenti non vadano più avanti a studiare e rinuncino a frequentare la scuola statale. 

Sia chiaro, a questo tema, prettamente economico, si aggiunge quello della libertà di educare i propri figli. Ogni famiglia a nostro giudizio ha il diritto di esercitare la libertà di educazione e pertanto il valore delle scuole paritarie è incommensurabile e costituzionalmente garantito. I benefici di tale attività ricadono su tutta la società nella quale agiranno e opereranno gli studenti usciti dalle scuole paritarie.

Diceva Don Bosco, fondatore nella Torino operaia del 1800 delle scuole salesiane, che l’educazione è cosa del cuore. L’educazione è il dono più grande che l’uomo può offrire al proprio “cucciolo” e deve poterlo fare in piena libertà, secondo quelli che sono i propri principi e ideali. Solo così si forma il cuore di un giovane, partendo da un punto d’inizio, un’origine verso la quale paragonare e confrontare tutta la realtà.

Più si lascia libertà di educazione e più si formano persone capaci di interagire con la realtà, desiderose di conoscerla, comprenderla, amarla e quindi migliorarla.



mercoledì 24 aprile 2013

A tu per tu con: Danilo Zappa


Danilo Zappa è Private Banker presso uno dei più importanti Gruppi Bancari a livello nazionale. 
Dal 2009 dedica il suo tempo libero alla sua grande passione, il calcio, allenando la squadra “Open” della SAMZ (Parrocchia di Sant’Antonio Maria Zaccaria di Milano). 




D.: Danilo, come nasce la passione per il calcio e quella di allenare i giovani? 
R.: Sono nato il 25/10/1954 e la passione per il calcio ha visto la luce la mattina del 26/10/1954. Da sempre ho giocato a calcio appena possibile. Cortili,strade o campi veri non faceva differenza,ho sempre mangiato "pan e balùn" come diceva la mia povera nonna. Una passionaccia che mi ha dato anche la soddisfazione di vincere un Campionato Italiano di categoria UISP nel 1981/82 e di arrivare secondo perdendo ai rigori l'anno dopo. La squadra era quella della Bracco e...giravano anche dei bei soldini! 
Bei tempi! 
Il ruolo di allenatore è nato il 10/11/1989 quando mia moglie ha dato alla luce Davide e si è temprato e consolidato il 25/11/1993 quando è nato Stefano. 
Oh Signore,due maschi quindi solo calcio! Parole della Sig.ra Zappa... 
In effetti allenare la SAMZ è scaturito da una richiesta specifica dei ragazzi. 
Giocavano insieme all'oratorio a 9-10 anni (sono tutti '88 e '89) poi si sono dispersi nelle varie squadrette di quartiere. 
Quattro anni fa (ormai quasi cinque) a giugno mi arriva la richiesta esplicita:"Vuoi fare ancora il nostro allenatore? Sei l'unico che ha dimostrato di capirci qualcosa riguardo questo gioco". 
Troppo buoni e tanto cari. Ho accettato. 
Abbiamo cominciato un po' in sordina ma,anno dopo anno,abbiamo sempre migliorato la posizione finale in classifica senza mai perdere di vista i valori essenziali di gruppo e amicizia. 
Con me giocano tutti a prescindere dal valore tecnico. La più grossa soddisfazione che abbiamo avuto, condivisa con Don Martino,è quella che la mia squadra ha fatto da "locomotore trainante" per lo sviluppo del calcio alla Samz da dove era letteralmente sparito per 10 anni prima che ricominciassi io con i miei ragazzi. 
Da allora,anno dopo anno,le squadre sono sempre aumentate di numero e con l'avvento del nuovo campo in sintetico (giugno 2012) abbiamo toccato l'attuale record di 6 squadre ufficiali. 
Open,Top-Junior,Juniores,Under 13,Under 11 e Under 10. 
Finalmente la Samz, da quest'anno,ha riaperto le porte alle "piccole leve",alle giovanissime generazioni. 





D - In questi anni cosa ti ha più colpito nei ragazzi che vengono ad allenarsi e sognano di diventare magari dei campioni? 
R.: Da noi nessuno arriva a giocare a calcio per diventare un campione.  Se lo fosse, tecnicamente e volitivamente, non sarebbe qui... A noi interessa il messaggio che riusciamo a dare alla nostra comunità anche attraverso lo sport. Il nostro è un tipo di sport strano,altamente alternativo che cerca di far sentire il singolo parte integrante del gruppo,della squadra di appartenenza a prescindere dalle qualità calcistiche possedute. 
Anche a costo di non vincere per portare avanti questa idea. Per esempio,seguendo questa traccia,ai miei allenamenti mancano sempre in media tre/quattro ragazzi su 18 per motivi di lavoro o di studio,non per mancanza di voglia o per delusione sportiva. E gestire 18 unità quando la partita ti permette di schierare 7 giocatori più 5 rincalzi alla volta non è proprio semplicissimo. Eppure non abbiamo mai avuto uno screzio o un litigio pesante. Qualche discussione si,ci mancherebbe,non siamo certo tutti uguali e io sono...abbastanza vulcanico. Se poi penso di aver ragione e sono condiviso e supportato da altri, apriti cielo! 


D. Danilo, raccontaci come è stata l'esperienza di giocare all'interno del carcere di san Vittore e come è nata l'occasione ? 
R.: Quest'anno abbiamo anche avuto la "doppia opportunità" di giocare all'interno di S. Vittore. Doppia perché loro,ovviamente,non possono andare in trasferta... 
Abbiamo avuto questa occasione e l'abbiamo accettata (molte altre squadre si sono rifiutate di giocare in carcere) nonostante le grosse difficoltà morali e burocratiche da superare. L'abbiamo fatto soprattutto perché pensavamo di poter regalare un paio d'ore di felicità a ragazzi che,sebbene abbiano sbagliato,restano sempre ragazzi con le loro paure e con le loro poche certezze. 
E' stata una sensazione strana,diversa,anche di timore all'inizio. Poi però,parlando e incontrando il gruppo dei ragazzi carcerati,ci siamo resi conto di quanto siano fortunati i miei ragazzi che hanno tutti una famiglia alle spalle. Una famiglia con la "F" maiuscola a prescindere dal reddito di ciascun padre e di ciascuna madre,una famiglia sempre "presente". 


D.: Danilo, tu sei padre di due ragazzi ormai già adulti, come genitore / educatore vuoi lasciare un pensiero ai ragazzi che ancora devono scegliere la propria strada e stanno vivendo in questi tempi così difficili soprattutto per i giovani ? 
R.: Torno un attimo sul ruolo di allenatore che deve essere prima di tutto quello di educatore. 
Senza strafare o stravolgere il proprio carattere,basta avere un minimo di moderazione nel linguaggio,nei gesti e nelle reazioni durante le partite. 
Ti assicuro che spesso gli altri allenatori non sono e non la pensano così. 
A volte vorresti strangolare un arbitro o un avversario per decisioni insulse o falli cattivi e gratuiti,ma poi deve sempre prevalere il buon senso,l'educazione ed il senso civico. 
Come "allenatore dei grandi" godi sempre di un certo carisma agli occhi dei giocatori più giovani ed a quelli dei bambini che ti vedono e ti "sentono" all'opera. Devi essere prima di tutto un esempio per tutti. 
Ai ragazzi che potranno o vorranno leggere questa mia piccola intervista,suggerisco e soprattutto auguro,di vivere l'esperienza sportiva propria allo stesso modo di come la stanno vivendo i miei ragazzi,i miei giocatori. 
Uniti,educati e amici in qualunque caso. 
I "miei ragazzi" sanno di essere un po' anche "miei figli" e quindi possono contare su di me anche al di fuori del perimetro del campo di calcio. 

Grazie Danilo.





martedì 31 luglio 2012

Se ti abbraccio non aver paura


Mi piace la teoria di Barnard, il medico di famiglia, con cui l’autore inizia il diario di viaggio di Franco e Andrea: “ Funziona che la vita sta tutta sotto una grande curva a campana, con al centro disturbi comuni e ai lati stravaganze d’ogni sorta. La vita è diluita nel mezzo e troppo densa ai lati”. Questo diario racconta la densità delle vite di Andrea, ragazzo autistico dall’età di tre anni e di suo papà Franco il quale nel 2010 parte con Andrea per un viaggio apparentemente senza meta che li porterà ad attraversare i due continenti americani.  Dal racconto di quei giorni, l’autore, Fulvio Ervas ha scritto: “Se ti abbraccio non aver paura”.

E’ un libro che mette a nudo il tuo essere lettore - spettatore che pensi, leggendo di Andrea e Franco, per fortuna che i miei figli non sono nati autistici. Però leggendolo, mi viene da pensare che forse mi sono perso qualcosa. Non è il fatto che io personalmente non ho mai compiuto un viaggio avventuroso come quello che hanno vissuto Franco e Andrea. E’ che forse il rapporto con i miei figli non ha mai raggiunto un livello di ascolto reciproco, di densità relazionale come quello che percepisco esserci tra Franco e Andrea.

Certo non è facile mantenere costantemente, per tutta la vita,  questa attenzione. E’ un lavoro sovrumano, che va oltre le forze fisiche di cui dispongono un uomo e una donna, un padre e una madre. Nel diario papà Franco ad un certo punto lo dice chiaramente: “Impreco, ma lo amo. Non so di cosa sia fatto questo amore. Credo che nessun genitore possa rispondere facilmente a questa domanda”.  Un figlio autistico, in questo senso, è una grande occasione per andare all’origine di questo amore. Certo, potendo, un genitore ne avrebbe preferita un'altra di occasione, ma qui si ritorna alla teoria di Barnard, sulla densità ecc. ecc.

Da quando ho terminato di leggere il diario penso ad Andrea ed a suo papà Franco come compagni di viaggio in questa vita e li vedo uniti dall’elastico dell’amore che ogni giorno si tende al massimo, ma non si spezza mai. Come penso spesso al mio amico Ugo e alla sua famiglia, la moglie Silvia e i suoi due figli Riccardo di 5 e Letizia di 3 anni. Ugo da tre anni vive in compagnia della SLA e da un anno mi parla solo muovendo le pupille sullo schermo di un computer che poi traduce con voce metallica il suo pensiero. Tutto il resto del corpo di Ugo è immobile su una sedia a rotelle. Si, decisamente anche la vita di Ugo è molto densa…  eppure quando vado a trovarlo e gli chiedo come stai, mi risponde: “a parte la SLA, benissimo”!

Non si conoscono le ragioni della SLA come le cause dell’autismo,  ma del resto di quante cose non si conoscono le ragioni eppure accadono? E’ la vita che le fa accadere, ma non a caso. C’è sempre una ragione perché le cose accadono. Bisogna vivere la quotidianità di ogni giorno chiedendo di avere sempre un compagno di viaggio che ti faccia compagnia e ti aiuti a comprendere queste ragioni.  Franco intuisce forse ad un certo punto del cammino questo fattore e infatti ammette: “cercando di portare Andrea nel mio mondo, forse sono solo riuscito a fare un piccolo passo nel suo…”

Come scrive S. Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, Dio non manda mai prove (tentazioni per San Paolo) che non siamo in grado di sopportare. Non siamo mai lasciati soli, basta guardarsi intorno, basta riprendere in mano i ricordi di Franco e Andrea. Consiglio veramente a tutti la lettura di questo libro, dai quindici ai cent’anni, perché non è mai tardi per leggere queste pagine e cercare d’imparare ad amare l’altro, il diverso da te, tuo figlio.

Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, Marcos Y Marcos 2012, Via Ozanam, 8 Milano 








martedì 15 maggio 2012

Narrare: percorso di umanizzazione

Ho appena terminato di leggere l’interessante saggio di Massimo Diana dal titolo: “ Narrare: perché e come raccontare le storie ai bambini” .
Il libro raccoglie gli articoli apparsi negli ultimi tre anni scolastici 2008 / 2009 /2010 e 2011 sulla rivista L’Ora di religione.
Ne è uscita un’opera davvero interessante per noi genitori, per gli insegnanti, ma anche per tutti coloro che vogliono approfondire i legami e le connessioni esistenti tra il raccontare una storia, una favola e l’essere umano, adulto o bambino che sia.   
Scrive l’autore all’inizio del libro: “Possiamo, in generale, comprendere tutte le storie e le narrazioni dell’umanità come, contemporaneamente, una via a Dio, al mondo ultraterreno, al  mondo del senso e del significato, all’Assoluto, ma anche una via alla propria umanità: le narrazioni sono percorsi di umanizzazione. Esse insegnano che cambiare è possibile, che diventare uomini o donne migliori è possibile ed è alla portata di tutti e di ciascuno.”
Ma di cosa parlano le narrazioni? Quali sono gli eterni e universali problemi che tutti noi, uomini o donne, prima o poi incontriamo nel corso della nostra vita?  Due sono, per l’autore, in ultima analisi i temi trattati  nelle narrazioni:  imparare ad amare e prepararsi a morire. Dall’introduzione di questo argomento centrale  il volume si addentra nei risvolti culturali, psicologici e storici fornendo acute riflessioni e diversi punti di vista che ci educano ad aprire lo sguardo verso nuovi pensieri. Non mancano esempi presi dalla Bibbia, dalla letteratura, dal cinema e dai miti arcaici per meglio descrivere i concetti esposti.
Oltre il titolo, il volume si rivolge agli educatori tutti, professionisti e per vocazione.  Cosa vuol dire educare allora, si chiede alla fine dell'opera l’autore?  Ecco la risposta di Diana:  “vuol dire aiutare a immaginare altrimenti. Questa è la grande nobiltà e dignità umana: che è sempre possibile in qualunque situazione, immaginare altrimenti, cioè vedere le cose da un’altra prospettiva e acquisire un nuovo sguardo sulla realtà”.
Non è certamente, a mio modo di vedere le cose, una definizione esaustiva del termine educazione, ma è comunque un buon punto di partenza, per tutti.

Per chi volesse leggere l’opera (lettura che consiglio) :

Massimo Diana, “Narrare – perché e come raccontare le storie ai bambini” Editrice Elledici, Torino 2011


   

sabato 28 aprile 2012

Raccomandazioni di mio figlio

(adattamento da “The king’s Business Magazine” pubblicato dall’Istituto Biblico di Los Angeles)


• Non viziarmi: so benissimo che non dovrei avere tutto quello che chiedo. Voglio solo metterti alla prova.
• Non avere paura di essere severo con me; lo preferisco. Questo mi permette di sapere in che cosa sono valido.
• Non usare la forza con me: questo mi insegna che la potenza è tutto ciò che conta. Sarò più disponibile ad essere guidato.
• Non essere incoerente: questo mi sconcerta. Mi costringe a fare ogni sforzo per farla franca ogni volta che posso.
• Non fare promesse che non potresti essere in grado di mantenere: questo farebbe diminuire la mia fiducia in te.
• Non cedere alle mie provocazioni quando dico e faccio cose solo per imbarazzarti, perché cercherei di avere altre vittorie simili.
• Non essere troppo turbato quando dico: “ti odio”: non intendo dire questo. Lo faccio perché tu sia triste per quello che mi hai fatto.
• Non farmi sentire più piccolo di quanto non sia: rimedierei comportandomi da più grande di quanto non sia.
• Non fare per me cose che posso fare da solo: questo mi fa sentire come un bambino e potrei continuare a tenerti al mio servizio.
• Non fare che le mie “cattive abitudini” mi guadagnino molta parte della tua attenzione: ciò mi incoraggia a continuare con quelle.
• Non correggermi davanti alla gente: presterò molta più attenzione se parlerai tranquillamente con me a quattr’occhi.
• Non cercare di discutere del mio comportamento nella foga di un litigio: ovviamente il mio udito non è molto buono in quel momento e la mia collaborazione è anche peggiore.
• Non cercare di farmi prediche: saresti sorpreso di vedere come so bene quel che è giusto e cosa sbagliato.
• Non farmi sentire che i miei errori sono colpe: devo imparare a fare errori senza avere la sensazione di non essere onesto.
• Non brontolare continuamente: se lo fai dovrò difendermi facendo finta di essere sordo.
• Non pretendere spiegazioni per il mio comportamento scorretto: davvero non so perché l’ho fatto.
• Non mettere troppo a dura prova la mia sincerità: vengo facilmente intimorito tanto da dire bugie.
• Non dimenticare che mi piace molto fare esperimenti: imparo da questi per cui ti prego di sopportarli.
• Non proteggermi dalle conseguenze: ho bisogno di imparare dall’esperienza.
• Non badare troppo alle mie piccole indisposizioni: potrei imparare a godere di cattiva salute per attirare la tua attenzione.
• Non zittirmi quando faccio domande oneste: smetterei di chiedere e cercherei le mie informazioni altrove. Non rispondere alle domande sciocche e senza senso: desidero solo tenerti occupato con me.
• Non pensare mai di apparire ridicolo se ti scusi con me: una scusa mi fa sentire sorprendentemente affettuoso con te.
• Non sostenere mai di essere perfetto e infallibile: questo mi offre il pretesto per non seguirti.
• Non preoccuparti per il poco tempo che passiamo insieme: è “come” lo passiamo che conta.
• Non permettere che i miei timori suscitino la tua ansia: diventerei più pauroso. Indicami il coraggio.
• Non dimenticare che non posso crescere bene senza comprensione ed incoraggiamento; ma non ho bisogno di dirtelo, vero?
• Ricordati: imparo più da un esempio che da un rimprovero.