Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

venerdì 30 agosto 2013

Monsters University

Monsters University, USA, 2013, Regia di Dan Scanlon


Recensione di Alberto Bordin


Quando nel 2001 Docter, Unkrich e Silverman hanno portato sugli schermi Monsters & Co., nelle sale si respirava qualcosa di davvero rivoluzionario. Erano i primi successi della Pixar e si saggiava il terreno di campi ancora inesplorati dell’animazione; ma più di tutto si offriva al pubblico una delle storie più geniali – eppure hollywoodiane – che abbiamo potuto vedere negli ultimi anni. Tutto nasceva dalla semplice idea di creare un paradosso, il ribaltamento di quel mondo che ci accompagna fin dalla tenera età: il terrore dei mostri sotto il letto; era una nave che poteva facilmente incagliarsi in tanti scogli, ma invece venne timonata con geniale abilità, ancorando sicura in porto. “Wath if …”: i mostri che escono dagli armadi e ci tormentano nelle notti, non lo facciano per cattiveria o malvagità ma per fini puramente industriali – una “Incorporated”, come dice il titolo originale –, e che a dire il vero, ci temano più di quanto li temiamo noi … e uno di noi, un bambino, entri accidentalmente in questo loro mondo!

Di tutt’altro tipo le acque che invece intende navigare Monsters University, dove in un contesto che – per conseguenza logica – condivide tutte le dinamiche del mondo sopra illustrato (le folli leggi di un mondo abitato da mostri il cui più grande ideale è diventare spaventatori), prende luogo una storia di formazione, quel problematico e leggero bilancio tra fiducia in se stessi e disillusione, che ciascuno deve fare raggiunta la maturità. Si gioca la riuscita dell’io: è vero che possiamo diventare ciò che vogliamo? Oppure l’ambizione è solo uno stimolo infantile e anarchico?

La stessa nave percorre evidentemente un mare diverso. Allora cos’hanno in comune (veramente) questi due film? È l’anima profonda di entrambi: l’esplosivo duo “J. P. Sullivan & Mike Wasosky”.

Protagonista indiscusso di questo prequel è Michael Wasosky, giovane matricola della Monsters University, la migliore università per diventare uno spaventatore; essere uno spaventatore è il sogno di Mike, e lo è per via di un accadimento eccezionale, in un luogo eccezionale, per un giorno eccezionale. In una scena comune ma genuina, il prologo si concede a raccontare uno di quei momenti della nostra vita così veri che ce li stampiamo in fronte e non li dimentichiamo più. Si tratta del giorno in cui scopriamo una passione, in cui ci innamoriamo di un volto della nostra vita; gli occhi si riempiono di stupore e la bocca di silenzio perché ci siamo innamorati, perché in quegli occhi abbiamo la cosa per cui sappiamo di essere fatti e che ci riesce impossibile descrivere.

E non è solo la pressione febbrile di un ricordo a muovere Mike nel progetto del suo successo: sono indubbie anche una notevole predisposizione alla materia, una passione energica e – per quanto schematica – una genialità vivida e applicata. Però c’è un problema: Michael non fa paura. Non certo come un’altra matricola, l’idolo delle folle, James Sullivan – figlio di “quel” Sullivan – erede di una dinastia di spaventatori e di un nome – un pesantissimo nome –; e con quel nome una predisposizione naturale a spaventare. E i due non possono che diventare rivali.

Come potrebbe essere altrimenti? Chi, da una parte, vive un’illusa speranza, chi, dall’altra, una becera certezza. Le due forze si scontrano: cervello e muscoli, studio ed esperienza, teoria e pratica, scienza e istinto. Il gioco è sottile e intelligente: quale dei due vincerà? Chi non dispone della grandezza, non può compensare applicando la propria passione e l’ingegno? Ma d’altra parte, questo cinismo collettivo, l’arrendersi al fatto che c’è chi può e chi non può, è soltanto figlio di una superficiale apparenza o il constatarsi di un’evidenza?

A conti fatti non possiamo dire che quest’ultimo titolo Pixar ci regali nuova materia di cui meravigliarci, ma fedele alla vecchia scuola sa raccontarci a nuovo quello che ormai sapeva di vecchio. Perché il genio questa volta non posa in un mondo in grado di farci meravigliare per lo stupore: non è la stranezza di Toy Story, né la follia del primo Monsters, la profondità degli abissi di Nemo, la grazia di Rataouille o la poesia di Wall-e; ma una storia rimane geniale in un personaggio geniale, ossia autentico, vero, come lo è Mike. Date una domanda sincera a un personaggio e lasciategli vivere sinceramente una vita, un’esperienza, e ne verrà qualcosa di onesto. Perché ci vuole onestà ad accorgersi della vita, a constatare l’accadere di un fatto, tanto che alle volte serve che ci prenda a schiaffi con tutta la sua ineluttabilità. Onesti per accorgersi che si può essere miopi sulla propria vita – specialmente per una creatura ciclopica – e che una stupida montagna di pelo blu a pois possa avere più ragione di te.Ma forse questo non è nemmeno troppo difficile: non lo è vedendo l’affetto nei suoi occhi, la stima di un amico stupito e sorpreso, innamorato, perché lui ha visto davvero accadere quella tua geniale autenticità, e onestamente si è accorto di te.






martedì 27 agosto 2013

Milioni di milioni

Milioni di milioni di Marco Malvaldi.

Piergiorgio Pazzi è un trentenne medico genetista che si ritrova inviato per una ricerca medica in uno sperduto paesino toscano, Montesodi Marittimo. Qui trova Margherita Castelli, giovane ricercatrice storica che partecipa alla medesima ricerca scientifica: comprendere l'origine scientifica del perché gli abitanti nativi del piccolo paese mostrano una potenza e una forza muscolare molto superiore alla media nazionale.

Il giovane medico e la sua compagna, dopo una certa diffidenza iniziale, vengono ben accolti dai paesani ed iniziano la propria attività di ricerca.

Ma dopo circa una settimana accade un fatto inaspettato: l'anziana padrona di casa dove alloggia il Pazzi viene trovata morta sulla poltrona in salotto. All'inizio si pensa a morte naturale, ma il giovane medico fa un'altra diagnosi: la signora e' stata soffocata nel sonno.

Da qui è tutto un susseguirsi di pseudo indagini compiute dal maresciallo locale, a dir la verità poco avvezzo alle indagini, e da investigazioni parallele compiute da Pazzi con il fondamentale aiuto di Margherita.

Dopo alcuni giorni, rotto il velo di omertà che univa i compaesani, la verità verrà a galla e la ricerca scientifica potrà essere conclusa, non senza un finale inaspettato.

Un ruspante giallo nostrano scritto con grazia e sottile ironia.

Buona lettura.




domenica 25 agosto 2013

L'agibilità politica del Signor B.

Tutti noi italiani ormai abbiamo imparato a convivere, in questa estate 2013, con un nuovo assillante problema che ci sta togliendo il sonno più della zanzara tigre: l'agibilità politica del Sig. B.

Intendiamoci subito: quello dell'agibilità politica è un diritto fondamentale di ogni cittadino e nessun Ordine Superiore, statale o privato, con la forza o con il diritto, può impedire ad un essere umano di esprimere liberamente il proprio pensiero e svolgere attività "politica".

Questo vale per chiunque di noi, qualsiasi mestiere faccia, imprenditore, giornalista, impiegato e finanche attore comico: chiunque ha diritto a "fare politica"!

Pertanto non credo che il Sig. B. abbia nulla da temere da questo punto di vista. Del resto il Sig. B. rimane uno degli uomini più facoltosi d'Italia e non gli mancano certamente i mezzi per far conoscere e divulgare il proprio pensiero, oggi e domani. La sentenza definitiva che ha condannato il Sig. B. avrà e svolgerà gli effetti che la legge prevede, ma non priverà di certo il condannato del suo diritto di fare politica.

Del resto la storia ci ha lasciato esempi concreti di uomini condannati e imprigionati dallo Stato di Diritto pro tempore vigente, che dal luogo di detenzione hanno influenzato la vita politica e sociale del proprio Paese e molti alla fine hanno anche visto riconoscere e trionfare la propria idea.

Persone come Nelson Mandela, Aung San Suu Kyi, Vaclav Havel, per citare solo alcuni recenti casi, forse più noti, hanno molto sofferto, per lunghi anni, ma non hanno mai rinunciato alla propria agibilità politica.

Ora, non vorrei ingigantire il problema affiancando il Sig. B. ai nomi sopra menzionati, ma era solo per far meglio comprendere il nocciolo del problema. Che a questo punto non è di agibilità politica, ma direi più prosaicamente di voler mantenere una gestione del potere politico sin qui esercitato.

Questa però è un' altra storia. Un uomo pubblico, condannato per reati tributari e fiscali in via definitiva, non può mantenere inalterato il proprio ruolo pubblico, come se niente fosse accaduto. Se così fosse verrebbe minato alla base lo stesso concetto di Stato di Diritto e questo il Sig. B. lo comprende benissimo.

Per cui non resta che una sola via giuridicamente corretta da percorrere, sottostare alla condanna espiando la pena comminata.

Il sig. B. dovrà rinunciare al potere politico legato alle cariche pubbliche, ma non perderà mai l'agibilità politica legata alla sua personale autorevolezza che si è costruito nel tempo, sempre che gli italiani continuino a riconoscergliela.

Tra un mese circa l'estate lascerà il posto all'autunno e speriamo che questo "assillante" problema estivo venga finalmente dimenticato, insieme alla zanzara tigre.






mercoledì 14 agosto 2013

Martin Eden

Martin Eden e' un'opera della maturità artistica di Jack London.

Ho riletto in questi giorni il romanzo, nell'edizione degli Editori Riuniti del 1979, anno della mia precedente lettura dell'opera dello scrittore americano. Jack London nasce a S. Francisco nel 1876, novant'anni prima del mio anno di nascita e scrive il romanzo Martin Eden tra il 1907 e il 1908; la pubblicazione è del 1909, settant'anni avanti la mia prima lettura del romanzo.

Perché evidenzio queste date? Perché se ci pensiamo bene, non sono passati molti anni, solamente qualche decennio, e il mondo di Jack London, di Martin Eden non esiste più, è radicalmente mutata la realtà descritta nel romanzo, dal romanzo.

Le esperienze di vita compiute dallo scrittore (strillone agli angoli delle strade, segna punti in un bocciodromo, pescatore di ostriche nella baia, ubriacone nei bassifondi di S. Francisco e poi ancora marinaio su una baleniera, cercatore d'oro nel Klondike, militante socialista e infine autore sempre più apprezzato, ricco e famoso) non ci trasmettono più il significato profondo che aveva segnato così duramente la vita di London.

E ancora, i risultati di tutto il lavoro, della fatica bestiale compiuti in pochi anni da Martin Eden, la sua volontà di elevarsi dalla povertà culturale, ancor prima che sociale, in cui era nato, sono stati ottenuti da moltissimi uomini e donne, soprattutto da quelli che vivono nella parte superiore alla linea dell'equatore, grazie alla realizzazione di buona parte delle idee di uguaglianza, libertà, fraternità alle quali lo stesso Martin Eden si era avvicinato agli albori della gioventù e che professava forse più di quanto ne fosse consapevole.

Viceversa la critica aspra, a tratti feroce, che Eden compie alla classe borghese, è un dato del romanzo permanente nel tempo. La borghesia, come classe sociale, forse non è mai esistita, ma come concetto, la mentalità borghese esiste dalla notte dei tempi.Ogni epoca storica ha avuto le proprie idee borghesi e le persone che le incarnavano.

Al tempo dei primi cristiani, chi erano i cittadini romani che credevano nell'imperatore e nella sua discendenza divina se non dei borghesi? E al tempo di San Francesco d'Assisi, chi erano i vescovi e i ricchi prelati della curia romana se non dei borghesi?

E' stata questa la scoperta che ha più deluso il protagonista del romanzo. Martin era pronto a morire per Ruth, la dea borghese, all'inizio del loro rapporto. Ma più cresceva la consapevolezza di Martin grazie allo studio della scienza, della filosofia e alle esperienze di vita, e più ai suoi occhi diventava evidente la piccolezza del mondo borghese in cui Ruth era nata e viveva, trovandovi la sua felicità.

Il problema di Martin alla radice, era il problema esistenziale di ogni anima sensibile: trovare le ragioni della propria esistenza, del proprio amore e del proprio morire.

Eden non incontra nella sua vita la persona che può offrire alla fine del suo cammino, così carico di sofferenza, una speranza per il domani. Quello che uccide il giovane scrittore di successo, ricco e solo, è la fatica quotidiana del vivere senza uno scopo.

Nel 2013 come nel 1909 il suicidio di Martin Eden simboleggia lo sbocco lucido e disperato dell'uomo che ha preso sul serio le domande ultime sul proprio destino, ma non ha trovato un compagno di viaggio disposto a fargli compagnia, a condividere i momenti difficili e quelli gioiosi.

L'umanità di oggi, come quella del secolo scorso, ha sete di rapporti veri che superino le consuetudini e le abitudini borghesi che soffocano la libertà delle persone attraverso l'offerta di una vita semplice e spensierata e per questo scialba e triste, senza un orizzonte cui tendere.




martedì 6 agosto 2013

I cattolici liberali e il post Berlusconi

Poco più di venti anni fa la Democrazia Cristiana si scioglieva come neve al sole sotto il peso della cosiddetta questione morale che la vedeva, insieme al PSI di Craxi, implicata in numerosi scandali politici, economici e finanziari. Il potere giudiziario occupò per un breve periodo di tempo il posto che in uno Stato democratico spetta alla politica, poi arrivò Berlusconi con Forza Italia e la storia a seguire è quella che tutti noi conosciamo bene. 

Berlusconi si rivolse a tutti coloro che non si riconoscevano nelle idee comuniste chiedendo loro il voto in nome di riforme liberali che avrebbero fatto progredire l'Italia togliendola dal buco nero in cui stava precipitando. Moltissimi italiani gli credettero e tra questi una grande parte del mondo cattolico che aveva votato DC sino a quando ne aveva avuto la possibilità e che non si riconosceva nella cosiddetta   “sinistra” DC che politicamente confluì poi nel progetto che portò alla nascita dell'Ulivo di Romano Prodi. 

Dopo venti anni è ormai evidente a tutti che il progetto politico incarnato da Berlusconi con Forza Italia prima, Popolo della Libertà successivamente ed ora nuovamente con il ritorno a Forza Italia, è fallito. 

Non solo Berlusconi non è riuscito a modernizzare il Paese come aveva promesso, ma la situazione che lascia dopo venti anni in cui è stato, per oltre la metà,  al Governo con ampie maggioranze parlamentari, è di gran lunga peggiore di quella che ereditò. Il paese è sceso in tutte le classifiche internazionali che ne misurano la competitività nei più svariati ambiti. D’altronde la questione morale che aveva azzerato la classe dirigente della Dc e del Psi permane tuttora sia nel Centro Destra che nel Centro Sinistra. Non ci sembra quindi che la classe politica di questi ultimi venti anni possa considerarsi promossa. 

In questa situazione magmatica in cui versa la politica italiana, a nostro giudizio i cattolici liberali devono trovare il coraggio di staccare definitivamente la spina al partito di Berlusconi e guardare verso nuove forme di aggregazione politica.  Non si pensa di ritornare al conglomerato politico della vecchia Democrazia Cristiana dove, come nell’odierno PD, convivevano due anime che avevano visioni politiche anche molto divergenti, ma è inevitabile che da Forza Italia i cattolici liberali debbano traghettare verso una nuova formazione politica di giovani laici che scendano in campo per portare il proprio contributo di idee e di rinnovamento del Paese che vive ormai una situazione di desertificazione morale ed etica in tutti i campi della vita civile e sociale, nessuno escluso. 

L’attuale classe dirigente di Forza Italia espressione diretta del Premier Berlusconi in quanto non scelta dal popolo elettore attraverso il sistema delle preferenze, ma imposta in listini bloccati, non rappresenta più, se mai lo ha rappresentato in passato, il corpo elettorale dei cattolici liberali ed è destinata a scomparire insieme al Premier ormai definitivamente fuori dai futuri giochi politici italiani. 

I riferimenti culturali e le persone moralmente autorevoli non mancano, per grazia di Dio, al nostro Paese. Occorre un gesto di generosità da parte di quei giovani di buona volontà che, avendo a cuore il bene del nostro Paese, decidono di impegnarsi, anche solo per una Legislatura, per un tempo limitato, per modificare questa situazione di barbarie civile nella quale è precipitata la vita sociale del Paese. 

Questo gesto di generosità deve per forza attuarsi attraverso una forma partitica nuova e possibilmente aggregativa delle diverse realtà presenti nel Paese che decidono seriamente di ispirarsi alla concezione liberale dello Stato, della società, dell’economia e della politica che fu quella dei cattolici liberali di Sturzo e De Gasperi, solo per citare due illustri padri ispiratori. I tempi per la nascita di questa nuova forza politica sembrano maturi e ricevono ispirazione anche dalla rinnovata sensibilità che la Chiesa italiana sta dimostrando verso le tematiche politiche e sociali. 

Scrive Papa Francesco nella Lumen Fidei: "La fede fa comprendere l'architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l'arte dell'edificazione, diventando un servizio al bene comune. Si, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l'interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell'aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza." (cap. IV §51)

Auguriamoci che le coscienze di molti giovani si sentano chiamate in campo per rinnovare la nostra vita politica e democratica, diversamente assisteremo al prevalere sempre più della barbarie come ai tempi finali dell’Impero di Roma...



venerdì 2 agosto 2013

Excalibur

Excalibur, USA, 1981, Regia di John Boorman


Recensione di Alberto Bordin


Le storie non si raccontano, si ri-raccontano. Ogni volta che viene raccontata, dalla prima all’ultima volta, una storia è più di se stessa, arricchita da una coscienza, quella del narratore, che è sempre nuova, perché ogni volta ri-accade. È per questa ragione che i miti e le leggende sono così grandi, poiché quei racconti sono imbevuti di una coscienza così grande, così vasta e universale, di così tante coscienze narrative, da aver dimenticato il loro autore e da valere oltre il loro narratore occasionale, poiché posseggono una verità veramente originale. Quello che ora serve loro è un nuovo narratore che sappia far accadere nuovamente quella verità.

Il mito arturiano è vecchio mille anni e forse anche più, affondando le proprie radici in una tradizione pagana, battezzata dall’ amorosa intelligenza cristiana. La sua potenza è tale da dipanarsi in centinaia di racconti, vicende anche contraddittorie, incompatibili narrativamente, ma tutte fedeli testimoni della sostanza di quel mondo e di quegli uomini. C’era già stato un autore che durante la propria prigionia aveva azzardato di cucire tutti assieme questi mirabolanti racconti in un unico corpo; e da quel lontano episodio cinquecentesco nessuno aveva più avuto il polso di riscrivere con tanta efficacia e interezza la grandiosa avventura di Artù e dei suoi cavalieri. Abbiamo dovuto attendere il 1981.

Excalibur, di John Boorman, è un film mirabolante, che racconta con gusto una storia già succulenta. È la genialità del cuoco che sa riproporci al banchetto una ricetta vecchia di generazioni, provandocene la bontà, eppure rendendola nuova. Di Excalibur stupiscono la ferrea logica del mito e la preservata autorevolezza dei suoi personaggi, che non sono ridotti come solito a spauracchi, gli spettri di un racconto che era forse troppo grande per lo sceneggiatore. L’Artù di Excalibur consiste. E così Merlino, e Lancillotto, e Parsifal. Il grande Uther Pendragon è plastico nella propria lussuria e ambizione, quanto è tagliente e minacciosa la spada del lago che impugnerà suo figlio. Il timore di Parsifal vibra con verità dello spirito del fanciullo, nella sua paura come nel suo stupore. Che sia la cavalcata tra i boschi di Ginevra, o quella sull’ alito di drago di Uther, o che sia il lento passo di Parsifal verso il Graal, oppure lo stanco sguardo in camera di Artù morente, e così la battaglia con Lancillotto del fiume oppure lo scontro di Merlino col drago: la pellicola trema sotto la solidità della storia che racconta, un terremoto di emozione e commozione, sorretto e sospinto da una colonna sonora intelligente quanto il film stesso.

Uomini ma più che uomini, antichi quanto il mondo eppure sempre moderni, sempre parlanti.

Guardare Excalibur è una di quelle toccanti esperienze senza tempo, che sanno gettare un braccio nel passato, legandoti alla nostalgia e alle speranze di bimbi raccolti intorno al fuoco e menestrelli danzerini a corte; dentro le note di Wagner e dei Carmina Burana attendi col cuore in mano di vedere concludersi una storia che già conosci, ma ri accade ora, nuova. E giunto ai titoli di coda sei già pronto per ricominciare; ma questa volta per raccontarla tu: e sarà ricca di una nuova coscienza.



giovedì 1 agosto 2013

26 gennaio 1994 – 1 agosto 2013

Quasi venti anni è durato il cammino politico di Silvio Berlusconi. E’ iniziato il 26 gennaio 1994 con il famoso discorso “per il mio Paese” registrato e mandato in onda sulle reti Fininvest ed è terminato questa sera con la lettura, in nome del popolo italiano, della sentenza di condanna a quattro anni per reati tributari emessa dalla suprema Corte di Cassazione.

Stiamo commentando fatti di cronaca, ma è certo che questa giornata passerà alla storia della politica italiana. Dopo innumerevoli processi subiti negli ultimi venti anni da Berlusconi e il suo gruppo di imprese, è arrivata per la prima volta una sentenza di condanna definitiva proprio alla persona di Silvio Berlusconi.

Questo fatto ha chiaramente conseguenze politiche enormi se si considera per prima cosa che Silvio Berlusconi è il fondatore del PDL nonché il leader riconosciuto e indiscusso da parte di tutti i suoi elettori. Secondo, il PDL è asse portante, insieme al PD, del Governo Letta. Senza il PDL l’esperienza del Governo Letta non può continuare. Le conseguenze di una caduta del Governo, oggi come oggi, aprirebbero scenari del tutto imprevedibili, ma sicuramente non positivi per il Paese.

Le sentenze, di assoluzione o di condanna, di un Tribunale non si discutono mai, pena la messa in dubbio dell’esistenza stessa dello Stato di diritto. Le sentenze si possono condividere o meno, su questo non si discute, ma si devono accettare, deve sempre essere presente nel popolo la consapevolezza che la magistratura opera esclusivamente osservando scrupolosamente l’applicazione della Legge.

La condanna definitiva di Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione priva il leader del PDL dei presupposti sostanziali per la sua permanenza nella vita politica italiana attuale e anche futura se non altro per ragioni anagrafiche. Allora le conseguenze dell’addio di Silvio Berlusconi alla politica italiana provocheranno certamente una rivoluzione non solo all’interno del partito da lui creato, ma anche nel partito d’opposizione che di fatto, in tutti questi anni, ha fatto da spalla politica a Berlusconi in tantissime occasioni. 

Le conseguenze di queste rivoluzioni potrebbero avere come risultato la crisi del governo Letta e l’apertura di una fase nuova, del tutto indecifrabile in questo momento, ma sicuramente non favorevole per il piano di risanamento economico e finanziario che l’Italia sta cercando di portare avanti in questi mesi.

Nei prossimi giorni assisteremo alle scelte concrete che Berlusconi e il PDL da una parte, e il PD e le opposizioni dall’altra, faranno in Parlamento e forse capiremo che tipo di futuro ci attende. Certamente una crisi di governo che termini con il ritorno alle urne, senza aver modificato la legge elettorale, sarebbe un suicidio della politica dalle conseguenze molto gravi.

Crediamo però che una scelta coraggiosa Silvio Berlusconi potrebbe decidere di compierla: scegliere di dimettersi spontaneamente dal Senato e consegnarsi alla Giustizia da subito, evitando che la sua situazione personale condizioni ancora per mesi la vita politica italiana. Questo a nostro giudizio gli renderebbe indubbiamente il merito di passare alla storia non solo come uomo politico, ma come statista che accetta una sentenza ritenuta ingiusta, ma emanata da una Corte legittimata ad emetterla. 

Con questo gesto, moralmente forte e indiscutibilmente degno di plauso, Berlusconi lascerebbe con tutti gli onori la politica italiana e permetterebbe al Governo Letta di proseguire il suo difficile compito.

E’ una scelta non facile, ma certamente il Presidente Berlusconi è uomo capace di stupire gli italiani e non ci meraviglieremmo di vederla realizzata nei prossimi giorni. Non sarebbe una scelta di resa, anzi, sarebbe una decisione che metterebbe ancora più in risalto la lotta contro la giustizia ingiusta che Silvio Berlusconi ha sempre portato avanti nelle sue campagne politiche. 

Al Presidente Berlusconi la scelta finale, com’è giusto che sia.