Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

martedì 30 giugno 2015

Grexit? E se invece ridiscutessimo Maastricht...

I firmatari del trattato di Maastricht


Dalle prime avvisaglie della crisi che ha scosso l'eurozona sono passati poco più di tre anni. A fine 2011 oltre la Grecia, anche Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda erano sull'orlo del baratro finanziario e avevano urgente bisogno di riforme strutturali che rimettessero in carreggiata i rispettivi Paesi. 

Ad oggi, solo la Grecia non è riuscita a porre in essere quelle riforme strutturali che, più o meno, hanno posto in atto gli altri Paesi riuscendo a togliersi dall'occhio del ciclone della triade (Commissione Europea, BCE e Fondo Monetario).

Potremmo scrivere migliaia di parole sulle ragioni per le quali la Grecia non sia riuscita nell'intento ed ognuno di noi potrebbe esprimere in merito il proprio parere che, da un punto di vista di logica economica, potrebbe avere o non avere un suo fondamento, un suo valore.

Vogliamo dire che sul caso Grecia tutti, dai politici locali agli economisti di fama internazionale, dai politici europei al popolo greco, tutti hanno commesso degli errori, di analisi, di studio, di prospettiva, di impegno civile, di mancanza di volontà; anche se però non tutti ne pagheranno le conseguenze nel caso la situazione dovesse degenerare. 

Ma detto ciò, non è sui motivi che hanno spinto la situazione sino al punto dove adesso si trova, l'orlo di un burrone, che vorremmo concentrarci, bensì a questo punto su come uscire da questo vicolo cieco e dove ri-orientare il cammino europeo.

L'Europa, insieme alla Grecia, appare ormai giunta ad un punto di non ritorno. Come si risolverà la crisi greca avrà infatti ripercussioni sul modo di concepire e pensare da oggi in avanti l'Unione europea. 

In una logica mercantilistica e affaristica, in tutto il mondo, il socio di minoranza che non si allinea, ma anzi si mette di traverso al volere della maggioranza, viene liquidato ed esce dalla società. Tradotto, la Grecia che conta circa il 3% del PIL dell'Unione, o si adegua ai diktat della triade oppure può tranquillamente dirigersi verso l'uscita. Questa posizione è molto diffusa in diversi ambiti e gruppi economici e finanziari europei.

Ma è questa l'Unione europea che abbiamo costruito e che vogliamo? Ciò che contano oggi in Europa sono solo ed esclusivamente gli interessi economici? In Europa oggi comandano i finanzieri e gli industriali oppure insieme alle Istituzioni europee elette con il suffragio universale (a dir la verità solo il Parlamento europeo) vi sono altre logiche, altre politiche che devono essere considerate quando si affronta la crisi greca?

Perché questo è lo snodo centrale di una situazione che appare ingarbugliata sino all'inverosimile dal punto di vista giuridico e finanziario, ma che si può risolvere in mezz'ora se c'è la volontà politica di guardarla con altri occhi.

I politici europei che siedono in queste ore nei palazzi che contano hanno davanti a loro la possibilità di compiere una scelta che passerà alla storia: irrigidirsi sulle proposte di austerity nei confronti della Grecia, arrivando alla rottura delle trattative (lasciamo perdere di chi sarebbe la “colpa” finale che rappresenta un discorso sterile) oppure rimettere in discussione i parametri (valevoli per tutte le nazioni europee) e le condizioni che regolano i rapporti economici e finanziari degli Stati all'interno della UE (ridiscutere Maastricht per intenderci).

Il motivo per fare ciò: perché i valori che hanno portato all'idea di unità europea, i valori di pace, sussidiarietà, fratellanza, amicizia tra i popoli, perché il periodo di tempo più lungo di prosperità e pace che l'Europa ha vissuto negli ultimi settant'anni, sono più forti e valgono infinite volte di più di un parametro finanziario pensato da un burocrate con l'ausilio di un computer.

Poi, ci si mette tutti intorno ad un tavolo e si discutono le cose da fare e come aiutare, oggi la Grecia, domani qualcun altro, a risalire la china.

Mai come oggi si sente la mancanza di quella Costituzione europea che non vide mai la luce e che se si fosse riusciti a varare, ci avrebbe potuto indicare la rotta da seguire in casi come quello che stiamo attraversando. 

Di un’Unione che predilige un parametro matematico alla salvezza di una Nazione francamente non abbiamo bisogno.



venerdì 19 giugno 2015

Laudato si'

Settecento novanta anni dopo la stesura del Cantico delle creature, un altro Francesco, questa volta Papa, compone un documento che inizia con le medesime parole di quello scritto dal Santo di Assisi, patrono d’Italia.

Laudato Sì è la lettera enciclica che Papa Francesco, così hanno scritto sui giornali i diversi commentatori professionisti, dedica al tema dell’ecologia, della cura del pianeta. Un’enciclica verde insomma, in sintonia con il politically correct, magari non condiviso da tutti, ma che ha un sensibile seguito nel pensiero attuale. 

In effetti, leggendola, scopriamo che prima di lui, a partire da Giovanni XXIII, anche altri pontefici hanno trattato il tema della salvaguardia del creato. Ma certamente quella di Francesco è la prima enciclica focalizzata sul tema ecologico e nel primo capitolo viene messa in evidenza, senza tacere nulla, la situazione attuale: inquinamento, rifiuti, cultura dello scarto, riscaldamento climatico, gli oceani, la questione dell’acqua, la perdita delle biodiversità. Ogni argomento è approfondito e analizzato nelle sue conseguenze sull’essere umano e sulla qualità della vita umana. 

Ma poi, cosa succede? Dove ci vuole portare l’enciclica del Papa. Dentro al nocciolo della questione, al centro del problema ecologico che stiamo vivendo oggi.

“A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla. Perché non possiamo fermarci a riflettere su questo? Propongo pertanto di concentrarci sul paradigma tecnocratico dominante e sul posto che vi occupano l’essere umano e la sua azione nel mondo” [101].

E’ l’essere umano il punto di partenza per affrontare la crisi che stiamo vivendo, questo ci sta dicendo il Papa. 

“Si tende a credere che «ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori», come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia. Il fatto è che «l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza», perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza. Ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti. Per tale motivo è possibile che oggi l’umanità non avverta la serietà delle sfide che le si presentano, e «la possibilità dell’uomo di usare male della sua potenza è in continuo aumento» quando «non esistono norme di libertà, ma solo pretese necessità di utilità e di sicurezza»” [105].

Nei capitoli successivi il Santo Padre analizza i rapporti tra il malessere che il nostro pianeta attraversa in questo periodo e la situazione umana che non sembra vivere in tempi migliori.

“Quando non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità – per fare solo alcuni esempi –, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura.” [117]

Non c’è vera ecologia senza vera antropologia: questo ci sta dicendo il Papa.

“Quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo. Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati. Vi è in questo una logica che permette di comprendere come si alimentino a vicenda diversi atteggiamenti che provocano al tempo stesso il degrado ambientale e il degrado sociale” [122].

Ecco che allora dimenticarsi dell’ambiente si collega alla mancanza di cura degli ambiti nei quali si svolge la vita degli uomini: basta pensare a certi quartieri degradati nelle periferie delle nostre città.

Questo ha in mente il Papa: un’ecologia integrale, cioè umana.

“L’ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano. Essa esige anche di fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo” [138].

L’uomo deve trovare il coraggio di ripensare ai propri modelli di sviluppo, economici e sociali se vuole invertire la rotta del degrado ambientale, altrimenti questo degrado continuerà sino a portarci alla distruzione definitiva delle risorse del pianeta.

“D’altra parte, la crescita economica tende a produrre automatismi e ad omogeneizzare, al fine di semplificare i processi e ridurre i costi. Per questo è necessaria un’ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia. Infatti, «la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo e non potrà considerarsi in maniera isolata». Ma nello stesso tempo diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante. Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente”. [141]

E qui sono chiamati in causa amministratori pubblici, architetti, ingegneri, economisti, ma anche filosofi, insegnanti, tutti coloro che hanno le competenze e il potere per cambiare lo status quo. 

“L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale. E’ «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». [156]

E’ anche una questione di giustizia tra generazioni quella che Papa Francesco vuole mettere in evidenza:

“La nozione di bene comune coinvolge anche le generazioni future. Le crisi economiche internazionali hanno mostrato con crudezza gli effetti nocivi che porta con sé il disconoscimento di un destino comune, dal quale non possono essere esclusi coloro che verranno dopo di noi. Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno”. [159]

La crisi dell’uomo contemporaneo è profonda. Esso non si rende più conto del legame che lo unisce alla terra da cui è stato generato e che ha ricevuto in dono:

“La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro. Molte volte si è di fronte ad un consumo eccessivo e miope dei genitori che danneggia i figli, che trovano sempre più difficoltà ad acquistare una casa propria e a fondare una famiglia. Inoltre, questa incapacità di pensare seriamente alle future generazioni è legata alla nostra incapacità di ampliare l’orizzonte delle nostre preoccupazioni e pensare a quanti rimangono esclusi dallo sviluppo. Non perdiamoci a immaginare i poveri del futuro, è sufficiente che ricordiamo i poveri di oggi, che hanno pochi anni da vivere su questa terra e non possono continuare ad aspettare. Perciò, «oltre alla leale solidarietà intergenerazionale, occorre reiterare l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intragenerazionale”. [162]

Cosa possiamo fare per uscire dalla situazione attuale? Occorre un cambio di mentalità, sia a livello personale che comunitario. I politici in questo senso hanno un ruolo fondamentale, più volte ricordato dal Papa:

“Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politica non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida”. [197]

Ma la politica da sola non basta. E’ il cuore dell’uomo che deve domandare il cambiamento.

“Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca”. [204]

Non tutto è perduto. L’uomo è capace di scegliere tra il bene e il male e può quindi decidere di cambiare il proprio stile di vita, l’uomo è capace di rigenerarsi. Siamo di fronte ad una vera e propria sfida educativa.

“Gli ambiti educativi sono vari: la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi, e altri. Una buona educazione scolastica nell’infanzia e nell’adolescenza pone semi che possono produrre effetti lungo tutta la vita. Ma desidero sottolineare l’importanza centrale della famiglia, perché «è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita». Nella famiglia si coltivano le prime abitudini di amore e cura per la vita, come per esempio l’uso corretto delle cose, l’ordine e la pulizia, il rispetto per l’ecosistema locale e la protezione di tutte le creature. La famiglia è il luogo della formazione integrale, dove si dispiegano i diversi aspetti, intimamente relazionati tra loro, della maturazione personale. Nella famiglia si impara a chiedere permesso senza prepotenza, a dire “grazie” come espressione di sentito apprezzamento per le cose che riceviamo, a dominare l’aggressività o l’avidità, e a chiedere scusa quando facciamo qualcosa di male. Questi piccoli gesti di sincera cortesia aiutano a costruire una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda”. [213]

Anche l’educazione al bello contribuisce al cambiamento dello stile di vita e genera rispetto al posto del degrado.

“In questo contesto, «non va trascurata […] la relazione che c’è tra un’adeguata educazione estetica e il mantenimento di un ambiente sano». Prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico. Quando non si impara a fermarsi ad ammirare ed apprezzare il bello, non è strano che ogni cosa si trasformi in oggetto di uso e abuso senza scrupoli”. [215]

La crisi ecologica ci propone in definitiva una vera e propria conversione ecologica interiore.

“Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni». La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria”. [219]

Il finale dell’Enciclica è un richiamo profondo, accorato alla riscoperta per il cristiano, per il credente, del significato dell’Amore divino che ci ha donato il proprio Figlio per testimoniare l’unitarietà tra questa terra, ora bistrattata e il Cielo.

In conclusione: un documento che merita un’attenta lettura e che pone al cuore dell’uomo contemporaneo, credente o non credente, domande scomode, ma proprio perché scomode, domande vere, nei confronti delle quali rimane difficile restare indifferenti.