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Santa Madre Teresa di Calcutta

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mercoledì 22 gennaio 2020

A tu per tu con: Giuseppe Carfagno


Incontriamo oggi a tu per tu l’amico scrittore Giuseppe Carfagno: 69 anni, scrive da tanto tempo, sia per la scolastica che per la varia. Prof. di lettere alle scuole medie per quasi 40 anni, prima ha insegnato alle scuole elementari. Attualmente è docente all’Humaniter. Con tutti i suoi allievi ha sempre seguito il metodo sperimentale e soprattutto ha motivato la loro curiosità che è la molla del sapere.

Domanda: Da cosa trae origine il tuo amore per la scrittura? O, se vogliamo cambiare angolazione alla domanda: scrittori si nasce o si può diventare?

Si diventa scrittori quando si ha qualcosa da raccontare e la si vuole raccontare e condividere con altri. Qualcosa da raccontare non è solo la propria esperienza, ma è l’insieme delle proprie emozioni, della propria visione della vita, dei progetti per il futuro, delle figure affettive che ci guidano da piccoli. Ecco, tutto questo, ben amalgamato viene poi comunicato con una storia che pesca in quello scrigno. Naturalmente, come humus essenziale ci deve essere l’abitudine e l’amore per la lettura, i libri oggetto del quotidiano in ogni angolo della casa, di uso comune, libri di generi diversi, di autori diversi adatti ai componenti della famiglia. Quindi, un po’ si nasce e un po’ si diventa se l’ambiente, la scuola e gli amici leggono e propongono esperienze culturali.

Domanda: Tu hai scritto numerosi libri per ragazzi, da dove prendi l'ispirazione per rivolgerti a quel particolare pubblico e cosa differenzia, se esiste una differenza, scrivere per un giovane di 10 anni, o poco più, rispetto a scrivere un romanzo avendo in mente un pubblico adulto?

Ho detto all’inizio che la molla per apprendere è la curiosità. Se racconto un periodo storico con un romanzo, anziché con un elenco di guerre e generali, motivo maggiormente i lettori. Ecco, allora, Ciro, il piccolo dinosauro italiano per raccontare l’evoluzione dell’uomo, La mummia venuta dal ghiaccio per raccontare la vita dell’uomo nel neolitico, Il figlio del giaguaro, per raccontare in parte il nazismo, Il medaglione del cobra col mistero della Sfinge, Sogno per conoscere Leonardo, Titina, storia di un cane Nobile con l’avventura sul Polo Nord. Ho preso sempre spunto da fatti veri che poi ho romanzato, ho preso spunto dal sociale, da personaggi veramente esistiti, Umberto è andato in America, Bruno, un cucciolo da salvare. Oppure da situazioni da affrontare, come il bullismo, ed ecco L’isola dei gabbiani. Non è facile scrivere per ragazzi, perché devi ragionare come loro, far parte dei loro gruppi e esprimerti come loro. Certo, devi usare un linguaggio adeguato, non bacchettone e monotono, bensì stimolante, originale ed educativo. Scrivere per adulti è più semplice dal punto di vista del linguaggio, più complesso per il contenuto. La Masseria delle ginestre che narra 170 anni di storia di una masseria della Basilicata mi è costata tanto lavoro di ricerca, raccolta di interviste ad anziani, consultazione di documenti, ma sono stato più libero nella scelta dei personaggi e registro linguistico.


Domanda: Nei tuoi testi emerge spesso il legame con il passato, la storia, che può essere la storia del protagonista del libro, della sua famiglia, oppure anche i grandi avvenimenti storici d'Italia: che valore dobbiamo dare ai ricordi nel nostro tempo presente, che sembra quasi esclusivamente fondato sull'attimo fuggente?

È vero, molti dei miei romanzi narrano del passato, ma hanno una sequenza che si svolge nel presente e che si intreccia con quella antica. Questo significa che il presente è innestato sul passato e prima o poi verrà fuori. I ricordi sono fondamentali, ognuno di noi ne accumula da giovane e non se ne avvede, poi verranno fuori perché sono la nostra cultura che ci guida verso il futuro. Di prossima pubblicazione un romanzo per giovani sul mondo di una band musicale, un thriller per ragazzi ed uno per adulti.

Domanda: Che consigli daresti oggi, in base alla tua esperienza, ad un giovane che fosse interessato ad avvicinarsi alla scrittura creativa?

Leggere, leggere, leggere e scrivere, scrivere, scrivere. Solo con l’esercizio quotidiano si sviluppano le proprie potenzialità, si migliora e si affina lo stile narrativo. Importante è, anche, seguire dibattiti, presentazioni di libri, fiere letterarie, parlare con gli autori e gli editori presenti, essere attivi intellettualmente.

Domanda: Purtroppo i dati e le statistiche ci dicono che gli italiani sono un popolo di non-lettori. Da cosa deriva secondo te questo disamore per la lettura? E da scrittore, ma ancor prima da insegnante, quali strumenti, quali metodi, quali mezzi ritieni che si possano utilizzare per far interessare di più i nostri concittadini alla lettura di un libro?

Sicuramente il prezzo alto dei libri non incentiva la lettura. Molte librerie stanno attirando nuovi lettori con serate a tema, incontri con autori, promozioni occasionali, aperitivi e colazioni letterarie… La pubblicità televisiva e dei social a favore del libro sarebbe auspicabile, anche i gruppi di lettura sui mezzi pubblici, presenza di libri a disposizione nei luoghi dove si fanno lunghe file (banca, medico, ospedali…), booksharing in alberghi, bar, locali di intrattenimento.




Domanda: So che oltre a continuare a scrivere, collabori con una casa editrice in qualità di talent scout. A questo proposito, volevo farti una domanda sul mondo dell'editoria, anch'esso molto cambiato in questi ultimi anni grazie alle nuove tecnologie. Oggi un esordiente potrebbe saltare tutta la trafila tradizionale (spedizione del manoscritto, attesa della lettura da parte dell'editor, eventuali modifiche da apportare al testo per renderlo più commerciale e infine, se tutto va bene, pubblicazione dell'opera) e auto pubblicarsi direttamente il testo tramite un sito editoriale on line. Tu cosa pensi di questi nuovi strumenti di pubblicazione di un testo letterario?

I grandi gruppi editoriali hanno fagocitato i piccoli editori e l’editoria indipendente fatica a restare attiva. Non ho ancora effettuato auto pubblicazioni e non so se in futuro lo farò. Certo l’esordiente può autopubblicarsi facilmente, ma quanti compreranno il suo libro? E quale garanzia ti dà sulla correttezza e coerenza del testo? Molti sottopongono il proprio lavoro ad una severa verifica e danno un prodotto serio e ben riuscito, ma tanti non lo fanno. Diciamo che le case editrici mi danno più garanzie. Però è un’esperienza che non escludo per il futuro.

Domanda: Infine, per concludere: esiste un libro, un romanzo, un testo che ami particolarmente e di cui consiglieresti la lettura?

Sì, ho letto più volte Il gattopardo, mi affascina con le atmosfere ed i personaggi, forse anche perché ho visto più volte il film.


Ringraziamo Giuseppe Carfagno per la bella intervista che ci ha rilasciato e gli auguriamo di scrivere ancora tante belle storie, che sono la benzina che alimenta il motore del cuore dell'uomo.

lunedì 4 giugno 2018

A tu per tu con: Duran Duranies

Incontriamo oggi il gruppo dei Duran Duranies: Luca – il cantante; Andrea – alle tastiere; Matteo – batteria; Gabriele -al basso e infine Stefano - alla chitarra e seconda voce della band.


1. Per iniziare a rompere il ghiaccio, raccontateci in due parole chi sono i Duran Duranies. 

Ciao a tutti! Noi Duran Duranies siamo un gruppo di musicisti superfans dei Fab5 che si
divertono da anni a portare in giro per l'Italia e all'estero la loro passione.

2. Il vostro gruppo è nato per omaggiare i mitici Duran Duran e quindi si può definire una Tribute band. Facciamo chiarezza una volta per tutte su questo argomento: che differenza c’è tra voi e una Cover band?

Le Cover band si caratterizzano per la libertà interpretativa dei brani, che vengono riarrangiati e a volte totalmente stravolti. Un Tributo come il nostro, invece, ha come obiettivo la riproduzione fedele delle canzoni anche tramite l'utilizzo di strumentazione e look dell’epoca.

3. A quale pubblico vi rivolgete? Chi viene a vedere i vostri spettacoli?

I nostri sostenitori sono tutti coloro che hanno amato ed amano tutt'ora la musica dei Duran Duran e più in generale degli anni 80… sui social network siamo seguiti praticamente ovunque (USA, Giappone, Australia, Sudamerica, Canada…Europa, naturalmente…insomma in tutto il “pianeta terra" – giusto per citare un brano a noi estremamente caro!); ai nostri spettacoli vengono tutti i “Duranies" e gli amanti degli anni 80 che hanno voglia di divertirsi e passare una serata cantando e ballando insieme a noi la musica dei nostri beniamini!



4. Il fenomeno musicale delle Tribute band è relativamente recente. Nasce infatti verso la fine degli Anni ‘90. A cosa devono il successo secondo voi questi gruppi musicali?

Il fenomeno è sicuramente cresciuto in maniera esponenziale con l'avvento di internet; dal nostro punto di vista il successo è determinato dalla possibilità di condividere una grande passione con tante altre persone. La musica ha l’enorme capacità di unire, rievocare ricordi, amori, delusioni, eventi della propria vita che spesso sono legati ad un gruppo, una canzone ed a un periodo storico. Di contro un musicista che non ha una vera passione per una determinata band e non ne è legato in maniera viscerale meglio che si tenga alla larga dal fare un Tributo: il pubblico (che è sempre molto attento) se ne accorgerebbe all'istante…quando si suona senza passione autentica i risultati sono catastrofici!

5. Tornando al vostro gruppo: quando siete sul palco e cantate un successo dei Duran Duran e davanti avete il pubblico che vi applaude e urla le parole della canzone insieme a voi, cosa provate?

È la soddisfazione più grande! Il segnale di essere, come si diceva prima, arrivati al cuore delle persone e di aver fatto centro nel trasmettere la passione che abbiamo per i Duran Duran. Non è raro durante i nostri concerti che proprio nel bel mezzo delle canzoni più evocative, i musicisti scendano in mezzo alle persone presenti per cantare e ballare insieme a loro!


6. Quanto tempo dedicate alle prove? 

Praticamente….nullo! (alcuni membri del gruppo sorridono!). Nei periodi di intensa attività live le prove non sono necessarie, in più essendo dei grandissimi fans ciascuno di noi conosce a memoria ogni singola nota di ogni singola versione delle canzoni in scaletta, sul palco basta un minimo sguardo per capirsi. Nel caso in cui vengano preparati pezzi nuovi, invece, ogni singolo membro del gruppo fa in autonomia un grande lavoro di trascrizione minuziosa delle parti strumentali…ascoltando decine di volte le tracce originali…a volte per parti complesse ci si impiegano anche settimane per trascrivere poche battute…inoltre si dedica parecchio tempo a cercare i suoni, che devono essere anche loro fedeli..insomma, un lavoraccio! Però quando ci si trova tutti insieme e si prova un pezzo nuovo che viene “buono alla prima" è una enorme soddisfazione!

7. Ci sono stati rapporti con la band, quella originale? I Duran Duran vi conoscono?

Ci sono contatti sia virtuali (ad esempio “like" espressi su Twitter nei nostri confronti), che reali. Il nostro frontman ha avuto un incontro “vis a vis" con Simon, anche il nostro tastierista Andrea lo ha incontrato tempo fa negli USA, il nostro chitarrista Stefano l'estate scorsa durante una vacanza a Londra è stato a casa di Simon e Nick (con cui si è soffermato a discutere della strumentazione usata negli anni 80 e di recente)…su questi incontri ci sarebbero parecchi aneddoti curiosi ed interessanti da raccontare…ma non vogliamo dilungarci troppo!

8. Ho partecipato con piacere alla vostra ultima esibizione presso Mr. Fantasy a Buccinasco e devo dire che il locale era sold out e mi ha colpito molto la partecipazione del pubblico che si è scatenato come se sul palco ci fossero i veri Duran Duran. Immagino che questo per voi sia motivo di grande soddisfazione. In fondo una Tribute band come la vostra dovrebbe indurre il pubblico a pensare che sta ascoltando dal vivo i veri Duran Duran e non una loro imitazione, o sbaglio?

Chi viene alle nostre serate, grazie al minuzioso lavoro di ricerca di cui abbiamo parlato sopra ed al timbro vocale unico del nostro frontman (il più simile a quello di Simon Le Bon), può chiudere gli occhi e credere di essere davvero a un concerto dei Duran; a noi piace invece pensare che la nostra grande passione contribuisca a far divertire, partecipare ed emozionare il pubblico presente!

9. Cosa avete in serbo per il prossimo futuro?

Abbiamo terminato da poco il tour invernale, che in realtà si è protratto sino a tarda primavera grazie alle numerose richieste. Prossimamente saremo a Torino, a luglio voleremo negli U.K. per un concerto vicino a Manchester….e a settembre riprenderemo le serate in tutta Italia. Abbiamo anche in corso alcune ulteriori importanti richieste dall'estero che però al momento non possiamo ancora dettagliare!



10. Come è possibile restare in contatto con voi?

Tramite social, sulle nostre pagine Facebook  (Duran Duranies) , twitter e youtube che sono sempre molto seguite ed in costante aggiornamento nonché tramite le nostre pagine e profili pubblici personali. Un grosso saluto!

Ringraziamo i mitici Duran Duranies e ci diamo appuntamento con loro a Torino il prossimo 16 giugno...

sabato 19 maggio 2018

A tu per tu con SILVIA MOLINARI

Incontriamo oggi Silvia Molinari, autrice di due romanzi: Nelle Acque del Passato e London Lies, entrambi auto pubblicati.

1) Per rompere il ghiaccio le chiediamo di raccontarci un po' di lei.

Sono nata a Piacenza, vivo da molto tempo in una cittadina dell’hinterland di Milano, ma ho vissuto in diversi posti – Firenze, Southampton, San Josè – che hanno accresciuto la mia passione per i viaggi. Dopo la laurea in Economia, ho lavorato per diversi anni in società di consulenza coltivando, nel poco tempo libero, una profonda passione per la lettura, la scrittura e la fotografia. Sono sposata e madre di due gemelli. Credo nell’amicizia e nella lealtà e amo trascorrere le mie vacanze sulle Dolomiti, il posto più bello del mondo.

2) Come è nata la passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura è nata di pari passo a quella per la lettura. Si sono sempre alimentate a vicenda, in modo quasi simbiotico.
Ho trascorso un’infanzia in compagnia di diari in cui annotavo pensieri e brevi racconti e di tanti libri, soprattutto di autrici britanniche, spaziando dai gialli di Agatha Christie ai romanzi d’amore di Barbara Cartland, fino a scoprire Jane Austen e Charlotte Brontë, in assoluto le mie autrici preferite.

3) I tuoi romanzi appartengono a due "generi" letterari molto diversi: Nelle acque del passato è un romanzo storico, mentre London Lies si può far rientrare nel genere commedia. Con quale dei due generi ti sei trovata più a tuo agio?

Sicuramente ‘London Lies’ è stato più facile da scrivere: lavorando da anni nell’ambiente della consulenza, mi è venuto istintivo prendere spunto da essa per creare un’opera di fantasia. ‘Nelle acque del passato’ ha richiesto, invece, un profondo lavoro di ricerca: ogni descrizione, riferimento a mezzi di trasporto, abiti, personaggi storici, doveva essere verificato. Il libro riporta eventi storici e aneddoti realmente accaduti, ho quindi dovuto fare in modo che tutto il romanzo risultasse realistico, ovviamente ad esclusione del viaggio nel passato che, ahimè, tutti gli scienziati confermano all’unanimità essere del tutto impossibile (purtroppo!).

4) Si dice che nei personaggi dei romanzi, si rispecchi un po' l'anima dello scrittore. È così anche per te? Cosa c'è di Silvia in Maya Romin, alias Sophie Lesange – protagonista di Nelle acque del passato – e in Emma Woodhouse – protagonista di London Lies?

Potrei rispondere che c’è tutto di me, ma paradossalmente sono tante parti e non la totalità, e queste parti si distribuiscono in modo casuale in tanti personaggi, anche secondari, dei miei romanzi. Emma ha la mia stessa istintività, è permalosa, ironica, dà un significato profondo alla famiglia e all’amicizia, investe molto di sé nel lavoro perché ama far bene ciò che fa, sempre e comunque.

Di lei fanno parte anche alcuni miei difetti (su cui preferirei sorvolare!), e allo stesso tempo c’è tanto di me in Amanda, in Alison e persino nella nonna Candace. Maya Romin è una donna disillusa e sotto certi aspetti anche Emma lo è: entrambe vivono come se temessero che il destino proponesse loro “lo stesso copione di sempre” e hanno paura di non avere il coraggio di dare una svolta importante alla loro vita. È sicuramente una paura che ho vissuto, tempo fa, in un periodo caratterizzato da grandi incertezze, e questo ha inevitabilmente influito sul carattere delle mie protagoniste. Una cosa è certa: non credo che un autore non metta mai anche solo una parte di sé in un libro. Scrivere ha un che di catartico, è liberatorio e inevitabilmente il nostro io si insinua, volente o nolente, tra le pagine. Sicuramente ciò che traspare non è mai lo stesso, perché l’autore si evolve e cambiano gli stati d’animo, le certezze e le incertezze. E, con loro, cambiamo noi e i nostri personaggi.

5) Per i tuoi primi lavori hai scelto la strada del self-publishing: e i numeri delle vendite ti stanno dando ragione. Ma è stata proprio una scelta, oppure si è trattato di un ripiego?

È stata una scelta molto ponderata. “Nelle acque del passato” è stato scritto di getto tra maggio e settembre 2011, “London Lies”, invece, in un lasso temporale discontinuo, tra il 2011 e il 2014. La decisione di auto-pubblicarmi l’ho presa solo a maggio 2017: in questo lungo periodo di tempo ho inviato il manoscritto del primo romanzo ad alcune case editrici (ovviamente senza mai ricevere una risposta, nemmeno una breve mail di edulcorato rifiuto) e, soprattutto, mi sono iscritta al gruppo LinkedIn “Editoria Italiana” attraverso il quale ho cercato di capire meglio quale strada intraprendere.

Si potrebbe dire che alla fine abbia scelto l’auto-pubblicazione perché il libro non è stato mai accettato dagli editori, tuttavia non è così. Prima di tutto, ho limitato l’invio a solo 4 case editrici, le più grandi e in grado di offrire un sistema di distribuzione tale da non obbligarmi ad auto promuovermi. Le medie-piccole case editrici non sono oggettivamente in grado di pubblicizzare un autore in modo diverso da come potrebbe fare lui stesso sui social network. L’unico vantaggio sarebbe stato quello di avere un editing professionale, e comunque solo se mi fossi rivolta ad una che non si fosse limitata a stampare i manoscritti poiché spesso i refusi non si contano.

Una volta compreso che le grandi case editrici non avrebbero preso in considerazione una sconosciuta, dovevo fare in modo di non esserlo più e di dimostrare, con un romanzo di qualità, che esistevo anch’io. L’auto-pubblicazione è quindi diventata una scelta per entrare comunque nel mondo editoriale. Una scelta che, inaspettatamente, si è rivelata talmente affascinante, che ho voluto ripeterla. Ora, ammetto, il mio obiettivo non è più quello di “farmi notare” da una casa editrice, quanto quello di scrivere romanzi che i lettori amano leggere.

La recensione di una lettrice che mi ringrazia per averla fatta ridere o per averle fatto trascorrere delle ore piacevoli, è la mia più grande gratificazione. Non sono e non sarò mai una donna marketing: non passo il tempo sui social e ammetto di non essere brava nell’auto promuovermi. Il passaparola è l’unica mia carta, che gioco con orgoglio e spensieratezza. In ogni modo, l’esperienza del self-publishing è un arricchimento personale senza paragoni: ti permette di imparare, ingoiare rospi, ti obbliga all’umiltà e all’accettare giudizi di altri su qualcosa di intimamente tuo, ti obbliga a diventare creativa, a pensare a come pubblicizzare il tuo libro e a come farti conoscere… Non sei più un tassello di un ingranaggio, sei l’intero ingranaggio editoriale: sei l’autore, l’editore, l’ufficio stampa e, come nel caso di ‘London Lies’, persino il traduttore in inglese.

6) Un autore è anche un lettore. Che lettrice è Silvia Molinari? Cosa preferisci leggere e soprattutto quando trovi il tempo di farlo, visto che oltre ad essere una moglie, una mamma, una lavoratrice, sei anche una scrittrice?!

Sono una lettrice compulsiva. Per esigenze lavorative, vado in ufficio con mezzi pubblici (treno e metro) e ho sempre con me il mio fidato Kindle o un libro, spesso in lingua inglese. Non smetto di leggere nemmeno quando cammino: ho sviluppato un’abilità nell’evitare lampioni, cestini dei rifiuti e cacche di cane tanto che potrei quasi pensare di aver un sonar incorporato in testa. Sì, se un libro mi piace, fatico a smettere di leggere, e continuo alla sera, prima di dormire, quando tutti sono a letto e io posso dedicarmi al libro di turno con tutta calma. Leggo un po’ di tutto: thriller, gialli, romanzi rosa, classici, fantascienza, libri storici, biografie, qualche saggio… sicuramente i thriller e i romanzi rosa sono al primo posto, ma alterno tanti romanzi della letteratura britannica e americana (London, Wharton, Gaskell). Sono anche beta-reader di un’autrice indipendente inglese, Celina Grace, autrice di romanzi polizieschi e di mystery novels ambientati nei primi decenni del ventesimo secolo. È davvero brava e avere l’opportunità di contribuire alla qualità di un romanzo di una “collega” mi rende molto orgogliosa.

7) Adesso stai lavorando ad un nuovo romanzo oppure sei in fase “meditativa”? 

Direi entrambe! Sto meditando la nascita di un nuovo romanzo, che in realtà è già tutto “scritto” nella mia testa, ma che – per un’oggettiva assenza di tempo libero – non riesco a scrivere. Ho iniziato il “sequel” di ‘London Lies’ (a grande richiesta di alcune care lettrici e lettori!) e ammetto che, ora, il mio più grande desiderio sia di isolarmi sul cucuzzolo di una montagna per poter dargli vita. Scrivere è un’attività solitaria, che richiede metodo e tenacia. Io non sono quasi mai sola, non sono mai riuscita a scrivere quando avevo tempo ma unicamente quando ero ispirata e, malgrado sia tenace, devo fare i conti con le priorità della mia vita di madre lavoratrice.

8) Come vedi il tuo futuro artistico?

Che dire, lo vedo davvero duro…! Temo di non riuscire a creare nulla per mancanza di tempo e questa cosa, a volte, mi spaventa molto. Cerco di non pensarci e di scrivere anche poco, ma appena ne ho la possibilità: mi segno dialoghi che ho immaginato mentre mi dirigevo in stazione, oppure situazioni umoristiche a cui ho assistito… tutto ciò che ci circonda è uno spunto per una storia, quindi attendo gli eventi e intanto mi annoto le idee sulla mia Moleskine rosa!

9) C’è una domanda che non ti è stata posta in questa intervista a cui avresti voluto rispondere? Ebbene: fatti la domanda e scrivi la risposta!

Sì, c’è una domanda ed è questa: come ci si sente dall’altra parte della barricata, ovvero passare dall’essere una lettrice ad essere una scrittrice? Credo che il salto non sia facile. Io ho deciso di “metterci la faccia”: ho scelto di pubblicarmi con il mio nome, senza pseudonimi o nomi fittizi stranieri per rendere i miei libri più intriganti. È una decisione che definirei, se vuoi, “coraggiosa”. Ciò che scrivo viene identificato inevitabilmente con me, chi mi recensisce vede esattamente la mia faccia e il mio nome. In un mondo in cui le piattaforme social spingono molti ad assumere identità fittizie, a nascondersi dietro a foto false, in cui ci si imbatte in autori non reali (eclatante il caso di Nicolas Barreau, un autore immaginario creato da una casa editrice tedesca), non è facile essere “reali e normali”. Ma è ciò che sono, e sono disposta ad accettare le critiche dei lettori, purché siano espresse con sincerità, educazione e realismo.

10) Ringraziamo Silvia per l’intervista concessaci. Vuoi rivolgere un pensiero conclusivo ai tuoi lettori?

Sì, continuate a leggere! Troppa gente soffre di Sindrome da Cellulare Acceso (SCA) e non legge mai. Il mio consiglio è di leggere in ogni momento possibile, perché i libri sono sempre una fonte di arricchimento personale. Quindi, mettete da parte il cellulare, smettete di leggere i post demenziali che trovate sui social, terminate la partita che state giocando e leggete un buon libro!



sabato 20 maggio 2017

A tu per tu con Francesco Napoli

Oggi incontriamo Francesco Napoli, uomo di cultura a tutto tondo: nella sua carriera professionale è stato editor, responsabile di uffici stampa di case editrici, nonché critico letterario e autore di testi riguardanti soprattutto il mondo della poesia.
Francesco Napoli

Francesco, come ti definiresti in poche righe? 

Appartengo alla classe 1959. Scherzando dico che per la mia professione bastava la licenza elementare, infatti devo solo leggere e scrivere. Lavoro in editoria, con vari ruoli e compiti e per diversi marchi editoriali, dal 1989 e ne sono contento. Mi occupo anche di poesia contemporanea ma in chiave critica e ... basta parlare di me, non l'amo molto.

In editoria, si sente molto utilizzare il termine editor, in cosa consiste il lavoro di editor?

Scouting di autori e lettura di testi, principalmente. Poi l'editor deve saper suggerire e affiancare l'autore per la miglior resa di un testo o di un'idea narrativa.

Che rapporto si instaura tra l'editor e lo scrittore?

Di fiducia, prima di tutto, e di stima. L'occhio dell'editor deve saper interpretare e poi rendere in pagina la sensibilità del lettore, senza per questo urtare la sensibilità dello scrittore, ovviamente. Un equilibrio non sempre facile da conservare.

Quali sono le caratteristiche peculiari che un buon editor deve possedere per svolgere al meglio la sua professione?

Pazienza, e occhio capace di vedere oltre quanto c'è scritto in un testo.

Sono cambiati gli scrittori e i lettori in questi ultimi trent'anni?

Penso di sì: credo che il Mercato abbia fortemente inciso sulla qualità degli scrittori. Impossibile scrivere un romanzo all'anno solo perché il Mercato così vuole, manca il tempo di costruzione e realizzazione dell'opera. E poi si strizza troppo l'occhio all'andatura cinematografica, con trame e scritture che troppo pensano a un'eventuale riduzione cinematografica o televisiva. Ma anche il lettore è cambiato: è malamente abituato alla velocità e alla sintesi, causa internet, e all'immagine, causa televisione. Non sa più pazientare.

Le nuove tecnologie hanno influito su questa professione?

Certo, ne sono convinto. Basti solo pensare al capovolgimento della trasmissione del sapere: un tempo erano le generazioni più anziane a possedere e trasmettere alle successive la conoscenza; oggi sempre più sono gli anziani a dover chiedere ai più giovani quegli elementi della conoscenza (l'online tanto per fare un esempio) per non esser tagliati fuori.

Cosa consiglieresti ad un giovane che vuole intraprendere questa carriera?

Di scrittura? Leggere, leggere e ancora leggere. Poi, scrivere.

Ti ricordi il pensiero più bello che hai letto in un libro che stavi analizzando?

Stavo leggendo Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, come lettore sia ben inteso e non come editor. La vitalità dietro ogni rigo e l'ironia raffinata dell'autore ricordo mi diedero una sensazione di straordinaria serenità e rilassatezza.


Ringraziamo Francesco Napoli per il tempo che ci ha dedicato e per gli interessanti spunti di riflessione che ci ha regalato.



domenica 25 ottobre 2015

A tu per tu con: Italia Giacca

Oggi incontriamo Italia Giacca, Presidente del Comitato di Padova dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Abbiamo conosciuto la Signora Giacca lo scorso mese di Agosto a Rimini, in occasione della mostra riguardante l'esilio dei Giuliano Dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, presentata al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli e ci ha colpito subito la sua personalità carica di umanità e il suo sguardo acuto e sincero.

Italia è nata a Stridone di Portole, minuscolo paese quasi al centro dell’Istria ove ha vissuto fino all'età di 6 anni. Alla firma del Trattato di Pace, Parigi, 10 febbraio 1947, suo padre si trovava a Trieste, dove si era stabilito dopo il congedo militare perché, “ricercato per italianità” era un candidato alla foiba. Nel 1948, dopo varie richieste, sua mamma ha avuto il permesso di raggiungerlo; e così, Italia e sua sorella maggiore a fianco, a piedi si sono incamminate verso Trieste.

Lì ha compiuto l’iter scolastico sino alla Laurea in Scienze Naturali, il 14 luglio 1965. Italia era impegnata contemporaneamente nel Direttivo del Circolo Giovanile dell’Unione degli Istriani, costituitosi sin dai primi arrivi di esuli, e come co-direttore della rivista giovanile “La Capra d’oro”.

Alla Laurea seguì, in quello stesso anno il matrimonio, e quindi il trasferimento in Veneto, a Dolo prima, poi a Piove di Sacco, infine, dal 2000 a Padova. Il 10 novembre 2014 ha avuto l’onore di essere nominata “Padovano Eccellente” : riconoscimento particolarmente significativo, perché tributo di onore, orgoglio, risarcimento per tutta la "sua" gente.      

Abbiamo posto a Italia alcune domande che, credo, ci possano aiutare a comprendere un pezzo di storia d'Italia dai più dimenticata, quando forse mai conosciuta veramente.   


D.: Signora Italia, la storia dell'esodo degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è ancora poco nota al grande pubblico. Può brevemente inquadrare dal punto di vista storico di cosa stiamo parlando?


R.: ”Gli storici possono sbagliare, le pietre no. E in Istria, Fiume e Dalmazia le pietre parlano italiano”.

Arena romana di Pola
Perché ho pensato di iniziare così il mio intervento? Per aprire gli occhi a chi si reca in quelle terre, affinchè si soffermi ad osservare l’impronta romana e veneziana in città come Capodistria, Parenzo, Pola, Fiume, Zara, Spalato; altri le chiamano Koper, Poreč, Pula, Rijeka, Zadar, Split, ma per noi erano, sono e saranno Capodistria…nomi italiani. 

Mi rendo conto che è difficile capire cosa significhi un confine “mobile”, con tutte le conseguenze, compreso il cambiamento dei nomi delle città, per chi vive in una regione stabile, dai confini fissi. Ma bisogna sapere che quel territorio orientale italiano è stato nel tempo multietnico e mistilingue, dai confini mobili. Comunque sin dai tempi antichi la convivenza tra gruppi diversi è stata sempre più o meno pacifica, salvo incrinarsi a metà del XIX secolo, con lo svilupparsi dei nazionalismi, che hanno progressivamente portato ad irrigidirsi i rapporti tra italiani e slavi in Istria, Fiume e Dalmazia.

Si giunse alla prima guerra mondiale con l’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa; alla fine di questo sanguinoso conflitto, dopo mesi di discussione si approdò a trattative tra il Regno d’Italia e il nuovo stato, Regno dei Serbi, Croati, Sloveni, la futura Jugoslavia, con il Trattato di Rapallo 1920: all’Italia era attribuita la quasi totalità della Venezia Giulia, ma non la Dalmazia, tranne Zara e Lagosta; Fiume divenne Stato Libero, ma ebbe vita breve, nel 1924 la città passò all’Italia, mentre l’entroterra alla Jugoslavia.

Il triveneto
L’Italia tuttavia si rivelò impreparata ad affrontare le problematiche del confine orientale e l’avvento del fascismo in Italia peggiorò la situazione delle etnie slovene e croate residenti in territori italiani, con provvedimenti tesi alla snazionalizzazione delle minoranze. 

Nel 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania; nel 1941 l’attacco alla Jugoslavia iniziato dalle truppe tedesche fu seguito dall’Italia e dall’Ungheria. Le truppe croate furono presto allo sbando, la Croazia proclamò la propria indipendenza, con conseguente crollo della Jugoslavia, re Pietro II fuggì a Londra. All’Italia venne annessa buona parte di costa dalmata con le isole, per cui si formò il Governarato della Dalmazia con Sebenico, Trau, Spalato e Cattaro, inoltre parte della Slovenia con Lubiana; il Montenegro venne dichiarato Stato indipendente, sotto il protettorato italiano.

Le truppe tedesche ed italiane assunsero il controllo delle principali arterie stradali, disinteressandosi del resto del territorio per lo più montuoso; ciò spinse i reparti dell’ esercito jugoslavo a darsi alla macchia, e a creare nuclei di resistenza. In questo clima, in un crescendo di rappresaglie si concretizzò un movimento che puntava a creare uno stato comunista sul modello sovietico, con a capo Josip Broz Tito. La guerriglia partigiana e la controffensiva attuata dalle truppe tedesche ed italiane divennero sempre più intense e sanguinose…

La caduta del fascismo, 25 luglio 1943, e poi la firma dell’ armistizio, 8 settembre 1943, crearono ansia ed incertezze nelle popolazioni a confine tra il mondo slavo e germanico.

I reparti italiani, in assenza di ordini superiori, non furono in grado di reagire, per cui città come Trieste, Gorizia, Fiume, Pola furono occupate dai tedeschi. In diversi paesi istriani invece si verificò un vuoto di potere, sito ideale per i partigiani di Tito che, ostentando i “Poteri Popolari”, li occuparono.

In un clima veramente caotico, di anarchia e violenze sanguinose, furono colpite persone non solo compromesse con il passato regime fascista, ma semplici cittadini estranei alla politica, in qualche modo rappresentanti dell’Amministrazione statale italiana, quindi oltre alle forze dell’ordine, insegnanti, segretari comunali…

L'ingresso di una foiba istriana
Iniziarono così le “sparizioni”, sotto un’aura di mistero; solo più tardi si capì che i partigiani di Tito facevano “sparire” le persone nelle FOIBE, cavità imbutiformi presenti in gran numero su tutto il territorio carsico della Venezia Giulia, che sprofondano per decine od anche centinaia di metri, da tempi remoti usate come discariche di materiale in disuso.

Le truppe tedesche posero fine ai Poteri Popolari, mettendo a ferro e fuoco i paesi dove trovavano resistenza. Ma già nel 1944 l’attività partigiana riprese vigore e quindi si continuò con rappresaglie, rastrellamenti, arresti, a fasi alterne, fino al termine della guerra. I tedeschi si dimostrarono duri verso chi era sospettato di collusione con i partigiani e molte migliaia di persone furono arrestate e deportate in Germania; a Trieste la Risiera di San Sabba funzionò come luogo di transito per ebrei e di tortura ed eliminazione dei partigiani ed antifascisti; il forno crematorio fu attivato nel 1944.

(N.B. In questo stesso posto furono “alloggiati” i primi esuli giuliano dalmati!)

Particolare la situazione di Zara, roccaforte italiana in Dalmazia. Occupata dai tedeschi nel settembre 1943, Zara continuò ad avere un’amministrazione italiana. La città venne bombardata dall’aviazione anglo-americana, con 54 incursioni che la ridussero ad un cumulo di macerie e circa 2000 morti. Molti zaratini scapparono verso Trieste; il 31 ottobre 1944 Zara venne occupata dai partigiani jugoslavi che fecero sparire diversi cittadini. Non ci sono foibe in Dalmazia, ma c’è il mare, blu, profondo…che cela tanti misteri…

Aprile 1945 le forze armate tedesche sono sconfitte; in Italia le truppe americane irrompono nella Val Padana sino a Venezia e verso Trieste. Ma anche l’esercito jugoslavo di Tito punta ad occupare la Venezia Giulia, con la cosiddetta “Operazione Trieste”. La resa delle forze tedesche fu firmata a Caserta il 29 aprile, e divenne effettiva il 2 maggio. Ma i reparti jugoslavi, anticipando l’arrivo delle truppe neozelandesi, giunsero a Trieste l’1 maggio 1945, subito poi a Gorizia e Monfalcone e nei giorni seguenti a Fiume e Pola.

Con la presa di potere le nuove autorità comuniste iniziarono gli arresti e le deportazioni di migliaia di persone ad opera della Polizia Segreta Jugoslava, l’OZNA. Si instaurò una cappa di oppressione e paura; militari tedeschi ed italiani furono catturati, fucilati con esecuzioni barbare, in spregio ad ogni norma internazionale di tutela dei prigionieri; altri deportati in campi di prigionia. Anche diversi civili subirono la stessa sorte; le foibe inghiottirono migliaia di corpi! La sorte riguardava coloro che, agli occhi dell’OZNA, potevano rappresentare un ostacolo ai piani annessionistici jugoslavi ed anche gli autonomisti, contrari all’opzione jugoslava. E se per l’autunno 1943 si parla di un migliaio circa di persone “sparite” tra l’Istria e la Dalmazia, nel maggio-giugno 1945 le stime si orientano sui 7-8mila o forse più.

Le FOIBE rappresentano così il primo aspetto della tragedia che colpì il popolo giuliano dalmata.

Alla fine di questa seconda guerra, l’Italia, sconfitta, dovette accettare tutte le condizioni stabilite dai vincitori. Con il Trattato di Pace di Parigi, del 10 febbraio 1947 si stabilì la cessione di buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e la creazione del Territorio Libero di Trieste, suddiviso provvisoriamente in due zone: la zona A sotto amministrazione militare anglo americana e la zona B sotto quella jugoslava. Le intere province di Pola, Fiume, Zara e parte di quelle di Trieste e Gorizia furono assegnate a Tito.

Questo cambio di sovranità, in una popolazione per la maggior parte italiana, fu traumatico e inaccettabili le condizioni per RESTARE, quali l’introduzione della lingua slovena e croata, l’annullamento degli usi sociali e delle tradizioni, la criminalizzazione della vita religiosa, le confische di beni, per cui quasi il 90%, , della popolazione, senza distinzione di censo decise di PARTIRE. Incontro all’incertezza sì, ma sorretti da fede profonda ed amore per la Patria Italia. 

E’ questo, l’ESODO, il secondo atto della tragedia giuliano dalmata!

Molti degli esuli si fermarono a Trieste, altri transitarono solo per Trieste, per distribuirsi poi per l’Italia, accolti o presso conoscenti o nei Centri raccolta Profughi, circa 140 in Italia; altri ancora scelsero di emigrare, soprattutto in America ed Australia, in una diaspora biblica.

Nella cosiddetta zona B, molti rimasero in attesa di una definizione; e questa arrivò: il 5 ottobre 1954 venne siglato a Londra il “Memorandum d’Intesa” con cui veniva deciso il passaggio all’Amministrazione jugoslava dell’intera zona B, Trieste all’amministrazione italiana.

E così se a Trieste si era in tripudio per l’atteso rientro in Italia, in Istria si piangeva e ci si preparava ancora all’esodo.

Il Trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975, dopo lunghe trattative riservate, sancì la rinuncia definitiva dell’Italia sui quei territori.

E dopo le FOIBE e l’ESODO il terzo aspetto della tragedia il SILENZIO che per tanti anni è calato su queste pagine di storia! Solo dal 2004 “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”(art.1 Legge 92-30 marzo 2004).



D.:Quando si sono svolti i fatti che ci ha raccontato, lei era poco più di una bambina. Che sensazioni ricorda di quel periodo? 

R.: Sono nata nel 1942 a Stridone di Portole, minuscolo paese dell’entroterra istriano che, secondo la tradizione, ha dato i natali a San Girolamo. Avevo vissuto la prima infanzia circondata da molto affetto; vivevo con la mamma, una sorella maggiore, il nonno paterno, nella casa accanto un prozio, per me un secondo nonno, tanto per dire quanto ero coccolata. Papà era a Trieste, perché “ricercato per italianità” era “candidato” alla foiba: ecco perché, a guerra finita, non era ritornato nella sua Stridone, ma si era fermato a Trieste, aspettandoci. Nell’ultimo anno di permanenza in Istria avvertivo qualcosa di strano, i sospiri della mamma, gli occhi del nonno che mi guardavano adoranti e poi lo scuotere del capo, i pianti di entrambi, ed io, bimba che pensavo “Ma anche i grandi piangono?” percepivo qualcosa di strano, ma non sapevo farmene una ragione. Per fortuna i bambini hanno la capacità di allontanare i pensieri tristi e ben presto riprendevo i miei giochi e correvo in braccio all’uno o l’altro nonno…
L'abbandono di Pola

Più tardi, adulta, ho messo a fuoco quell’atmosfera, di ansia, paura, terrore, sussulti ad ogni scalpiccio inconsueto, ad ogni presenza non familiare…a come si nominavano persone care, vicini o parenti che “la note li ga portadi via” (la notte li ha rapiti)…e non capivo...

Abbiamo intrapreso il nostro esilio a piedi, perché non c’erano mezzi di comunicazione all’interno dell’Istria; i vecchi dicevano ”per l’Istria se va un poco a pìe, un poco caminando” (per l’ Istria si va un poco a piedi un poco camminando). Ogni tanto un breve tragitto su qualche carro agricolo, o qualche camion e così fino a Trieste, distante circa 50 Km, dove papà ci attendeva. Fummo ospiti di una cugina.

D.: Guardando l'Italia di oggi e ripensando alla sua vita, le aspettative che avevate nel cuore quando siete partiti dalla terra natia si sono realizzate?

R.: Ritengo che “non c’era tempo” per avere aspettative. Anche perchè quelle che fino allora si consideravano certezze, tali non erano più: l’idioma, la religione, la libertà di esprimersi, l’essere italiano, insomma la propria identità…soppresso tutto, habitat mutato. E allora che fare?

Da uomini di PACE, per interrompere la barbarie e spezzare la catena d’odio e di vendetta, non restava che andarsene. Si lasciavano lì case, terreni, affetti e si intraprendeva la via dell’esilio, impervia, costellata di incognite, con amarezza e nostalgia, ma mossi da forti ideali, per poter continuare ad esprimere la propria personalità, per vivere in un paese di democrazia e libertà. Questo popolo di pace si è mosso con tanta dignità, in un esodo e diaspora biblici. Senza recriminazioni, senza rivendicazioni, senza manifestazioni di protesta, quasi in punta di piedi; con sobrietà, compostezza e tenacia ha reimpostato la propria vita, stringendo i denti e guardando in avanti…


Certo qualcuno nei primi tempi dopo l’esodo, sperava ancora di poter tornare nelle proprie case, di vedere il vessillo tricolore svettare sulle nostre torri, ma non per molto tempo durò questo desiderio nostalgico. Ben presto ci si è resi conto che quelle nostre terre non erano più nostre e che l’Italia era qui, dove ci trovavamo, dove c’era libertà di espressione, di religione, di parola, che non si poteva più tornare indietro. E anche laddove non si era ben accolti noi si doveva reagire in modo positivo, facendoci apprezzare per il nostro impegno e serietà, nello studio come nel lavoro, questo doveva essere la nostra reazione e il nostro riscatto!

D.: C'è un pensiero che vuole trasmettere ai giovani italiani di oggi che forse apprendono per la prima volta da questa lettura cosa è successo a ragazzi vissuti settant'anni prima di loro?

R.: Risponderei con delle osservazioni inviatemi da una scolaresca di V elementare a conclusione della mia testimonianza in occasione del Giorno del Ricordo:

“GRAZIE per averci fatto capire:

*quanto sono importanti cose che spesso diamo per scontate: la casa, la famiglia, gli affetti;

*che il passato anche se doloroso dev’essere ricordato perché tragedie come quelle avvenute non si ripetano più;

*quanto sia importante difendere i propri ideali e valori anche a costo di grandi sacrifici;

*che è importante lottare, non con le armi, per un futuro migliore per tutti.

Ecco, direi che nella loro spontaneità, scevri da condizionamenti e pregiudizi, i bimbi hanno saputo captare il messaggio più importante e profondo.

Ed è per questo che ai giovani mi sento di dire che da tutto ci si può riprendere, quando ci sono forti ideali cui tendere; con abnegazione, volontà, perseveranza, con azioni di positività si possono superare ostacoli e impedimenti e si possono raggiungere alte vette.

Noi bambini 70 anni fa siamo stati defraudati di una parte importante , ci hanno scippato la spensieratezza della fanciullezza, ci hanno costretti ad essere ben presto “grandi”.

Chi ha vissuto nei campi profughi ha sperimentato sin dai primi anni il “domicilio coatto”, la ristrettezza del box abitativo, la mancanza delle forme più semplici di intimità e privatezza, il sentirsi diverso dai coetanei, quasi un’etichetta in fronte “esule giuliano dalmata”, ma chi è? Cosa significa? Si chiedevano allora, e non capivano! Ma oggi, a 70 anni di distanza tutti lo capiscono?

Capiscono che eravamo italiani, italiani cacciati da terra italiana, divenuta straniera in seguito ad una guerra persa in modo illogico, per un assurdo “trattato di pace”, così chiamato in modo beffardo, oserei dire, per definire un trattato che di pace aveva ben poco e che mi fa venire in mente la definizione allora data dal prof. Elio Predonzani che lo definì ”diritto del più forte, sopraffazione indiscriminata, compromesso bugiardo, interessata interpretazione dei grandi ideali di Giustizia e Libertà per cui ben gli si addice il termine Diktat”.

Dico solitamente che io ho vissuto “3 ESODI” : il primo da bambina, cui tutto sembra un’avventura, pur velata da un non so che, quasi un presentimento in fondo al cuore; il secondo quando la mia età si è avvicinata a quella che avevano i miei quando hanno lasciato tutto per l’ideale di pace, libertà, democrazia, amore per l’Italia; allora, interiorizzando il loro stato d’animo ho capito il loro sacrificio, ed ho sofferto “da adulta”; il terzo quando mia nipote Anna ha compiuto sei anni, l’età in cui ho lasciato il nonno; egli non ha voluto seguirci non per scelta ideologico-politica, bensì perché, diceva “sono troppo vecchio, vi sarei di peso”. E così è rimasto sì nella sua casa, con le sue terre, ma in una casa “vuota”, senza gli affetti, senza la piccola che gli correva in braccio affettuosa…ed ho avuto la terza sofferenza.

Ed è per questo che mi sento di dire che quel famigerato Diktat del 10 febbraio 1947 ha scippato l’Italia, privandola di un’intera sua regione, ha disintegrato il popolo dei giuliano dalmati, ha spazzato quella che un tempo era una comunità, perché la sofferenza è stata sia per chi se ne è andato sia per chi è rimasto, due facce della medesima medaglia di dolore.

D.: Non si può non pensare, ascoltandola, a quanto sta accadendo proprio in queste ore nella nostra Europa: all'esodo di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi tormentati da anni di guerre, povertà, ingiustizie e persecuzioni. Come scrisse Euripide: "Non c'è dolore più grande della perdita della terra natia". Cosa si sente di dire a queste persone?


2015

R.: Quando sono partita dal mio paese, ricordo che ad un certo punto mi sono girata e con la manina ho fatto “ciao” al campanile che si allontanava e pian piano spariva…Ebbene, ogniqualvolta vi ritorno, giunta nel punto in cui ho fatto quel gesto, vengo assalita da un nodo alla gola, sento una stretta incontenibile, nonostante siano passati quasi 70 anni…

Ho imparato a “star bene” a Trieste prima e poi in Veneto, infatti mi definisco istriana di nascita, triestina di prima adizione, veneta di seconda. Ho nel cuore sempre la mia Stridone, ora però sono affezionata a Padova.

A mie spese ho imparato a non essere attaccata troppo alle cose terrene, materiali, che non hanno certezze, non offrono prospettive.

Ai giovani mi sento di dire che nel libro della vita le pagine vanno “assaporate”, sfogliate ad una ad una, in avanti. Le prime restano sempre nel cuore, perché da lì si è mosso il nostro cammino, e forti di questo patrimonio si può guardare ciò che ci circonda, senza pregiudizi, con apertura. Ho sperimentato che l’accoglienza è reciproca, ti troverai bene in un luogo qualora ti senti sereno, disposto ad inserirti, accettando tu per primo gli altri, il modus vivendi di chi ti accoglie. 

Mi si permetta un pensiero a voce alta, circa l’ “attualità”. Il problema odierno lo vedo sotto due aspetti, umano e politico.

E’ umano soccorrere chi è perseguitato e dare risposta a delle emergenze di guerra e di sopraffazione…emergenza appunto, tempo determinato. 

E’ altrettanto umanamente corretto ospitare chiunque fugga? Quanto potrà durerà quest’esodo? Forse un tempo indeterminato… Ma è proprio bene ?

Ripenso alla frase di Lao Tzu, filosofo cinese del 500 a.C.

“Da’ a un uomo un pesce: lo nutri per un giorno.

Insegnagli a pescare: lo nutrirai per tutta la vita”.

E ripenso pure alle dieci evangeliche vergini incontro allo sposo con le lampade: quelle rimaste senz’ olio furono lasciate fuori dalla stanza nuziale…

Forse insegnare “a pescare”, a sfruttare le ricchezze potenziali, le risorse naturali e di umanità di certi territori potrebbe essere un valore per le popolazioni, di dignità prima di tutto. Il poter rimanere nelle proprie terre, mantenere le proprie tradizioni, usi , costumi, lingua, religione, acquisire istruzione e capacità di autoaffermazione eviterebbe loro di riconoscersi nei versi danteschi che hanno accompagnato noi giuliano dalmati, così come tutti gli altri esuli del mondo:

“tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale 

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale 

lo pane altrui, e come è duro calle 

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.


Ringraziamo di cuore Italia Giacca per la preziosa testimonianza che ha voluto lasciarci e le siamo grati per la generosità con la quale si è prestata a questo lavoro. 

Per chi si fosse appassionato a questo capitolo poco noto della storia d'Italia, possiamo suggerire i seguenti link:



domenica 9 agosto 2015

A tu per tu con: i Barra Dritta



Oggi incontriamo i Barra Dritta, cioè Lambio, Rik e Dani. Allora ragazzi, presentatevi: chi sono i Barra Dritta, come sono nati e, soprattutto, perché Barra Dritta?

Lambio: "Mi viene da dirti che i Barra Dritta sono tre ragazzi che hanno in comune la passione per la vita, per la bellezza e per la musica. Ho conosciuto gli altri 2/3 del gruppo da poco più di un anno e da subito, dentro la nascita di una grandissima amicizia, abbiamo condiviso la vita e i nostri interessi/gusti musicali, per me più orientati verso il rock e per gli altri due verso il rap....Rik e Dani avevano infatti già scritto insieme qualche brano rap negli ultimi anni. Una sera, in casa di amici, sentendomi eseguire una canzone di Francesco Renga, rimangono colpiti dalla mia voce e mi chiedono di scrivere il ritornello di una canzone che stavano abbozzando...ci sto, sento la base, la canzone viene fuori (la nostra prima "Tu sei qui", https://youtu.be/7ToTYpFfBAg ), e questo "ibrido", quest'incontro di sensibilità musicali diverse, ci piace molto e l'esperienza di far musica a 6 mani è talmente bella che la decisione di andare avanti arriva quasi in "automatico", sentendo anche il responso entusiastico della gente e degli amici. Il nome nasce invece dalla frase di un nostro caro amico, Claudio, che una sera disse: "il problema nella vita è tenere la barra dritta"....tralasciando simpatiche allusioni, è vero, e pensando a noi siamo proprio questo: 3 ragazzi, molto diversi tra loro, ma uniti dal fatto che guardano insieme nella stessa direzione...sbandando, cadendo, rialzandosi, ma puntando nella stessa direzione…significativo, adatto al genere, immediato: avevamo trovato il nostro nome!".

Mi è piaciuto molto il vostro nuovo pezzo: Battle Scarred ( https://youtu.be/kGMTHKTSzsk ). Come è nata l'idea di questo brano?

Lambio: "l'idea di questo brano (il cui titolo significa "segnato/ferito dalla vita") nasce dal primo testo che ho scritto nella mia vita, circa un anno fa, pensando alla mia storia, che come quella di tanti, ha avuto momenti di buio e momenti di luce...il messaggio che voglio esprimere è questo: tutto, gioie, dolori, cicatrici, apparenti contraddizioni, dentro gli argini di una storia, fanno emergere una bellezza nel cammino della vita, una possibilità per cui uno arriva un po di più a scoprire sé, a guardarsi lealmente, a dire "io" con un po più di coscienza...niente si butta via, tutto è dato, tutto serve, tutto è per te. In quest'ottica ho chiesto ai ragazzi di ripensare alla loro vita per vedere se la mia esperienza, sebbene in storie diverse, valeva anche per loro. È stata un esperienza stupenda per tutti e tre. Entusiasti di quel che è venuto fuori, è nata la nostra "battle scarred", e la nostra seconda esperienza in studio”.

Oggi la musica rap coinvolge più che in passato i giovani, nonostante sia nata negli USA negli anni ‘70. Cosa significa per voi fare rap nel 2015?

"Sicuramente, dalla sua nascita negli anni 70 all'interno della cultura hip hop, il rap ha preso sempre più piede....ad oggi infatti è il genere con cui cresce il 90% dell'attuale generazione in ambito musicale, anche qui in Italia, ed è quindi interessante studiarlo e confrontarcisi....è una forma d'arte molto immediata per comunicare e comunicarsi (pur essendo MOLTO meno banale di quanto sembri e necessiti di duro lavoro ed allenamento per migliorare) ed è un modo grazie al quale anche giovani che non hanno "studiato" uno strumento possono esprimersi in ambito musicale, anche professionalmente. Riguardo agli artisti validissimi che abbiamo in Italia, tranne rari casi, ciò che abbiamo notato è che spesso le tematiche riguardano sempre gli stessi aspetti: la rabbia, la disillusione, le droghe, il sesso, la ricerca dell'affermazione personale, il potere, il successo, una domanda di senso che urla ma non trova mai pace o risposta...ripeto, non vale per tutti, ma spesso domina nei testi un cinismo devastante, e un affermazione di sé, un super-ego, molto potente. Noi, umilmente, senza nessuna pretesa, usando questa forma d'arte, vogliamo portare un messaggio diverso ai giovani e a chi ci ascolta: che la vita, seppur dura, è bella, e che vale la pena spenderla per un bene, non sperperarla...il rap è un mezzo per esprimere noi stessi, vogliamo far sobbalzare il cuore della gente, farla pensare, dare una prospettiva diversa dalle altre....una risposta al grido del cuore dell'uomo c'è! Tutto qui…".

In “Battle Scarred” le parole ricoprono un ruolo importante e rimandano a domande ultime che il cuore dell'uomo, dalla notte dei tempi, si trova ad affrontare: "Io che sono zero sarei ancora meno non fossi capace di desiderare". Cosa cerca e di cosa ha bisogno il cuore dei Barra Dritta?

"Pensiamo che il cuore dei Barra Dritta cerchi quello che cerca il cuore di ogni uomo, se si guarda lealmente, fin dall'alba dei tempi: uno sguardo buono che ti dica ogni istante che qualsiasi cosa fai, qualsiasi errore tu commetta, tu sei amato, accettato e perdonato, cosi come sei. Questo è stato per noi l'incontro con la fede, con i nostri amici, e tra di noi, con tutte le nostre storie e i nostri casini: uno sguardo che tiene conto della tua umanità. Questo abbiamo bisogno, e questo vogliamo portare nelle nostre canzoni, nella nostra musica, a volte in modo serio, a volte in modo più goliardico (come in un prossimo pezzo su cui stiamo lavorando), a volte raccontando storie...sempre vivendo alla grande le sfide della vita".

Siete ragazzi giovani e quindi è inevitabile parlare del futuro. Come si vedono i Barra Dritta....domani?

"Bella domanda...sicuramente dal punto di vista "personale" ci vediamo in movimento, col desiderio di costruire qualcosa di bello, stare insieme nella realtà quotidiana, vivere la vita, gioie e dolori, con lietezza e col sorriso sulle labbra (e magari una birretta tra le mani)...dal punto di vista "musicale"...sappiamo di essere "neonati" del genere, e quindi desiderosi di migliorare, sperimentare e imparare sempre di più, anche collaborando con chi è più avanti di noi...per il resto abbiamo per ora un solo desiderio, nel nostro piccolo: incontrare la gente, parlare al cuore della gente, parlare a chiunque ascoltando la nostra musica venga scosso, venga smosso, venga "spostato" in qualche modo e si voglia mettere in gioco!!! Abbiamo il desiderio che più gente possibile ascolti quel che abbiamo da dire!!! Poi si vedrà...anche una sola persona che ti scrive "ho avuto i brividi ascoltando la vostra canzone e mi ha aiutato in questa o quella situazione o mi sono posto questa o quella domanda" vale tutto lo sforzo e l'impegno messo!!!"

Ultima fatica: fatevi una domanda e scrivetevi la risposta!

Lambio: “allora raga, cosa porteremmo su un’ isola deserta se potessimo scegliere una sola cosa? Io porto il primo disco dei Guns N’ Roses…magari in formato digitale cosi occupa meno spazio!”
Dani: “io porto il cavetto aux…”
Rik: “e allora io porto la Ford Fiesta cosi possiamo ascoltarcelo in macchina!...ma spazio per portare una Tennent’s rimane??!?”


Ringraziamo i Barra Dritta e li aspettiamo al prossimo appuntamento per poterli ascoltare dal vivo!!



Per chi volesse seguire i Barra Dritta, ecco i loro riferimenti sul web:

https://www.youtube.com/channel/UC4i_JMjKHDn8p5JVvVNLncQ

www.facebook.com/barradritta

https://twitter.com/BDritta


martedì 27 gennaio 2015

A tu per tu con: Paolo Pasubio




Conosciamo oggi il giovane commissario Paolo Pasubio, protagonista del romanzo Il destino qualche volta ha ragione di Lorenzo Roberto Quaglia.

L’appuntamento è per un freddo sabato pomeriggio di gennaio nel suo ufficio in Piazza San Sepolcro a Milano. All’ingresso chiedo di lui e l’agente Esposito, dopo avermi domandato chi fossi, mi accompagna davanti alla sua porta, che è parzialmente aperta, e mi lascia solo. Provo a bussare.

- E’ permesso?

- Avanti!

Entro lentamente e lo vedo seduto alla scrivania che mi dà le spalle. Di colpo si gira e mi accorgo che ha un libro in mano.

- Salve commissario io sono…

- Lo so chi è lei, e poi avevamo un appuntamento… per l’intervista, giusto?

- Si infatti sono qui per questo, possiamo incominciare?

- Prego.

- Allora iniziamo dal libro che ha in mano: che cosa legge, commissario Pasubio?

- E’ un’avventura di Corto Maltese, un fumetto.

- Che cosa l’affascina di Corto Maltese?

- Il senso di libertà, di infinito, il viaggiare per il mondo, sì in fondo la libertà…

- Non si sente libero?

- Beh, essere un commissario di Pubblica Sicurezza a Milano…c’è di meglio in fatto di libertà

- Visto che siamo entrati subito nel merito: che commissario ritiene di essere?

- Ma guardi che non ho ancora 40 anni, mi sento un po’ come il nostro premier Renzi, un commissario giovane ed in divenire. Ascolto tutti, ma alla fine decido io il da farsi…E poi di casi importanti ne ho risolti ancora pochi, sono un commissario in fase di crescita…ma con l’aiuto dei lettori…crescerò.

- Beh ma avrà in testa un’idea di quale commissario vuole diventare?

- Certo! Un’ idea tutta mia ce l’ho.

- E sarebbe?

- Mi piacerebbe diventare un po’ Maigret e un po’ Montalbano… 

- Addirittura… modesto…

- Visto che me lo ha chiesto, perché porre limiti alla fantasia…

- Cambiamo argomento, come le sembra la prima storia che la vede protagonista? Le è piaciuta?

- Se posso esprimere un parere, personale s’intende, a me sì. C’è azione, suspense, mistero e tutto quello che fa giallo un giallo, però…

- Però?

- Con Elena, beh sì insomma, avrei potuto…

- Dica, dica…

- Non mi sento poi così timido, lei come mi vede?

- La conosco ancora troppo poco per rispondere, vedremo con il passare degli anni…

- Anni?

- Va bene, facciamo mesi…

- D’accordo. Come vuole lei. C’è altro? Perché dovrei…

Alle mie spalle sento entrare una persona. Pasubio si alza e diventa leggermente rosso in volto. Mi alzo anch’io e mi giro, ma faccio solo in tempo a vedere quello che mi sembra un nastro rosa scomparire dietro lo stipite della porta.

- Ora devo lasciarla, mi spiace. Se vuole possiamo continuare un’altra volta.

- Va bene, la ringrazio.

- Ah solo una cosa, mi sono dimenticato il suo nome…

- Si certo, mi chiamo Lorenzo Roberto Quaglia.



Il destino qualche volta ha ragione, di Lorenzo Roberto Quaglia, Ed. ilmiolibro.it , 2015

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1094173

venerdì 3 ottobre 2014

A tu per tu con: Alberto Bonfanti


Incontriamo oggi il Prof. Alberto Bonfanti, docente di Storia e Filosofia alle scuole superiori e Presidente dell’Associazione Portofranco Milano onlus, un centro di aiuto allo studio rivolto agli studenti delle scuole medie superiori che offre assistenza didattica gratuita nello svolgimento dei compiti, nel recupero dei debiti formativi e delle conoscenze disciplinari.

D.: Ci racconti cos’è Portofranco e come nasce questa realtà?
R.: Portofranco è un luogo dove alcuni volontari (adulti e studenti universitari) aiutano i ragazzi più giovani a studiare.
Nasce dall’idea di un grande educatore, Don Giorgio Pontiggia, una vita passata in mezzo ai ragazzi, a scuola e all’oratorio, che a sua volta è partito dalla necessità di soddisfare la domanda di significato, di senso di compagnia dei ragazzi di fronte alla vita. Per rispondere a questo bisogno, Don Giorgio è partito dalla vita quotidiana dei ragazzi e dai loro bisogni. Un bisogno che hanno tutti i ragazzi che frequentano la scuola è quello di fare i compiti e di essere aiutati in quelle materie più “impegnative”, mi viene in mente la matematica per capirci. Così è iniziata l'avventura di Portofranco Milano nel novembre 2000. Da quel momento un crescendo di iscrizioni. Ora abbiamo ogni giorno oltre 100 ragazzi che vengono aiutati singolarmente nelle più diverse materie da una cinquantina di volontari (40 universitari e 10 adulti) al giorno... Facendo un calcolo sono passati da Portofranco dal 2000 ad oggi oltre 20.000 ragazzi per oltre 8000 volontari per circa 100.000 ore di ripetizioni.
Prof. Alberto Bonfanti

D.: Il bisogno educativo è uno dei grandi bisogni che la nostra società mostra drammaticamente di avere, a tutti i livelli, quello degli educatori e quello degli educati. Come educatore cosa si può fare per rispondere a questo bisogno oggi nella scuola italiana? 
R.: Oggi a scuola, come nella vita i giovani sfuggono il rapporto con la realtà. Proprio questo sembra il problema. I ragazzi hanno paura della realtà e questo si documenta nel disimpegno, nel terrore della fatica, nella paura del futuro, nel non poter concepire qualcosa che non riescono ad immaginare. Magari hanno interessi, ma hanno paura di qualcosa d'altro, della realtà. 
Portofranco da questo punto di vista è una grande provocazione per me, sia come insegnante che come Responsabile, perché in qualche modo mi richiama al mio stesso bisogno di significato. Può succedere che i ragazzi di oggi lo nascondano con un apparente disinteresse, o con la difficoltà a prendere sul serio la realtà e l’impegno con essa, ma al fondo hanno lo stesso bisogno di verità, di senso e di gusto che ho anch’io. Il compito di noi educatori consiste proprio in questo: trasmettere ai ragazzi il desiderio di verità, di bellezza che alberga in noi. Perché senza significato la realtà perde il suo interesse!

D.: Uno dei più grandi educatori contemporanei, Luigi Giussani, ha scritto nel Rischio Educativo: "Educare vuol dire sviluppare la coscienza, cioè il sentimento di sé come responsabilità verso qualcosa di più grande di sé". In base alla tua esperienza di insegnante di Liceo, cosa chiedono i giovani di oggi ai propri insegnanti?
R.: Sulle scale di Portofranco, salendo abbiamo scritto questa frase di Plutarco: "I ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere". I ragazzi desiderano essere introdotti alla realtà, ma da soli non ce la fanno. Il significato non è qualcosa di astratto ma una presenza affettiva, una presenza amorevole alla loro vita, alla nostra vita! Quid est veritas? Vir qui adest!
Ecco, io penso che la grande forza di questo mare di gratuità che è Portofranco sia questa: il gesto di gratuità che ciascuno dei ragazzi ha ricevuto lo ha introdotto alla positività dell'essere, gli ha fatto percepire che la realtà non è qualcosa di noioso, di lontano. Introduzione alla realtà: questo è Portofranco. E quando dico Portofranco penso ai volontari che hanno aiutato i ragazzi ad introdursi alla realtà attraverso una presenza amorosa, a non fuggirla cercando in devianze più o meno gravi quella realizzazione che la frustrazione scolastica impediva loro. Si perché per i ragazzi è un'ingiustizia, è una frustrazione andare male a scuola tanto che devono compensarla primeggiando in qualcosa d'altro. L'insuccesso scolastico è la prima sconfitta, è una delle prime circostanze dopo gli affetti familiari e personali in cui possono percepire la negatività, l'ottusità del reale o la sua positività. Per questo è stato così geniale partire dall'affronto del loro bisogno, del primo loro approcciarsi al reale. Infatti Il problema non è la scuola, ma la realtà.

D.: Cosa ti ha insegnato in questi anni l'esperienza di Portofranco e cosa ti aspetti per il futuro della scuola in Italia?
R.: Moltissimo. La sfida educativa è entrare in rapporto con l’altra persona, incontrarla e accoglierla per quello che è, ma senza rinnegare le proprie origini. Per esempio Portofranco è diventato un luogo ecumenico senza nessuna progettualità di volerlo diventare! Quando abbiamo iniziato non pensavamo questo.Ma già dal terzo anno sono aumentati gli stranieri che ora rappresentano più del 30% degli iscritti provenienti da oltre 30 Paesi, i più numerosi da Egitto, Marocco, Ecuador, Filippine e Perù e tra l'altro gli stranieri sono i frequentanti più assidui, quelli che, spesso per condizioni familiari particolari, vivono Portofranco come una loro seconda casa. Questo fatto mi ha insegnato molto. Si incontra l'altro non rinnegando la propria identità, il proprio volto ma in forza di essa e l'identità cattolica proprio in quanto cattolica è universale e quando è vissuta come esperienza di pienezza dell'umano e quindi apertura all'umano, è in grado di abbracciare e incontrare chiunque! Noi non nascondiamo la nostra identità, organizziamo feste di Natale e Pasqua a cui partecipano ragazzi atei o di altre religioni...
Partendo da un approccio non ideologico, ma dalla persona, attraverso il suo bisogno si può incontrare chiunque perché il cuore dell'uomo desidera la stessa cosa!! Questo l'ho proprio visto a Portofranco. Si diventa amici tra egiziani musulmani ed egiziani copti, ci si rispetta tra marocchini e latinos.. Non ci mai stato un episodio di intolleranza.Il dialogo che tra culture diverse appare così difficile, risulta possibile tra persone perché il cuore dell'uomo desidera la stessa cosa, la felicità.
Tra l'altro Portofranco non è diventato solo un luogo di integrazione tra gruppi etnici e religiosi diversi ma anche tra persone di estrazioni culturali diverse ( tra i nostri volontari adulti diversi non sono cristiani ma sposano il nostro progetto educativo) ma anche un luogo di convivenza multi generazionale (convivono 4 generazioni). Quando passando per le aule vedo lo sguardo tra un volontario di 80 anni ed un ragazzino di 16 mi chiedo: ma dove esistono i conflitti generazionali?

Per concludere penso che partendo da esperienze come quella di Portofranco si possa ripensare anche al modo di come immaginare la scuola del futuro. E’ un lavoro sfidante, ma la vera riforma della scuola deve partire da esperienze come queste o sarà solo una riforma giuridica e amministrativa, non educativa. 

Un ultimo pensiero: per tanti Portofranco è stata una casa, una famiglia e ora ha bisogno di aiuto perché i contributi pubblici coprono solo il 10% delle spese che superano € 300.000. Portofranco lancia una campagna: acquistare un’azione simbolica della Onlus chiedendo a chi ci conosce e a chi desidera, di essere parte del patrimonio dell’associazione. Vogliamo che Portofranco rimanga gratuito per i ragazzi.

Grazie Alberto.


per info: direzione@portofranco.org  / www.portofranco.org