Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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martedì 18 febbraio 2020

Referendum costituzionale del 29 marzo 2020


La Camera dei Deputati


Incomincia a far rumore l’imbarazzante silenzio di quasi tutte le forze politiche e degli organi di stampa in merito alla data del 29 marzo 2020.

In quella giornata, probabilmente ancora pochi italiani lo sanno, si svolgerà un referendum costituzionale per approvare o respingere la legge di revisione costituzionale dal titolo "Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari".

Questo il quesito referendario: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari", approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana - Serie generale - n° 240 del 12 ottobre 2019?»

Di cosa stiamo parlando? In parole semplici: il testo approvato in via definitiva dalla Camera l'8 ottobre 2019 prevede la diminuzione del 36,5% dei componenti di entrambi i rami del Parlamento: da 630 a 400 seggi alla Camera, da 315 a 200 seggi elettivi al Senato.

Perché la modifica del numero dei parlamentari non è entrata subito in vigore? Perché essendo una legge di modifica della Costituzione, deve essere approvata con delle maggioranze qualificate per due volte da entrambi i rami del Parlamento. Una delle due votazioni al Senato (il giorno 11 luglio 2019 – in carica il primo Governo Conte) non ha avuto la maggioranza richiesta (non hanno votato a favore i senatori del Partito Democratico e di Liberi e Uguali e non ha partecipato al voto Forza Italia). Questo mancato raggiungimento del quorum ha impedito che il provvedimento venisse direttamente promulgato e ha lasciato la possibilità di richiedere un referendum confermativo entro i successivi tre mesi da parte di un quinto dei membri di uno dei due rami del Parlamento, di cinquecentomila elettori o di cinque consigli regionali. Tale facoltà è stata esercitata da 71 senatori che hanno depositato la richiesta di referendum presso la Corte suprema di Cassazione il 10 gennaio 2020.

Ecco il motivo tecnico, ma insieme politico, per cui il 29 marzo siamo chiamati alle urne. Ma la domanda più interessante viene ora: perché non si parla di questo referendum? La riduzione dei costi della politica e del numero dei parlamentari è sempre stato un cavallo di battaglia dei Cinque Stelle, ma al momento non sembrano molto interessati a spiegare le ragioni per chiedere di votare Sì al quesito referendario. Certo la legge che riduce il numero dei parlamentari è stata approvata da una maggioranza diversa da quella attuale, ma appare strano come la Lega che pure ha votato a favore della riduzione ora non dica nulla. Anche il PD è di solito sensibile alla tematica di riduzione dei costi della politica, almeno a parole, ma nei fatti in questo caso sta tacendo l’appuntamento referendario.

A questo punto viene un sospetto: non sarà per caso che i nostri parlamentari, a qualsiasi forza politica appartengano, abbiano il timore che se venissero ridotti i posti nei due rami del Parlamento, a perdere lo scranno potrebbe essere qualcuno di loro (e sicuramente lo sarebbe) e quindi hanno inconsciamente deciso per una sorte di auto tutela del proprio posto di lavoro?

Dalle intenzioni di voto che al momento appaiono sui siti web dei principali partiti, risulterebbero a favore del Sì il M5S, la Lega e Fratelli d’Italia, contrari +Europa, il PSI, Maie e Europa Verde, mentre lasciano libertà di voto il PD, Forza Italia, Italia Viva, Sinistra Italiana, Unione di Centro e altri minori.

Di fatto, anche questa volta, il rischio è che il tentativo di arrivare ad una riforma della Costituzione che preveda una riduzione del numero dei parlamentari fallisca.

Personalmente votai a favore della riforma costituzionale, sicuramente più completa di questa, proposta dall’allora Premier Renzi, ma sappiamo tutti come finì quel tentativo. In questo caso, la riforma riguarda solo la riduzione del numero dei parlamentari, senza mettere mani alla modifica delle competenze e delle funzioni delle due camere, come invece era previsto nella riforma Renzi.

Ora, a mio parere non è una riduzione del 36% dei parlamentari italiani che può portare ad un risparmio consistente di costi e soprattutto può modificare lo zero virgola di crescita economica che ogni anno l’Italia raggiunge.

Invece una riduzione del numero dei parlamentari, senza una contestuale riforma della legge elettorale che tenga conto di questo importante fattore (meno rappresentanti significa banalmente che ogni territorio avrà a disposizione meno voci per farsi ascoltare e questo potrebbe pregiudicare le Regioni meno ricche) e senza una modifica delle attribuzioni e delle competenze dei due rami del parlamento, potrebbe avere anche dei risvolti negativi.

Infatti, meno parlamentari significa sicuramente attribuire più potere politico a quelli eletti ma anche permettere ai segretari di partito di governare meglio le proprie “truppe”, arrivando ad avere in sostanza un Parlamento più facilmente controllabile da soggetti che risiedono fuori dalle Camere.

Per essere rieletto, visto la minor disponibilità di posti, un parlamentare potrebbe essere tentato di osservare in maniera acritica le indicazioni del proprio partito, limitandosi insomma ad essere un grigio ragioniere della politica, mentre personalmente preferisco avere rappresentanti del mio Paese che siano degli spiriti liberi, che in determinate circostanze, non curandosi della versione del partito, possano votare secondo coscienza e in base a quello che suggerisce il proprio cuore e non la logica di mantenimento del proprio scranno. Quindi, o si modificano anche le competenze e le funzioni dei due rami del Parlamento, e allora si può anche modificare il numero dei componenti, oppure perché andare a ridurre il numero di rappresentanti previsto dai Costituenti?

Non dobbiamo farci ingannare dalla propaganda, ma badare alla sostanza e credo che in questa legge, che prevede una mera riduzione del numero dei parlamentari, la sostanza non ci sia proprio. E allora forse è meglio andare a votare e votare NO. In questo caso, infatti, un quorum minimo di votanti non è previsto, non essendo un referendum abrogativo.


          

mercoledì 4 settembre 2019

Nasce il secondo Governo Conte

I ministri del secondo Governo Conte

Il secondo governo Conte si appresta a giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, ponendo fine alla crisi politica estiva iniziata ai primi di agosto con la minaccia del leader della Lega, Salvini, di sfiduciare lo stesso Conte, alla guida del suo primo governo.

Cosa sia successo e come sia terminata la vicenda è ormai cosa nota.

Nel mio post del  9 agosto  mi auguravo per il nostro Paese quello che poi è accaduto e cioè che le forze politiche responsabili trovassero il coraggio per dare vita ad un nuovo Esecutivo, evitando il ricorso alle elezioni anticipate che ci avrebbero portato inevitabilmente verso una crisi economico – finanziaria dagli esiti molto incerti.

Sarebbe stato impensabile infatti, in caso di nuove elezioni, evitare l’esercizio provvisorio della spesa pubblica dello Stato perché il nuovo governo, che sarebbe stato votato dal neoeletto parlamento, non avrebbe avuto i tempi tecnici minimi per confezionare la legge finanziaria del 2020.

Questo esercizio provvisorio avrebbe avuto come conseguenza principale l’aumento delle aliquote IVA (già previste in casi simili) che avrebbero comportato la totale asfissia del mercato interno. Considerando che le esportazioni nel corso del 2019 sono al palo (causa la frenata della Germania, nostro principale mercato di sbocco europeo) lo scenario per il nostro sistema economico sarebbe stato quasi apocalittico.

Questa visione, assolutamente realistica e non frutto di fake news, è lo sfondo davanti al quale i leader politici nel mese di agosto si sono mossi ed hanno commentato la situazione politica, via via che evolveva. Proviamo a fare un breve sunto di quello cui abbiamo assistito.

Il leader della Lega con le sue molte dichiarazioni (che ritengo frutto della sua assoluta libertà di pensiero e d’azione e non suggerite da poteri forti) a cui hanno fatto seguito per la verità poche azioni (che i più si aspettavano per coerenza, come per esempio le mancate dimissioni da vicepremier) ha dato il via alla crisi sperando in una rapida soluzione con lo scioglimento del parlamento e la chiamata del popolo a nuove elezioni. 

Non appena la Lega ha staccato la spina al Governo, subito gli pseudo alleati Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono accodati nel chiedere le elezioni anticipate. Dei rischi che l’Italia avrebbe corso andando a votare, nessun cenno. Nessun esponente nazionale dei due partiti, persone che fanno politica da decenni, ha informato gli italiani sugli effetti collaterali cui avrebbero potuto essere sottoposti in caso di votazioni in autunno.

I Cinque Stelle hanno reagito allo spin off di Salvini da par loro, incerti sul da farsi: ricorrere alla base, sentire Rousseau, andare a votare, provare a sentire il PD…

E arriviamo al PD. La segreteria con Zingaretti ha esordito su posizioni identiche a Forza Italia e Fratelli d’Italia: alle urne, alle urne!

A questo punto della crisi, credo che gli italiani che ancora provano a ragionare e vogliono capire la politica (e i politici) abbiano rischiato l’infarto. Possibile che il nostro Paese sia in mano a uomini così irresponsabili?

Per fortuna sulla strada questi italiani hanno trovato due statisti: Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica e Matteo Renzi, ex Premier e Senatore della Repubblica.

Il primo ha costretto le forze politiche che siedono in Parlamento, eletto con votazioni politiche a marzo 2018, a verificare se fosse possibile trovare una maggioranza capace di generare un nuovo esecutivo. Il secondo ha fatto sentire la sua voce di leader del PD ed ha detto chiaramente che sarebbe folle andare a votare di nuovo rischiando di portare il Paese verso il caos.

Fortunatamente (per miracolo?) ora dopo ora, giorno dopo giorno, le posizioni che erano minoranza nel Paese sono diventate maggioranza e un plauso particolare bisogna riconoscere al M5S che è riuscito a compattare le diverse anime interne che avevano posizioni differenti sulla soluzione della crisi.

Domani il secondo Governo Conte giurerà nelle mani del Presidente della Repubblica.

Personalmente sono contento, perché sono convinto che in questo momento storico per l’Italia sia meglio avere un governo con i pieni poteri che non averlo. Del resto, coloro che gridano allo scandalo dimenticano che neanche il precedente governo giallo verde era stato scelto dagli italiani, ma votato dai parlamentari eletti. Infatti, la Lega e il M5S si erano presentati alle elezioni su fronti opposti, così come il PD rispetto al M5S.

Inoltre, molti dimenticano che la nostra è una Repubblica parlamentare. Gli italiani eleggono il Parlamento che a sua volta è “costretto” a trovare i numeri per formare il Governo. Le alleanze che i partiti sbandierano prima delle elezioni, non sono assolutamente vincolanti e infatti storicamente si sono frantumate di fronte all’arida regola della matematica: i Governi si formano contando i voti in Parlamento. Questo capita in Italia, come in tutti i Paesi con regole democratiche simili alle nostre. Pertanto, il secondo Governo Conte è assolutamente legittimo, dal punto di vista democratico, così come lo è stato il primo.

Quanto durerà il secondo governo Conte nessuno al momento lo può sapere.  Da parte nostra ci auguriamo che ponga mano con decisione al principale problema tuttora irrisolto: la stagnazione economica che affligge il nostro Paese. Senza una ripartenza della nostra economia, ogni altra azione di Governo, in qualsiasi settore intervenga, sarebbe vana.

Un pensiero lo dedichiamo alle persone che andranno a ricoprire incarichi importanti e di responsabilità nel nuovo governo: ci auguriamo che abbiano a cuore per prima cosa il bene comune del Paese e dopo il bene particolare del gruppo o corrente o partito politico cui appartengono. Così facendo questo Governo potrà aspirare a durare sino al termine della Legislatura e sono sicuro che gli italiani, persone attente e generose, se ne ricorderanno andando a votare per il Parlamento successivo.

Un ultimo dubbio mi rimane in questi giorni di fine estate. Non si capisce francamente per quale motivo il leader della Lega abbia voluto staccare la spina ad un Governo dove ricopriva la carica di vicepremier e Ministro dell’Interno, senza valutare fino in fondo le conseguenze del suo gesto. Oppure sono state valutate, ma a questo punto lo scenario che ha in mente Salvini è troppo oscuro per comprenderne le ragioni e mi astengo da ulteriori commenti.





venerdì 9 agosto 2019

Le tre emme



Ammettiamolo: per prevedere la crisi politica che in queste ore si sta formalizzando in Parlamento non c'era bisogno di scomodare Nostradamus. Anche il più inguaribile degli ottimisti non poteva credere che un governo, con due vice premier che hanno dimostrato di avere posizioni opposte riguardo a quasi tutti i temi principali dell'agenda di governo e un premier senza un partito alle spalle a sostenerlo, potesse durare a lungo, men che meno un'intera legislatura.


Le conseguenze di questo ennesimo insuccesso di un governo della Repubblica purtroppo le pagheremo ancora una volta tutti noi.

Per prima cosa, proprio nelle settimane a venire a Bruxelles si getteranno le basi per il prossimo governo dell'Europa e l'Italia arriverà all'appuntamento ancora più indebolita dalla crisi politica di quanto già non lo fosse per quella economica, da cui non riesce a trovare una via d'uscita. Il rischio che corre il nostro Paese è quello di venire emarginato per i prossimi cinque anni in Europa.

Di più, lo scontro politico che ci attende rischia di non portare ad un risultato soddisfacente sul piano della governabilità, con molte incognite sul futuro del Paese. Se infatti la leadership di Matteo (Salvini) sembra indiscussa sul fronte destro dello schieramento, al centro e a sinistra le cose appaiono molto più nebulose.

Forza Italia sembrerebbe definitivamente uscire di scena, ma non è ancora chiaro quale soggetto potrebbe occupare lo spazio una volta controllato da Berlusconi che appare arroccato con i suoi fedelissimi a difesa di un'idea d'Italia che non esiste più.

La prateria lasciata libera al centro dello schieramento politico potrebbe essere occupata da un altro Matteo (Renzi), il quale però deve decidere una volta per tutte se vuole giocare la partita dall'interno del suo partito (provocando molto probabilmente una rottura insanabile con una parte di esso) oppure dare vita ad un proprio soggetto politico, autonomo dal PD, con mire aggreganti nei confronti del variegato mondo centrista.

Infine arriviamo ai 5S che oggettivamente escono abbastanza malconci dalla loro prima esperienza governativa. Avrà giocato l'inesperienza, oppure l'incapacità di alcuni personaggi chiave, oppure altri fattori, fatto sta che ancora una volta si è visto come l'essere all'opposizione sia relativamente semplice e porti consensi, ma quando si diventa forza di governo si sperimenta che non è sempre facile ottenere risultati e raggiungere gli obiettivi dichiarati quando si stava dall'altra parte della barricata (vedi TAV).

A questo punto cosa attenderci?


In autunno ci sarà da approvare una finanziaria che non si preannuncia per nulla semplice. La speranza è di arrivare all'appuntamento con un governo in carica e nel pieno delle proprie funzioni, sostenuto da un'ampia maggioranza in Parlamento.

Diversamente sarà difficile sfuggire al più volte minacciato, ma sempre negato dall'attuale governo, aumento dell'IVA i cui effetti devastanti per la già debole economia italiana potrebbero aprire la strada ad un governo di garanzia guidato da un premier che goda di assoluta fiducia a livello europeo: Mario Draghi.

L'Italia in queste ore si sta giocando una fetta molto ampia di quello che potrebbe essere il suo benessere futuro: ci auguriamo che tutti i leader politici pongano molta attenzione alle scelte che stanno per compiere, pensando al bene del Paese prima che alle loro ambizioni personali, perché tornare indietro è, come per qualsiasi scelta di vita, impossibile.


mercoledì 24 aprile 2019

25 aprile 1945

Corriere della Sera del 26 aprile 1945
Rileggendo i post più recenti pubblicati sul blog, mi sono reso conto che l’ultimo che tratta un argomento politico l'ho scritto quasi un anno fa. Si riferisce al giuramento de il governo giallo-verde in carica ancora oggi.

Dal 2 giugno 2018 non ho più pubblicato un post con un tema politico. Nonostante ogni giorno legga i giornali, ascolti i TG e commenti gli avvenimenti politici con i colleghi, qualcosa mi impedisce di appassionarmi a questo governo come ai precedenti.

Riguardando quell’ultimo post, la mente è tornata a quei giorni di inizio estate del 2018 e alle aspettative, molto alte, nei confronti dei due partiti che avevano stretto l’alleanza per governare il Paese.

Dopo quasi un anno cosa è stato realizzato? 


Qualcosa di quanto dichiarato nel patto di governo sicuramente è stato fatto: la legittima difesa, la quota cento, il reddito di cittadinanza, il giro di vite allo sbarco dei migranti. Da un certo punto di vista, provvedimenti epocali e considerati “impraticabili” da coloro che hanno preceduto l’attuale esecutivo.

Ma a quale prezzo sono stati attuati tali provvedimenti? 


Vale a dire: l’Italia oggi è un Paese migliore di dieci mesi fa? Si vive meglio? Si ha più voglia di investire pensando al futuro? La povertà è diminuita? Perché se il cambiamento promesso dal governo non porta a questo, allora non è vero cambiamento, ma solo propaganda.

Tra poco più di un mese si presenterà un’importante scadenza elettorale: l’elezione del Parlamento europeo , unica istituzione comunitaria espressa direttamente dai cittadini e per questo dal valore altamente simbolico.

I due partiti di governo si schiereranno su fronti opposti e faranno campagna elettorale divisi. Uniti per governare l’Italia, divisi per governare l’Europa, come del resto lo sono per governare le regioni d’Italia.

Come può questa dicotomia non saltare all’occhio? Come è possibile essere alleati sulla politica interna del Bel Paese e non esserlo nell’amministrazione di una regione o di un comune?

L’impressione è che in questi mesi i due partiti abbiano pensato alla realizzazione del patto di governo, sostenendo a turno il provvedimento proposto dall’altro partito, turandosi il naso e arrampicandosi sui vetri per farlo digerire al proprio elettorato recalcitrante. Fino a quando questo stato di cose potrà durare? E che Paese troveremo al termine di questo percorso politico?

Certo, ormai tutti abbiamo consapevolezza di vivere in una società liquida, per dirla con le parole di Zygmunt Bauman, ma credo che per governare una nazione i partiti politici debbano avere delle pur minime convergenze ideologiche riguardo le tematiche oggetto del patto di governo, unità d’intenti che non ho riscontrato in questo esecutivo.

Ho riscontrato invece in entrambe le classi dirigenti e i massimi esponenti politici dei due partiti una ricerca spasmodica del consenso al proprio operato tramite l'utilizzo dei social. Questo ricercare a tutti i costi una legittimazione popolare, tuttavia, non è mai esente da rischi, presuppone un’educazione civica per nulla scontata nei frequentatori dei social e soprattutto non è garantito che il popolo sappia scegliere sempre per il meglio e il bene comune.

Ne è un esempio recente il caso della Brexit e ne è prova la storia di un uomo di duemila anni fa che, senza colpe, fu portato davanti all’autorità costituita per essere giudicato e venne assolto. Fu invece condannato a gran voce da quel popolo che lo aveva visto nascere e che alla fine ottenne dalla medesima autorità quello che desiderava: la sua crocifissione.

Vi fu errore popolare più grande di questo nella storia?


Ci apprestiamo a vivere la giornata del 25 aprile: riflettiamo su quello che accadde in quei giorni del 1945 e riscopriamo i valori che hanno permesso alla nostra nazione, uscita a pezzi dall’esperienza della Seconda Guerra mondiale, di intraprendere il cammino virtuoso che ci ha condotto sin qui.


sabato 2 giugno 2018

Il Governo Giallo Verde



In tempo per la festa della Repubblica che si celebra oggi (Istituzione ancora sommamente amata), ieri è nato il nuovo Governo. Che fortuna, anche per i cittadini della succitata Repubblica (che poi siamo noi italiani): vedere una sedia vuota di fianco al Presidente, durante la sfilata delle Forze Armate, avrebbe destato una sensazione ulteriore di precarietà e di tristezza e poi, ammettiamolo, la foto ricordo che comparirà domani nelle edizioni online di tutti i siti internazionali avrebbe dovuto essere ritoccata...

Dopo tre mesi in cui ci siamo fatti una cultura sugli abbinamenti cromatici dei possibili governi, è nato quello Giallo Verde. Bene, anche perché la solo idea di andare a votare a fine luglio (come per un breve lasso di tempo la vox populi aveva ventilato) stava provocando profonde crisi familiari tra il coniuge (di solito di sesso femminile) che era per il mare sempre e comunque e l’altro che era più disponibile ad un ritorno in città per una scappatella elettorale…

Lo sappiamo tutti: sarà il Governo della svolta, del cambiamento, il Governo del popolo al potere: e infatti è farcito di Ministri altamente sconosciuti ai più, e per questo sicuramente amati dal popolo. Infatti, è noto che i politici conosciuti dal popolo sono tutti, per ovvie ragioni, da questo, maledettamente odiati.

Sarà il Governo che metterà fine all’immigrazione clandestina, che creerà milioni di posti di lavoro, che abbatterà gli scaglioni fiscali, che farà andare in pensione prima gli italiani e che contratterà (e otterrà) un diverso modo di intendere l’Unione europea. Che questo programma si realizzi, è pacifico, ce lo auguriamo tutti, del resto scorrendo il nome delle persone scelte (da chi?) per ricoprire i ruoli di Ministri, non abbiamo dubbi…

Quindi c’è solo una cosa da fare: mettersi a tifare per il Governo Giallo Verde, i cui colori ricordano in effetti la maglia del Brasile (Squadra Vincente, almeno nel Calcio, non si cambia) e magari tra cinque anni ritroveremo la nostra amata Italia in testa alle HIT internazionali come uno dei Paesi più virtuosi...

E allora: Forza ragazzi, Forza Italia… ops, questo incitamento è passato di moda… forza Governo del Grande Cocomero! Conduci il tuo popolo alla vittoria finale! (ecco sì, così va meglio).



giovedì 3 maggio 2018

I vasi comunicanti





Sono passati due mesi dalle votazioni politiche e le possibilità che l'Italia abbia a breve un nuovo Governo sono ancora molto lontane.

In queste settimane abbiamo assistito ad un prevedibile balletto di incontri tra pseudo leader dei rispettivi partiti e coalizioni, tutti segnati da veti incrociati che non hanno permesso di arrivare ad una sintesi operativa: in altre parole non vi sono all'orizzonte accordi che lascino intravedere una soluzione allo stallo in atto.

Prevedibile perché l'esito delle votazioni era stato ampiamente anticipato da tutti i sondaggisti e i commentatori politici e si è effettivamente realizzato, senza considerare che nell'Italia di oggi, tripolare, una legge elettorale come quella licenziata dal precedente Parlamento non poteva assicurare una maggioranza tale da consentire la nascita di un Governo.

E infatti, nessuna forza politica, presentatasi in coalizione o singolarmente, ha potuto dichiararsi pienamente vincitrice della tornata elettorale, tanto che, alle Camere, nessuno ha una maggioranza consolidata per formare un nuovo Governo.

Ma anche questa inefficienza congenita della legge elettorale era ben nota a tutti i partiti prima del 4 marzo.

Preso atto di ciò, e tenuto conto delle distanze abissali presenti tra le diverse forze politiche, non si capisce come si possa ancora credere nella nascita di un Governo politico, destinato a durare un'intera Legislatura.

L’Italia, in questo, non è come la Germania. In quel Paese, i due principali partiti, i Cristiano Democratici (divisi tra CDU con 200 deputati eletti e CSU con 46 eletti) e i Socialdemocratici (con 153 deputati), con visioni del futuro per certi versi diametralmente opposte, sono riusciti dopo sei mesi di estenuanti trattative a trovare una sintesi in nome del Bene Comune e a formare un nuovo Governo con una maggioranza stabile in Parlamento.

Giusto? Sbagliato?

Ognuno può avere la propria opinione. La mia è che un Governo che nasce in questo modo merita il massimo rispetto per i leader e la classe dirigente di quei partiti che hanno rinunciato ad un pezzo del proprio programma elettorale, anche a costo di scontentare una parte dell'elettorato, per dar vita ad un programma più ampio, con lo scopo finale di far crescere comunque il proprio Paese.

Sarebbe possibile fare la stessa cosa in Italia? Certo che sarebbe possibile, se ci fossero anche nel nostro Paese le condizioni minime per attuarlo: dei veri leader politici e una vera classe dirigente… ma purtroppo entrambe le categorie non frequentano più il nostro Paese da lungo tempo… E quando si intravede una personalità che potrebbe spiccare al di sopra della mediocrità che abita la nostra politica, ecco che per il principio dei vasi comunicanti, tutti gli altri pseudo protagonisti la combattono e cercano di riportarla giù, verso il basso, verso quella “media” quella “via di mezzo” che colora di grigio le loro giornate, corrose dall'invidia e dalla ricerca continua di qualche rendita per sé e per il proprio gruppuscolo di fedelissimi.

Sarebbe questa la classe politica che dovrebbe trovare la quadra e dare un nuovo Governo al Paese?

È impensabile che in poche settimane, in Italia, si possano creare convergenze su programmi partendo da visioni sul futuro diametralmente opposte, senza considerare le acredini personali sviluppatesi negli ultimi anni tra i diversi Capi popolo.

La soluzione allora è quella di riunire attorno ad un esecutivo di scopo i principali partiti, formare un governo destinato a modificare la legge elettorale nel senso che fornisca una maggioranza certa già la sera delle elezioni, e quindi tornare immediatamente al voto. Inutile perdere altro tempo.

Poi, però, per i problemi del nostro Paese non diamo la colpa alla Germania…

domenica 4 febbraio 2018

Perché votare? Per chi votare?



“Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello”. (discorso di Papa Francesco a Cesena)

Tante persone, tanti amici mi chiedono in questi giorni per chi voterò alle prossime elezioni politiche.
Nei loro occhi vedo un sincero smarrimento, come nei miei del resto è presente forse per la prima volta un senso di timore di non sapere alla fine scegliere per il meglio a quale forza politica offrire ancora una volta la possibilità di rappresentarmi senza riceverne in cambio solo e soltanto delusione.

Lo scenario che ci circonda è certamente di basso, bassissimo livello. Ormai da decenni sembra che alla politica si dedichino soltanto persone che non riescono a realizzarsi in un campo professionale e che quindi scelgono la politica come professione, senza essere mossi da particolari ideali.
Viceversa, chi possiede forti passioni e sensibilità d’animo, non si sente attratto da un mondo finito in mano a dei ragionieri della politica che non hanno in mente di lavorare per il bene comune, ma solo per quello del proprio partito o, peggio, della propria corrente. Non parliamo poi della classe dirigente, dei leader di questi professionisti della politica: il livello, la statura morale e civile è ben lontana da quella generazione di padri fondatori della nostra Repubblica.

Ma se questo è lo scenario, perché il 4 marzo dovremmo andare a votare per eleggere i nostri nuovi rappresentanti? Ebbene, dobbiamo ripartire a mio giudizio proprio dalle parole di Papa Francesco che a Cesena il 1° ottobre 2017, nella Piazza del Popolo, davanti a migliaia di persone, ha spiegato le ragioni di cosa significhi impegnarsi in politica e rivolgendosi in particolare ai giovani, li ha invitati a dedicarsi alla politica perché, aggiungiamo noi, senza il loro impegno di oggi, non ci sarà futuro, non ci sarà più l’Italia così come fino ad ora l’abbiamo conosciuta.

Quindi, per prima cosa direi che andare a votare il 4 marzo non è solo un dovere civico (purtroppo, da quando è stato eliminato dalle scuole l’insegnamento dell’educazione civica, il dovere è sempre meno sentito), ma un dovere morale: quello di contribuire con il proprio voto al corretto funzionamento della vita democratica del nostro Paese. E non abbiamo parlato del diritto al voto che come cittadini abbiamo, solo perché ormai lo diamo per scontato, il diritto. Ma fino a 70 anni fa non era così…

Mi permetto di ricordare a proposito una mia esperienza personale. Da molti anni, per senso civico, svolgo la funzione di Presidente di seggio alle diverse tornate elettorali che periodicamente scandiscono la vita civile. Mi stupisce sempre, ogni volta che sono al seggio, vedere la fedeltà al voto che hanno le persone anziane. Persone di 70, 80 e anche 90 anni che, da sole o accompagnate da figli o nipoti, vengono al seggio a votare. Con pioggia, vento, caldo, freddo, gli anziani sono i primi a votare, a qualsiasi elezione, amministrativa, politica, referendum. Una volta una donna, sui novant’anni, mi ha detto: “Giovanotto, io mi ricordo quando ero giovane che non potevo votare e mi arrabbiavo, e da quando hanno dato il voto alle donne, non ne ho perso uno!”.

Ecco, credo che ogni volta che siamo chiamati alle urne, dobbiamo tenere a mente le parole di questa donna.

Per concludere, un’ultima considerazione: il fatto che in Italia, a differenza che in altri Paesi come per esempio Stati Uniti o Inghilterra, si voti di domenica e non in un giorno feriale, ha un significato da non trascurare. L’espressione del diritto di voto, per come lo intende la nostra cultura politica, deve essere il più possibile popolare e coinvolgere il maggior numero di persone. E quale giorno, se non la domenica, permette ad un maggior numero di persone di andare a votare? Non sprechiamo la possibilità che ci è data, come cittadini, di esprimere il nostro punto di vista.

Ma a questo punto, per chi votare?

Un aiuto nella scelta dei criteri da seguire ci viene dal discorso del Presidente della Repubblica di fine anno. Il Presidente Mattarella, aprendo di fatto con il suo discorso la campagna elettorale ha ricordato ai politici una cosa veramente importante: “Il dovere di proposte adeguate - proposte realistiche e concrete - è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese”.

La realtà di queste prime settimane di campagna elettorale è invece costellata da proposte politiche da parte di quasi tutti gli schieramenti che oltre ad apparire fantasiose e irrealizzabili provocano illusioni tra i cittadini. Peccato che il 5 marzo il risveglio sarà traumatico se concedessimo fiducia a questi affabulatori di serpenti a sonagli.

Da dove partire quindi?

Personalmente parto dai problemi del Paese. E i problemi maggiori, alcuni enormi come grattacieli, che dovremo affrontare nei prossimi anni, si chiamano debito pubblico, lavoro e crescita economica, immigrazione e sicurezza, calo delle nascite e invecchiamento della popolazione, fonti energetiche e salvaguardia del clima. Metteteli in ordine come volete, a seconda della vostra sensibilità, ma questi sono.

Allora mi domando: cosa ci propongono le forze politiche in campo per affrontare e possibilmente dare delle risposte a queste tematiche? E le risposte devono essere credibili e realizzabili, non propagandistiche ed elettorali. E i candidati in lista devono avere un curriculum di tutto rispetto, perché i compiti che li attendono non sono semplici. Non basta essere votato dagli amici di Facebook per essere in grado, da parlamentare, di contribuire a risolvere problemi come quelli sopra citati, almeno credo.

Oggi i sondaggi ci spiegano che il Paese è spaccato in tre grandi poli: centro destra, centro sinistra e “grillini”. Ma al di là della spaccatura, dopo il voto del 4 marzo, tornerà a farsi sentire il bisogno, la necessità di dare un governo al nostro Paese. E qui tornano in mente le parole, il richiamo al bene comune di Papa Francesco.

E allora, per concludere questo lungo post, credo che, utilizzando il buon senso del padre di famiglia, il nostro voto debba andare a quelle forze, a quelle persone che ci diano la maggior sicurezza che dal 5 marzo si impegnino per cercare di dare continuità di Governo e di crescita all’Italia e che non si mettano su posizioni nette di rottura: o convergi sulle mie posizioni o si ritorna al voto. Così non si fa il bene dell’Italia. In questi anni, nonostante le circostanze interne e internazionali siano state molto difficili, l’Italia economicamente è cresciuta, la tassazione delle imprese, di poco, ma è diminuita, i posti di lavoro sono aumentati, il debito pubblico, di poco, ma è diminuito. 
Si poteva fare di più? Senz’altro, ma non per questo si deve buttare a mare quello che si è ottenuto sino ad ora. Si possono migliorare le cose fatte? Si debbono migliorare, ma senza cambiare la rotta, che è quella giusta, riconosciuta anche a livello internazionale. E in Europa, potremo essere sempre più ascoltati se proseguiremo sulla strada intrapresa.

Quindi a mio giudizio, con il voto del 4 marzo dovremo scegliere quei candidati e quelle forze politiche che ci possano garantire il proseguimento della rotta seguita sino a qui, e non dare ascolto alle false sirene degli estremismi e dei grilli parlanti.


venerdì 14 luglio 2017

Voltagabbana



Da quando sono stati resi noti i risultati dei ballottaggi amministrativi, che hanno visto l’indubbia vittoria delle coalizioni di centro destra, ancorché inaspettatamente per alcuni commentatori, appare evidente che tra i parlamentari italiani qualcosa è cambiato: l’aria che respirano. E l’aria non tira più verso la Toscana del riconfermato segretario PD, ma scavalca il Po e va su, più a Nord, per fermarsi nell’afosa Brianza, nel comune di Arcore.

Intendiamoci, il cambio di casacca dei nostri parlamentari non è un fenomeno né nuovo, né sconvolgente. Ogni Legislatura ha visto innumerevoli transumanze in corso d’opera, e quindi anche gli ultimi salti sul carro del presunto vincitore (Berlusconi) non ci stupiscono. 

Però, ogni volta che ne leggiamo sui giornali, questi cambiamenti aumentano la delusione nei confronti di una classe dirigente composta da persone, ciascuna delle quali dovrebbe rappresentare la Nazione, e che invece pare proprio abbia a cuore unicamente sé stessa e il proprio interesse. Che, nel contingente, sarebbe quello di trovare il porto sicuro per una prossima rielezione, visto che ormai la Legislatura è agli sgoccioli.

Inutile fare nomi e cognomi di questi onorevoli deputati e senatori, non sono quelli che ci interessano e poi non li riteniamo meritevoli di essere ricordati, meglio dimenticarli e non fare pubblicità gratuita.

Sarebbe moralmente giusto però che gli elettori di questi personaggi, che sicuramente nella loro circoscrizione elettorale sono ben conosciuti, si ricordassero di costoro il giorno fatidico delle elezioni, e li ignorassero.

Tale comportamento sarebbe una concreta e tangibile lezione di civiltà per coloro che iniziano la Legislatura in un partito all’opposizione, poi passano nella cordata di governo, e alla fine della Legislatura sentono il dovere morale di ripassare all’opposizione, sperando, beati loro, che l’ultimo partito scelto sarà al governo nella Legislatura seguente. Il tutto per poter ambire a qualche posto di vice ministro, di vice segretario, di vice qualcosa…

Esiste una soluzione? Posto che per fortuna la maggioranza degli onorevoli è moralmente e politicamente coerente per tutta la durata della Legislatura, forse l’unico disincentivo ai cambi di casacca effettuati per interesse sarebbe quello di limitare per legge a due Legislature il numero massimo di volte consecutive per poter essere eletti in Parlamento.

Governare gli italiani, diceva qualcuno, è impresa quasi impossibile, ma anche essere governati da italiani mette a dura prova la pressione arteriosa…

domenica 7 maggio 2017

Alitalia docet



Era il 4 dicembre 2016 quando Renzi, dopo la vittoria dei NO al Referendum costituzionale da lui proposto, si dimise da Premier e decise di porre termine alla sua prima esperienza di Governo.

All’epoca fummo dispiaciuti per l’esito del Referendum, ma del resto fummo anche tra i primi a scrivere che personalizzare la scelta referendaria e renderla una scelta politica Renzi SI o Renzi No non avrebbe giovato all’esito della consultazione e così avvenne.

Quello fu un grave errore che il giovane Renzi, alle prese con la sua prima esperienza di Premier, commise e di cui si assunse la responsabilità.

Trascorsi cinque mesi Renzi è stato riconfermato, da consultazioni che hanno coinvolto circa due milioni di italiani, leader indiscusso e senza rivali credibili del primo partito del Centro Sinistra, mentre la situazione politica, economica e sociale del Paese è rimasta invariata.  Anzi, se consideriamo che in questi cinque mesi gli altri Paesi europei hanno avuto una crescita economica e un calo della disoccupazione, possiamo affermare che l’Italia abbia fatto un ulteriore passo indietro nella classifica generale.

Certamente non penso che in cinque mesi, se l’esito del Referendum fosse stato favorevole ai SI, la situazione in Italia si sarebbe potuta capovolgere. È un fatto però che, di tutti coloro che in campagna referendaria sostennero e votarono per il NO, dichiarando che dal giorno successivo al Referendum si sarebbe ripreso a studiare una nuova riforma costituzionale, non è rimasta l’ombra.

Anche perché la luce sull’argomento riforme è stata spenta, e chi dirige il grande circus dell’informazione ha deciso di spostare i riflettori su altri argomenti più di moda in questo momento: immigrazione clandestina, fine vita, violenza sulle donne, Brexit, guerra in Siria e sullo sfondo un Paese di nome Corea del Nord…

Per il resto della cronaca, peanuts, noccioline.

La conclusione: l’Italia rimane bloccata, cristallizzata in un sistema di norme e regole che sulla carta tutti vogliono cambiare perché obsolete e non adeguate ai tempi moderni, mentre invece nella realtà dei fatti sembra che queste norme vadano bene a molti partiti politici e a molti italiani…

E quindi non ci resta che continuare a ringraziare quel 60% di concittadini che, andando a votare NO, hanno permesso ai falsi profeti seduti fuori e dentro il Parlamento, di ottenere l’ennesima vittoria di Pirro e di lasciare l’Italia ancora una volta immobile, ferma a terra nel cammino delle riforme che a questo punto nessuno sa quando potranno riprendere il via. Del resto Alitalia docet. 

A questo punto, forse, la cosa migliore sarebbe mettersi d’accordo almeno sulle regole del gioco e andare a votare quanto prima.

giovedì 16 marzo 2017

Il silenzio dei moderati





Ormai ci siamo quasi abituati, ma c’è stato un tempo in cui le uniche urla che si sentivano in TV erano quelle di Tarzan e della simpatica Cita. Ora invece un programma televisivo ha successo solo se gli ospiti presenti si insultano a vicenda e urlano a squarciagola le proprie presunte ragioni. Così milioni di italiani possono tifare in diretta per la propria fazione, scelta davanti al video in quell’istante, senza un particolare motivo, facendo nel contempo salire l’audience e gli introiti pubblicitari della rete.

È un modo surrettizio per far credere allo spettatore di essere parte del programma, di fargli scaricare le proprie frustazioni dal personaggio che in quel momento è in video a lanciare grida all’indirizzo della parte avversa.

Oggi sembra impossibile raggiungere l’obiettivo di incrementare i guadagni e sostenere quindi lo star system senza portare all’esasperazione i protagonisti di un talk show.

Questo modello, partito dai programmi di intrattenimento, a largo ascolto, si è esteso nel tempo anche ad altri programmi del palinsesto, meno seguiti, come ad esempio i talk ad argomento politico. Le vecchie tribune hanno lasciato spazio a programmi di intrattenimento con ospiti politici che sempre di più hanno incominciato a comportarsi come attori, comici, macchiette, gente di spettacolo.

Da tempo ormai assistiamo, da parte degli stessi leader di partito, all’adozione di forme sempre più estreme di manifestazione del pensiero, che non viene più declamato nei comizi, o dalle pagine dei giornali, ma urlato attraverso i canali TV e i moderni social media.

E in questi ultimi anni siamo arrivati alla chiusura del cerchio, con un comico di nascita che ha dato vita ad un movimento politico e si è candidato alla guida del Paese urlando al pubblico il proprio pensiero attraverso un blog.

Questo modo di comunicare ha permesso anche a personaggi non estremamente dotati di idee brillanti e di una prosa adeguata, di urlare a squarciagola quello che passava loro nella mente, senza apparentemente mostrare che il pensiero espresso fosse stato prima meditato ed elaborato, con il risultato di abbassare di molto il livello qualitativo della discussione politica.

Le conseguenze: potenzialmente pericolose, nella misura in cui gruppi di perone possono legittimamente credere a quanto loro urlato in faccia ogni giorno, mentre perdura il silenzio dei moderati, di coloro che non si riconoscono in questo sistema, ma per mille ragioni non intendono utilizzare il medesimo canale espressivo degli urlatori.

Arriverà però un giorno che i moderati di questo Paese dovranno ribellarsi, e dire basta a questo modo di gestire la comunicazione e la politica. Se non lo faranno, diventeranno complici dell’inesorabile disfacimento della società, perché ad avere l’ultima parola sarà sempre colui che urla di più, e non colui che pensa e ragiona meglio, e lo sa dimostrare con i fatti.

In fondo, se ci pensiamo bene, basta un dito per cambiare canale e far tacere l’urlatore.

venerdì 17 febbraio 2017

L'ideale che unisce

14 ottobre 2007: la data di nascita del Partito Democratico

Come la maggior parte degli italiani, assisto basito in questi giorni all’ultimo atto di una disfida politica, tutta interna al maggior partito politico rappresentato in Parlamento: il Partito Democratico.

E non riesco a comprendere le ragioni politiche di questa lotta intestina che si protrae da mesi.

Per inciso: non sono un elettore del PD, ma comprendo bene che se il maggior partito politico a vocazione governativa è in crisi da mesi, molto probabilmente anche tutta la macchina di governo ne risentirà, e quindi, per il bene comune, sarebbe meglio che si facesse chiarezza una volta per tutti, chi sta con chi e soprattutto quali sono gli obiettivi da perseguire. Prima occorrerebbe che tutti i dirigenti del PD facessero un’analisi sui temi e sui problemi da risolvere e solo dopo, si dovrebbero considerare i nomi e gli incarichi da distribuire.

Fermo restando che un Governo in carica, al momento, il nostro Paese lo possiede.

Non credo di esprimere un pensiero particolare, ma anzi abbastanza ovvio e banale, un pensiero se vogliamo di buon senso.

Detto ciò, forse questa è finalmente l’occasione per fare una volta per tutte chiarezza sulla genesi di questo partito. Il Manifesto dei valori, approvato dal PD il 16 febbraio 2008, recita: “Il Partito Democratico intende contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista, europeista e di centro-sinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche, progressiste e promuovendone l'azione comune”.

Una dichiarazione d’intenti sicuramente ambiziosa, ma di tutto rispetto e, se vogliamo, necessaria in un Paese come l’Italia, non particolarmente vivace e attivo nel promuovere cambiamenti allo status quo in molti settori della vita civile, economica e sociale. Basti pensare a cosa succede ancora oggi quando si cerca di modificare qualche privilegio o rendita di posizione di particolari “corporazioni”…

Il Comitato promotore del partito era costituito dai seguenti illustri personaggi:

Giuliano Amato, Mario Barbi, Antonio Bassolino, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Paola Caporossi, Sergio Cofferati, Massimo D'Alema, Marcello De Cecco, Letizia De Torre, Ottaviano Del Turco, Lamberto Dini, Leonardo Domenici, Vasco Errani, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Dario Franceschini, Vittoria Franco, Paolo Gentiloni, Donata Gottardi, Rosa Jervolino, Linda Lanzillotta, Gad Lerner, Enrico Letta, Agazio Loiero, Marina Magistrelli, Lella Massari, Wilma Mazzocco, Maurizio Migliavacca, Enrico Morando, Arturo Parisi, Carlo Petrini, Barbara Pollastrini, Romano Prodi, Angelo Rovati, Francesco Rutelli, Luciana Sbarbati, Marina Sereni, Antonello Soro, Renato Soru, Patrizia Toia, Walter Veltroni, Tullia Zevi .

Già solo scorrendo velocemente questo elenco di nomi, si può intuire la diversità delle storie personali di ciascun membro e la scarsa omogeneità delle posizioni politiche di cui invece il neo costituito PD si candidava a strutturare in una sintesi unitaria, per proporre all’Italia un’azione politica che fosse convergente su determinati principi e obiettivi di interesse comune.

La situazione oggi?

All’interno del PD coesistono una pluralità di “correnti” o, per meglio dire, centri di interesse particolare quali:

• Sinistra Riformista ispirata da Pierluigi Bersani e Roberto Speranza,
• ConSenso ispirata da Massimo D’Alema, e vicina a Sinistra Riformista,
• Rifare l’Italia (i c.d. Giovani Turchi) ispirata da Matteo Orfini, Andrea Orlando,
• Sinistra è cambiamento guidata da Maurizio Martina
• Rete Dem con il suo leader Giuseppe Civati
• Sinistra Dem guidata da Gianni Cuperlo
• Socialisti e Democratici fondata nel 2015 da Marco di Lello
• Liberal PD che fa riferimento a Enzo Bianco
• Rottamatori di Matteo Renzi
• FutureDem seguiti da Benifei e Bonomo
• AreaDem di Dario Franceschini
• Ecologisti democratici guidati da Ermete Realacci

Dietro ciascuna di queste sigle troviamo uno o più leader che, forse anche con diritto, tentano di portare avanti le proprie legittime idee, condizionando quanto più possibile la vita del partito secondo le proprie convinzioni.

Purtroppo però non sempre il risultato è la somma degli sforzi che si prodigano, talvolta anzi nel PD si sono viste posizioni politiche diametralmente opposte su grandi temi di interesse generale (ultimo caso in ordine di tempo la posizione sul Referendum costituzionale) e allora viene da chiedersi che utilità possa dare alla governabilità dell’Italia un partito che prende il 30% di voti alle elezioni, ma che poi non è unito sui grandi temi e non riesce quindi ad essere forza propulsiva del tanto desiderato cambiamento.

La domanda vera, dopo quello che abbiamo sin qui descritto, è allora la seguente: può il PD essere considerato un partito politico in senso stretto o piuttosto, dalla sua nascita, dieci anni fa, è stato il risultato da parte di gruppi politici affini, di unire interessi differenti, e in un certo senso anche convergenti, che hanno trovato una grande casa per un certo periodo di tempo, per portare avanti battaglie comuni? Quella famosa fusione a freddo di cui qualche esponente politico parlò nel 2007…

Ma da chi è composto un partito politico, mi domando. La risposta che mi verrebbe è: da persone che hanno un ideale in comune.

Ora, nella società liquida in cui viviamo, parlare di ideale può sembrare eccessivo o fuori moda, ma nella politica, quella con la P maiuscola, se si toglie l’ideale si toglie tutto, e rimane solo la ricerca del proprio interesse, del potere, della ricchezza fine a sé stessa.

Quale ideale comune persegue oggi il PD?

Una delle più belle riflessioni sulla politica a favore dell’uomo in generale, e quindi del bene comune in particolare, è secondo me quella del Mahatma Gandhi: “L'uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici.”

Una politica senza princìpi, coscienza, lavoro, carattere, morale, umanità e sacrificio si rivela essere una politica contro l’uomo, contro il bene comune.

Io, come la maggior parte degli italiani, non sono in grado di valutare se all’interno del PD, ci sia o ci sia mai stato, un ideale comune. Ma in questi giorni, penso che sia questo il vero tema che i dirigenti del PD debbano discutere de visu per poi assumere le decisioni conseguenti. Tenendo conto di tutti i fattori in gioco, della situazione politica interna, ma anche di quella internazionale.

Una classe dirigente che voglia candidarsi alla guida del Paese, dovrebbe valutarli tutti e poi prendere responsabilmente una decisione definitiva che ponga finalmente termine a questo tira e molla che sta esaurendo le energie psicofisiche degli elettori italiani e soprattutto non trasmette serenità all’azione del Governo in carica.

sabato 4 febbraio 2017

Piccoli Trump crescono



Negli USA, i primi dieci giorni di governo del presidente Trump:
  • ·         abolizione della riforma sanitaria di Obama, termine del sostegno finanziario alle associazioni che sostengono l’aborto, avvio della costruzione del muro lungo il confine con il Messico, applicazione di dazi su prodotti di aziende statunitensi fabbricati all’estero e venduti negli USA, alleanza politica strategica con il Regno Unito del dopo Brexit, divieto per quattro mesi di ingresso negli USA per i cittadini di sette Paesi islamici per supposto rischio terrorismo, avvertimenti più o meno velati a Israele, Iran e Australia di non intralciare il nuovo corso della politica americana, abolizione delle norme a tutela dell’inquinamento atmosferico, riapertura delle miniere di carbone. A ciascuno la sua valutazione…

In Italia:

  • ·         dati sulla disoccupazione in crescita, quella giovanile supera nuovamente il 40%, nonostante il Jobs Act (forse una causa di questo aumento potrebbe derivare dal fatto che i genitori di questi giovani andranno in pensione a settant’anni?).
  • ·         Il problema principale delle forze politiche rimane quello se votare nel 2017 o nel 2018 e con quale legge elettorale. Se consideriamo che in questo Parlamento esistono 18 gruppi parlamentari, le proposte di legge elettorale che sono oggetto di analisi e accese discussioni sui mezzi di informazione e sui social sono circa una trentina…
  • ·         Ancora: il caso dell’azienda K-Flex, esempio di successo dell’imprenditoria italiana. A cosa sta pensando la proprietà: delocalizzare la produzione dello stabilimento italiano (il primo nato del gruppo Spinelli) in Polonia, mettendo così a rischio il posto di lavoro di 250 persone. Per completezza di informazione: il gruppo Spinelli non versa in cattive acque, ma anzi vanta una posizione di leader mondiale nella produzione di isolanti termici e acustici e nel 2014 ha emesso un bond da 100 milioni di euro con scadenza 2020 che è stato sottoscritto da 40 investitori istituzionali, allo scopo di finanziare proprio lo sviluppo internazionale del gruppo. Solo che, crediamo, i lavoratori non si immaginassero che la proprietà volesse trasferire lo sviluppo dello stabilimento italiano all’estero…


Al di là di come finirà la vicenda della K-Flex (noi speriamo bene per i 250 lavoratori italiani e le loro famiglie), questo purtroppo è solo l’ultimo caso di una interminabile delocalizzazione di aziende che ha colpito in questi anni il nostro Paese a favore di Paesi, molto spesso, appartenenti alla stessa Unione Europea, nel totale silenzio di quasi tutta la classe politica italiana.

Come possiamo pensare che il tasso di disoccupazione nel nostro Paese diminuisca se non facciamo nulla per evitare che le nostre aziende di punta, le nostre eccellenze imprenditoriali decidano di spostare la produzione in Paesi che, evidentemente, offriranno alle aziende medesime, migliori servizi e migliori condizioni per realizzare il business?

Ma la beffa maggiore, a nostro parere, risiede nel fatto che questa concorrenza sleale e immorale, non proviene da Paesi lontani da noi e in via di sviluppo, che cercano con ogni mezzo di procurare lavoro ai propri cittadini bisognosi di tutto, ma da quegli stessi Paesi cui solo pochi anni fa abbiamo aperto con generosità le porte dell’Unione ed ora utilizzano le agevolazioni messe loro a disposizione, a danno di Paesi come l’Italia, che sta attraversando un momento di crisi economica e sociale prolungato.

È quindi evidente che l’Europa così come l’abbiamo costruita, con queste regole e queste dinamiche, non funziona. Non stiamo parlando di neo assistenzialismo, ma di nuove regole del gioco che tengano conto delle differenze in termini di costo dei servizi offerti nei diversi Paesi dell’Unione (tassazione, costo energia, costo trasporti, costo lavoro). Anche perché non dimentichiamoci che la moneta, quella sì, è già unica...

Se non porremo un freno a questo esodo imprenditoriale, finirà che tra venti anni, l’Italia si sarà trasformata nella Polonia del 1989 e la Polonia sarà la protagonista del nuovo boom economico dell’Europa dell’Est. Sia chiaro, non abbiamo nulla contro la Polonia, né contro gli altri Paesi membri della UE, ma semmai contro le politiche miopi e non più sostenibili della Commissione europea. 

Ultima considerazione: dopo il Regno Unito, non possiamo escludere che altri Paesi, tiepidi nei confronti dell’Europa, accarezzino la tentazione di provare un dietro front e abbandonare l’Unione. E allora sì che nuovi piccoli Trump cresceranno…
  
     

lunedì 5 dicembre 2016

Ricominciamo da Uno

Natività di William Congdon


Inutile nasconderlo, la delusione per come hanno votato gli italiani ieri è fortissima.

Alla fine pensavo, nonostante i sondaggisti, che invece questa volta possono tirare un sospiro di sollievo, che il buon senso (dal mio punto di vista) prevalesse, e invece…hanno vinto i NO.

Benissimo, in democrazia si accettano le sconfitte, ci mancherebbe altro… però mi spiace che gli italiani non abbiano capito cosa c’era in gioco, quale era la posta in palio che si può riassumere in questo: non fermarsi al proprio interesse particolare, di bottega, e fare un piccolo passo in avanti, avendo in mente unicamente il bene del Paese.

Questo era il cambiamento che aveva proposto Renzi agli italiani, migliorabile, perfettibile, senza dubbio. Ma nulla vietava di modificare le cose più avanti, se si fosse visto che quello che si era pensato non funzionava. Mi riferisco in questo caso alla forse più controversa riforma, quella del Senato. Era comunque un tentativo di modificare lo status quo, da tantissimi in passato criticato e messo in discussione, a partire da D’Alema e Berlusconi, per esempio.

Ma tant’è. Ha vinto il desiderio di votare contro qualsiasi cosa venisse proposta, un voto No “a prescindere”, un voto contro Renzi.

Le analisi sociologiche e politiche del perché il Premier abbia perso ci accompagneranno per i prossimi giorni, e francamente già ora non mi entusiasmano più di tanto.

Così a caldo mi sembra però doveroso chiudere il discorso Referendum con alcune brevi considerazioni.

1. Hanno detto in molti che Renzi aveva voluto formare il partito della Nazione, però, a vedere gli schieramenti in campo, mi è sembrato piuttosto che Berlusconi, Grillo, Salvini, Meloni, Bersani e D’Alema abbiano costituito un’unione elettorale di comodo, in funzione anti Renzi, che alla fine ha vinto… più partito della Nazione di questo…

2. Alla fine, per quello che ho potuto constatare negli ambienti della società civile che frequento, la maggior parte della gente votava No perché voleva mandare a casa Renzi, piuttosto che perché ritenesse così nefasta la riforma della Costituzione.

3. Mi domando, raggiunto l’obiettivo di far cadere il Governo, che cosa si aspettino adesso gli italiani che hanno votato NO. Credono forse che da nuove elezioni che ci saranno a breve possa uscire una maggioranza forte e stabile, capace di proporre delle riforme migliori di quelle appena bocciate e di farle approvare all’unisono da un Parlamento coeso?

4. La verità, che era del tutto prevedibile in caso di vittoria dei NO, è quella che ci sarà una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, così da “accontentare” tutti i partiti; che ci saranno nuove elezioni che ancora una volta fotograferanno una Nazione tripolare (centro destra, centro sinistra e populisti) e che a fatica, forse, si riuscirà a formare un Governo instabile che non avrà la forza in Parlamento di proporre riforme sostanziali e decisive per il Paese.

5. Risultato: abbiamo perso ulteriormente tempo nel tentativo, sfumato ancora una volta, di cambiare volto al nostro Bel Paese e, fattore non trascurabile, in Europa abbiamo dato l’idea di non essere in grado di attuare riforme incisive della nostra macchina burocratica, concausa della mancata crescita sia economica che sociale.

6. Ultimo punto, ma fondamentale: questa infinita campagna referendaria, iniziata di fatto in primavera, ha lacerato come non mai il Paese e ha posto in luce, a mio modo di vedere, quanto ci sia da lavorare per ricostruire negli italiani un minimo di coscienza civica che abbia a cuore la ricerca del bene comune e il superamento del proprio interesse particolare o di partito.

A questo punto, e concludo, direi che bisogna ricominciare non dal 40% dei Sì, ma da Uno dal quale scaturisca il senso e il significato dell’agire dell’uomo in politica e nella vita di tutti i giorni.

Altrimenti a prevalere, come è accaduto ieri, saranno sempre e solo gli egoismi dei Capi popolo e poco più.

venerdì 23 settembre 2016

Renzi vs Resto del mondo...



Ormai è chiaro: al referendum costituzionale la partita sarà giocata tra Renzi vs Resto del mondo…

Tutti i partiti infatti, oltre alle sigle dei principali movimenti e associazioni, voteranno NO e Renzi con la parte maggioritaria del PD (di fatto la maggioranza che l’ha eletto segretario) più i piccoli partiti satelliti, voteranno SI.

Almeno questo è lo scenario che appare evidente a due mesi circa dalla votazione.

Sconfitta annunciata quindi per il premier?

Non è detto. Avere contro la galassia dei partiti politici italiani potrebbe rivelarsi un vantaggio per Renzi.

Quante persone infatti oggi seguono le direttive di voto del partito in cui dicono di riconoscersi? Anzi, per dirla meglio: quante persone oggi si riconoscono in un partito? Poche, pochissime, se analizziamo i flussi di votanti delle ultime tornate elettorali, sia politiche che amministrative.

Solo per citare l’ultimo caso, Roma è amministrata da un sindaco votato da 453.806 romani su una popolazione di aventi diritto al voto di 2.363.444 cittadini, cioè il 19,2% dei romani ha scelto Virginia Raggi come proprio sindaco. L'astensione è stata del 44%.

(Fonte: http://www.elezioni.comune.roma.it/elezioni/2016/comunali/A062016/vsin99.htm)

Se il premier saprà spiegare chiaramente agli italiani quali sono i vantaggi e i punti di forza di questa riforma, allora forse non tutto è perduto.

Certo, Renzi con l’aver voluto personalizzare il voto referendario (se vincono i NO mi dimetto, è stato il suo slogan d’esordio) è il primo artefice di questa situazione che ora sulla carta lo vede in svantaggio. Ma si è accorto dell’errore compiuto e lo ha ammesso. 

In politica, come nella vita, è meglio ammettere un errore e ripartire che perseverare fino a farsi male per davvero. E poi Renzi è giovane ed alla sua prima esperienza politica di un certo spessore. Ci può stare.

Ora che le dichiarazioni di voto sono state formulate, rimane la curiosità di vedere quanti italiani si lasceranno convincere dal leader del proprio partito, ma soprattutto quanti italiani andranno a votare e sosterranno quella riforma costituzionale licenziata dal Parlamento con il voto, ricordiamo, del PD e di alcuni di quei partiti che ora la criticano e vogliono affossarla, a partire da Forza Italia. 

Ma è sicuramente più facile che un cieco faccia l’elemosina ad un altro cieco che pretendere che la lealtà e la coerenza di un leader politico resistano al cambio di stagione.

Intanto, per il momento, al buio siamo rimasti noi italiani.

lunedì 8 agosto 2016

Referendum costituzionale: le ragioni del Sì



Dopo aver analizzato nel post precedente le ragioni del No, passiamo ora ad esporre quelle dei sostenitori del Si al Referendum del prossimo autunno.

Per prima cosa evidenziamo che, dopo oltre venti anni di tentativi finiti male, finalmente si ha la possibilità di imprimere una svolta al nostro sistema istituzionale. Forse non sarà un cambiamento determinante e risolutivo, ma da qualche parte bisognava pur incominciare.

Da un bicameralismo perfetto, arriviamo ad un monocameralismo imperfetto, ma tant'è. La riduzione del numero dei senatori e delle competenze e delle funzioni del Senato vanno nella direzione di snellire i processi legislativi del Paese.

Di contro il Governo vede da questa riforma aumentare la propria sfera di influenza sulla vita politica a discapito del Parlamento inteso come Camera più Senato. Questo significherà una maggiore responsabilizzazione del Premier con i suoi ministri. In ultima analisi avremo finalmente in Italia un Governo che avrà a disposizione gli strumenti per governare e allo scadere della Legislatura risponderà agli italiani del proprio operato, senza potersi giustificare denunciando un ostruzionismo da parte del Parlamento che viene ridimensionato nei suoi poteri, ma per nulla azzerato.

Infatti la Camera dei deputati rimane l'unica ad esercitare pienamente la funzione legislativa, di indirizzo politico e di controllo sul Governo, diventando quindi la sola titolare del rapporto di fiducia con il Governo. I deputati rimangono anche gli unici "rappresentanti della Nazione".

Anche la nuova legge elettorale ormai definitiva (che però non rientra nel pacchetto delle riforme) contribuirà ad eleggere un Parlamento più coeso e rappresentante, con una maggioranza qualificata, la forza politica più votata nel Paese. Certo i partiti avranno il gravoso compito di inserire nelle proprie liste di candidati persone non solo degne, ma anche preparate per affrontare le sfide del futuro. Solo così potranno pensare di vincere la competizione elettorale.

I sostenitori del Si non stanno facendo l'elogio di un Governissimo con a capo un Premier dittatore, bensì chiedono un Governo che nei cinque anni di durata della Legislatura (che, per chi scrive, potrebbero anche diventare quattro) abbia la concreta possibilità di realizzare il proprio programma elettorale e che allo scadere si vedrà giudicato dal popolo. Osano troppo?

Quante volte in Italia i Governi sono durati solo alcuni mesi, tenuti sotto scacco da maggioranze parlamentari mutanti dalla sera alla mattina? Se forse sino a qualche decennio fa era possibile per un Paese sopportare una simile situazione, in tempi complessi, fluidi, liquidi, come si usa dire oggi, non è più possibile per una Nazione che vuole rimanere al passo delle maggiori potenze mondiali, essere governata in questo modo.

Occorrono maggioranze parlamentari stabili e governi coesi che possano esercitare il potere, per un periodo limitato di tempo, entro rigide regole democratiche, ma senza essere sottoposti a ricatti politici.

L'eliminazione delle Province, del CNEL e lo snellimento di altre procedure amministrative concorrono a rendere questa riforma interessante più che altro perché incomincia a smuovere le acque stagnanti della vita politica e istituzionale.

Da troppi anni si vede fallire ogni tentativo di riformare il nostro sistema istituzionale, da qualsiasi parte politica provenga il tentativo. Questa volta sarebbe veramente un peccato rinunciare ad imprimere il primo colpo al cambiamento.

Per queste ragioni a ottobre i sostenitori del cambiamento andranno a votare Si, non per sostenere Renzi e il suo Governo, ma per tenere vivo il desiderio di modernizzare il bel Paese.

domenica 7 agosto 2016

Referendum costituzionale: le ragioni del No




L'appuntamento referendario si avvicina e in queste sere estive vogliamo riprendere le riflessioni sul futuro assetto istituzionale del nostro Paese per aiutarci ad arrivare a quella ragionevole certezza che ci permetterà di esprimere un voto consapevole al momento opportuno.

Analizziamo in questo primo post le ragioni del No al Referendum e nel post successivo quelle del Si.

Dichiariamo subito che non vogliamo inserirci nel coro di coloro che decidono di votare No per far cadere il Governo Renzi. Non ci sembra corretto unire le sorti di un Governo a quelle del futuro istituzionale dell'Italia. Troppo importante il secondo rispetto al primo.

Entriamo nel merito della riforma proposta: appare evidente come per certi aspetti si sia persa l'occasione di realizzare un taglio netto con il passato. Mantenere un Senato non elettivo di 100 membri che avranno un doppio incarico (i 100 senatori saranno contemporaneamente membri di Consigli regionali o Sindaci di grandi città) e per di più con funzioni e compiti ridotti risulterà inutile e costoso.

Inoltre politicamente il nuovo senato non avrà voce in capitolo se non nei seguenti casi, come recita il riscritto articolo 55 della Costituzione:

“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l'Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l'attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l'impatto delle politiche dell'Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l'attuazione delle leggi dello Stato”.

A questo punto forse si poteva puntare direttamente al monocameralismo.

Il Governo è l'istituzione che più aumenterebbe la propria sfera di influenza nella vita politica, a scapito di un Parlamento dimezzato. Tecnicamente vi sono diverse innovazioni nella riforma proposta che permetterebbero all'esecutivo di dare corso a iniziative legislative prioritariamente, limitando i tempi entro cui il Parlamento verrebbe chiamato ad occuparsi della materia. Un po’ come accade già oggi con l'utilizzo della decretazione d'urgenza.

Se a questo limite temporale cui i parlamentari si dovranno attenere, si aggiunge il fatto che la nuova legge elettorale ormai in vigore (che però non è inserita nel pacchetto delle riforme costituzionali) di fatto consegna nelle mani dei partiti la possibilità di scelta della stragrande maggioranza dei deputati, il pericolo di avere un Parlamento fotocopia del Governo e pronto a ratificarne l'operato e non Organo Costituzionale autonomo esercitante in primis la funzione di Legislatore, è reale.

Tutto ciò porterebbe ad un calo dello spazio della vita democratica del Paese danneggiando di fatto l'intera comunità.

Ulteriore aspetto negativo di questa riforma: l'abolizione delle Province. Non convince perché di fatto non raggiunge lo scopo di ridurre le spese di gestione amministrativa dello Stato che saranno sostenute dagli Enti che si dovranno far carico delle competenze delle ex Province.

Vengono anche introdotte alcune modifiche nel meccanismo di elezione del Presidente della Repubblica e di nomina dei giudici della Corte costituzionale. La riforma contempla inoltre l'abolizione del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL) e la soppressione dell'elenco delle materie di legislazione concorrente fra Stato e Regioni; sono previste anche modifiche in tema di referendum popolari.

Non si pretende qui di analizzare nel profondo le norme modificate, ma nel complesso le ragioni del No emergono chiaramente dall'analisi eseguita.

Infine, si può anche obiettare che una riforma di tal portata si sarebbe dovuta approvare con una più larga maggioranza politica in Parlamento, cercando di coinvolgere anche l'opposizione che invece risulta schierata decisamente contro la riforma del sistema.

A questo punto per i sostenitori del No appare chiaro che le modifiche che ci vengono proposte non risolveranno i problemi dell'Italia di oggi e forse anzi li peggioreranno e pertanto sono da respingere in toto.

venerdì 27 maggio 2016

La Riforma Costituzionale: un po' di storia


Il labirinto delle riforme costituzionali

Prima di analizzare nel dettaglio la riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi, crediamo sia importante ripassare un po’ di storia recente.

Ci limiteremo brevemente a ricordare i tentativi di riforma della Costituzione compiuti dai Governi della Repubblica, senza citare le diverse Commissioni bicamerali per le riforme costituzionali istituite dal Parlamento nel corso delle diverse Legislature.

Già dai primi anni Novanta, i Governi della Repubblica sentirono l’esigenza di studiare eventuali interventi atti a migliorare e snellire la vita democratica del Paese che iniziava ad attraversare un periodo di crisi politica, economica e sociale.

L’idea di semplificare il nostro sistema istituzionale (improntato su un bicameralismo perfetto che per forza di cose dilata quasi all’infinito i tempi per l’approvazione di una legge) per restare al passo con le nuove esigenze dei tempi, era e rimane sicuramente positiva.

Antonio Maccanico (Governo De Mita) nel 1988 fu il primo politico nominato Ministro per gli Affari regionali e i problemi Istituzionali (prima volta nella Repubblica) cui seguì Mino Martinazzoli (VII Governo Andreotti) nel 1991. Il suo ministero venne rinominato Ministero per le riforme istituzionali e per gli affari regionali.

Già da questi brevi cenni, possiamo renderci conto che sono passati più di venticinque anni da quando il mondo politico iniziò a discutere di riforme istituzionali, senza di fatto giungere ad una modifica sostanziale delle nostre procedure e dei nostri organi costituzionali.

Un primo progetto di riforma costituzionale di un certo respiro, promosso dai Governi di Centro Sinistra, fu approvato dal Parlamento e si concretizzò nel 2001 con la modifica del titolo V della parte seconda della Carta (quello riguardante gli enti locali e le competenze Stato - Regioni). Il successivo referendum costituzionale che si svolse in Italia per la prima volta, confermò le modifiche varate dal Parlamento. Tale riforma però non modificò sostanzialmente il funzionamento dei principali poteri costituzionali, Governo e Parlamento.

Un secondo tentativo, più incisivo, di modificare il funzionamento della vita istituzionale dello Stato, promosso dal Governo Berlusconi, fu invece bloccato dal referendum costituzionale del 2006 che lo bocciò. Con la riforma del 2005 si voleva, in estrema sintesi, proporre per l’Italia un modello di Repubblica federale, con un Esecutivo forte a scapito di un Parlamento che vedeva limitati i suoi poteri. Non vogliamo qui entrare nel merito di quella riforma fallita per volere del popolo italiano.

Con questo breve excursus desideriamo solo ricordarci da dove veniamo: cioè da un periodo di 25 anni durante i quali si è parlato molto su come riformare questo Paese, ma poi nei fatti si è riuscito o voluto fare ben poco.

Tra alcuni mesi avremo nuovamente la possibilità di prendere posizione su questa nuova proposta di riforma del nostro ordinamento repubblicano. Utilizziamo bene questo tempo per informarci, riflettere e quindi votare un Sì o un No a quello che per noi sarà il giudizio finale sulla riforma costituzionale del Governo Renzi.

Ma ricordiamoci per bene una cosa: il nostro non dovrà essere un Sì o un No al Governo Renzi, ma solo a questa proposta di modifica costituzionale.

Personalizzare il voto sarebbe un grosso errore.


venerdì 22 aprile 2016

Le riforme costituzionali



Nei giorni scorsi si è concluso l'iter legislativo delle riforme costituzionali. Il prossimo mese di ottobre sarà dunque decisivo per il proseguimento o meno del Governo di Matteo Renzi. Il premier infatti ha volutamente legato la tematica del Referendum confermativo sulle modifiche costituzionali alle sorti del suo esecutivo.

Gli italiani hanno quindi circa sei mesi di tempo per meditare sulla riforma varata dal Parlamento e decidere se sostenerla o abrogarla tramite il voto referendario.

Prima di analizzare, nei post successivi, le ragioni dell'una e dell'altra parte, proponiamo ora alcune considerazioni di carattere generale su quanto abbiamo ascoltato e letto negli ultimi due anni sul tema delle riforme.

Una premessa generale per chiarire subito il campo: chi scrive non è un sostenitore del Governo Renzi, semmai uno strenuo supporter del nostro Bel Paese, delle persone che vi abitano, dei giovani che non partono per cercare lavoro altrove oppure di quelli che ritornano dopo un’esperienza lavorativa all’estero per contribuire alla rinascita della nostra Patria. Noi crediamo che quando si affrontano tematiche di così ampio respiro e di così vitale importanza per il futuro della nazione, dovrebbero essere costoro i riferimenti con cui confrontarsi: le generazioni future degli italiani.

Per poter esprimere con una ragionevole certezza il nostro voto non dovremmo focalizzarci sul binomio, Governo SI, Governo NO; Matteo SI o Matteo NO. Con l'esito del referendum non ci giochiamo il Governo di Matteo Renzi, ma probabilmente ci giocheremo un pezzo importante del futuro del nostro Paese.

Pertanto cari concittadini, informiamoci da fonti diverse e riflettiamo su quello che leggeremo: al termine di questo lavoro saremo pronti per andare a votare secondo quello che ci detterà la nostra coscienza. Non lasciamoci tirare dentro il gioco di essere pro o contro il Governo. Perché, in questa storia, l’unico pericolo che dobbiamo assolutamente cercare di evitare, è quello di cadere nella demagogia, cioè nel lasciarci ammaliare dalla retorica dei capi bastoni vicini unicamente alle proprie fazioni politiche ed elettorali e distanti dal bene comune. 

Per tutti i sei mesi che ci separano dal referendum, sentirete o leggerete pochissime volte riflessioni come queste: ragionate con la vostra testa.

E' il bene comune del nostro Paese la stella polare che ci dovrà guidare mentre esprimeremo il giudizio finale su quanto proposto dal Parlamento. Da parte nostra, l'impegno che prendiamo è quello di analizzare nelle prossime settimane le ragioni del si e quelle del no e di cercare di proporre una sintesi che si riveli, a distanza di tempo, la più eticamente corretta.

Che poi Matteo Renzi, in base al voto espresso dagli italiani, opti per le dimissioni o decida di continuare il suo servizio alla nazione, francamente non ce ne importa nulla.

martedì 9 febbraio 2016

Renzi e il Festival di Sanremo...





Premessa: non siamo mai stati teneri con Berlusconi e i suoi governi. All’esperienza politica del Centro Destra italiano degli ultimi vent’anni addebitiamo il tradimento di quella rivoluzione liberale che avrebbe dovuto rimodernare il Paese, ma che nei fatti non si è vista.

Questo mancato rinnovamento ha comportato per l’Italia, rimasta fanalino di coda della UE, dopo quattro anni di crisi economica mondiale e l’uscita di scena pilotata dell’ultimo governo Berlusconi nel 2011, di dover subire i draconiani tentativi di salvataggio del proprio sistema economico, tutt’altro che riusciti, per motivi diversi, dei Governi Monti e Letta.

Fu per questo che gli italiani nel 2014 accolsero il giovane premier Renzi con entusiasmo e gli aprirono un mandato di credito quasi illimitato. Certo, forse non tutti i proclami del nuovo leader vennero accolti seriamente, con convinzione profonda, come quando all’inizio egli si presentò, promettendo di attuare nel Bel Paese una riforma al mese. Quella affermazione, agli occhi ormai senza più lacrime degli italiani, sembrò una boutade piuttosto che una to do list, un programma da attuare. Ma la fiducia rimase, anche perché alternative all’orizzonte non se ne vedevano… 

Poi finalmente arrivarono i primi tentativi concreti di cambiare il Paese, a partire dalla riforma costituzionale e dalla legge elettorale, tutt’ora non approvate, ma in dirittura d’arrivo. Seguirono la riforma del lavoro, della pubblica amministrazione, quella fiscale. Altre riforme invece si arenarono quasi subito. Come quella relativa alla riduzione dei costi della macchina amministrativa, la c.d. spending review, sbandierata nei primi mesi, letteralmente evaporata dopo la vendita delle prime dieci auto blu.

Ma tant’è. Il credito degli italiani a Renzi era tale e l’economia mondiale in ripresa, che il 2014 e l’inizio del 2015 passarono con il vento in poppa. Il grande successo del PD alle Europee del 2014 e l’indubbio successo di Expo nel 2015, di cui il Premier non mancò di evidenziarne la riuscita come fosse stata opera del suo Governo, contribuirono a rendere la leadership renziana sempre più convinta di avere l’appoggio della maggioranza degli italiani.

Ed è proprio da questa convinzione di aver in pugno il Paese, che hanno inizio i problemi attuali del governo Renzi. Alcune riforme attese da tempo, come quella del Jobs Act, nel corso del 2015 non hanno dimostrato di portare gli esiti sperati, cioè una riduzione della disoccupazione. Quella del sistema bancario, impostata nel 2015, sino ad ora non ha contribuito a creare quel clima di fiducia dei mercati nei confronti del nostro sistema economico, del nostro Sistema Paese, che rimane osservato speciale.

Di più, in Europa Renzi ha cercato di monetizzare troppo presto il pacchetto delle riforme interne, alcune ancora in corso, altre solo abbozzate (i famosi compiti a casa), chiedendo alla Commissione alcuni punti di flessibilità in più per la nostra spesa pubblica in un momento storico dove purtroppo la crescita economica vista nel biennio 2014/2015, peraltro debole, si sta fermando.

E arriviamo agli ultimi mesi, trascorsi con il dibattito politico interno focalizzato sulla riforma costituzionale e sulla legge per la parità dei diritti per le coppie omosessuali, mentre i pensieri degli italiani andavano da tutt’altra parte. Un tentativo per distogliere la mente dalla gravità della situazione economica?

Diciamo la verità: se al posto di Renzi ci fosse stato Berlusconi e la Borsa di Milano avesse perso dall’inizio dell’anno ad oggi quasi il 25% del suo valore di capitalizzazione, il leader di Centro Destra sarebbe stato oggetto di una potente campagna denigratoria e costretto alle dimissioni, come accadde nel 2011.

Con Renzi invece, come si sta comportando l’establishment che conta in Italia? Per ora tace, cercando appunto di distrarre l’opinione pubblica portandola ad occuparsi di grandi tematiche, di massimi sistemi che coinvolgono emotivamente le persone e le allontanano dagli argomenti spigolosi.

Fino a quando potrà durare il giochetto?

Perché una cosa è certa: in politica si guadagna il consenso e il potere con le promesse di un mondo migliore, ma si perde potere e consenso quando la borsa della spesa rimane vuota.

Ma da stasera ricomincia il Festival di Sanremo...