Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 26 luglio 2015

Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli



Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli.

Periodicamente, dal giorno in cui è stata promulgata la Carta Costituzionale, ritorna in Italia il tema degli aiuti economici che lo Stato dovrebbe o non dovrebbe fornire alle scuole libere, non statali, o paritarie come vengono definite adesso. Aiuti diretti o esenzioni dal pagamento di certe imposte, come nel caso dell’ICI di cui si sta discutendo in queste ore.

Ci preme ribadire alcune considerazioni elementari, di buon senso, accessibili a tutti insomma. 

Uno. Da un punto di vista prettamente economico, un ragazzo italiano che frequenta una scuola statale costa allo Stato circa 6.000 euro l’anno (i numeri vengono dalla Pubblica Amministrazione) mentre un ragazzo che frequenta una scuola paritaria ne costa circa 600. Già questa semplice e banale considerazione dovrebbe far riflettere tutti sul fatto che la chiusura delle scuole paritarie porterebbe un notevole aggravamento delle finanze dedicate alla scuola statale, che sarebbe costretta a dividere i fondi a disposizione su una platea di alunni più ampia (oltre un milione e trecentomila studenti frequentano le paritarie), per non parlare del costo dei docenti e non docenti. 

Due. Ogni famiglia che, il più delle volte con fatica e sacrifici, decide di mandare i propri figli a studiare alle scuole paritarie, versa comunque regolarmente una quota delle proprie tasse anche a favore della scuola statale di cui però, per scelta, non beneficia. Inoltre questi alunni che hanno frequentato le scuole paritarie, un domani entreranno a far parte della vita sociale e civile della comunità e renderanno disponibile la propria formazione personale a tutti, favorendo la crescita spirituale, economica e sociale della nostra nazione. Ciò comporta un arricchimento della vita civile, a meno che non si pensi che una diversa e pluralista libertà di educazione delle giovani generazioni sia negativa e nociva per la crescita morale dell’Italia e solo un’impostazione statalista della scuola sia positiva e da valorizzare. Noi pensiamo esattamente il contrario.

Tre. Le famiglie italiane sono, in Europa, le meno aiutate e sostenute economicamente dallo Stato, soprattutto quelle con più figli. Ora alle scuole non statali si vorrebbe far pagare anche l’ICI sugli immobili dove vengono tenute le lezioni. Cosa dovrebbero fare queste scuole? L’unico modo per sostenere i nuovi oneri sarebbe quello di aumentare le rette degli studenti impedendo di fatto a moltissime famiglie il reale diritto, garantito in Costituzione, di educare liberamente i propri figli. E’ questo che si vuole? Far diventare le scuole paritarie scuole d’elite, frequentate da poche migliaia di alunni figli di genitori ricchi? Noi questo non lo vogliamo.

Le scuole paritarie svolgono un ruolo fondamentale nel processo educativo delle giovani generazioni e dovrebbe essere cura di uno Stato laico, cioè aconfessionale, del popolo, mantenere e sviluppare la base delle famiglie che possono scegliere liberamente a quali educatori affidare i propri figli. 

Quello che è in discussione è il diritto fondamentale di ogni genitore di poter educare il proprio figlio secondo la concezione della vita e della religione cui si appartiene. Una famiglia cattolica, una famiglia ebrea, una famiglia musulmana ha il diritto di mandare il proprio figlio in una scuola statale, oppure in una scuola paritaria, dove trovi docenti che oltre ad insegnare i programmi previsti dallo Stato per quel tipo di studi, educhino il giovane a quella particolare visione del mondo e della vita condivisa con la famiglia di origine. E perché mai lo Stato dovrebbe osteggiare questo tipo di impostazione cultuale? In base a quale diritto soprannaturale? Noi proprio non comprendiamo il motivo.

Come non comprendiamo il motivo che delega una scelta di questo tipo, prettamente politica, ad un’aula di una corte di Tribunale. Ma le leggi non le scrive il Parlamento? O siamo diventati uno Stato di Common Law? E’ ora che tutti i nostri politici, perché questo è un tema generale di libertà che deve coinvolgere tutti, riprendano in mano il compito che spetta loro di diritto e che pongano la parola fine definitivamente su questo argomento che si trascina da troppi decenni in Italia. Siamo stanchi di leggere periodicamente di questi attacchi alla libertà di educazione, per di più portati avanti da piccole frange di estremisti ideologici che fanno riferimento a concezioni di società e di Stato che sono uscite miseramente sconfitte dalla Storia. 

E’ tempo che si faccia un passo in avanti in Italia anche sul tema della libertà di educazione, così come lo si sta cercando di fare in altri campi e in altri settori.

Che sia #lavoltabuona? 

Noi tutti, donne e uomini di buon senso, lo speriamo.


mercoledì 8 luglio 2015

Grecia vs resto d'Europa?



La vittoria dei no al referendum greco non era per nulla scontata. Almeno per la stampa occidentale che sostiene la Germania e i gruppi di potere che in questo momento dettano legge in Europa.

In molti speravano che con la mossa del referendum, Tsipras si fosse infilato da solo in un vicolo cieco e che alla fine a chiudere l'accordo con la triade (BCE, Fondo Monetario e UE) sarebbe stato un altro primo ministro.

E invece Tsipras che per alcuni è solo un giocatore di poker piuttosto che un leader politico, ha rischiato ed ha avuto ragione ad affidarsi al popolo greco che, a maggioranza, ha confermato la scelta delle elezioni politiche di gennaio.

Quindi Tsipras ha vinto? E’ presto per dirlo.

A nostro avviso, perché il no al referendum si traduca in una vittoria comune, sia del popolo greco che dell’Unione europea, occorre approfittare della situazione che si è creata per cambiare marcia e rivedere radicalmente le politiche adottate sino ad ora.

Ormai è chiaro che il popolo greco dopo anni di austerity non è riuscito a rimettersi in carreggiata. E dopo di lui altri popoli incominciano a chiedersi se vale la pena rimanere in un'Europa come quella attuale. Nei prossimi mesi ci saranno elezioni politiche in diverse nazioni europee e il pericolo che il “no” greco si diffonda è reale. 

Eppure, le reazioni dei leader europei, soprattutto dei più rigoristi ed intransigenti, al no della Grecia, non sembrano indirizzate ad un cambiamento di linea politica. 

Il punto fermo dell’intransigenza e del rigorismo finanziario è rappresentato dalla Germania e dai suoi Paesi satelliti nord europei. Il nodo è arrivato al pettine. O la maggioranza dei Paesi europei convince Berlino e i suoi alleati in Consiglio a cambiare approccio al problema greco, oppure una mediazione diventa impossibile. 

La verità è che si è costruita un’unione monetaria e finanziaria che ruota intorno all’area forte dell’ex Marco tedesco che ha semplicemente cambiato nome in Euro. E’ chiaro che i tedeschi difenderanno sino allo stremo la loro politica del rigore che li ha portati ad avere un’economia forte come non l’avevano mai avuta negli ultimi cento anni, ma ciò è avvenuto anche grazie ai sacrifici che hanno dovuto sopportare gli altri Paesi europei che si sono trovati in tasca una valuta sovra stimata rispetto alle proprie economie. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. 

Ora questa è forse l'ultima occasione per cambiare impostazione e metodo per affrontare la crisi in atto. Se si fallisse, la parola passerebbe ai populismi che pure già stanno raccogliendo proseliti in ogni nazione d’Europa e le conseguenze politiche potrebbero essere molto gravi, da non ritorno. 

Però, a pensarci bene, un’ultima opzione ci sarebbe: e se al posto della Grecia, ad uscire dall’Unione monetaria fosse la Germania?