Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 16 marzo 2013

Il barbiere di Siberia

Il barbiere di Siberia, Russia - Francia - Italia - Repubblica Ceca, 1998, Regia di Nikita Michalkov

Recensione di Alberto Bordin

Mentre Anna Karenina si appresta a uscire dalle sale, la memoria potrebbe tornare a un altro film che trovò scena nella Russia zarista; pochi l’avranno visto e meno ancora lo ricorderanno, tuttavia questo non ne sminuisce certo la bellezza: si tratta de Il Barbiere di Siberia. Con la regia del premio oscar Nikita Mikhalkov, se la pellicola trovò un seggio tra i titoli ospitati a Cannes, non ebbe invece strada facile tra le feroci critiche in patria; feroci nel loro silenzio,che tacciava l’opera di essere filo-zarista, nonché un non riuscito tentativo di emulare la grandezza di Zivago. 

Il giudizio fu ingiusto, ma per quanto miope, l’occhio della critica ci vide bene. Il film trasuda la nostalgia di una Russia imperialista, ancora potente e orgogliosa; e la storia, che intreccia l’amore con l’onore, e la lealtà con la dignità, vuole essere una grande epopea che attraversa il globo intero, dalle lande forestali della Siberia fino alle coste del continente americano. Intenti in una bieca accusa anti-nostalgica, quei critici non seppero vedere l’onestà di una simile opera, né riconoscerne la magniloquenza storica. Ma prima introduciamoci al plot. 

Springfield, Massachussetts, 1905. L’intero racconto prende vita tra gli inchiostri di una lettera, dove una donna racconta al giovane soldato Andrew la triste storia d’amore avvenuta tra sua madre e un promettente cadetto russo prima che questi nascesse. Saltiamo al 1885, quando Jane Callahan (Julia Ormond) giunge a Mosca per soccorrere finanziariamente il padre (Richard Harris), un eccentrico inventore impegnato nel suo ultimo folle progetto: una rivoluzionaria macchina taglia alberi da lui battezzata “Il Barbiere di Siberia”. Durante il suo viaggio in treno, Jane incontra accidentalmente il giovane cadetto Andreij Tolstoi (Oleg Menshikov), timido e goffo soldato di famiglia borghese, amante dell’opera lirica e, in particolare,di Mozart; la scuola militare imperiale reciterà prossimamente a teatro Le Nozze di Figaro, e Tolstoi ne sarà il protagonista. Andreij, avendo occasione di incontrare di nuovo Jane, s’innamora perdutamente della donna, la quale, dapprima divertita dalle attenzioni del giovane, scoprirà presto la tremenda serietà con cui il popolo russo mette in gioco il proprio onore; e in questo, Andreij, è profondamente russo, perché l’onestà, specialmente l’onestà del cuore, è una sostanziale faccenda d’onore. 

In un’avventura che alterna con efficace e ponderato gusto sovietico la tragedia alla commedia, la farsa al dramma e il serio al grottesco, Mikhalkov dipinge una Russia viva e a tratti rimpianta, dove la tradizione lotta per sopravvivere al modernismo dilagante, e dove la cappa e la spada vestono l’orgoglio e affondano nell'oltraggio; una società che, per quanto dolorosamente rivoluzionaria e afflitta dalla corruzione dei potenti, è ancora capace di sentirsi autenticamente russa. 

E le tre ore di film si fanno sentire in maniera assolutamente opportuna, gestite intorno a un personaggio che le merita tutte. È la figura di Andreij che colma con la propria statura umana ogni minuto della pellicola; è la sua onestà, così ingenua e così solida, ad ammortizzare il peso di ogni conflitto, di ogni intemperia, contro un mondo che irride gli uomini onesti.Se la dignità potesse essere fatta a film, questo sarebbe certamente un tentativo riuscito. 

E commuove che allo stupore si sommi la meraviglia, e che quest’opera sappia prometterci ancora tanto di più; poiché quando anche il bene di quest’uomo fosse sradicato, e la sua dignità fosse infangata e calpestata, e anche quando ogni suo sforzo si rivelasse inutile, fino a rimanere dimenticato ai confini del mondo, là, nella perdita di ogni speranza, è la Speranza sola a sopravvivere, perché la misteriosa volontà della vita permette al frutto di un uomo di perdurare quando era da chiunque creduto morto; poiché finché la vita vive, gli uomini veramente vivi non possono morire. 

E quando anche la Russia, quella vera, non fosse più: finché esiste un uomo veramente russo, allora la vera Russia vivrà ancora.

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