Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 31 agosto 2014

Il Meeting delle periferie

La festa finale di venerdì sera 29 agosto 


Si è chiusa ieri a Rimini la 35° edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli. Il titolo del Meeting di quest’anno era: “Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo”.

Per chi ha potuto verificare di persona, pure solo per una giornata, l’esperienza del Meeting, anche quest’anno si sarà commosso nel vedere decine di migliaia di persone, soprattutto giovani e giovanissimi ragazzi, partecipare attenti e curiosi a quanto accadeva nei saloni della fiera riminese. 

Per prima cosa diamo l’idea di quello che è accaduto nella settimana del Meeting: 100 convegni con 280 relatori provenienti da tutti i continenti, 14 mostre, 17 spettacoli, 10 eventi sportivi e oltre 4.000 volontari provenienti da 43 Paesi del mondo che hanno reso possibile tutto questo.

Forse il Meeting di quest’anno è stato, dal punto di vista mediatico, un po’ sotto tono per la mancanza di ospiti politici italiani di primo piano, ma invece dal punto di vista culturale e religioso sarà ricordato sicuramente come un’edizione che lascerà un segno negli anni a venire.

Le “periferie” non sono lontane – ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio che ha mandato per l’inizio del Meeting - fanno anzi parte del nostro mondo e del nostro vissuto e le tragedie che si verificano quotidianamente in molte parti del pianeta ci riguardano da vicino».

«Il cristiano non ha paura di decentrarsi, di andare verso le periferie, perché ha il suo centro in Gesù Cristo», ha scritto invece papa Francesco nel messaggio augurale al Meeting. Le periferie, ricorda il Santo Padre, «non sono soltanto luoghi, ma anche e soprattutto persone (...). Non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria». 

Le periferie del mondo sono state raccontate attraverso grandi testimoni come Padre Pizzaballa, Custode di Terrasanta, Aleksandr Filonenko, professore Ucraino, il vescovo di Aleppo, Georges Abou Khazen e ancora Panteleimon, Vicario di Sua Santità il Patriarca di Mosca e dell’intera Russia, Shlemon Warduni, Vescovo Ausiliare Caldeo in Iraq, ma anche da personalità italiane come il Card. Gualtiero Bassetti, Padre Antonio Spadaro, il Presidente Luciano Violante, il Prof. Giorgio Buccellati.

Tra tutti gli incontri a cui abbiamo assistito, sicuramente uno dei più emozionanti è stato quello con il fisico, filosofo e teologo ortodosso Filonenko che ha trattato la sua relazione avente a tema il titolo del Meeting. “La periferia non è una questione geografica, è questione di un incontro che ci rende vivi", così ha esordito Filonenko. Che poi ha continuato: "La periferia è quel luogo in cui Gesù ci si fa incontro, affinché dalla stanza soffocante dell’abbandono e della solitudine possiamo uscire nell’universalità, nella cattolicità. La periferia è più simile alla riva dell’oceano, all’apertura che rende possibile il contatto con il mistero”. 

Del resto anche il Salvatore dell’uomo, per venire al mondo, ha scelto una terra di periferia rispetto al centro del mondo che allora era Roma, e non sarà stata certamente una casualità.

Aspettiamo a questo punto in trepida attesa il prossimo Meeting 2015 che avrà il titolo: Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?

martedì 12 agosto 2014

Arrivederci Robin...



Quando leggiamo notizie come quella letta questa mattina al risveglio, la morte, o meglio il suicidio dell'attore Robin Williams, rimaniamo per forza di cose senza parole, afoni, sgomenti.

Robin Williams ci ha fatto compagnia per tantissimi anni, al cinema, in televisione. Quando avevamo voglia di rivedere il suo volto così sorridente e al tempo stesso velato da un filo di malinconia, accendevamo la TV o inserivamo un DVD, con la consapevolezza che da qualche parte nel mondo Robin stava girando per noi un nuovo film che ci avrebbe fatto ridere e commuovere, insomma ci avrebbe aiutato a vivere.

Ora il suo futuro si è fermato, lui stesso l'ha fermato, per sempre. Certo, potremo rivederlo ancora, tutte le volte che vorremo, in TV o al cinema, ma sarà diverso perché ci mancherà l'attesa per la sua nuova interpretazione della realtà, sempre magica, sempre unica.

Molti si stanno chiedendo in queste ore il perché del gesto. Nessuno, tranne Robin, conosce la risposta. Si potrebbe parlare e scrivere per ore sul mondo dello spettacolo, sulla vanità che lo circonda, sulla falsità dei rapporti umani che lo costituiscono, sulla solitudine compagna di vita e via dicendo...

La verità è che ognuno di noi, prima o poi, deve fare i conti con lo scorrere del tempo e con il senso del proprio esistere. Si viene al mondo con due compiti: imparare ad amare e prepararsi a morire e questo fatto costituisce il filo rosso dell'esistenza di ciascuno di noi, sia che nella vita si svolga il mestiere di attore o quello di semplice impiegato od operaio.

Robin Williams, di fronte a questi due compiti, ha pensato di dare una risposta radicale e senza possibilità di ripensamento, togliendosi la vita. Purtroppo non possiamo dirgli più nulla. Ma se solo potesse sentirci ancora una volta, gli diremmo che in questo caso ha sbagliato copione, che non doveva recitare sino in fondo quella parte. Dopo tutti gli anni passati sullo schermo e tutti i film interpretati, questa volta caro Robin hai scelto una sceneggiatura sbagliata. 

C'è sempre una ragione per cambiare strada e iniziare un nuovo cammino, a qualsiasi età, con qualsiasi tempo...Le scelte radicali, quelle che non contemplano una possibilità di ripensamento, non sono scelte di competenza di noi fragili umani, ma delle divinità. E tu caro Robin, eri uno come noi, un essere umano, perché hai voluto compiere un gesto divino? Solo Dio può decidere la nascita e la fine di una vita.

Questo ti avrei detto, caro Robin, se solo avessi potuto parlarti prima che tu compissi l'insano gesto. Ma sono sicuro che ti sei già pentito per quanto hai combinato poche ore fa e saprai farti perdonare dal buon Dio, del resto tra veri artisti ci si intende…

Addio Robin. Grazie alla tua arte ci hai fatto vivere momenti emozionanti che rimarranno nella nostra mente e nel nostro cuore finché vivremo. E ci impegneremo per farlo bene, nel migliore dei modi, cercando di imparare ad amare e preparandoci, con animo sereno -sperando di riuscirci- alla nostra fine.

E se vi riusciremo, sarà un po’ anche merito tuo.

martedì 5 agosto 2014

Edge of Tomorrow

Edge of Tomorrow, USA e Australia, 2014, Regia di Doug Liman

Recensione di Alberto Bordin


Mentre gli alieni conquistano l’Europa sgomentando le nostre forze armate a ogni nuovo attacco, il pavido ufficiale William Cage (Tom Cruise) viene strappato dalla sua campagna pubblicitaria per i nuovi e letali esoscheletri da battaglia destinati a cambiare le sorti della guerra, e, ridotto a soldato semplice per aver rifiutato di eseguire l’ordine affidatogli, è gettato controvoglia in prima linea durante un attacco “a sorpresa”, dentro uno di quegli stessi automi che ha finora venduto ma che non ha la più pallida idea di come utilizzare. Nella rovinosa disfatta, l’ufficiale Cage trova presto la morte incidentandosi con un alieno diverso dagli tutti gli altri, circostanza per la quale Cage sarà vittima del più inusuale degli eventi: morendo, il giorno ricomincerà ogni volta da capo, uguale al precedente, tranne per lui, che l’ha già vissuto; e così si ripeterà ogni volta, ogni giorno morendo, ogni giorno ricominciando. Sotto pressione della soldatessa Rita Vrataski (Emily Blunt), l’unica che gli crederà essendo stata vittima dello stesso sortilegio, Cage approfitterà del suo potere per cambiare definitivamente le sorti della guerra.

Edge of Tomorrow è un film ben scritto prima che ben realizzato e questo è sempre un colpo vincente per qualunque film; meglio, per qualunque storia. Lo sviluppo narrativo è intelligente e ironico. Svolge con semplicità ed economia la matassa del racconto, facendoci entrare in modo fluido nel vivo degli eventi; un plauso in particolare ai primi due minuti del film che riescono con parsimonia a inquadrare e focalizzare con precisione la vicenda bellica. Ma non di meno è notevole il funzionamento del meccanismo temporale: liscio, chiaro, “naturale”, districandosi sullo schermo senza ingarbugliarsi – impedendo la comprensione – né appiattirsi – annoiando alla visione. La linea narrativa, evidentemente colorata di fantascienza, segue ordinatamente, al ritmo di piani e picchi – come una frequenza cardiaca sull’elettrocardiografo – ed è in tutto ciò condita di vivace ironia. Perché quando la Morte non è più un ostacolo, se il titano più spaventoso e invitto, la nemesi di tutti gli uomini, viene non solo sconfitto ma sorpassato, scavallato come un semplice incidente di percorso: nient’altro, non c’è né ci sarà mai altro pericolo o “incidente” in grado di spaventarci. Cage morirà una, dieci, cento, mille volte – nemmeno lui terrà più il conto – nei modi più diversi e improbabili; e ciascuno di questi – sdrammatizzati ma altrimenti drammaticissimi – eventi, correranno impunemente sullo schermo, sotto le scrollate di spalle del protagonista e le frequenti risate del pubblico. L’assoluta reversibilità degli eventi minimizza fino al ridicolo ogni sofferenza del corpo.

Ma non quelle del cuore; e qui si annida la vera drammaticità e punta di genio del film. Perché se il corpo non ricorda il male subito, la mente lo fa, e sarà occupata prima dalla spossatezza, poi dalla noia e infine dal dolore della coscienza. Gli occhi di Rita, ogni giorno nuovi e ignari, non si accorgono del peso che si nasconde negli occhi di Bill, occhi vecchi e stanchi, occhi provati dal tempo che accresce ogni emozione e quella più sofferta di tutte: l’affetto. Bill s’innamorerà inevitabilmente di una donna con la quale vive una storia in solitario, amante non amato, memore e dimenticato. È un po’ il destino di Henry in “50 Volte il primo bacio”, ma certo è il medesimo di Phil in “Ricomincio da Capo” – non è certo un caso che entrambe le amate si chiamino Rita –: tre storie in cui, comunque si voglia, il destino vuole che l’amore di questi tre uomini rimanga in qualche modo sterile, ogni volta donato ma senza frutto, senza poter mettere radici, sempre dimenticato da tutti. Fuorché da loro.

E qui l’ultimo punto di genio umano, in un finale che forse perde nel soddisfare la logica ma vince affettivamente. Il tempo non è mai perso, nemmeno il tempo perduto. È sempre donato, ogni volta occasione di maturazione, di fare di quella coscienza sofferta la sostanza di un uomo nuovo. Non è passato nemmeno un giorno per il mondo eppure è passata un’eternità: il tempo necessario per un ufficiale codardo di meritare finalmente i propri gradi e divenire l’uomo che non è mai stato.

venerdì 1 agosto 2014

Onorevole Presidente del Consiglio Matteo Renzi...


Onorevole Presidente del Consiglio Matteo Renzi, 

sono uno degli undici milioni e duecentomila italiani che l’hanno votata alle ultime elezioni europee. Io, come molti altri, per la prima volta (ho quarantotto anni). Non ho votato il PD, ho votato lei, Signor Primo Ministro. 

Ho votato lei perché è giovane e Dio solo sa quanto gli italiani siano stanchi di settantenni e ottantenni al comando, incollati ai posti chiave della Nazione…

Ho votato lei perché ho intravisto un segnale di discontinuità propositiva, nel suo modo di parlare di politica, di futuro, di fiducia nelle nostre capacità e nel nostro lavoro, rispetto ai mestieranti della politica…

Ho votato lei perché ha promesso di cambiare l’Italia in meglio, di lottare contro i burocrati e la burocrazia…

Ho votato lei, Signor Presidente, perché non si è messo ad urlare nelle piazze come hanno fatto alcuni politici improvvisati, mirando a distruggere piuttosto che a costruire una nuova Italia…

Ho votato lei perché ha l’energia giusta per andare sino in fondo in questa sfida di cambiare il Paese incartapecorito da decenni di pseudo vita democratica e perché, mi consenta la franchezza, non ha molto da perdere e quindi ha con sé la forza per tirare dritto davanti agli ostacoli…

Ho votato lei perché l’Italia ha bisogno di un cambio di passo e un giovane di solito ha la camminata svelta…

Ho votato lei perché mi è sembrata una persona coraggiosa, perché ci è voluto molto coraggio per sfidare i Moloch del Partito Democratico ed uscirne vincitore…

Ho votato lei, Signor Presidente, perché avevo bisogno di vedere facce nuove nei talk show, non i volti noti dei soliti politici che siedono in Parlamento da decenni e vengono in TV a parlare del rinnovamento della politica, ma loro sono sempre seduti nel solito scranno…

Ho votato lei anche perché, purtroppo, non avevo molte alternative Signor Presidente, ma di questo lei non si deve preoccupare, anzi, deve essere un motivo in più per cercare di conquistare altro consenso…

Intendiamoci, non vorrei che pensasse che la considero un super uomo, no per carità, qui sulla terra siamo tutti persone normali, i santi e i demoni vivono nell’altro mondo, Superman è un personaggio dei fumetti…

Ho votato lei ed ho aspettato il trascorrere dei fatidici cento giorni che si concedono ad ogni nuovo Primo Ministro, giusto per permettergli di capire in che mondo è finito… 

però caro Presidente, così non va…

Dal giorno del giuramento (si ricorda quel 22 febbraio vero?) sono trascorsi più di cinque mesi e dal suo Governo abbiamo avuto molte dichiarazioni d’intenti e visto molti grafici sui programmi e sulle cose che intende fare per cambiare il Paese, ma pochi atti concreti…

Dal giorno del giuramento, abbiamo letto sui giornali le moltissime riforme che si vogliono realizzare: la riforma della spesa pubblica, la riforma del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione, la riforma della legge anti corruzione, la riforma della legge elettorale, del titolo quinto, quella costituzionale solo per citare le più importanti. 

Se però guardiamo agli atti concreti, leggi e decreti promulgati ed operativi, le cose cambiano. Al momento poi il Parlamento è impegnato in una estenuante discussione sulla riforma del Senato, come se riformare il Senato a tutti i costi fosse la soluzione ai mali d’Italia.

Così non va, Signor Presidente. Le riforme costituzionali devono avere la più ampia maggioranza parlamentare se vogliono avere una minima possibilità di successo. L’esperienza docet in questo caso. Quante volte negli ultimi due decenni si è cercato di portare avanti una riforma sostanziale della nostra Costituzione senza riuscirci? Non si può proporre al Parlamento un piatto surgelato da scongelare e cucinare in cinque minuti, preparato e precotto in un’altra cucina…

Perché per esempio puntare i piedi sull’elezione indiretta dei Senatori quando tutti i sondaggi e il buon senso dicono che agli italiani piace, giustamente, scegliere il proprio candidato? Non raccontiamoci la storiella che un Senato elettivo costerebbe di più di uno di seconda mano…basterebbe dimezzare il numero dei Senatori, da 315 a 150, e ridurre gli stipendi ai restanti, per ottenere i medesimi risultati di costo della struttura. E questo è solo uno tra i molti punti della riforma in discussione che sono fortemente invisi al popolo, Signor Presidente…

I motivi per cui l’ho votata, Signor Presidente, glieli ho elencati all’inizio di questa lettera. Come me, mi creda, la pensano tanti italiani. Ci ascolti, la prego. Per noi lei rappresenta l’ultima possibilità, l’ultimo tentativo serio per cercare di cambiare le cose in Italia. 

Non usi i muscoli per portare a casa una vittoria sul Senato non elettivo, mi creda, non ne vale la pena… 

Cerchi anzi di uscire il più in fretta possibile dalla pastoia della riforma costituzionale e di quella elettorale per dedicare le sue energie e quelle dei suoi giovani ministri nel cercare soluzioni al lavoro che manca, alle imprese che chiudono (alcune perché falliscono e altre perché spostano la produzione all’estero) e vedrà che alle prossime elezioni gli italiani la voteranno ancora…

Ci sono solo due giorni all'anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l'altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere. 

Questo scrive il Dalai Lama, Signor Presidente: oggi tocca a lei decidere il futuro dell’Italia. Non si faccia intimidire dai vecchi volponi della politica, ascolti il popolo e vada avanti senza indugio. Gli italiani che l’hanno votata sono ancora con lei, ma non per molto tempo ancora…

In bocca al lupo, se mi consente.