Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 31 maggio 2014

Mala Tempora

Da poche settimane è uscito il nuovo romanzo di Fabrizio Carcano, il giornalista scrittore da alcuni soprannominato il Dan Brown milanese, dal titolo “Mala Tempora”.

Ritroviamo subito i personaggi che abbiamo imparato ad amare nei due precedenti romanzi, Gli angeli di Lucifero e La tela dell’Eretico, il capo della Squadra Omicidi Bruno Ardigò e il giornalista, amico – rivale, Federico Malerba impegnati in una serie di delitti di giovani donne nella torrida estate milanese del 2013.

Nel romanzo sono presenti i temi cari all'autore che ce lo hanno fatto conoscere come il maestro del romanzo giallo a sfondo storico – esoterico. Caratteristica del Carcano è quella infatti di riuscire a creare un legame emotivamente forte tra le indagini su omicidi dei nostri tempi che rimandano, per qualche ragione che via via si palesa nel corso della lettura, ad altri delitti compiuti a Milano da personaggi vissuti in secoli precedenti. Il tutto avvolto da un alone di misteri e riti segreti che rendono ancora più intrigante la trama e la lettura.

Non riveleremo certo qui il finale della storia che, per inciso, si svelerà al lettore, come in ogni buon giallo, solo nelle ultime pagine, ma possiamo aggiungere un’ultima annotazione prima di lasciarvi alla lettura: l’amore dell’autore, vero e intenso che traspare in ogni pagina del libro, verso Milano, quella di oggi e quella di ieri. 

La città è raccontata nei suoi angoli più conosciuti e nelle sue viuzze meno note. L'autore la rende più amabile di quello che appare agli stessi milanesi, come il sottoscritto, abituati ad usarla ogni mattina, a scivolarle accanto, a sfiorarla ma non ad osservarla con attenzione come meriterebbe nella realtà.

Nella recensione de La Tela dell’Eretico suggerivamo al Sindaco Pisapia la nomination di Carcano all’Ambrogino d’Oro. Ci pare di non essere stati ascoltati, ma noi ci riproviamo nuovamente, dopo aver letto questo nuovo intrigante romanzo giallo milanese!

Buona lettura a tutti in attesa della nuova avventura del duo Ardigò – Malerba. 





Fabrizio Carcano, Mala Tempora, Ugo Mursia Editore srl, Milano 2014



venerdì 30 maggio 2014

A tu per tu con: Sara Bardelli

Oggi a Tu per Tu con, incontriamo Sara Bardelli, architetto. 

Vive e lavora a Perugia da undici anni. Oltre al lavoro, coltiva parallelamente la passione per la cucina sia attraverso il blog http://www.qualcosadirosso.com/ sia collaborando con L'Espresso per la "Guida ai Ristoranti d'Italia".

Sara ha ideato il logo e realizzato il restyling grafico dei miei due blog, Aldebaran e Peanuts from Italy. Di questo la ringraziamo ancora una volta per l'ottimo lavoro svolto e approfittiamo per porle alcune domande relative alla sua professione.

D.: Sara: parlaci della tua professione di web designer. Come è nata la passione per questa professione?
R.: Per quanto riguarda il mio lavoro, non mi definirei strettamente una "web designer" ma più genericamente un architetto con la passione per il bello a trecentosessanta gradi. Dopo aver aperto il mio blog personale diversi anni fa ho cominciato ad aiutare alcuni amici a sistemare il proprio blog, poi ho approfondito autonomamente la cosa e, da un paio d'anni, ho inserito anche questo ramo di attività nel mio percorso professionale. 

D.: Ormai siamo giunti alla fine di un nuovo anno scolastico e molti giovani non hanno ancora deciso quale istituto superiore o quale facoltà universitaria scegliere. Per diventare un web designer che percorso di studi consiglieresti ad un giovane studente? 
R.: Il Il mio percorso è stato del tutto anomalo: l'attività di web designer è solo una piccola parte del mio lavoro ed è tutt'ora in divenire, ma è evidentemente uno dei possibili sbocchi della facoltà di architettura, previo approfondimento di alcuni aspetti prettamente informatici che non in tutti gli atenei vengono affrontati. 

D.: Quali sono le caratteristiche (professionali ed umane) che deve possedere un web designer e quali sviluppi prevedi che avrà in futuro la tua professione?
R.: Volendo invece intraprendere la strada di web designer come principale o unica attività esistono molti corsi ad hoc, ma il mio consiglio è anche quello di studiare le arti e cercare in sé la passione per la bellezza, l'equilibrio e l'armonia; studiare la psicologia del colore nelle varie culture; imparare a capire le esigenze del cliente indirizzandolo verso la soluzione giusta senza imporsi; aggiornarsi continuamente e coltivare la curiosità per tutto ciò che può essere un arricchimento culturale. Non so quali sviluppi potrebbe avere l'attività di web designer, ma con l'importanza ormai cruciale che ha assunto la rete penso che sia già diventato uno dei lavori più importanti nel campo della comunicazione.

Grazie Sara e buon lavoro. 


giovedì 29 maggio 2014

Qualcuno si ricorda della Questione Morale?

Più società, meno Stato

Nei primi anni '80 irrompeva sulla scena politica italiana il tema della c.d. "questione morale". Fu il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, il 28 luglio 1981 a parlare di questione morale nella storica intervista a Repubblica. 

Eccone alcuni stralci: "...I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti". 

E ancora: "La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano..." 

A parlare, ricordiamolo, era colui che da mezza Italia di allora veniva visto come il diavolo che mangia i bambini… Ma nell’Italia di oggi c’è qualche uomo politico che dice ancora queste cose? 

Dopo questa denuncia che, ammettiamolo almeno ora, non chiamava però in causa tutti i partiti allo stesso modo, gli italiani hanno assistito a tangentopoli, alla fine della prima repubblica, all'arrivo della seconda repubblica, all'epoca di Berlusconi, Prodi e D'Alema e poi ancora agli scandali finanziari, italiani e internazionali. Ora siamo forse arrivati alla fine della seconda repubblica e siamo all’inizio di una nuova era, liquida, reticolare, multiforme e agnostica, nella quale sembrerebbe che i partiti tradizionali non esistano più e che gli elettori esprimano, in base a circostanze differenti, risposte puramente emotive.

Risultato? L'occupazione della società da parte dei partiti? Completata. Quello che Berlinguer denunciava 33 anni fa come un sinistro presagio si è realizzato. Ormai nessun anfratto della nostra società è immune dall'influenza dei partiti. Partiti non da intendersi solamente con riferimento alle forze politiche. Partiti nel senso di parti, sodali riuniti da interessi comuni, professionisti che si sostengono a vicenda, classi sociali privilegiate che difendono ad ogni costo i loro privilegi. 

Quindici anni dopo l'intervista di Berlinguer, un altro personaggio pubblico italiano, non politico, ma religioso, Don Luigi Giussani, rispondendo ad un giornalista de "La Stampa" che lo interrogava su Mani Pulite diceva: "…la situazione è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli. Questo smarrimento comporta una inevitabile, se non progettata, distruzione dello stato di benessere, che risulta così totalmente minato nella tranquillità del suo farsi. Perché riprendere, bisogna pur riprendere!".

In realtà si è continuato ad occupare sempre di più gli spazi della società civile incuranti del bene comune che è rimasto una frase di circostanza sulla bocca di uomini politici e delle istituzioni. 

Le cronache di questi giorni purtroppo sono la prova che la situazione italiana è arrivata al limite. Quando gli indagati per reati penalmente gravi sono banchieri e magistrati, ex Ministri della Repubblica, medici e avvocati, imprenditori e ingegneri e non solo capi di famiglie camorristiche e mafiose, significa che le parole di un politico, considerato da molti un povero diavolo e quelle di un uomo Servo di Dio, che ha cercato di cambiare il modo di vivere la Chiesa e quindi di vivere la realtà e la politica, erano profetiche.

Sta ai politici di oggi, visto che quelli di ieri non ci sono riusciti, trovare il modo per lasciare più spazio alla società e far fare un passo indietro alla politica, allo Stato. Solo così si potrà iniziare a risolvere la questione morale.

martedì 27 maggio 2014

Grand Budapest Hotel

Grand Budapest Hotel, Germania e Francia, 2014, Regia di Wes Anderson


Recensione di Alberto Bordin  



L’ultima fatica di Wes Anderson è un successo; inutile dirlo: Grand Budapest Hotel piace a tutti. Film che assume tutto lo stile del cinema di nicchia e che ci saremmo aspettati occupare le sole sale d’essai – e per un tempo piuttosto ridotto –, la pellicola ha invece spopolato in lungo e in largo battendo le aspettative sia spaziali che temporali di distribuzione. E la causa di tanta evidente piacenza risiede in un’altrettanta evidente ragione: il segreto sta tutto in una storia ben raccontata.

Non potrebbe essere diversamente, perché in fondo non c’è nulla di più che un racconto, affrontato certo con carattere ma di cui pare quasi impalpabile la sostanza (o più grezzamente, il contenuto); e forse non a torto, perché l’unica vera sostanza è infine proprio la dinamica del “racconto”: le storie e il loro essere raccontate. Tutto ha inizio con una giovane che legge una storia, “il Libro” scritto “dall’Autore”, il quale si introduce lui stesso raccontandoci a sua volta di quando incontrò il venerabile Zero, che gli raccontò lui pure del suo servizio sotto Monsieur Gustave. Le storie – ci spiega puntualmente l’Autore – non sono il frutto di un’immaginazione fervida, ma sono l’incontro con persone che ci attendevano per potercele raccontare.

È evidente che la storia raccontata assume un carattere catartico in questa dinamica: la storia raccontata è infine in una certa misura la Storia stessa che si racconta. Accade, come per inerzia, che il tempo degli uomini, ponga lo sguardo su se stesso e voglia così confermarsi, fermarsi, definirsi come per un istante, affidando tutto il suo essere stato a un testimone, figlio prediletto per renderlo immortale. I protagonisti di queste vicende, benché siano poi tutti attori, sono innanzitutto testimoni; testimoni di eventi eccezionali, di un passato perduto che può essere riscoperto solo nel tempo della memoria, condito con un po’ di nostalgia. Ogni personaggio, per quanto dinamico, si fa pure estremamente rigido, monolitico, quasi osservatore passivo in questa – tuttavia – frenetica follia di mondo. Sono involucri, miniati con cura in ogni dettaglio, dal taglio di capelli, al tessuto del cappotto, alla forma degli anelli e degli occhiali e delle stringhe delle scarpe, per poi essere riempiti da volti di divi celebri e familiari (una delle più belle liste di nomi e facce da gustare con gli occhi), che orientano quella struttura certo ricca ma altrimenti fuorviante. E ciascuno agisce, ma innanzitutto ciascuno parla, anche quando è zitto, dando corpo al dinamismo di un’epoca ormai impalpabile e senza tempo; sono testimoni e teste di un tribunale giuridico: sia quello prossimo per la delittuosa dipartita di una vecchia e facoltosa nobildonna, sia quello remoto del pubblico. Entrambi cercano la verità, ma ciascuno una verità diversa: i primi quella immediata di responsabili e moventi del delitto, i secondi dei responsabili e dei moventi di una cultura, uno stile di vita tanto più affascinante quanto più lontano e incomprensibile al nostro.

Stile di vita che trova la sua sostanza nello stesso Gustave (uno splendido Ralph Fiennes), ultimo erede di un’epoca già morta quando lui era ancora vivo, di un tempo in cui “in questa barbarie di mondo” tutto poteva trovare ordine e eleganza e soluzione alla “villania” con il semplice esercizio della gentilezza, riccamente guarnita di poesia e charme. E vivendo quel mondo e raccontandolo, quel mondo perduto riprendeva vita, affidato a Zero, e quindi all'Autore, e così a una giovane donna, e da quella a noi.

Perché in fondo c’è assai poca distanza tra il rifare e il ri-contare: si tratta pur sempre di un ri-accadere. E quel passato ormai lontano può così tornare a noi, in un gesto o in una parola. O magari in entrambi.

lunedì 26 maggio 2014

Il Buono, il Brutto e il Cattivo



Il Buono, il Brutto e il Cattivo

Il Buono ha vinto la sua sfida, al di là di ogni più rosea previsione. Il Brutto ha perso, forse, l'occasione della vita ed ora trovare una via d'uscita per il suo movimento appare difficile. Il Cattivo è stato messo nell'angolo e la soluzione per ritornare al centro dell'attenzione ci sarebbe, ma... 

Riflessioni italiane.
Certamente gli elettori hanno votato più Matteo Renzi che il suo partito, più la sua "pacata" determinazione, che la rivoluzionaria dialettica del Capo Popolo genovese. Il PD di oggi non è il partito del 40% degli italiani. Se fossero state elezioni politiche interne, il risultato sarebbe stato più vicino a quello degli exit poll che infatti quotavano il PD intorno al 30%. Cosa significa? Significa che il 10% degli intervistati all'uscita dal seggio non ha dichiarato che aveva dato il voto al PD. Come mai? Vergogna della “prima volta”? 

Questo non toglie che ora Renzi abbia una responsabilità enorme: sulle riforme che devono procedere spedite, ma senza imposizioni “totalitarie” e sulla ricerca di soluzioni per l'emergenza principale del Paese, il lavoro che manca, soprattutto per i giovani.

Per i cinque stelle, forse ora quattro stelle, la lezione è stata tosta, non se l'aspettavano. Il Guru non ha pronosticato in modo corretto l’evento. Intendiamoci, in valore assoluto non è un risultato da disprezzare: i grillini sono il secondo movimento in Italia, ma in termini relativi sono stati doppiati dal primo partito. Forse è giunto il momento per i penta stellati di provare a liberarsi del Grillo parlante, a tagliare il cordone ombelicale. Ormai sono una forza consolidata, ma questo patrimonio di voti non può rimanere isolato e improduttivo, per il bene del Paese. Se Grillo capirà questo, allora farà fare un passo in avanti al movimento e al Paese, in caso contrario molto probabilmente la sua leadership sarà destinata al declino.

Il Cavaliere, azzoppato dalle note vicende, non è stato però disarcionato, ma dovrà prendere atto che una stagione è arrivata al capolinea, la sua. Come reagire? La soluzione potrebbe essere "alla francese", visto il fascino che Marine (Le Pen) ha saputo trasmettere all'elettorato del partito creato dal padre. La "nostra" Marina sarà capace di negarsi al papà ancora una volta? 

Riflessioni europee.
L'Italia insieme alla Germania (e a pochi altri) è stato il Paese dove hanno vinto le forze a favore dell'Unione. In altri Paesi, anche importanti, come Francia, Inghilterra e Spagna, le forze politiche anti euro hanno avuto risultati molto significativi, più che nel nostro Paese.

Questo fatto dovrebbe far riflettere i due principali gruppi del Parlamento europeo (i popolari e i socialisti). La legislatura che prenderà il via a breve, o sarà capace di farsi costituente di un nuovo modo di concepire l’Unione o rischierà di essere l'ultima del Parlamento europeo. 

L’ottimismo però non manca: alla fine gli elettori europei si sono recati alle urne, meno che nella passata votazione del 2009, ma non si è verificato il forte astensionismo temuto. E questa è una punta di speranza che ci lascia fiduciosi per il futuro…


giovedì 15 maggio 2014

Di cosa stiamo parlando?

Di cosa stiamo parlando?

Ormai mancano pochi giorni alla tornata elettorale (in Italia elezioni europee più rinnovo di circa 4.000 comuni e 2 consigli regionali) e tutti i leader politici sono in cerca della più ampia visibilità. Risultato: superamento di ogni logica e buon senso nella comunicazione e dichiarazioni che promettono di tutto e di più: aumento di pensioni, aumento di buste paga, reddito di cittadinanza, reddito a cani e gatti e via così. Le coperture: dal recupero dell’evasione ai fondi europei non spesi e perché non dall'aumento dei gelati o del chinotto ci domandiamo… in fondo chi non si beve un chinotto adesso che viene la bella stagione? Povera Italia in attesa di un Expo che latita (ma non in Libano, a Rho, vicino a Milano) e poveri italiani in attesa di un lavoro che invece all'estero ci finisce veramente.

E mentre la giostra continua a girare sempre più lentamente, ma senza accennare a fermarsi, fuori dal luna park cosa succede?

Notizia di oggi: nel primo trimestre del 2014 il prodotto interno lordo (PIL) è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% nei confronti del primo trimestre del 2013.
Nello stesso periodo il PIL è aumentato dello 0,8% in Germania ed è rimasto stabile in Francia. 

Notizia di ieri: la Banca d’Italia ha certificato che il debito pubblico, nel mese di marzo 2014, è salito a 2.120 miliardi di euro (nuovo record). Dalla correlazione di queste due notizie possiamo dedurre che il rapporto debito/PIL, nel primo trimestre 2014 sia vicino al 136%, in aumento di oltre 3 punti percentuali rispetto ai valori registrati lo scorso 31 dicembre 2013. La prima riflessione che ne consegue è che le previsioni contenute nel DEF 2014, sono già superate e irrealizzabili (e siamo al mese di maggio, per arrivare a dicembre mancano ancora 7 mesi).

E i nostri cari leader politici, alle prese con i primi caldi primaverili, di cosa ci stanno parlando in questi giorni? Che è meglio votare per chi vuole veramente le riforme, no per chi vuole le riforme, ma quelle giuste, no no, per chi vuole il ritorno alla lira, al franco, alla dracma… senza accorgersi che le riforme, il Paese, le sta portando avanti da solo, ma nella direzione opposta.

Manca solo il deciso rialzo dello spread (oggi ha lanciato qualche segnale) e poi il triangolo malefico è pronto: diminuzione del PIL e aumento del debito e dello spread e il Governo Renzi è servito. Complotto anche questa volta? Propenderei di più per un casalingo malgoverno e malcostume italiano.

Arrivati a questo punto, visto che appare impossibile fermare con azioni ordinarie la salita del debito pubblico, aumentano esponenzialmente le possibilità che si scelgano per forza maggiore soluzioni straordinarie per ottenere la riduzione del debito, come imposte patrimoniali una tantum o misure con analogo effetto. E sarebbe meglio iniziare a pensarci da soli, perché se ci arrivasse prima il Fondo monetario, le soluzioni che ci verrebbero proposte sarebbero sicuramente più drastiche… 

Vogliamo incominciare a parlarne oppure iniziamo a pensare alla formazione dell'Italia che scenderà in campo ai prossimi mondiali di calcio brasiliani? In effetti, almeno nel gioco del calcio, siamo stati 4 volte Campioni del Mondo e nel medagliere siamo davanti alla Germania... pensate come rosicano i tedeschi...



mercoledì 7 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (7 fine)

Giunti al termine del "cammino europeo" che abbiamo percorso insieme, proviamo ad esporre alcune riflessioni conclusive.

Prima considerazione: le elezioni del 25 maggio costituiscono un appuntamento importante, da non perdere se vogliamo modificare l'attuale stagnazione politica che l'Unione sta attraversando.
Quindi, è necessario recarsi alle urne e votare: solo così manderemo ai politici il giusto segnale, vale a dire che i cittadini europei desiderano più Europa e non meno Europa. Se vincesse l'astensionismo, vincerebbe lo status quo e in ultima analisi vincerebbero i paladini di questa Europa, fondata solo sull'economia e sulla finanza e non sulla persona e sul lavoro.

Secondo: è proprio dal binomio persona lavoro che dobbiamo ripartire per portare avanti la costruzione dell'Unione europea. Il desiderio più profondo dell'uomo, quella sete di verità e giustizia che lo contraddistingue, deve trovare la giusta possibilità di realizzazione in ambito europeo. Se non serve a questo, a cosa serve l'Europa unita? A far circolare le merci più velocemente perché sono stati aboliti i controlli alle frontiere? A pagare con la stessa moneta una brioches a Roma e a Berlino? Un po’ pochino, non vi pare? Noi all'Europa chiediamo di più. 

Terzo: ci permettiamo di suggerire ai nuovi parlamentari europei che forse, per ripartire, l’Europa ha bisogno di un nuovo patto, un accordo nel quale vengono declinati i principi costitutivi e irrinunciabili sui quali si vuole fondare l’Unione dei prossimi decenni. Una Carta costituzionale insomma, come quella che era stata approvata e sottoscritta a Roma il 29 ottobre 2004 dai 25 Capi di Stato e di Governo dell’epoca. 

Purtroppo quella scelta, a nostro giudizio fondamentale per il futuro dell’Unione, non ebbe il seguito che meritava e fu accantonata negli anni successivi dalla mancata ratifica da parte di alcuni Stati. In particolare la bocciatura tramite referendum popolare di Francia e Paesi Bassi affossò definitivamente l’idea di avere una Costituzione europea. Quello fu un grave errore di cui adesso stiamo pagando le conseguenze. 

La nostra intenzione, con questa serie di articoli, è stata quella di aiutare a comprendere meglio la posta in gioco in queste elezioni europee. Soprattutto, con uno sguardo alle nuove generazioni, che forse danno per scontato che l'Unione europea esista oggi ed esisterà anche domani. Ma non è così. Senza un impegno costante nelle Istituzioni politiche, l'Europa resterà in mano ai burocrati, ai professionisti dell'amministrazione ed ai finanzieri che ne controllano le scelte economiche, ma non diventerà quell'Europa dei popoli che avevano in mente i Padri fondatori.

Perciò il nostro impegno nei confronti dell'Europa, in questi ultimi giorni prima del voto, sarà quello di informarci sulle posizioni che le forze politiche italiane porteranno nel nuovo Parlamento. Che idea di Unione hanno in mente, a quali Gruppi parlamentari europei fanno riferimento e quali iniziative propongono per uscire dallo stallo attuale. In attesa che l’Unione organizzi delle tribune elettorali europee, dove i gruppi presenti al Parlamento europeo possano condividere con gli elettori i loro programmi, una buona fonte d’informazione si rivela il sito internet ufficiale del Parlamento europeo: 


Vi si possono trovare tutte le indicazioni riguardanti le funzioni e i compiti dell’Istituzione e i riferimenti ai siti internet dei gruppi politici presenti. Sarà così possibile conoscere nei dettagli i programmi politici dei singoli movimenti e trovare la forza politica con la quale siamo più in sintonia.

Nel 1978 Vaclav Havel scrive ne Il potere dei senza potere: “Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società: non è qualcosa che basta concepire e lanciare come il modello di una nuova automobile; se non si tratta solo di una nuova variante del vecchio marasma, è qualcosa che si può configurare solo come espressione di una vita che cambia. Non è detto quindi che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore”.

E noi che Europa vogliamo?



 
Vaclav Havel al Parlamento europeo l'11 novembre 2009

domenica 4 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (6 continua)

Giunti quasi al termine del nostro “percorso europeo”, vogliamo ricordare cosa ha spinto i Padri fondatori a pensare, immaginare e realizzare un’Europa di popoli che affrontassero insieme il futuro.

Che cosa permise ad un italiano (De Gasperi), un francese (Schuman) e un tedesco (Adenauer) dopo la tragedia della Seconda Guerra mondiale, di sedersi attorno ad un tavolo a parlare di unità e pace tra i loro popoli che si erano combattuti fino allo stremo sino al giorno prima?

La risposta è nella consapevolezza, acquisita con l’immenso spargimento di sangue di milioni di persone, militari e civili, dell’impossibilità di eliminare l’avversario. Da questa coscienza si incominciò a comprendere il valore della persona nella sua unicità e il valore del lavoro come strumento per realizzare compiutamente la vita umana.

Persona e lavoro: dall’aver posto al centro dell’idea di unione europea questi concetti, si generò come conseguenza un periodo carico di attese che permise in tempi assolutamente rapidi la rinascita sociale ed economica dell’Europa devastata dalla guerra. Dunque, per l’avvio del progetto europeo, lo slancio ideale dei nostri nonni e dei nostri padri è stato decisivo. Ma a differenza di oggi, lo scopo di partenza non rimase confinato alle questioni economiche. I nostri avi si mossero per un ideale più grande. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 è, se vogliamo, il frutto conclusivo di questo primo periodo della storia dell’Unione.

Successivamente, con il passare degli anni e il passaggio delle generazioni, lo slancio ideale delle origini si è perso. Il mezzo (l’economia, la finanza, il profitto) è diventato lo scopo e l’Unione si è via via trasformata in un luogo dove si stringono compromessi tra gli interessi inevitabilmente contrapposti dei singoli Stati. Non ci si combatte più con i cannoni e con le bombe, ma con le armi dell’economia e della finanza. 

Questa perdita di tensione ideale si è avvertita anche all’interno delle Istituzioni europee che si sono ingigantite a dismisura diventando esse stesse abnormi macchine burocratiche che rallentano il processo di unificazione anziché favorirlo. E soprattutto allontanano dalla gente l’idea che l’Unione europea serva e favorisca il benessere dei popoli e non rappresenti solamente un livello superiore di burocrati da mantenere.

Occorre un risveglio delle nuove generazioni e un ritorno verso gli ideali che sono stati alla base della nascita dell’Unione europea. L’Europa non è costituita una volta per tutte. Le nuove generazioni non si devono sentire escluse dal lavoro di edificazione dell’Europa di domani, anzi in questa fase sono proprio i giovani che possono dare nuovo impulso e far compiere un passo in avanti verso una nuova Unione. Occorre uscire dall’illusione che le risposte arrivino sempre dall’alto. Non è così. Una nuova generazione è ora chiamata ad impegnarsi in Europa. Una generazione che è la prima generazione veramente europea, nata in Paesi che vivono in pace da più di sessant’anni (cosa mai accaduta nella storia europea se ci pensiamo) e che in questi decenni ha raggiunto livelli di benessere economico e sociale inimmaginabili alla fine della Seconda Guerra mondiale. 

Perché questo avvenga, bisogna mettere di nuovo al centro del progetto europeo la persona e il lavoro. Le persone in particolare devono riprendere consapevolezza della propria dignità, del proprio compito. In una parola, bisogna rimettere al centro l’educazione. Non bastano le norme e le leggi, occorre trasmettere ai giovani esperienze educative vere che mettano in movimento la libertà e la responsabilità personale nei confronti della vita. Da giovani educati alla verità e alla conoscenza della realtà potrà ripartire l’Europa di domani. E’ questa la sfida che ci aspetta, il rischio educativo di oggi per costruire un’Europa diversa domani. 

Se ciò avverrà, allora l’Europa unita continuerà il suo cammino e potrà assicurare pace e prosperità  ai popoli che l'abitano. In caso contrario, al momento credo che nessuno possa immaginare un finale degno di essere ricordato nei libri di storia.

Nel prossimo articolo proveremo a tirare le fila del percorso sin qui compiuto. 

6 - continua







sabato 3 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (5 continua)

Se tanto malcontento nei confronti dell’Unione europea è diffuso tra la popolazione di tutti i Paesi che la compongono, dalla Svezia alla Grecia, dalla Germania alla Spagna, probabilmente qualcosa che non ha funzionato esiste veramente e va cambiato. 

Certo, magari quello che dell’Unione non piace ad un tedesco non è la medesima cosa che non piace ad un greco, ma il punto è proprio questo: giungere ad una sintesi che possa contemperare e sostenere interessi comuni. Ma quali sono gli interessi comuni che vogliamo tutelare e difendere attraverso l’Unione europea?

Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, prevede quali siano le competenze esclusive dell’Unione europea:

- unione doganale

- definizione delle regole di concorrenza (regolazione dei mercati)

- politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l'euro

- conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca

- politica commerciale con gli Stati Internazionali.

L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali nelle materie oggetto di una sua competenza legislativa esclusiva, oltre che negli accordi che richiedono che venga applicato il Principio della Sussidiarietà e in quelli di Associazione. 

In tutti gli altri campi e settori della vita di ogni giorno, l’Unione europea possiede competenze concorrenti, di coordinamento o di sostegno agli Stati membri i quali mantengono pertanto un potere sussidiario o monopolistico di legiferare. 

Appare dunque subito chiaro un punto: l’attuale Unione basa di fatto le sue competenze esclusive sul controllo dei mercati e della finanza (moneta unica Euro). Questa è ad oggi la situazione: in tutti gli altri campi di attività, la concorrenza con la politica (e gli interessi) dei singoli Stati impedisce concretamente all’Unione di agire come fattore unificante appunto di un superiore interesse europeo. 

Ecco un punto di debolezza del sistema sin qui ideato: non è possibile creare una moneta che rappresenti un insieme di Paesi se prima non si è proceduto ad una vera unificazione dei singoli Stati membri. Altrimenti quello che ne esce è una forma giuridica di Unione federale ibrida, destinata al fallimento. 

La politica estera, di difesa del territorio, la politica energetica, la politica del lavoro, la politica industriale, la politica sociale e previdenziale, quella sanitaria: tutti questi settori che concorrono a formare un sistema Paese, non possono essere lasciati nelle mani dei singoli Stati se si vuole costruire un’Unione europea che abbia senso come Unione federale di Stati. L’Unione di oggi non è il modello che serve per governare 28 Paesi. Il modello organizzativo a cui guardare, peraltro l’unico che offra certe garanzie di funzionamento nel mondo in questo momento, è quello offerto dagli Stati Uniti d’America. In quella organizzazione federale le competenze che spettano allo Stato Federale e quelle demandate ai singoli Stati membri sono chiare e ben specificate. 

Del resto che le cose così come sono non vadano bene, lo si è visto in questi anni di crisi. Con il solo controllo della politica monetaria esercitato tramite la BCE, peraltro con poteri limitati, non si è ancora riusciti a portare l’Unione fuori dal tunnel della mancata crescita economica e dell’aumento della disoccupazione. Mentre è notizia di queste ore che gli Stati Uniti sono tornati al livello di disoccupazione (6% circa) che avevano nel 2008, all’inizio della crisi. In Europa siamo oltre l’11%. 

Abbiamo bisogno di politiche industriali e regole del lavoro comuni che spingano tutta insieme l’Unione a reagire a questa situazione, altrimenti essa stessa si rivelerà una zavorra alla crescita, non un soggetto propulsivo. Non è ammissibile per esempio che all'interno dell’Unione si chiudano fabbriche in Italia per spostarle in Polonia o viceversa a causa del minor costo dell’energia o del lavoro. Un imprenditore della UE può decidere di fare impresa dove vuole, questo è chiaro, ma la scelta non deve dipendere da variabili che devono avere analogo valore per tutti gli Stati membri. Altra cosa è poi decidere di sostenere alcune regioni dell’Unione particolarmente arretrate dal punto di vista economico o sociale. Ma i fattori comuni per fare impresa devono essere uguali per tutti, dalla Svezia alla Grecia. 

Questo è il lavoro che il nuovo Parlamento che andremo ad eleggere il 25 maggio dovrebbe portare avanti insieme ad una Commissione europea che abbia la volontà politica di far fare all’Unione un passo in avanti. Altrimenti è meglio fermarsi a riflettere se le ragioni che ci hanno portato sino a questo punto siano ancora delle buone ragioni.

5 - continua