Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

lunedì 16 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: la fase finale - cronistoria del 1917

Lenin

Lenin, grazie all’aiuto della Germania che sperava che lo scoppio della Rivoluzione potesse convincere lo zar a ritirare le sue truppe dal conflitto mondiale, rientra in patria dalla Svizzera i primi giorni di aprile del 1917.

Il 21 febbraio Nicola II parte per il fronte russo – tedesco e lascia il governo in mano a Rasputin.

Il 23 febbraio inizia l’insurrezione di Pietrogrado (dopo l’inizio della prima guerra mondiale la città aveva cambiato nome da Pietroburgo, nome con troppe assonanze con la lingua tedesca) e Nicola II ordina di reprimerla con la forza. Il 27 febbraio avviene però l’ammutinamento della guarnigione della capitale, si ricostituisce il Soviet di Pietrogrado e nasce il Comitato provvisorio della Duma dando inizio di fatto ad un doppio potere in Russia, Soviet e Duma. [Il primo Soviet (Consiglio) degli operai era nato dopo la domenica di sangue del 1905 ed era l’organismo di base per organizzare la protesta nelle fabbriche e gli aiuti alle famiglie degli scioperanti. All’interno del Soviet erano già presenti i meccanismi politici tipici del partito unico bolscevico]. Il 28 febbraio Nicola II lascia il fronte e ritorna a Pietrogrado. Il primo marzo lo zar convoca i generali dell’esercito. Il Soviet di Pietrogrado abolisce la disciplina militare. L’esercito russo è nel caos totale. Nasce il Soviet a Mosca.

Tra il primo e il due di marzo nasce il Governo Provvisorio presieduto dal Principe L’vov, di ispirazione moderata, con il sostegno di Duma e Soviet, anche se di fatto sarà il Soviet a indicare la rotta politica, vista la debolezza interna della Duma. Il 2 marzo lo zar abdica a favore del fratello Michail che rinuncia alla corona il 3 marzo. Il 6 marzo viene chiesto asilo politico per la famiglia Romanov in Gran Bretagna che si era offerta di accogliere lo zar. Il 7 marzo il Soviet di Pietrogrado costringe il Governo Provvisorio a mettere agli arresti domiciliari la famiglia imperiale a Carskoe Selo. 

Lenin rientra in patria subito dopo questi eventi e inizia a perseguire l’obiettivo della presa del potere totale proclamando le famose Tesi di aprile. Il rivoluzionario sostiene che è arrivato il tempo di abbandonare la fase borghese della rivoluzione, e inaugurare quella socialista. Ogni ipotesi di valorizzare la democrazia parlamentare deve essere superata in quanto questa forma di governo è tipica della borghesia. Esclude quindi qualsiasi forma di collaborazione con il nuovo governo. Operativamente Lenin propone di non sostenere la prosecuzione della guerra, trasmettere tutto il potere al Soviet, abolire l’esercito, nazionalizzare la terra, fondere le banche in un’unica banca nazionale. È un programma radicale, demagogico e massimalista che lascia perplessi anche molti bolscevichi, oltre ad alcuni partiti radicali che si sentono scavalcati a sinistra. Dal momento dell’arrivo di Lenin, l’ala bolscevica incomincia quindi a distanziarsi dal fronte comune delle sinistre.

Nel frattempo il 10 aprile la Gran Bretagna ritira l’offerta di accogliere lo zar e la sua famiglia. Tra il 20 e il 21 aprile vi sono disordini di piazza fomentati dai bolscevichi con l’intento di far cadere il Governo Provvisorio. Il 28 aprile i bolscevichi danno vita alla Guardia Rossa. Il 5 maggio viene inaugurato un nuovo Governo Provvisorio di coalizione che vede l’ingresso di 6 ministri socialisti provenienti dai Soviet, ma i bolscevichi di Lenin sono ancora una minoranza. Infatti, al termine del primo congresso panrusso dei Soviet che si tiene dal 3 al 24 giugno (vi partecipano 285 delegati socialisti rivoluzionari, 248 delegati menscevichi e 105 delegati bolscevichi) viene deciso da parte dei Soviet di sostenere il nuovo governo di coalizione contro la proposta bolscevica di interrompere subito la guerra e di dare tutto il potere ai Soviet. Il nuovo Governo di coalizione durerà due mesi.

Intanto il 9 giugno i bolscevichi tentano un’insurrezione armata sconfessata dai Soviet e Lenin, che intuisce che i tempi per la Rivoluzione non sono ancora maturi e vede in pericolo la sua persona, il 29 giugno fugge in Finlandia.  Dal 3 al 5 luglio a Pietrogrado dopo un nuovo tentativo bolscevico di rovesciare il Governo Provvisorio, vi sono scontri armati e vittime. Il Governo accusa Lenin di spionaggio a favore dei tedeschi e ordina l’arresto di numerosi bolscevichi.

Il 24 luglio avviene un nuovo rimpasto di Governo e il socialista rivoluzionario Kerenskij diventa primo ministro. Costui è ossessionato dal timore di una contro rivoluzione da destra e decide quindi di lasciare mano libera ai contro rivoluzionari di sinistra, i bolscevichi che invece continuano nella loro impresa di far cadere il Governo per riunire tutto il potere nelle mani del Soviet, all’interno del quale però i rapporti di forza stanno mutando.

Il 9 agosto il governo Kerenskij indice le elezioni dell’assemblea Costituente per il 12 novembre, mentre il 15 agosto si apre a Mosca il tanto atteso Concilio della Chiesa Ortodossa. A fine agosto però avviene una nuova crisi di Governo che fa precipitare ulteriormente la situazione politica nel caos: lo spunto è dato dal caso Kornilov, capo dell’esercito, nominato dal primo ministro Kerenskij e poi destituito. Ad un certo punto a fine agosto si sparge la notizia di un presunto golpe militare da parte di Kornilov. Costui smentisce, ma il primo ministro non gli crede e lo destituisce, passando il potere al generale Alekseev. Inoltre, Kerenskij fa liberare tutti i bolscevichi arrestati a luglio e li arma offrendo loro un ruolo di aiutanti della legalità che li riabilita nel favore popolare.

A questo punto Lenin sente che il vento sta cambiando a suo favore. Lui sa perfettamente che le elezioni a suffragio universale non gli darebbero mai la maggioranza, che andrebbe ai socialisti rivoluzionari; inoltre un’assemblea eletta in modo popolare diventerebbe la sola legittima rappresentante del popolo e i bolscevichi non potrebbero più arrogarsi il diritto di parlare a nome del popolo e dei lavoratori. Per questo motivo qualsiasi iniziativa politica bolscevica ha bisogno della legittimazione dei Soviet, senza i quali il partito di Lenin non avrebbe alcun peso.

La crisi politica ha l’effetto per la prima volta di promuovere la politica bolscevica: tra fine agosto e settembre cambiano gli umori dei delegati del Soviet di Pietrogrado e per la prima volta i bolscevichi hanno la maggioranza. Nel tentativo di bloccare il processo di bolscevizzazione il presidium menscevico e socialrivoluzionario del Soviet si dimette con l’intento di delegittimare il consiglio in carica, ma i bolscevichi non rispettano le regole d’onore e di fair play. Approfittando del vuoto che si è creato, il 1° settembre costringono il Direttorio a proclamare la Repubblica senza aspettare la convocazione dell’Assemblea costituente. Il 9 settembre il Soviet passa anche formalmente dalla parte dei bolscevichi che riescono a far eleggere Presidente un proprio uomo, Lev Trockij. Ora il Soviet è praticamente monocolore ed è diventato uno strumento politico per la presa del potere. Il 12, 14 e 29 settembre Lenin scrive tre lettere dalla Finlandia in cui sprona i suoi a prendere il potere con le armi.

Il 25 settembre Kerenskij inaugura un nuovo Governo di coalizione, ma di fatto non governa più. Nella lettera del 29 settembre Lenin scrive ai suoi: “Abbiamo a Pietrogrado migliaia di operai e soldati in armi che possono impadronirsi immediatamente del Palazzo d’Inverno e dello Stato maggiore generale, della centrale telefonica e di tutte le grandi tipografie”. Il 9 ottobre il Soviet di Pietrogrado delibera la creazione di un braccio militare e nasce il Comitato militare rivoluzionario. Subito viene adottato dai bolscevichi che vedono un modo per legalizzare la Guardia Rossa creata ad aprile. In pratica il Comitato diventerà il centro operativo legale del colpo di Stato. Lenin torna a Pietrogrado il 10 ottobre e affronta lo scontro davanti al comitato centrale del suo partito, riesce a far prevalere la propria linea: il colpo di Stato deve precedere di pochissimo l’apertura del congresso del Soviet in modo che questo lo riconosca subito come suo. Il 21 ottobre il Comitato militare rivoluzionario chiede allo Stato maggiore dell’esercito che qualsiasi ordine alle truppe abbia la sua ratifica. Ne nasce un braccio di ferro: le truppe fedeli al Governo occupano una parte di Pietrogrado, i bolscevichi fanno altrettanto. Il Comitato invia i suoi commissari a sostituire i commissari governativi in tutte le unità militari, nei depositi di armi e munizioni, nelle fabbriche e nelle ferrovie.

Il 24 ottobre i commissari del Soviet sono piazzati in tutti i punti strategici della capitale: ponti, stazioni ferroviarie, centrale telefonica e telegrafica, banca di stato, senza di loro nessun ordine del governo può essere eseguito.  Il 25 ottobre è la giornata del colpo di Stato: Lenin dichiara deposto il Governo Provvisorio, Kerenskij si allontana dalla capitale, tutto il potere passa al Soviet. Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre vengono arrestati dentro il Palazzo d’inverno i membri del governo da un drappello di bolscevichi. Ha inizio il tempo della rivoluzione bolscevica. Il 26 ottobre i bolscevichi aprono il II Congresso dei Soviet e Lenin viene eletto Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo.

Nessuno ricorda che il Governo deposto era un governo formato con il consenso dei partiti rivoluzionari di sinistra, che avevano fatto cadere il regime zarista. La rivoluzione del 25 ottobre non assomiglia affatto ad una rivoluzione, non ci sono movimenti di massa, non c’è resistenza, quel giorno non si conta una sola vittima. Sembra che nessuno si accorga di niente. E il fiume di sangue che seguirà, nessuno quel giorno di ottobre del 1917 lo può prevedere...


domenica 15 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: le forze politiche in campo


Riunione della Duma

All’inizio del XX secolo, il panorama politico della Russia è decisamente variegato, e vede attive sul territorio formazioni di ispirazione liberale e altre di ispirazione socialista, ma tutte di recente costituzione (a partire dal 1898) in quanto l’impostazione autocratica dello Stato ha sempre dissuaso lo sviluppo di un’opposizione politica ufficiale.

L’elemento che unisce le diverse formazioni è la lotta all’autocrazia, che viene combattuta però con diversi metodi: il terrorismo, la propaganda, oppure la stampa. Di fatto, l’opposizione russa è costituita da un mosaico di correnti ideologiche che si combattono di continuo tra loro, e proprio questo fatto ha impedito la formazione di un ideale condiviso in previsione di una riforma dello Stato auspicata da tutte le forze.

Il polo liberale è costituito dal Partito democratico costituzionale (soprannominato dei “cadetti” dalle iniziali russe KaDe), dall’Unione del 17 Ottobre (detto anche partito ottobrista in ricordo del Manifesto zarista del 1905 che istituisce la Duma) e dall’Unione del Popolo russo.

I cadetti nascono nel 1905 e raccolgono parte della nobiltà e dell’intelligencija, ma soprattutto raccolgono adesioni tra le classi medie urbane. Nel momento di massimo successo, il partito conta circa 70.000 iscritti tra Mosca, Pietroburgo e le altre città maggiori di Russia. Il programma prevede la convocazione di un’Assemblea costituente, il suffragio universale, la Costituzione, la divisione dei poteri e tutte le libertà democratiche. Altro punto importante è la riforma agraria che dovrebbe consentire la diffusione della piccola proprietà. Loro obiettivo è creare in Russia una monarchia costituzionale, ma alcuni si spingono oltre, propugnando una democrazia repubblicana. Vi è poi un’amara costatazione: in nessuna occasione ufficiale i cadetti sono arrivati a condannare il terrorismo praticato dagli altri partiti, e questo evidenzia il vuoto ideale che ha caratterizzato tutta la società russa di quel periodo.

L’Unione del 17 Ottobre segue una tendenza liberal conservatrice ed è stata fondata nel febbraio 1906. Sostiene l’instaurazione di uno Stato di diritto, ma è contraria ad un’alleanza con le sinistre, non esclusa dai cadetti. Raggiunge un massimo di 50.000 iscritti tra impiegati e piccoli proprietari terrieri. Punti irrinunciabili del programma sono la conservazione dell’unità dell’Impero contro le autonomie locali, e l’estensione della piccola proprietà agraria senza però requisire le terre ai latifondisti.

L’Unione del Popolo russo nasce nel novembre 1905 a Pietroburgo. Vi aderiscono contadini, artigiani, operai, piccoli commercianti, e tra i leader si trovano anche sacerdoti. Sostiene l’autocrazia contro il costituzionalismo e l’unità dell’Impero. Al suo interno nascono le “Centurie nere” squadre dichiaratamente antisemite che scatenano numerosi pogrom antiebraici. Davanti agli eventi rivoluzionari, non resisteranno e si disintegreranno.

Le sinistre.

Il Partito socialdemocratico nasce clandestinamente a Minsk nel 1898 e unisce i vari gruppi rivoluzionari di ispirazione marxista. Durante il II Congresso di Londra nel 1903 il partito si divide in due fazioni: i menscevichi e i bolscevichi. I primi si aspettano la presa del potere da parte della borghesia, i secondi promuovono un partito centralizzato che instauri subito la dittatura del proletariato. Nel 1907 si contano 46.000 iscritti tra le fila dei menscevichi e 32.000 iscritti tra quelle dei bolscevichi, ma nel 1910 le iscrizioni dei bolscevichi scendono a 10.000. La cosa “curiosa” è che il partito del proletariato raccoglie adesioni per lo più tra i nobili e gli intellettuali e avrà il sostegno dei ricchi industriali. La rottura definitiva tra le due fazioni avviene nel 1912 alla conferenza di Praga.

Il Partito socialista rivoluzionario nasce nel 1902 dall’unione di vari gruppi e punta sull’azione armata, boicotta le elezioni della Duma e le riforme zariste. Non vuole nazionalizzare le terre, come i bolscevichi, ma rafforzare le comunità rurali distruggendo il latifondo. Si rendono protagonisti di diversi attentati, anche a personalità di spicco, nell’agosto del 1918 compiono un attentato a Lenin.

Il Partito del lavoro nasce in occasione della prima Duma, nel 1906, come gruppo parlamentare. Ha tendenze populiste e riunisce contadini e intellettuali. Non ha un programma e non si ritiene neanche un partito. Avversa i bolscevichi e dopo la rivoluzione si sfalda e scompare.

I gruppi anarchici. Il pensiero anarchico circola in Russia già dal 1860 attraverso intellettuali come Bakunin e Kropotkin e si diffonde tra studenti e populisti. Auspica l’abolizione dello Stato e delle leggi per garantire la piena uguaglianza tra gli individui. Nel periodo 1905 -1907 si arriva alla massima diffusione di questi gruppi, circa 250 con 7.000 affiliati. Vi sono gli Anarco-comunisti che perseguono la distruzione totale del capitalismo e dello Stato, gli Autonomi negano qualsiasi fondamento morale della società, i Radicali di Bandiera Nera auspicano azioni partigiane, espropri e terrore di massa, infine i Terroristi senza motivo progettano attentati individuali contro obiettivi scelti a caso, solo per moltiplicare la confusione e il panico tra le persone.

Nel prossimo articolo racconteremo la presa del potere da parte di Lenin.


lunedì 9 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: la Chiesa ortodossa


Sacerdoti ortodossi


Il secondo elemento cardine della Russia di inizio ‘900 è la Chiesa Ortodossa. Secondo la tradizione bizantina, il legame che unisce la monarchia alla Chiesa è strettissimo, sacrale. Lo zar è l’unto del signore, baluardo e sostegno della fede sulla terra. Da questa concezione ne conseguirono però anche dei rischi spirituali.

In apparenza florida e presente con oltre cinquantamila chiese in tutta la Russia, la Chiesa ortodossa in realtà fu compromessa dalla riforma impostale nel 1721 dallo zar Pietro il Grande che con il suo Regolamento ecclesiastico la decapitò, sostituendo il Patriarca con un funzionario pubblico, laico, posto a presiedere l’assemblea dei vescovi, il Santo Sinodo. Accettando la riforma, la Chiesa russa accettò di fatto di diventare un dicastero spirituale, al servizio dello Stato.

Scrive il filosofo Berdjaev: “Prevalse una diversa concezione della Chiesa: quella che la considera un’istituzione e una società di credenti, e la riduce alla gerarchia e al tempio. La Chiesa si trasformò in un istituto di cura nel quale le anime individuali entrano per essere risanate. È in tal modo che si afferma l’individualismo cristiano, insensibile al destino della società umana e del mondo. […] Un’ortodossia di questo genere, esclusivamente ascetico-monastica, in Russia è stata resa possibile solo dal fatto che la Chiesa ha scaricato tutto il peso dell’edificazione della vita sullo Stato. Solo l’esistenza di una monarchia autocratica consacrata dalla Chiesa ha reso possibile questo individualismo ortodosso, questa separazione del cristianesimo dalla vita del mondo. Il mondo era guidato e conservato dalla monarchia ortodossa che guidava anche lo stesso sistema ecclesiastico”.

Il nocciolo del problema risiede proprio qui: se lo zar e le autorità ecclesiastiche sono unite da un unico destino, persa la fiducia nel primo, la Chiesa stessa si troverà allo sbando. Quando nel 1916 fu tolto l’obbligo della confessione pasquale ai funzionari statali, la frequenza al sacramento precipitò dal 100% al 10%. La Chiesa ortodossa alla vigilia della rivoluzione era ormai decaduta nella considerazione popolare che la considerava alla stregua di un potere burocratico senza alcuna autorità morale.

A dire il vero, più parti all’interno della Chiesa supplicarono Nicola II affinché convocasse un nuovo Concilio che avrebbe dovuto occuparsi dei progetti di riforma della vita ecclesiale, ma lo zar si oppose sempre, e il Concilio venne convocato solo dopo l’abdicazione del monarca. Sarà ormai troppo tardi per influenzare la vita sociale: la rivoluzione bolscevica era alle porte.

Quindi, allo scoppio della prima guerra mondiale la situazione politica e sociale della Russia è già in stallo, e il conflitto, più che produrre una crisi, impedirà di uscire da quella in atto. È in questo vuoto, in questa assenza di riferimenti che si inserirà il marxismo, portato avanti con determinata lucidità da Lenin.

Scrive nel 1918 lo scrittore Bulgakov: “Bisogna far rinascere la vita ecclesiale; questo è oggi il compito patriottico, culturale e perfino politico più importante in Russia. Solo da questo centro spirituale può rinascere anche la Russia e perciò vedo nel nostro Concilio l’evento più importante della storia russa recente, in particolare dell’epoca rivoluzionaria con tutti i suoi cambiamenti di scena e le tempeste partitiche”.

Il Concilio tanto atteso si aprì nel mese di agosto del 1917 e il 20 settembre del 1918 fu chiuso forzatamente dai bolscevichi andati al potere.

Nel prossimo articolo analizzeremo le forze politiche operanti in Russia al tempo della Rivoluzione.


domenica 8 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: l'ultimo Zar




Nicola II, ultimo zar di Russia, sale al trono a ventisei anni, nel 1894. All’età di tredici anni subì l’esperienza traumatica dell’omicidio del nonno, lo zar regnante Alessandro II, assassinato da un terrorista appartenente al gruppo “Volontà del popolo”. Da allora matura in lui la convinzione profonda della necessità di difendere sino alla morte l’irrinunciabile triade “ortodossia – autocrazia – popolo”.

Nicola II ha una natura mistica, una religiosità fervente ma pietistica e fatalista: è profondamente convinto che il popolo ami devotamente e incondizionatamente il suo zar, benedetto da Dio.
Questa posizione gli impedirà di comprendere fino in fondo la nuova epoca di cambiamenti sociali che si sta facendo strada nella società, convinto di aver ricevuto l’alta missione di trasportare intatta l’autocrazia nel nuovo secolo.

Il primo banco di prova che si presentò allo Zar, fu il conflitto russo – giapponese (gennaio 1904-agosto 1905). Il modo in cui fu affrontata la guerra da parte di Nicola II e del suo establishment dimostrò incompetenza politica e impreparazione militare. L’esercito russo subì tre pesanti sconfitte e il 23 agosto 1905 a Portsmouth, grazie alla mediazione del Presidente statunitense Roosevelt, russi e giapponesi siglarono un accordo di pace. Il danno per la Russia fu più morale che materiale: da quel momento trionfò la totale sfiducia nei confronti dei vertici militari e del governo e il seme rivoluzionario si radicò sempre di più anche nelle forze armate.

Sempre durante la guerra con i giapponesi, avvenne l’episodio che sancì il punto di non ritorno per la monarchia e la fiducia del popolo nei confronti di Nicola II. La carneficina passò alla storia come la domenica di sangue e distrusse per sempre l’immagine dello Zar come padre del popolo.

Il 9 gennaio 1905 a San Pietroburgo un corteo di 140.000 persone, vestite a festa, con famiglie intere, icone, stendardi professionali e ritratti di Nicola II si dirige verso la piazza del Palazzo d’inverno. Manifestano in modo pacifico, e guidate da un sacerdote, Georgij Gapon, intendono esporre direttamente al sovrano le necessità degli operai e delle classi meno abbienti. Nicola II però, avvertito dell’iniziativa che si stava preparando, il 6 gennaio lascia il Palazzo, affidando la gestione dell’ordine pubblico al governatore della città. Ad attendere Gapon in piazza ci sono i soldati e la polizia schierati con i fucili. All’ordine ricevuto, sparano contro la folla inerme: le vittime saranno tra le 1.000 e le 1.200 persone. “Non c’è più Dio, non c’è più uno Zar” urla padre Gapon in mezzo al caos.
La carneficina della domenica di sangue pose fine per sempre all’immagine del monarca cristiano che ha a cuore il bene del suo popolo, e un movimento di rivendicazione sociale che era prettamente operaio e democratico rifluì tra le file rivoluzionarie.

La reazione del Paese alla strage fu immediata, scioperi si organizzarono in tutte le fabbriche della Russia, e le agitazioni si trasferirono anche in campagna dove vennero saccheggiate e incendiate migliaia di tenute nobiliari.    
Dieci giorni dopo la domenica di sangue, Nicola II consente a ricevere una delegazione di 35 operai selezionati da un elenco concordato. Lo zar legge un discorso nel quale dice tra l’altro: “È un delitto manifestare a Me le vostre necessità convenendo in folla sediziosa […] Io credo nei sentimenti onesti degli uomini del lavoro e nella loro incondizionata dedizione alla mia persona e per questo perdono la loro colpa”.

Con questo episodio, il vecchio regime arma la mano della rivoluzione, non permettendo di vedere alternative alla totale chiusura conservatrice, se non quella della violenza.

Nel biennio 1905-1907 saranno oltre 4.500 le vittime di attentati terroristici, tra funzionari pubblici, ufficiali e ministri; 2.180 le vittime tra semplici cittadini; nel 1906 vi fu anche l’attentato al Premier Stolypin, che fu poi ucciso nel 1911.

A nulla valse la concessione da parte dello zar della costituzione della Duma, la camera bassa del Parlamento, nell’ottobre 1905: essa rimarrà sempre in balia dell’arbitrio del sovrano che infatti la sciolse per ben due volte, nel luglio 1906 e nel giugno 1907.

La fine della monarchia dei Romanov era incominciata. Nel prossimo articolo analizzeremo la crisi in cui versava la Chiesa ortodossa.


sabato 7 ottobre 2017

La Rivoluzione russa

Il ritorno di Lenin a San Pietroburgo

Sono trascorsi cento anni dalla “Rivoluzione” russa, che portò al potere per la prima volta nella storia il partito dei bolscevichi, ossia quella frazione minoritaria della società russa, di ispirazione marxista, che guidata da Lenin riuscì in pochi mesi, dal marzo all’ottobre 1917 a rovesciare il potere zarista e sostituirlo con la dittatura del proletariato.

Nonostante l’anniversario sia significativo, non ci sembra che la stampa e i mezzi di informazione lo abbiano ricordato dedicandovi particolare spazio e attenzione. Men che meno il tema è stato affrontato da partiti o associazioni culturali che del marxismo e dei suoi derivati si sono nutriti in questi ultimi cento anni: silenzio assoluto. Voglia di dimenticare le origini?

Unica eccezione un’interessante mostra dal titolo “1917 – Russia il sogno infranto di un mondo mai visto” presentata al Meeting di Rimini ad agosto e curata da Adriano Dell’Asta, Marta Carletti e Giovanna Parravicini i cui pannelli sono stati riuniti in un volume edito da La casa di Matriona con il medesimo titolo.

Cosa accadde in Russia, cento anni fa? Quali furono le cause che portarono alla caduta di un regime, quello zarista, tra i più longevi del continente europeo, il cui capo supremo, lo Zar, era sia capo civile che guida religiosa?

Le motivazioni che per decenni abbiamo letto e ascoltato, facevano riferimento allo sfruttamento delle classi più umili e povere (contadini e operai), da parte della borghesia e della nobiltà legata allo zar che ad un certo punto trovarono la forza e il coraggio di ribellarsi. Queste classi, guidate da personaggi intellettualmente superiori, tra i quali certamente spicca Lenin che fu il vero regista della presa del potere da parte dei bolscevichi, riuscirono ad abbattere il vecchio regime, instaurando il governo del popolo. Questa, in estrema sintesi, la storiografia ufficiale sulla Rivoluzione russa che abbiamo letto in classe nei libri di storia sino a qualche anno fa.

In realtà le cose non andarono proprio così.

La Russia di inizio ‘900 non era così arretrata come la si dipinse dopo la Rivoluzione. Tre dati per rendere l’idea: l’incremento della produzione industriale nel periodo 1900 – 1913 fu del 74,1%; nel 1915 il 51% dei bambini dagli otto agli undici anni aveva ricevuto l’istruzione elementare e il 68% dei soldati sapeva leggere e scrivere. Nel campo delle arti, della letteratura e della scienza, la Russia in quei primi anni del XX secolo non era seconda a nessuno. Certo, esistevano sacche di povertà, la riforma agraria non era ancora compiuta, ma nel complesso la società russa non viveva al di sotto del livello economico e sociale che ritroviamo in altri Paesi europei.

Le cause della crisi che portarono alla Rivoluzione sono da ricercarsi nello svuotamento di significato dell’origine stessa dell’autorità del potere: lo Zar e la Chiesa ortodossa.

Il sistema autocratico impersonato dallo Zar non fu più adeguato ai nuovi tempi e la Chiesa, abituata da secoli ad essere asservita al potere secolare, non sembrò essere in grado di rispondere alle nuove sfide che stavano provocando la società, come l'esigenza di una maggiore libertà di espressione, i diritti dei lavoratori, la riforma della proprietà della terra, le libertà politiche e così via. Diventata religione di Stato, la Chiesa ortodossa smarrì le ragioni profonde della propria missione.

Così il filosofo Berdjaev descrive il periodo precedente la Rivoluzione: “Il nostro popolo è gravemente malato, malato nell’anima, sta attraversando una crisi profonda, ha perduto la luce della vecchia fede e non ha trovato alcuna nuova luce. Il popolo è schiavo dei propri istinti e passioni peccaminose, è facile sedurlo e ingannarlo, è facile fargli violenza. […] Chiunque lo può confondere e può dirigere la sua volontà in qualsiasi direzione, ad attaccare la borghesia e la società colta oppure gli ebrei e gli stessi rivoluzionari. È libero e protetto solo chi ha un centro spirituale, chi ha un nucleo morale che non è scosso e indebolito”.

Nei successivi articoli analizzeremo più da vicino le ragioni del crollo della fiducia nei confronti dello Zar, la crisi in cui si trovò la Chiesa ortodossa all’inizio del ‘900 e la diabolica cronologia di eventi che in otto mesi consegnarono una delle più grandi e popolate nazioni del mondo, la Russia, nelle mani di un manipolo di bolscevichi che per settant’anni tentarono di realizzare l’utopia di creare un uomo nuovo, senza Dio, senza famiglia, senza legami tranne quello che lo stringeva a doppio filo al Partito del popolo.