Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

sabato 9 dicembre 2017

Un bimbo di nome Gesù

Natività di Gentile da Fabriano - 1423

È sicuramente un caso che la decisione di questi giorni del Presidente Trump di spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme abbia di fatto riacceso l’attenzione dei media internazionali su Gerusalemme e sulla Palestina, terra dove 2017 anni fa è nato un bimbo di nome Gesù del quale a breve ci apprestiamo a celebrare la memoria della sua nascita.

Quel bimbo, divenuto grande grazie alle attenzioni, alle cure e all’educazione ricevuta dai suoi genitori, ad un certo punto della sua esistenza ha iniziato a parlare in pubblico e a rivelare la propria missione, ciò che era venuto a fare sulla terra.

Gesù è stato l’unico uomo, di cui esistono documenti ufficiali e riscontri storici inconfutabili, che si è dichiarato figlio di Dio.

Di fronte a questa affermazione, inaspettata, imprevedibile, potente, sconvolgente, la nostra libertà, ora come allora, è chiamata a confrontarsi.

Credere o non credere alle parole, ai gesti compiuti da quell’uomo e giunti sino ai nostri giorni dai testimoni della Fede? Questa è la domanda radicale dell’esistenza umana.

Il vero mistero della vita non è domandarsi se un Dio esista, ma stupirsi dell’esistenza di un uomo con una libertà simile a quella di Dio. Nessuno infatti rispetta la nostra libertà come lo fa Dio.

L’uomo ha sempre desiderato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma questo desiderio è anche di Dio e di suo figlio Gesù. È dai tempi di Adamo ed Eva che l’uomo anela alla libertà, la vuole raggiungere con le sue forze, senza dipendere da nessuno. Mentre Dio si è abbassato e si è fatto nostro compagno di viaggio, l’uomo invece si è innalzato al livello di Dio e lo ha rifiutato.

Ma come diceva Sant’Agostino: “Di quanti padroni diviene schiavo, chi non riconosce Gesù come unico Signore!”.

Senza il rapporto con Dio, e con suo figlio Gesù, l’uomo perde l’unico punto di riferimento che lo rende capace di dare significato ad ogni sua azione e l’esito di questa separazione purtroppo è sempre più sotto gli occhi di ognuno di noi.

Approfittiamo di questo Natale per rivolgere uno sguardo, un pensiero a quel Bambino, nato a Betlemme di Giudea, a pochi chilometri da Gerusalemme, la città dove quel bambino, divenuto Uomo, è morto a causa del nostro orgoglio e della nostra libertà.

lunedì 27 novembre 2017

Umberto è andato in America



L’ultima opera di Giuseppe Carfagno si intitola Umberto è andato in America, con sottotitolo: Diario per un amico.

Confessiamo subito che il libro l’abbiamo letto d’un fiato, e subito ci è piaciuto: per la passione con cui è stato scritto, per l’amore che sgorga dalle pagine ricche di ricordi e di episodi curiosi, riferiti ad un mondo che è stato dei più, ma è ancora nella memoria di pochi, e che il professore di Barile ci ripropone con la consueta maestria, narrandoci le avventure di un ragazzino di dieci anni e dei suoi amici.

Il romanzo è scritto per coloro che vogliono ripercorrere la propria gioventù attraverso il ricordo di episodi semplici, quotidiani, vissuti da un gruppo di fanciulli in una Basilicata post bellica, in cui è presente l’essenziale e ancora assente il superfluo, presa come regione simbolo di un’Italia già in cammino e desiderosa di ritrovare i motivi per sperare in una ripresa.

Ma Umberto è andato in America è anche l’occasione per i più piccoli di conoscere le origini della propria famiglia, di scoprire cosa facevano e come si divertivano i propri nonni all’inizio degli anni Cinquanta.

E così ecco il gruppetto di amici andare alla ricerca dell’aereo caduto, partire per una giornata di pesca al lago, un’avventura nel bosco o perdersi nella grotta del brigante…

Ma il titolo del romanzo, a cosa si deve? Chi è Umberto? E perché è andato in America?

Umberto è l’amico del cuore di Giuseppe, l’altro ragazzino protagonista del romanzo, che fa da narratore e da fil rouge per l’intera opera. Perché Umberto sia andato in America, sempre che vi sia andato, noi ora, qui non ve lo diciamo!

Una cosa però ci sentiamo di dirvi: leggete il libro in compagnia del vostro nipotino e insieme vivrete un’emozione indimenticabile.

Arricchiscono l'opera le piacevoli illustrazioni di Alessia Coppola.


Giuseppe Carfagno, Umberto è andato in America, il Ciliegio Edizioni, 2017
 

martedì 31 ottobre 2017

Furlana - Storia di questa notte



Furlana, storia di questa notte, è il titolo del nuovo romanzo di Francesco Fadigati. Alla sua terza impresa letteraria, dopo il primo romanzo di genere storico e il secondo completamente immerso nella contemporaneità, questo terzo lavoro di Fadigati stupisce il lettore per l’impostazione duale data all’opera. Diciamo subito che il libro ci è piaciuto, anche se all’inizio ci ha disorientato, diviso com’è tra una parte fiabesca e una parte romanzo epistolare, dove le epistole sono sostituite da mail che i due protagonisti, Andrea e Miriam, si scrivono nell’arco di una notte. 

A Furlana, nome di fantasia che identifica la terra promessa all’umanità, troviamo un quartetto improvvisato di amici, un cavaliere, un pirata, un pastore ed un ragazzino che, guidati e sostenuti da una curiosa vecchina, un po’ Mary Poppins, un po’ Fata Turchina, vanno incontro al loro destino, che è quello di liberare la terra promessa dal Male.

Alternato ai capitoli della fiaba, ha luogo lo scambio di mail tra Andrea e Miriam, e poco a poco al lettore viene svelata la loro storia d’amore. Ma quelle che in apparenza sembrano due storie parallele, sono in realtà unite dallo studio profondo che Fadigati compie, attraverso la scrittura precisa e il puntuale uso delle parole, nell’analizzare sia il legame affettivo che unisce i due giovani, sia le dinamiche profonde che muovono i personaggi della favola. E alla fine il lettore si accorgerà che quello che c’è alla base del rapporto affettivo tra Andrea e Miriam, la verità di quel rapporto, ha la medesima origine che è alla base dell’amicizia del quartetto che, nonostante sia sgangherato come è sgangherata la nostra umanità, si batte e lotta per la liberazione di Furlana.

Fadigati dimostra di ben conoscere che le storie sono percorsi di umanizzazione che insegnano che cambiare è possibile, che diventare uomini e donne migliori è possibile, ed è alla portata di tutti: con Furlana viene lanciato al lettore proprio questo messaggio. Furlana apre alla fiducia nella vita e in noi stessi, aiuta a cogliere l’invisibile che è presente nel visibile, lo straordinario che vive nell’ordinario, la magia che è nascosta nel quotidiano.

E più il lettore si addentrerà in Furlana, e più andrà alla radice del significato del rapporto che lega Andrea e Miriam, e più scoprirà che quello che sta leggendo è quello a cui il suo cuore anela.

Sintetizzando, ci sembra di poter affermare che «Le forze che muovono la storia sono le stesse che muovono il cuore dell’uomo», questo il senso del romanzo, per utilizzare una frase del beato Mons. Luigi Giussani.

Un libro da leggere, un passo da compiere, dentro la nostra personale Furlana.


Francesco Fadigati, Furlana, Storia di questa notte, Bolis Edizioni 2017

venerdì 27 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: considerazioni finali

Giovannino Guareschi

Scriveva Giovannino Guareschi che le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita, pianificando il mondo.

Questa affermazione ben si adatta a chiudere la serie di post che abbiamo pubblicato sulla rivoluzione russa, perché in fondo, proprio questo Lenin aveva in mente: la creazione di un nuovo mondo e di un nuovo uomo che fosse finalmente libero di vivere felice sulla terra, senza più le costrizioni, le catene e i pesi imposti dalla cultura della borghesia capitalista: in sostanza il paradiso sulla terra, forgiato dagli uomini senza l’intervento di Dio. 

Il nuovo leader non lascia passare molto tempo prima di iniziare la sua opera. Appena conquistato il potere, il 26 ottobre 1917, Lenin fa emanare dal Congresso dei Soviet i primi tre decreti attuativi del nuovo ordine che da lì a pochi mesi verrà imposto a tutta la Russia. Il primo decreto chiede una pace giusta ai Paesi belligeranti e pone fine all’intervento russo nella prima guerra mondiale. Il secondo decreto legalizza gli espropri compiuti dai contadini e socializza la terra. Il terzo decreto riguarda la formazione del nuovo governo degli operai e dei contadini, di cui Lenin è nominato Primo ministro.

Il giorno successivo, 27 ottobre, da Premier Lenin emana il decreto sulla stampa borghese, che viene messa fuori legge. Vengono immediatamente chiusi 122 giornali e altre 340 testate saranno chiuse entro l’agosto 1918. Il libero confronto delle idee in Russia è diventato un reato. Il 22 novembre 1917 viene emesso il decreto sui Tribunali che prevede lo smantellamento del sistema giudiziario pregresso e l’instaurazione dei Tribunali rivoluzionari: la giustizia d’ora in avanti è al servizio del partito unico. Il 7 dicembre 1917 viene istituita la Ceka, un ente speciale per la repressione e la lotta alla controrivoluzione il cui comandante risponde al capo supremo del Partito, non del Governo. Insieme a questa struttura nasce anche una nuova categoria umana, il cekista, un tutore dell’ordine che ha devoluto la propria coscienza personale alla causa del partito.  Il 16 dicembre 1917 viene rilasciato il decreto sul matrimonio civile che è l’unico riconosciuto legalmente, mentre quello religioso diventa un fatto privato. Inoltre nel 1920 la Russia sovietica diventerà il primo Paese al mondo a legalizzare l’aborto.

La fine della guerra, la terra ai contadini, la libertà di stampa, l’amministrazione della giustizia, il controllo del partito sulla società, il matrimonio: tutti temi caldi nella Russia del 1917 e Lenin capisce che deve partire da essi per iniziare l’opera di sradicamento delle vecchie abitudini e della vecchia cultura pre-rivoluzionaria, anche a costo di rieducare forzatamente milioni di russi alla novità rappresentata dall’uomo sovietico.

In pochi mesi Lenin getta le basi per dare vita ad una rivoluzione culturale, ispirata al marxismo: la creazione di un uomo nuovo che poggi la sua fede esclusivamente nel partito e si identifichi in esso come ideale, modello e valore esaustivo di vita. Ma qui sta il punto dolente: dalla totale liberazione desiderata da Lenin per la sua creatura, l’uomo sovietico, si passa al totale controllo dell’io e dei suoi affetti, sino ad arrivare ad un radicale materialismo e alla creazione di una vera e propria religione atea, al posto di quella cristiana.

Il tentativo di Lenin e dei suoi seguaci è quindi fallito, ma questo è un fatto acclarato e non è questo il momento di analizzare i settant’anni di storia dell’Unione Sovietica. Le ragioni del fallimento sono già tutte presenti nell’emissioni dei primi decreti di Lenin: non è possibile infatti ingabbiare l’uomo per lungo tempo e costringerlo a comportamenti che non lo costituiscono e lo privano della propria libertà: presto o tardi essa risorgerà e si farà sentire.

Scrive Berdjaev nel 1917: “Nella vecchia Russia non c’era abbastanza rispetto per la persona umana. Ma ora ce n’è ancora meno. A intere classi sociali viene negato il valore della persona, non si rispetta la persona; nei riguardi delle classi sociali che la rivoluzione emargina, si compie un omicidio spirituale che poi si trasforma facilmente in omicidio fisico”.  E lo storico Pierre Pascal scrive nel 1934: “Il contadino russo che aveva visto nella rivoluzione del 1917 il mezzo per liberarsi dal giogo dello Stato, il cui peso sopportava da secoli, paga oggi il prezzo di un sistema totalitario che non conosce eguali nella storia”.

Quello che Lenin ha ignorato era il fatto che per realizzare il paradiso sulla terra, semmai lo si volesse proprio edificare, non era necessario rivoluzionare con la forza gli usi e i costumi di un popolo, ma era sufficiente puntare al cambiamento del cuore dell’uomo: solo così infatti, parlando al cuore dell’uomo, senza costrizioni, si può pensare di ottenere nel tempo quei piccoli cambiamenti quotidiani che potranno farci vivere attimi di felicità sulla terra.

lunedì 16 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: la fase finale - cronistoria del 1917

Lenin

Lenin, grazie all’aiuto della Germania che sperava che lo scoppio della Rivoluzione potesse convincere lo zar a ritirare le sue truppe dal conflitto mondiale, rientra in patria dalla Svizzera i primi giorni di aprile del 1917.

Il 21 febbraio Nicola II parte per il fronte russo – tedesco e lascia il governo in mano a Rasputin.

Il 23 febbraio inizia l’insurrezione di Pietrogrado (dopo l’inizio della prima guerra mondiale la città aveva cambiato nome da Pietroburgo, nome con troppe assonanze con la lingua tedesca) e Nicola II ordina di reprimerla con la forza. Il 27 febbraio avviene però l’ammutinamento della guarnigione della capitale, si ricostituisce il Soviet di Pietrogrado e nasce il Comitato provvisorio della Duma dando inizio di fatto ad un doppio potere in Russia, Soviet e Duma. [Il primo Soviet (Consiglio) degli operai era nato dopo la domenica di sangue del 1905 ed era l’organismo di base per organizzare la protesta nelle fabbriche e gli aiuti alle famiglie degli scioperanti. All’interno del Soviet erano già presenti i meccanismi politici tipici del partito unico bolscevico]. Il 28 febbraio Nicola II lascia il fronte e ritorna a Pietrogrado. Il primo marzo lo zar convoca i generali dell’esercito. Il Soviet di Pietrogrado abolisce la disciplina militare. L’esercito russo è nel caos totale. Nasce il Soviet a Mosca.

Tra il primo e il due di marzo nasce il Governo Provvisorio presieduto dal Principe L’vov, di ispirazione moderata, con il sostegno di Duma e Soviet, anche se di fatto sarà il Soviet a indicare la rotta politica, vista la debolezza interna della Duma. Il 2 marzo lo zar abdica a favore del fratello Michail che rinuncia alla corona il 3 marzo. Il 6 marzo viene chiesto asilo politico per la famiglia Romanov in Gran Bretagna che si era offerta di accogliere lo zar. Il 7 marzo il Soviet di Pietrogrado costringe il Governo Provvisorio a mettere agli arresti domiciliari la famiglia imperiale a Carskoe Selo. 

Lenin rientra in patria subito dopo questi eventi e inizia a perseguire l’obiettivo della presa del potere totale proclamando le famose Tesi di aprile. Il rivoluzionario sostiene che è arrivato il tempo di abbandonare la fase borghese della rivoluzione, e inaugurare quella socialista. Ogni ipotesi di valorizzare la democrazia parlamentare deve essere superata in quanto questa forma di governo è tipica della borghesia. Esclude quindi qualsiasi forma di collaborazione con il nuovo governo. Operativamente Lenin propone di non sostenere la prosecuzione della guerra, trasmettere tutto il potere al Soviet, abolire l’esercito, nazionalizzare la terra, fondere le banche in un’unica banca nazionale. È un programma radicale, demagogico e massimalista che lascia perplessi anche molti bolscevichi, oltre ad alcuni partiti radicali che si sentono scavalcati a sinistra. Dal momento dell’arrivo di Lenin, l’ala bolscevica incomincia quindi a distanziarsi dal fronte comune delle sinistre.

Nel frattempo il 10 aprile la Gran Bretagna ritira l’offerta di accogliere lo zar e la sua famiglia. Tra il 20 e il 21 aprile vi sono disordini di piazza fomentati dai bolscevichi con l’intento di far cadere il Governo Provvisorio. Il 28 aprile i bolscevichi danno vita alla Guardia Rossa. Il 5 maggio viene inaugurato un nuovo Governo Provvisorio di coalizione che vede l’ingresso di 6 ministri socialisti provenienti dai Soviet, ma i bolscevichi di Lenin sono ancora una minoranza. Infatti, al termine del primo congresso panrusso dei Soviet che si tiene dal 3 al 24 giugno (vi partecipano 285 delegati socialisti rivoluzionari, 248 delegati menscevichi e 105 delegati bolscevichi) viene deciso da parte dei Soviet di sostenere il nuovo governo di coalizione contro la proposta bolscevica di interrompere subito la guerra e di dare tutto il potere ai Soviet. Il nuovo Governo di coalizione durerà due mesi.

Intanto il 9 giugno i bolscevichi tentano un’insurrezione armata sconfessata dai Soviet e Lenin, che intuisce che i tempi per la Rivoluzione non sono ancora maturi e vede in pericolo la sua persona, il 29 giugno fugge in Finlandia.  Dal 3 al 5 luglio a Pietrogrado dopo un nuovo tentativo bolscevico di rovesciare il Governo Provvisorio, vi sono scontri armati e vittime. Il Governo accusa Lenin di spionaggio a favore dei tedeschi e ordina l’arresto di numerosi bolscevichi.

Il 24 luglio avviene un nuovo rimpasto di Governo e il socialista rivoluzionario Kerenskij diventa primo ministro. Costui è ossessionato dal timore di una contro rivoluzione da destra e decide quindi di lasciare mano libera ai contro rivoluzionari di sinistra, i bolscevichi che invece continuano nella loro impresa di far cadere il Governo per riunire tutto il potere nelle mani del Soviet, all’interno del quale però i rapporti di forza stanno mutando.

Il 9 agosto il governo Kerenskij indice le elezioni dell’assemblea Costituente per il 12 novembre, mentre il 15 agosto si apre a Mosca il tanto atteso Concilio della Chiesa Ortodossa. A fine agosto però avviene una nuova crisi di Governo che fa precipitare ulteriormente la situazione politica nel caos: lo spunto è dato dal caso Kornilov, capo dell’esercito, nominato dal primo ministro Kerenskij e poi destituito. Ad un certo punto a fine agosto si sparge la notizia di un presunto golpe militare da parte di Kornilov. Costui smentisce, ma il primo ministro non gli crede e lo destituisce, passando il potere al generale Alekseev. Inoltre, Kerenskij fa liberare tutti i bolscevichi arrestati a luglio e li arma offrendo loro un ruolo di aiutanti della legalità che li riabilita nel favore popolare.

A questo punto Lenin sente che il vento sta cambiando a suo favore. Lui sa perfettamente che le elezioni a suffragio universale non gli darebbero mai la maggioranza, che andrebbe ai socialisti rivoluzionari; inoltre un’assemblea eletta in modo popolare diventerebbe la sola legittima rappresentante del popolo e i bolscevichi non potrebbero più arrogarsi il diritto di parlare a nome del popolo e dei lavoratori. Per questo motivo qualsiasi iniziativa politica bolscevica ha bisogno della legittimazione dei Soviet, senza i quali il partito di Lenin non avrebbe alcun peso.

La crisi politica ha l’effetto per la prima volta di promuovere la politica bolscevica: tra fine agosto e settembre cambiano gli umori dei delegati del Soviet di Pietrogrado e per la prima volta i bolscevichi hanno la maggioranza. Nel tentativo di bloccare il processo di bolscevizzazione il presidium menscevico e socialrivoluzionario del Soviet si dimette con l’intento di delegittimare il consiglio in carica, ma i bolscevichi non rispettano le regole d’onore e di fair play. Approfittando del vuoto che si è creato, il 1° settembre costringono il Direttorio a proclamare la Repubblica senza aspettare la convocazione dell’Assemblea costituente. Il 9 settembre il Soviet passa anche formalmente dalla parte dei bolscevichi che riescono a far eleggere Presidente un proprio uomo, Lev Trockij. Ora il Soviet è praticamente monocolore ed è diventato uno strumento politico per la presa del potere. Il 12, 14 e 29 settembre Lenin scrive tre lettere dalla Finlandia in cui sprona i suoi a prendere il potere con le armi.

Il 25 settembre Kerenskij inaugura un nuovo Governo di coalizione, ma di fatto non governa più. Nella lettera del 29 settembre Lenin scrive ai suoi: “Abbiamo a Pietrogrado migliaia di operai e soldati in armi che possono impadronirsi immediatamente del Palazzo d’Inverno e dello Stato maggiore generale, della centrale telefonica e di tutte le grandi tipografie”. Il 9 ottobre il Soviet di Pietrogrado delibera la creazione di un braccio militare e nasce il Comitato militare rivoluzionario. Subito viene adottato dai bolscevichi che vedono un modo per legalizzare la Guardia Rossa creata ad aprile. In pratica il Comitato diventerà il centro operativo legale del colpo di Stato. Lenin torna a Pietrogrado il 10 ottobre e affronta lo scontro davanti al comitato centrale del suo partito, riesce a far prevalere la propria linea: il colpo di Stato deve precedere di pochissimo l’apertura del congresso del Soviet in modo che questo lo riconosca subito come suo. Il 21 ottobre il Comitato militare rivoluzionario chiede allo Stato maggiore dell’esercito che qualsiasi ordine alle truppe abbia la sua ratifica. Ne nasce un braccio di ferro: le truppe fedeli al Governo occupano una parte di Pietrogrado, i bolscevichi fanno altrettanto. Il Comitato invia i suoi commissari a sostituire i commissari governativi in tutte le unità militari, nei depositi di armi e munizioni, nelle fabbriche e nelle ferrovie.

Il 24 ottobre i commissari del Soviet sono piazzati in tutti i punti strategici della capitale: ponti, stazioni ferroviarie, centrale telefonica e telegrafica, banca di stato, senza di loro nessun ordine del governo può essere eseguito.  Il 25 ottobre è la giornata del colpo di Stato: Lenin dichiara deposto il Governo Provvisorio, Kerenskij si allontana dalla capitale, tutto il potere passa al Soviet. Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre vengono arrestati dentro il Palazzo d’inverno i membri del governo da un drappello di bolscevichi. Ha inizio il tempo della rivoluzione bolscevica. Il 26 ottobre i bolscevichi aprono il II Congresso dei Soviet e Lenin viene eletto Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo.

Nessuno ricorda che il Governo deposto era un governo formato con il consenso dei partiti rivoluzionari di sinistra, che avevano fatto cadere il regime zarista. La rivoluzione del 25 ottobre non assomiglia affatto ad una rivoluzione, non ci sono movimenti di massa, non c’è resistenza, quel giorno non si conta una sola vittima. Sembra che nessuno si accorga di niente. E il fiume di sangue che seguirà, nessuno quel giorno di ottobre del 1917 lo può prevedere...