Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

giovedì 13 giugno 2013

A tu per tu con: Pietro Pizzuto

Questa sera facciamo quattro chiacchiere con l'amico Pietro Pizzuto, quaranta anni, sposato con Stefania un'insegnate di matematica e padre di tre bambini.

D.: Pietro, raccontaci per prima cosa di te.
R.: Sono diplomato ragioniere programmatore e lavoro presso una banca nel settore creditizio. All'età di 9 anni ho cominciato a giocare a basket ed ho smesso 11 anni dopo per un infortunio alla spalla; mi piace ancora praticare sport (calcetto, bici, running) anche se non è facilissimo conciliare la pratica con gli impegni lavorativi e spesso preferisco giocare con i miei bambini piuttosto che andare a correre...  

D.:Pietro come nasce il tuo coinvolgimento come dirigente accompagnatore della squadra di calcio dell'OSC Giovi Limbiate?
R.:Nel settembre 2011 nostro primo figlio Tommaso ha voluto iscriversi nella squadra di calcio dell'Oratorio Sacro Cuore del Villaggio Giovi di Limbiate - assieme ai suoi due cugini - nella categoria dei Big Small campionato Csi (la categoria dei bambini più piccoli). In verità la mia esperienza nel campo sportivo "non giocato" inizia a 20 anni quando ho collaborato per un paio di anni con un allenatore di una squadra di basket giovanile.

Comunque, un pò per stare vicino a mio figlio ed un pò perché il presidente della società me lo ha chiesto con insistenza, mi hanno da subito coinvolto nella squadra come dirigente accompagnatore, con tanto di attestato dopo aver partecipato ad un corso di formazione, visto che nella società c'era bisogno anche di un ricambio generazionale.
La spinta decisiva è arrivata quando ho saputo che era stato coinvolto anche mio cognato, il papà dei cugini di Tommaso che prima ho citato, con il quale condivido il lavoro di bancario.

D.:Cosa viene insegnato nella vostra scuola calcio ai giovani bambini / ragazzi che si avvicinano con grande entusiasmo al gioco del calcio?
R.:Preferisco sorvolare sull'aspetto tecnico, non perché secondario ma perché il calcio non è il mio sport, perché quello che cerco è un ambiente dove mio figlio Tommaso, e con lui gli altri suoi compagni di squadra, vedano e capiscano quanto sia bello stare insieme con un ideale comune, lavorando e divertendosi ma con uno scopo: allenarsi per migliorare fisicamente e tecnicamente, imparare a vivere in una comunità (la squadra), rispettare gli avversari e soprattutto rapportarsi con degli adulti (allenatore, arbitro, dirigenti) intravedendo un modello che li possa ispirare nella vita.

Dico questo perché io mi ricordo ancora del mio allenatore di basket (il mitico "Paolino") che era severo quando capiva che non ci stavamo impegnando al massimo - non importava perdere ma il "come" perdere -, comprensivo quando capiva che non serviva "bastonarci" e poi si poteva contare su di lui anche per problemi al di fuori dell'ambito sportivo.

Quindi ci aiutiamo tra dirigenti ed allenatore a guardare non solo l'aspetto sportivo ma anche gli altri ambiti di vita del ragazzo come la scuola e la famiglia.

E' recente l'episodio di un papà disperato perché suo figlio, vivace fin da piccolo, nelle ultime settimane di scuola della prima elementare, sta collezionando una serie di note e punizioni incredibili a causa della mancanza di capacità di rapportarsi con i suoi compagni (tale atteggiamenti sfociano spesso in atti violenti verso i suoi compagni o di irriverenza verso le maestre). Non è che si può fare molto se non, in compagnia dei genitori, aiutarlo (magari anche con qualche panchina punitiva) a comprendere che l'aggressività deve essere convogliata in senso positivo e non distruttivo; non pretendiamo di essere psicologi o di risolvere tutti i problemi dei ragazzi, se fossi così bravo comincerei col risolvere i miei problemi, ma solo di essere un poco di esempio per questi ragazzi che come sappiamo tutti ci osservano e ci "soppesano" sempre.

D.:Pietro, nonostante il tuo impegno lavorativo e tre figli ancora giovani da crescere, perchè ti sei coinvolto in questa esperienza ? 
R.: In realtà la mia passione educativa nasce da un incontro fatto 20 anni fa: proprio nel periodo post infortunio con tutta la tristezza e la pesantezza di quei giorni ho incontrato Marcello, il Don appena arrivato nell'oratorio che frequentavo a Cinisello - più per le ragazze che per le attività a dire il vero -.

Ci aveva tutti invitati a stare con lui la domenica pomeriggio per far giocare i bambini in oratorio; in quell'ambiente e con quelle persone, ho sperimentato come si possa essere guardati per quello che si è, anche con tutti gli sbagli che ognuno di noi inevitabilmente fa, senza che questo possa intaccare la stima e l'amicizia.

Quindi quando le circostanze della vita, dopo aver ricevuto grandi doni quali mia moglie e i nostri figli, hanno proposto la possibilità di ricambiare su altri quello stesso sguardo che ho sentito su di me, non ho saputo dire di no.

L'impegno con il relativo tempo speso per stare con i ragazzi ed i genitori della squadra lo trovo perché capisco che in questi mesi ho imparato, e non poco, anche io sia dalle sconfitte calcistiche che dal focalizzare meglio la mia energia; infatti è sperimentabile quanto sia inutile continuare a sgolarsi per pretendere il silenzio assoluto quando spieghiamo gli esercizi da fare piuttosto che arrabbiarsi perché dopo un anno ancora qualcuno non capisce che dopo aver fatto/subito un gol bisogna tornare nella propria metà campo! 

D.:Questa esperienza ha cambiato / sta cambiando qualcosa nella tua vita di padre e di marito? La consiglieresti ad altri genitori?  
R.:Questa esperienza mi ha insegnato e mi sta insegnando a cercare di guardare i ragazzi, e quindi anche i miei figli, non per la sola prestazione (calcistica) o per la cavolata che fanno ma per tutta la loro persona che si declina poi nei diversi ambiti specifici (sport, scuola, compagnia e relazione con gli adulti). Non spetta a me giudicare se con questa esperienza sono migliore o peggiore, ma di sicuro mi sto accorgendo che sono più paziente - anche con me stesso - e poi il rapporto con i ragazzi ti ripaga degli sforzi fatti.


Da ultimo è un esperienza ed una responsabilità che consiglio molto ai genitori perché potrebbe capitare di comprendere per esempio che il loro figlio messo in (sana) competizione con altri ragazzi della stessa età non reagisce alla realtà così come fa sicuro di se sul divano di casa propria e poi capirebbero magari quanti inutili problemi e malumori a volte serpeggiano tra i genitori stessi quando pretendono cose senza senso (per esempio perché tizio ha giocato 2 minuti in più di mio figlio o piuttosto perché lo mettete in difesa se a casa fa sempre gol?)



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