Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

lunedì 11 marzo 2013

Ttip: nuovo cavallo di Troia?


Nel luglio 1973 David Rockefeller con alcuni amici fondò la Commissione Trilaterale con lo scopo dichiarato di sostenere e diffondere il libero scambio mondiale di beni e servizi con meccanismi flessibili di circolazione della moneta. 

Dopo quasi quarant’anni, il Presidente Obama, il 12 Febbraio, durante il suo primo discorso dopo la rielezione,  sullo stato dell’Unione,  ha annunciato che gli USA e la UE hanno raggiunto l’accordo per aprire i negoziati Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) vale a dire i negoziati per eliminare da entrambe le parti le tariffe che ancora pesano sul libero scambio e sul commercio bilaterale, realizzando così il sogno di David Rockfeller e dei suoi amici.

Entro il 2015, data prevista per l’entrata in vigore degli accordi, che a quanto pare si danno già per raggiunti o quanto meno realisticamente raggiungibili, si dovrebbe quindi creare una zona di libero scambio che peserà, secondo le stime, circa il 40% del PIL mondiale. Gli analisti economici più informati e accreditati stanno già incominciando a calcolare quanto benessere, in termine di PIL,  porterà ai cittadini questa zona di libero scambio, alcuni calcolano un aumento dello 0,5%  annuo  per USA e UE, altri addirittura una stima maggiore.  Ma siamo proprio sicuri, noi europei, che stiamo andando nella direzione giusta? E’ chiaro che in questa partita sono in gioco interessi mondiali. Ma questa zona di libero scambio a chi porterebbe maggior giovamento, all’Europa o agli Stati Uniti?

In questo momento storico, l’Europa sta vivendo un periodo di crisi economica reale, ma di fatto “voluta”, derivante da una maniacale attenzione alla tenuta dei conti pubblici degli Stati e dallo stretto monitoraggio di ogni possibile focolaio inflattivo che si dovesse intravedere all’orizzonte. Inoltre l’Europa, a differenza degli Usa, non dispone di una Banca Centrale che possa intervenire direttamente nel governo dell’economia, governo che rimane in mano alla politica europea con tutte le conseguenze che ormai abbiamo imparato a conoscere.

Dall’altra parte dell’Atlantico invece, il Governo Usa e la Fed  stanno portando avanti una politica monetaria più liberista, immettendo liquidità nel sistema per sostenere l’economia (non per niente l’indice borsistico DJ è tornato ai massimi di sempre in queste settimane) non preoccupandosi troppo dell’inflazione. E’ chiaro che questa politica economica per sostenersi meglio ha bisogno di ampliare i mercati e le zone di influenza delle aziende e dei prodotti americani.

Creare una zona di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico, se da un lato può sembrare allettante per tutti noi, donne e uomini che ci riconosciamo nell’identità culturale occidentale, dall’altro lato di fatto significa che in Europa potranno essere venduti i prodotti americani a prezzi molto competitivi e allettanti per i consumatori europei. Certo, sarà valido anche l’opposto, ma quante sono numericamente le aziende multinazionali europee in grado di competere sui mercati internazionali e in grado di conquistare spazi significativi del mercato USA? Probabilmente poche. Le italiane? Pochissime.

E’ così che questo Ttip rischia di trasformarsi in un cavallo di Troia, servitoci su un piatto d’argento e condito  con promesse di crescita del nostro PIL (molto teoriche) e crescite dei fatturati delle multinazionali Usa (quasi certe).  Nel 2015 Obama sarà quasi in scadenza di mandato e certamente, se riuscirà a portare a casa questo risultato, potrebbe ipotecare la rielezione di un altro Democratico alla Presidenza degli Usa. Rimane da capire se i conservatori Repubblicani gli daranno una mano oppure prevarrà nel partito l’anima isolazionista e protezionista.

E in casa nostra cosa si dice? Finora le notizie di stampa dei principali giornali a riguardo sono frammentarie, ma generalmente a favore del negoziato. Del resto la partita si gioca a Bruxelles e fino ad ora resta in mano agli addetti ai lavori. Certo, sarebbe bello che il popolo europeo fosse messo in grado di comprendere quali ripercussioni porterebbe questo negoziato nella vita quotidiana di noi cittadini. Sono quesiti astratti? Quando troveremo sul bancone del super i nostri amati spaghetti ad un prezzo dieci volte più basso di quello che siamo abituati noi oggi a trovare, spaghetti americani, ottimi, che tengono la cottura meglio dei nostri, ma prodotti con grano transgenico, la domanda allora apparirà in tutta la sua concretezza.  

Ma forse sarà troppo tardi per chiedere una spiegazione…



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