Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

venerdì 29 marzo 2013

Il pranzo di Babette

Il pranzo di Babette, Danimarca, 1987, Regia di Gabriel Axel

Recensione di Alberto Bordin


Una storia semplice, ma solida e puntuale; deliziosa come una favola, quelle favole che sanno di casa e di vero, quelle che si raccontavano solo una volta, dove non c’era timore di dire pane al pane, e in cui il lieto fine non era una necessità, ma una verità. 

Oscar al film straniero 1987, da un racconto di Karen Blixen – la stessa autrice de “La mia Africa” – il film sollecita nervi davvero singolari e in singolare maniera. 

È quasi magico che la pellicola sappia commuovere a tal punto servendoci un piatto di così poca sostanza:un banchetto d’anniversario nella Danimarca di fine ‘800 dentro un minuscolo villaggio di puritani perso sulla costa danese. Eppure è capace di parlarci di amore, amicizia, di vocazione, arte, di mondo, religione, e commuove due volte per questa stessa magia. 

Si tratta di quello stesso incanto che da duemila anni, in così tanti – ma così pochi – hanno saputo riconoscere accadere a tavola, al lavoro, nello studio, nella malattia, scoprendo una vita accompagnata, dalla culla alla tomba. È l’incanto che esercita quella gente colma di grazia e di vita, che riesce a fare la spesa come se andasse a nozze, e va a nozze come se facesse la spesa, e ognuno s’innamora di quella dolce sposa. È quella gente che come Babette entra, non si sa come, nelle nostre vite, e vive la santità nell’opera quotidiana, nel lavare i pavimenti, stendere i panni e preparare la zuppa per i vecchi. 

In una piccola comunità protestante, dove tutti sanno tutto di tutti, arriva in cerca di asilo una straniera –in fuga dalla Francia sconvolta dalla guerra –di cui nessuno conosce la vita passata. La rettitudine e la ferrea moralità del luogo non sembrano turbarla, e Babette si adatta con arte alla sobrietà e austerità di quei fedeli, fossilizzati in una fede ricca di sentenze e povera di risposte. Eppure Babette non è come gli altri. Vive tra di loro, ma non vive come loro, cucina gli stessi piatti ma sono più buoni, compra le stesse vivande ma sono più belle, e nessuno sembra notare la sua presenza, ma tutti soffrono la sua mancanza. La sua è una vita condotta nel silenzio dove si parla soltanto, una vita dedita all’opera dove l’unico strumento di vera morale sembra essere la parola – forse ricca di senso, ma ormai disossata della propria sostanza. In una comunità che nel timore di Dio vive la povertà come dogma, Babette offre la propria povertà come dono. Possiamo privarci solo di ciò che possediamo, e possiamo donare soltanto ciò che amiamo; questo Babette lo sa, ed è per questo motivo che insiste tanto perché possa preparare quel grande banchetto. 

Come già accennato, nel film si parla molto di arte. L’arte è il dono che Dio fa all’uomo e che l’uomo a sua volta dona agli altri; e poiché nell’altra vita possiederemo solo quanto abbiamo donato, ecco che l’arte ci è promessa nuovamente in dono per ogni volta che ce ne siamo resi strumento. Babette dona tutto, e la verità del suo dono è più loquace di qualunque sermone; la stessa dolcezza di cui sono pregni i salmi si adagia sulle loro papille gustative e allieta le loro gole. Il ristoro dell’anima, che è più della mera carne, trova però albergo nella carne, per cui il luogo in cui dimora ogni conflitto, dolore e peccato, è ora tempio ed asilo per un’anima amata e perdonata: ed è nuovamente un incanto. 

Perché non è forse un incanto che quanti ci insegnano sull’amore ci educhino meglio facendolo attraverso lo studio? E che quanti ci parlano di arte catturino il nostro cuore indicandoci il cielo stellato? E così non è più commovente che una donna ci testimoni la grazia di Cristo nell’offrirci un piatto di minestra? 

Perché questa è la via dei cristiani.

Nessun commento:

Posta un commento