Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

venerdì 8 marzo 2013

Lincoln

Lincoln, USA - India, 2012 - Regia di Steven Spielberg

Recensione di Anna Toniato



Con Daniel Day-Lewis, Joseph Gordon-Levitt, Tommy Lee Jones, Jared Harris, James Spader, Lee Pace, Jackie Earle Haley, Sally Field, Michael Stuhlbarg, Joseph Cross, John Hawkes, David Strathairn, Hal Holbrook, Walton Goggins, Bruce McGill 

Non si può negare che Lincoln sia una specie di personaggio"mitico", nonché uno dei presidenti più amati dal popolo americano, nonostante sia stato accompagnato da una sanguinosa guerra civile e da una politica che oggi non appare più così trasparente e benefica come un tempo.

Inspirato dal saggio di Doris Kearns Goodwin "Team Rivals: the political genius of Abraham Lincoln", il film di Spielberg si concentra sull'approvazione del tredicesimo emendamento che porterà all'abolizione della schiavitù e sulla fine della guerra civile (di cui vengono mostrati sanguinosi scorci). Nonostante l'indubbia passione del regista per il personaggio, il Lincoln di Spielgerg é, prima di tutto, un politico perennemente alla ricerca di consensi più che un eroe, un abile affabulatore con la passione per gli aneddoti e le frasi ad effetto, che non esita a mentire e imbrogliare i membri della sua stessa compagine politica per ottenere quello che vuole.

Grazie alla solida sceneggiatura di Tony Kushner (noto al grande pubblico per il bellissimo e pluripremiato dramma "Angels in America", da cui è stata tratta una altrettanto premiatissima serie televisiva) la pellicola alterna il Lincoln "politico" al padre di famiglia, diviso tra lo strazio di una moglie (una monocorde Sally Field) devastata dalla perdita di un figlio bambino, l'amore per il piccolo figlio Tad (Gulliver McGrath) e le ambizioni del primogenito Robert (Joseph Gordon Levitt, un giovane attore sempre più in ascesa).

Spielberg limita le grandiosità e le scene di battaglia, lasciando spazio alla parola (con qualche lentezza di troppo nella prima parte e qualche caduta nel patetico, che però è una delle cifre del regista americano) e alle performance degli attori, su tutti un Tommy Lee Jones che sa essere sardonico e dolce insieme e un immenso, mostruosamente bravo Daniel Day Lewis, capace di "sparire" letteralmente nel personaggio.

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