Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 25 marzo 2012

Il ritorno di Fantozzi

Puntuale al termine che si era dato, il Governo ha presentato questa settimana agli italiani la riforma del mercato del lavoro.  Il testo in questione, disponibile sul sito del Ministero del Lavoro (trovate il link nella sezione “documenti” del blog)  consta di 26 pagine. Dopo averlo attentamente letto, proviamo a fare alcune considerazioni.
La prima è di carattere generale ed è una domanda: era proprio necessaria una riforma del mercato del lavoro in questo momento storico in Italia? E questo Governo “tecnico”  ha avuto il tempo necessario per studiare, analizzare e discutere il tema con tutte le parti sociali interessate (partiti, sindacati, organizzazioni imprenditoriali) ?  A nostro giudizio una riforma di tale importanza e complessità meritava una maggiore attenzione e riflessione da parte del Governo, soprattutto dopo che si è riformato in modo così deciso l’altro pilastro collegato, quello pensionistico che ha spostato in avanti almeno di cinque anni il diritto alla pensione di centinaia di migliaia di persone che erano già vicinissime all’età pensionabile e di dieci anni l’età per andare in pensione dei più giovani.  La riforma del mercato del lavoro non è certamente un tabù, ma in questo momento più che riformare una materia riguardante una merce sempre più “rara”, forse appare più urgente studiare e inventarsi soluzioni nuove che aiutino a creare nuovo lavoro e nuova occupazione in Italia, non in Serbia o in Polonia, non in Cina o Brasile, ma in Campania o in Calabria.
Arriviamo alle 26 paginette del testo approvato dal Governo, suddiviso in tre parti. La prima, quella che dovrebbe riformare l’entrata nel mondo del lavoro e quindi riguarda i giovani, a mio parere delude le aspettative. Nelle intenzioni espresse dal Governo, dovrebbe contribuire ad una maggiore stabilizzazione dell’occupazione giovanile spostando l’ago della bilancia, finalmente, verso i contratti a tempo indeterminato. Nei fatti, leggendo quanto contenuto nel documento, mi sembra che questa intenzione sia tutta da dimostrare e molto dipenderà dai controlli che verranno attuati per verificare il corretto comportamento e applicazione delle nuove norme da parte delle aziende. La mia impressione è che, fino a quando il lavoro sarà una merce rara, il coltello dalla parte del manico lo avranno le aziende, non i giovani in cerca di occupazione.
Ed ora arriviamo alla seconda parte, quella che riguarda la “flessibilità in uscita e tutela del lavoratore” come recita il testo.  Qui la disciplina è più lineare e si capisce subito l’obiettivo che si pone il Governo.  Nel caso dei licenziamenti oggettivi o economici,  il testo recita: “ove accerti l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento, in favore del lavoratore, di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva, che può essere modulata dal giudice tra 15 e 27 mensilità di retribuzione, tenuto conto di vari criteri.” Quindi nessun diritto al reintegro del posto di lavoro.  Inoltre, per accelerare la risoluzione delle controversie in tema di licenziamento, il Governo propone, di concerto con il Ministero della Giustizia, di introdurre un rito speciale dedicato a tali controversie, così che il dipendente licenziato avrà subito il contentino economico, ma non più il lavoro e le aziende che hanno licenziato il dipendente per motivo oggettivo,  potranno in breve tempo chiudere la pratica. Per le altre cause di licenziamento, quelli discriminatori e quelli soggettivi / disciplinari, nulla cambia.  Ma è chiaro a tutti che un’impresa si guarderà bene da addurre come causa del licenziamento una discriminazione o un motivo soggettivo.  L’onere della prova è a carico della parte più debole, cioè il lavoratore. Non mi pare ci sia da aggiungere altro.
Il testo prosegue con una terza parte riguardante la riforma degli strumenti relativi agli ammortizzatori sociali, ma qui si entra in un campo molto tecnico che francamente ci induce a sospendere il giudizio, fatto salvo quello di carattere generale. Un sostegno ai lavoratori che hanno perso il lavoro, soprattutto a quelli più anziani, ma che non hanno ancora maturato il diritto alla pensione occorre garantirlo. Ma occorrerebbe garantire anche una nuova opportunità lavorativa, sfruttando anche l’esperienza accumulata negli anni da questi lavoratori.  In questo campo mi sembra che le Regioni e i Comuni possano svolgere un ruolo determinante avendo una conoscenza capillare di quello che può offrire il proprio territorio in termini di sviluppo di nuove realtà imprenditoriali.
Il documento si chiude con dichiarazioni di principio riguardanti il diritto al lavoro dei disabili, il contrasto del lavoro irregolare degli immigrati, le politiche attive e i servizi per l’impiego, ma sono tutti enunciati teorici che dovranno poi trovare attuazione in successivi provvedimenti legislativi.
Nel complesso, a parte la radicale modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, non ci pare di scorgere nel documento significative innovazioni della materia del lavoro. Pensare (ma potrei dire sperare) che da questa riforma, così come impostata, possa arrivare una spinta allo sviluppo e alla ripresa economica ci sembra irreale.
A quali conseguenze andremo incontro se passasse una formulazione dell’articolo 18 così concepita? La mancata tutela del dipendente dal licenziamento oggettivo, che qualsiasi azienda potrà benissimo invocare creando ad hoc crisi aziendali “pilotate” per dimostrare che i licenziamenti sono necessari per evitare il trasferimento all’estero o la chiusura dello stabilimento, porterà con sé un peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti. Questo è facilmente intuibile; se alle Aziende viene aumentato il potere contrattuale rispetto ai lavoratori, questi ultimi in prospettiva subiranno una diminuzione in termini di diritti, tutele, sicurezze ed è anche ipotizzabile in termine di aumenti salariali. Ma questo aspetto, non considerato a quanto pare dal Governo, non va a vantaggio delle aziende che avranno una forza lavoro sempre meno motivata e propositiva mentre invece le aziende vincenti, quelle leader di mercato come si usa dire, in tutti i Paesi del mondo, ripongono nel “benessere” in senso lato  del proprio personale un’arma strategica e vincente.
Per il momento mi fermo qui. Tantissime altre sono le considerazioni che si potrebbero fare e che abbiamo in parte già affrontato sulle pagine di questo blog. Il cammino della riforma, per fortuna, è ancora lungo prima che la stessa diventi Legge dello Stato in Parlamento e pertanto avremo altre occasioni per affrontare l’argomento nelle prossime settimane.  
Un’ultima curiosità. Cosa direbbe Fantozzi al Mega Super Capo del Governo Mario Monti in merito alla riforma del mercato del lavoro?  



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