Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

mercoledì 16 aprile 2014

Noah

NOAH, USA, 2014, REGIA DI DARREN ARONOFSKY

Recensione di Alberto Bordin


[5 Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. 6 E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7 Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato: con l'uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d'averli fatti». 8 Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
9 Questa è la storia di Noè.]  - Genesi, 6,5-9

Sono più di una le cause che rendono Noah un film spiacevole e malfatto. La prima a turbare è certo la manipolazione sconsiderata delle proprie fonti. Guardando l’ultima fatica Paramount troverete ben poco dei contenuti biblici circa la poderosa impresa di Noè. Degli eventi narrati, si conoscono forse i tratti più ampi, ma a molti rimangono spesso oscuri e criptici i contenuti di fondo. Può essere quindi facile cogliere – apparentemente – questo film come un affondo nel messaggio che vi è riposto, una riflessione, forse pure arbitraria, ma studiata e “liberalmente lecita” del testo sacro. Andando al fondo si rivela, invece, essere solo una presuntuosa contraffazione di quello stesso; e non ci riferiamo al nocciolo profondo del mito: le dinamiche sono falsate fino nelle sue strutture portanti. Non sono gli aneddoti che devono preoccuparci; non l’invenzione dei Vigilanti – liber(issim)a interpretazione dei detti giganti che abitano la Terra – o il fatto che Noè conterebbe 600 anni, o che non esista riferimento alcuno al padre – né certo un dialogo con Matusalemme –, né che si introducano personaggi e problematiche tangenti quali quella della fertilità e delle mancate mogli – altra pura invenzione – per i figli di Noè: nessuno di questi aspetti è degno di vera preoccupazione, tutti irrilevanti all’ombra di una storia che snatura le stesse ragioni per cui il racconto del diluvio ci è stato tramandato. Noah si arma dell’episodio biblico per introdurci a un insipido discorso ecologista: il Creatore, nella sua grandezza, ha costruito l’Eden e l’ha fatto abitare dall’uomo; questi, nella sua arroganza e impurezza, lo sta distruggendo, contaminando, consumando e – ci si attarda ben a parlare anche di questo! – estinguendo. Il diluvio è allora l’acqua che monda la Terra dividendo il puro dall’impuro e che permetterà la salvezza degli “innocenti” – per l’amor del cielo: gli animali! – ricominciando un nuovo Eden. Tutto si riduce, insomma, a una missione naturalistica, al funzionalismo più becero, dove il creato, che si proclama fino allo sfinimento essere opera del Divino, si muove quasi con stento e paura nel compimento dei Suoi disegni, affermando l’onnipotenza del Creatore nel proprio principio, e poi presumendo la sua sconfitta nel proprio abisso. E questo non è il peggiore male.

La seconda causa, e ragione di ancor più grande turbamento, è il silenzioso – peggio: taciuto – disprezzo per l’uomo. Se gli animali sono “innocenti”, non c’è un solo individuo che meriti una definizione tanto gentile per tutto l’arco del film. Esistono uomini buoni ed esistono uomini cattivi; ma alla fine tutti quanti rientrano nel numero: non uno di loro merita davvero un solo briciolo della veneranda amorevolezza che l’illustre Noè riversa sui fiori di campo e le creature selvatiche. Ma il danno è presto chiarificato, quando Noè, nel turbine della tempesta, racconta ancora una volta la genesi del mondo – unica sequenza di vera qualità cinematografica. Percorre ogni giorno della creazione, illustrando con ricchezza e perizia l’intelligenza del Creatore e la coscienza di Questi che ogni cosa era “buona”; e arrivato al sesto giorno, corona l’avventura del creato con la venuta dell’uomo, dimenticando però quanto di più importante e necessario di tutto il racconto: “E Dio vide che era cosa molto buona”.

Non a caso sarà lo stesso Noè a covare questo rancoroso disprezzo per il proprio genere; un progetto malfatto, un tentativo ambizioso e non riuscito, e non invece il compimento di senso dell’intera creazione. È forse indicativo e anche più disarmante costatare cosa significhi essere “buono” tra gli uomini. Gli uomini buoni sono gli uomini gentili, i miti, coloro che non vivono l’ambizione, ma soprattutto coloro che “vivono solo di quello che è loro necessario”. L’uomo per essere buono ammazza il proprio desiderio; l’uomo si piega all’adorazione del divino, ma per farlo stringe il proprio cuore. E chi invece ambisce alla grandezza, chi ricorda che l’uomo fu creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi assapora la grandezza del Divino nel proprio volere e nel proprio fare, questo è il profondamente malvagio che merita di essere estirpato dal mondo. Il mondo di Noah è un mondo in cui o si diventa – ci si cade, è una conseguenza scontata (!) – eroici diavoli, oppure si impara a essere ignavi devoti.

E ci sarebbe da gridare se non fosse per la sua assoluta inconsistenza: alla fine Noah è un film brutto, e quel che è peggio è che è noioso. Manca di grazia, manca di intelligenza – come il suo stesso protagonista –, manca di entusiasmo: tutti quei sintomi che quando presenti ci dicono che la storia è raccontata da un uomo appassionato; sembra davvero che Aronofsky si sia annoiato a fare questo film – a tradirlo sono soprattutto la pedanteria, l’incoerenza e le contraddizioni interne – e noi con lui, a seguirlo per le due ore e venti in sala. La malvagità nell’arte nasconde sempre una qualche grandezza, non riesce a non suscitare ugualmente uno stupore, a dichiarare una propria dignità, tale da rendersi memorabile, da segnarci alla sua comparsa; ma la negligenza può invece far scivolare ogni cosa nell’oblio. Risulta difficile descriverla, tanto non merita attenzione; non suscita “disgusto” perché sarebbe un’emozione fin troppo forte: è l’insipidume, quella pacata inconsistenza che è prodotto di un animo altrettanto smorto.

Benché il film tenti di salvarsi in calcio d’angolo – di nuovo portando a galla temi fuori contesto – Noah cova un danno triplice: alla presunzione segue la menzogna, e quelle due sono condite di superficialità. È l’ignoranza che si unisce alla povertà, che in fondo sono due sinonimi, ma che invece di generare un prodotto cattivo al quadrato, sembra fare l’operazione esattamente opposta, perché tirando le somme non c’è davvero nulla in potenza.

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