Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 25 ottobre 2015

A tu per tu con: Italia Giacca

Oggi incontriamo Italia Giacca, Presidente del Comitato di Padova dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Abbiamo conosciuto la Signora Giacca lo scorso mese di Agosto a Rimini, in occasione della mostra riguardante l'esilio dei Giuliano Dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, presentata al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli e ci ha colpito subito la sua personalità carica di umanità e il suo sguardo acuto e sincero.

Italia è nata a Stridone di Portole, minuscolo paese quasi al centro dell’Istria ove ha vissuto fino all'età di 6 anni. Alla firma del Trattato di Pace, Parigi, 10 febbraio 1947, suo padre si trovava a Trieste, dove si era stabilito dopo il congedo militare perché, “ricercato per italianità” era un candidato alla foiba. Nel 1948, dopo varie richieste, sua mamma ha avuto il permesso di raggiungerlo; e così, Italia e sua sorella maggiore a fianco, a piedi si sono incamminate verso Trieste.

Lì ha compiuto l’iter scolastico sino alla Laurea in Scienze Naturali, il 14 luglio 1965. Italia era impegnata contemporaneamente nel Direttivo del Circolo Giovanile dell’Unione degli Istriani, costituitosi sin dai primi arrivi di esuli, e come co-direttore della rivista giovanile “La Capra d’oro”.

Alla Laurea seguì, in quello stesso anno il matrimonio, e quindi il trasferimento in Veneto, a Dolo prima, poi a Piove di Sacco, infine, dal 2000 a Padova. Il 10 novembre 2014 ha avuto l’onore di essere nominata “Padovano Eccellente” : riconoscimento particolarmente significativo, perché tributo di onore, orgoglio, risarcimento per tutta la "sua" gente.      

Abbiamo posto a Italia alcune domande che, credo, ci possano aiutare a comprendere un pezzo di storia d'Italia dai più dimenticata, quando forse mai conosciuta veramente.   


D.: Signora Italia, la storia dell'esodo degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è ancora poco nota al grande pubblico. Può brevemente inquadrare dal punto di vista storico di cosa stiamo parlando?


R.: ”Gli storici possono sbagliare, le pietre no. E in Istria, Fiume e Dalmazia le pietre parlano italiano”.

Arena romana di Pola
Perché ho pensato di iniziare così il mio intervento? Per aprire gli occhi a chi si reca in quelle terre, affinchè si soffermi ad osservare l’impronta romana e veneziana in città come Capodistria, Parenzo, Pola, Fiume, Zara, Spalato; altri le chiamano Koper, Poreč, Pula, Rijeka, Zadar, Split, ma per noi erano, sono e saranno Capodistria…nomi italiani. 

Mi rendo conto che è difficile capire cosa significhi un confine “mobile”, con tutte le conseguenze, compreso il cambiamento dei nomi delle città, per chi vive in una regione stabile, dai confini fissi. Ma bisogna sapere che quel territorio orientale italiano è stato nel tempo multietnico e mistilingue, dai confini mobili. Comunque sin dai tempi antichi la convivenza tra gruppi diversi è stata sempre più o meno pacifica, salvo incrinarsi a metà del XIX secolo, con lo svilupparsi dei nazionalismi, che hanno progressivamente portato ad irrigidirsi i rapporti tra italiani e slavi in Istria, Fiume e Dalmazia.

Si giunse alla prima guerra mondiale con l’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa; alla fine di questo sanguinoso conflitto, dopo mesi di discussione si approdò a trattative tra il Regno d’Italia e il nuovo stato, Regno dei Serbi, Croati, Sloveni, la futura Jugoslavia, con il Trattato di Rapallo 1920: all’Italia era attribuita la quasi totalità della Venezia Giulia, ma non la Dalmazia, tranne Zara e Lagosta; Fiume divenne Stato Libero, ma ebbe vita breve, nel 1924 la città passò all’Italia, mentre l’entroterra alla Jugoslavia.

Il triveneto
L’Italia tuttavia si rivelò impreparata ad affrontare le problematiche del confine orientale e l’avvento del fascismo in Italia peggiorò la situazione delle etnie slovene e croate residenti in territori italiani, con provvedimenti tesi alla snazionalizzazione delle minoranze. 

Nel 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania; nel 1941 l’attacco alla Jugoslavia iniziato dalle truppe tedesche fu seguito dall’Italia e dall’Ungheria. Le truppe croate furono presto allo sbando, la Croazia proclamò la propria indipendenza, con conseguente crollo della Jugoslavia, re Pietro II fuggì a Londra. All’Italia venne annessa buona parte di costa dalmata con le isole, per cui si formò il Governarato della Dalmazia con Sebenico, Trau, Spalato e Cattaro, inoltre parte della Slovenia con Lubiana; il Montenegro venne dichiarato Stato indipendente, sotto il protettorato italiano.

Le truppe tedesche ed italiane assunsero il controllo delle principali arterie stradali, disinteressandosi del resto del territorio per lo più montuoso; ciò spinse i reparti dell’ esercito jugoslavo a darsi alla macchia, e a creare nuclei di resistenza. In questo clima, in un crescendo di rappresaglie si concretizzò un movimento che puntava a creare uno stato comunista sul modello sovietico, con a capo Josip Broz Tito. La guerriglia partigiana e la controffensiva attuata dalle truppe tedesche ed italiane divennero sempre più intense e sanguinose…

La caduta del fascismo, 25 luglio 1943, e poi la firma dell’ armistizio, 8 settembre 1943, crearono ansia ed incertezze nelle popolazioni a confine tra il mondo slavo e germanico.

I reparti italiani, in assenza di ordini superiori, non furono in grado di reagire, per cui città come Trieste, Gorizia, Fiume, Pola furono occupate dai tedeschi. In diversi paesi istriani invece si verificò un vuoto di potere, sito ideale per i partigiani di Tito che, ostentando i “Poteri Popolari”, li occuparono.

In un clima veramente caotico, di anarchia e violenze sanguinose, furono colpite persone non solo compromesse con il passato regime fascista, ma semplici cittadini estranei alla politica, in qualche modo rappresentanti dell’Amministrazione statale italiana, quindi oltre alle forze dell’ordine, insegnanti, segretari comunali…

L'ingresso di una foiba istriana
Iniziarono così le “sparizioni”, sotto un’aura di mistero; solo più tardi si capì che i partigiani di Tito facevano “sparire” le persone nelle FOIBE, cavità imbutiformi presenti in gran numero su tutto il territorio carsico della Venezia Giulia, che sprofondano per decine od anche centinaia di metri, da tempi remoti usate come discariche di materiale in disuso.

Le truppe tedesche posero fine ai Poteri Popolari, mettendo a ferro e fuoco i paesi dove trovavano resistenza. Ma già nel 1944 l’attività partigiana riprese vigore e quindi si continuò con rappresaglie, rastrellamenti, arresti, a fasi alterne, fino al termine della guerra. I tedeschi si dimostrarono duri verso chi era sospettato di collusione con i partigiani e molte migliaia di persone furono arrestate e deportate in Germania; a Trieste la Risiera di San Sabba funzionò come luogo di transito per ebrei e di tortura ed eliminazione dei partigiani ed antifascisti; il forno crematorio fu attivato nel 1944.

(N.B. In questo stesso posto furono “alloggiati” i primi esuli giuliano dalmati!)

Particolare la situazione di Zara, roccaforte italiana in Dalmazia. Occupata dai tedeschi nel settembre 1943, Zara continuò ad avere un’amministrazione italiana. La città venne bombardata dall’aviazione anglo-americana, con 54 incursioni che la ridussero ad un cumulo di macerie e circa 2000 morti. Molti zaratini scapparono verso Trieste; il 31 ottobre 1944 Zara venne occupata dai partigiani jugoslavi che fecero sparire diversi cittadini. Non ci sono foibe in Dalmazia, ma c’è il mare, blu, profondo…che cela tanti misteri…

Aprile 1945 le forze armate tedesche sono sconfitte; in Italia le truppe americane irrompono nella Val Padana sino a Venezia e verso Trieste. Ma anche l’esercito jugoslavo di Tito punta ad occupare la Venezia Giulia, con la cosiddetta “Operazione Trieste”. La resa delle forze tedesche fu firmata a Caserta il 29 aprile, e divenne effettiva il 2 maggio. Ma i reparti jugoslavi, anticipando l’arrivo delle truppe neozelandesi, giunsero a Trieste l’1 maggio 1945, subito poi a Gorizia e Monfalcone e nei giorni seguenti a Fiume e Pola.

Con la presa di potere le nuove autorità comuniste iniziarono gli arresti e le deportazioni di migliaia di persone ad opera della Polizia Segreta Jugoslava, l’OZNA. Si instaurò una cappa di oppressione e paura; militari tedeschi ed italiani furono catturati, fucilati con esecuzioni barbare, in spregio ad ogni norma internazionale di tutela dei prigionieri; altri deportati in campi di prigionia. Anche diversi civili subirono la stessa sorte; le foibe inghiottirono migliaia di corpi! La sorte riguardava coloro che, agli occhi dell’OZNA, potevano rappresentare un ostacolo ai piani annessionistici jugoslavi ed anche gli autonomisti, contrari all’opzione jugoslava. E se per l’autunno 1943 si parla di un migliaio circa di persone “sparite” tra l’Istria e la Dalmazia, nel maggio-giugno 1945 le stime si orientano sui 7-8mila o forse più.

Le FOIBE rappresentano così il primo aspetto della tragedia che colpì il popolo giuliano dalmata.

Alla fine di questa seconda guerra, l’Italia, sconfitta, dovette accettare tutte le condizioni stabilite dai vincitori. Con il Trattato di Pace di Parigi, del 10 febbraio 1947 si stabilì la cessione di buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e la creazione del Territorio Libero di Trieste, suddiviso provvisoriamente in due zone: la zona A sotto amministrazione militare anglo americana e la zona B sotto quella jugoslava. Le intere province di Pola, Fiume, Zara e parte di quelle di Trieste e Gorizia furono assegnate a Tito.

Questo cambio di sovranità, in una popolazione per la maggior parte italiana, fu traumatico e inaccettabili le condizioni per RESTARE, quali l’introduzione della lingua slovena e croata, l’annullamento degli usi sociali e delle tradizioni, la criminalizzazione della vita religiosa, le confische di beni, per cui quasi il 90%, , della popolazione, senza distinzione di censo decise di PARTIRE. Incontro all’incertezza sì, ma sorretti da fede profonda ed amore per la Patria Italia. 

E’ questo, l’ESODO, il secondo atto della tragedia giuliano dalmata!

Molti degli esuli si fermarono a Trieste, altri transitarono solo per Trieste, per distribuirsi poi per l’Italia, accolti o presso conoscenti o nei Centri raccolta Profughi, circa 140 in Italia; altri ancora scelsero di emigrare, soprattutto in America ed Australia, in una diaspora biblica.

Nella cosiddetta zona B, molti rimasero in attesa di una definizione; e questa arrivò: il 5 ottobre 1954 venne siglato a Londra il “Memorandum d’Intesa” con cui veniva deciso il passaggio all’Amministrazione jugoslava dell’intera zona B, Trieste all’amministrazione italiana.

E così se a Trieste si era in tripudio per l’atteso rientro in Italia, in Istria si piangeva e ci si preparava ancora all’esodo.

Il Trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975, dopo lunghe trattative riservate, sancì la rinuncia definitiva dell’Italia sui quei territori.

E dopo le FOIBE e l’ESODO il terzo aspetto della tragedia il SILENZIO che per tanti anni è calato su queste pagine di storia! Solo dal 2004 “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”(art.1 Legge 92-30 marzo 2004).



D.:Quando si sono svolti i fatti che ci ha raccontato, lei era poco più di una bambina. Che sensazioni ricorda di quel periodo? 

R.: Sono nata nel 1942 a Stridone di Portole, minuscolo paese dell’entroterra istriano che, secondo la tradizione, ha dato i natali a San Girolamo. Avevo vissuto la prima infanzia circondata da molto affetto; vivevo con la mamma, una sorella maggiore, il nonno paterno, nella casa accanto un prozio, per me un secondo nonno, tanto per dire quanto ero coccolata. Papà era a Trieste, perché “ricercato per italianità” era “candidato” alla foiba: ecco perché, a guerra finita, non era ritornato nella sua Stridone, ma si era fermato a Trieste, aspettandoci. Nell’ultimo anno di permanenza in Istria avvertivo qualcosa di strano, i sospiri della mamma, gli occhi del nonno che mi guardavano adoranti e poi lo scuotere del capo, i pianti di entrambi, ed io, bimba che pensavo “Ma anche i grandi piangono?” percepivo qualcosa di strano, ma non sapevo farmene una ragione. Per fortuna i bambini hanno la capacità di allontanare i pensieri tristi e ben presto riprendevo i miei giochi e correvo in braccio all’uno o l’altro nonno…
L'abbandono di Pola

Più tardi, adulta, ho messo a fuoco quell’atmosfera, di ansia, paura, terrore, sussulti ad ogni scalpiccio inconsueto, ad ogni presenza non familiare…a come si nominavano persone care, vicini o parenti che “la note li ga portadi via” (la notte li ha rapiti)…e non capivo...

Abbiamo intrapreso il nostro esilio a piedi, perché non c’erano mezzi di comunicazione all’interno dell’Istria; i vecchi dicevano ”per l’Istria se va un poco a pìe, un poco caminando” (per l’ Istria si va un poco a piedi un poco camminando). Ogni tanto un breve tragitto su qualche carro agricolo, o qualche camion e così fino a Trieste, distante circa 50 Km, dove papà ci attendeva. Fummo ospiti di una cugina.

D.: Guardando l'Italia di oggi e ripensando alla sua vita, le aspettative che avevate nel cuore quando siete partiti dalla terra natia si sono realizzate?

R.: Ritengo che “non c’era tempo” per avere aspettative. Anche perchè quelle che fino allora si consideravano certezze, tali non erano più: l’idioma, la religione, la libertà di esprimersi, l’essere italiano, insomma la propria identità…soppresso tutto, habitat mutato. E allora che fare?

Da uomini di PACE, per interrompere la barbarie e spezzare la catena d’odio e di vendetta, non restava che andarsene. Si lasciavano lì case, terreni, affetti e si intraprendeva la via dell’esilio, impervia, costellata di incognite, con amarezza e nostalgia, ma mossi da forti ideali, per poter continuare ad esprimere la propria personalità, per vivere in un paese di democrazia e libertà. Questo popolo di pace si è mosso con tanta dignità, in un esodo e diaspora biblici. Senza recriminazioni, senza rivendicazioni, senza manifestazioni di protesta, quasi in punta di piedi; con sobrietà, compostezza e tenacia ha reimpostato la propria vita, stringendo i denti e guardando in avanti…


Certo qualcuno nei primi tempi dopo l’esodo, sperava ancora di poter tornare nelle proprie case, di vedere il vessillo tricolore svettare sulle nostre torri, ma non per molto tempo durò questo desiderio nostalgico. Ben presto ci si è resi conto che quelle nostre terre non erano più nostre e che l’Italia era qui, dove ci trovavamo, dove c’era libertà di espressione, di religione, di parola, che non si poteva più tornare indietro. E anche laddove non si era ben accolti noi si doveva reagire in modo positivo, facendoci apprezzare per il nostro impegno e serietà, nello studio come nel lavoro, questo doveva essere la nostra reazione e il nostro riscatto!

D.: C'è un pensiero che vuole trasmettere ai giovani italiani di oggi che forse apprendono per la prima volta da questa lettura cosa è successo a ragazzi vissuti settant'anni prima di loro?

R.: Risponderei con delle osservazioni inviatemi da una scolaresca di V elementare a conclusione della mia testimonianza in occasione del Giorno del Ricordo:

“GRAZIE per averci fatto capire:

*quanto sono importanti cose che spesso diamo per scontate: la casa, la famiglia, gli affetti;

*che il passato anche se doloroso dev’essere ricordato perché tragedie come quelle avvenute non si ripetano più;

*quanto sia importante difendere i propri ideali e valori anche a costo di grandi sacrifici;

*che è importante lottare, non con le armi, per un futuro migliore per tutti.

Ecco, direi che nella loro spontaneità, scevri da condizionamenti e pregiudizi, i bimbi hanno saputo captare il messaggio più importante e profondo.

Ed è per questo che ai giovani mi sento di dire che da tutto ci si può riprendere, quando ci sono forti ideali cui tendere; con abnegazione, volontà, perseveranza, con azioni di positività si possono superare ostacoli e impedimenti e si possono raggiungere alte vette.

Noi bambini 70 anni fa siamo stati defraudati di una parte importante , ci hanno scippato la spensieratezza della fanciullezza, ci hanno costretti ad essere ben presto “grandi”.

Chi ha vissuto nei campi profughi ha sperimentato sin dai primi anni il “domicilio coatto”, la ristrettezza del box abitativo, la mancanza delle forme più semplici di intimità e privatezza, il sentirsi diverso dai coetanei, quasi un’etichetta in fronte “esule giuliano dalmata”, ma chi è? Cosa significa? Si chiedevano allora, e non capivano! Ma oggi, a 70 anni di distanza tutti lo capiscono?

Capiscono che eravamo italiani, italiani cacciati da terra italiana, divenuta straniera in seguito ad una guerra persa in modo illogico, per un assurdo “trattato di pace”, così chiamato in modo beffardo, oserei dire, per definire un trattato che di pace aveva ben poco e che mi fa venire in mente la definizione allora data dal prof. Elio Predonzani che lo definì ”diritto del più forte, sopraffazione indiscriminata, compromesso bugiardo, interessata interpretazione dei grandi ideali di Giustizia e Libertà per cui ben gli si addice il termine Diktat”.

Dico solitamente che io ho vissuto “3 ESODI” : il primo da bambina, cui tutto sembra un’avventura, pur velata da un non so che, quasi un presentimento in fondo al cuore; il secondo quando la mia età si è avvicinata a quella che avevano i miei quando hanno lasciato tutto per l’ideale di pace, libertà, democrazia, amore per l’Italia; allora, interiorizzando il loro stato d’animo ho capito il loro sacrificio, ed ho sofferto “da adulta”; il terzo quando mia nipote Anna ha compiuto sei anni, l’età in cui ho lasciato il nonno; egli non ha voluto seguirci non per scelta ideologico-politica, bensì perché, diceva “sono troppo vecchio, vi sarei di peso”. E così è rimasto sì nella sua casa, con le sue terre, ma in una casa “vuota”, senza gli affetti, senza la piccola che gli correva in braccio affettuosa…ed ho avuto la terza sofferenza.

Ed è per questo che mi sento di dire che quel famigerato Diktat del 10 febbraio 1947 ha scippato l’Italia, privandola di un’intera sua regione, ha disintegrato il popolo dei giuliano dalmati, ha spazzato quella che un tempo era una comunità, perché la sofferenza è stata sia per chi se ne è andato sia per chi è rimasto, due facce della medesima medaglia di dolore.

D.: Non si può non pensare, ascoltandola, a quanto sta accadendo proprio in queste ore nella nostra Europa: all'esodo di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi tormentati da anni di guerre, povertà, ingiustizie e persecuzioni. Come scrisse Euripide: "Non c'è dolore più grande della perdita della terra natia". Cosa si sente di dire a queste persone?


2015

R.: Quando sono partita dal mio paese, ricordo che ad un certo punto mi sono girata e con la manina ho fatto “ciao” al campanile che si allontanava e pian piano spariva…Ebbene, ogniqualvolta vi ritorno, giunta nel punto in cui ho fatto quel gesto, vengo assalita da un nodo alla gola, sento una stretta incontenibile, nonostante siano passati quasi 70 anni…

Ho imparato a “star bene” a Trieste prima e poi in Veneto, infatti mi definisco istriana di nascita, triestina di prima adizione, veneta di seconda. Ho nel cuore sempre la mia Stridone, ora però sono affezionata a Padova.

A mie spese ho imparato a non essere attaccata troppo alle cose terrene, materiali, che non hanno certezze, non offrono prospettive.

Ai giovani mi sento di dire che nel libro della vita le pagine vanno “assaporate”, sfogliate ad una ad una, in avanti. Le prime restano sempre nel cuore, perché da lì si è mosso il nostro cammino, e forti di questo patrimonio si può guardare ciò che ci circonda, senza pregiudizi, con apertura. Ho sperimentato che l’accoglienza è reciproca, ti troverai bene in un luogo qualora ti senti sereno, disposto ad inserirti, accettando tu per primo gli altri, il modus vivendi di chi ti accoglie. 

Mi si permetta un pensiero a voce alta, circa l’ “attualità”. Il problema odierno lo vedo sotto due aspetti, umano e politico.

E’ umano soccorrere chi è perseguitato e dare risposta a delle emergenze di guerra e di sopraffazione…emergenza appunto, tempo determinato. 

E’ altrettanto umanamente corretto ospitare chiunque fugga? Quanto potrà durerà quest’esodo? Forse un tempo indeterminato… Ma è proprio bene ?

Ripenso alla frase di Lao Tzu, filosofo cinese del 500 a.C.

“Da’ a un uomo un pesce: lo nutri per un giorno.

Insegnagli a pescare: lo nutrirai per tutta la vita”.

E ripenso pure alle dieci evangeliche vergini incontro allo sposo con le lampade: quelle rimaste senz’ olio furono lasciate fuori dalla stanza nuziale…

Forse insegnare “a pescare”, a sfruttare le ricchezze potenziali, le risorse naturali e di umanità di certi territori potrebbe essere un valore per le popolazioni, di dignità prima di tutto. Il poter rimanere nelle proprie terre, mantenere le proprie tradizioni, usi , costumi, lingua, religione, acquisire istruzione e capacità di autoaffermazione eviterebbe loro di riconoscersi nei versi danteschi che hanno accompagnato noi giuliano dalmati, così come tutti gli altri esuli del mondo:

“tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale 

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale 

lo pane altrui, e come è duro calle 

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.


Ringraziamo di cuore Italia Giacca per la preziosa testimonianza che ha voluto lasciarci e le siamo grati per la generosità con la quale si è prestata a questo lavoro. 

Per chi si fosse appassionato a questo capitolo poco noto della storia d'Italia, possiamo suggerire i seguenti link:



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