Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 15 giugno 2013

Solo Dio perdona

Solo Dio perdona, Francia - Danimarca, 2013, Regia di Nicolas Winding Refn

Recensione di Alberto Bordin


Solo Dio perdona: io no. Questa è la prima plausibile e immediata lettura del titolo. Ma chi sarebbe questo “io”? Si tratta del taciturno protagonista interpretato da Ryan Gosling? Improbabile: forse l’unico capace di un poco di pietà e di affetto in un mondo estremamente violento, carnalmente, sessualmente, verbalmente violento,al quale comunque non è estraneo.

Forse allora la madre? Così folle, così impenitente, sadicamente convinta nel proprio egoismo, in un amor proprio che non ha nulla a che fare con l’amore… Ma rimane un personaggio estremamente secondario e non può appellare a sé il senso totale del titolo.

Allora parlando di questo “io” è forse più plausibile parlare del poliziotto.Un orientale, di bassa statura e di altissima (ferrea) moralità, giustiziere imperscrutabile e inarrestabile, un calcolatore imprevedibile eppure sempre coerente al proprio ideale, votato alla giustizia e al giustizialismo, a dettare a fil di spada l’ordine cittadino, sociale e cosmico dentro la sua giurisdizione. Una figura così iconica che forse esprime più dell’uomo stesso che rappresenta, come a incarnare una forza d’ordinamento mondana, naturale, viscerale, alla quale gli uomini soggiacciono o debbono soggiacere. Lo comprova lo stesso protagonista, che negli allucinatori viaggi tra memoria e immaginazione vede la katana del giustiziere giungere a punirlo per le sue colpe, sebbene ancora non sia a conoscenza del poliziotto giustiziere, non ne conosca le fattezze, né sappia delle sue pratiche di samurai. È la stessa giustizia del mondo il vero antagonista, e il poliziotto solo un monaco servitore di questo dio implacabile.Allora ecco che potremmo nuovamente interpretare il titolo: “Solo Dio perdona: il mondo no”.

Il mondo è il quarto protagonista: così surreale, così geometrico – formalmente, cromaticamente –, misterioso, impenitente. Un mondo di infiniti silenzi, di occhi che fissano e sembrano vedere troppo e non raccogliere nulla, di imbarazzanti sequenze di stallo drammatico; quasi un balletto musicato dentro un’apnea, dove lo scorrimento di sangue esplode inesorabile come scoppio di piatti e timpani.

E allora in un mondo del genere, affascinante e conturbante, ma inospitale, deprecabile, impassibile spettatore e aizzatore, in un mondo simile cosa resta all’ uomo e alle sue mani? Le sue mani sporche del sangue dei fratelli; le sue mani che sono pugni stretti, nel celare la colpa e nel prepararsi alla violenza; le sue mani che cercano alla stessa morbosa maniera l’affetto nel fiore di una donna e dal ventre della madre (in una delle più crude e curiose rappresentazioni del complesso edipico: dopotutto cerchiamo l’amante nella madre o la madre nell’ amante?) e non ci sarà acqua, non ci sarà carezza, non ci saranno labbra in grado di sciogliere il pugno di quelle mani e perdonarne la colpa.

In un mondo che non perdona, a un uomo restano solo due opzioni: di perire dell’opera delle proprie mani, o di reciderle recidendo l’opera.

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