Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

venerdì 13 settembre 2013

L'isola

L'isola, Russia, 2006, Regia di Pavel Lunguine


Recensione di Alberto Bordin


La santità di chi è più figlia? Del genio, di uomini in grado di vedere con più chiarezza e verità il vero che ci sta dinnanzi; oppure della follia, di coloro dei quali la mente non appartiene più a questo mondo e alle sue regole, e che rispondono di un altro Mondo, con altre regole, un’altra intelligenza che anche professano ma senza conoscerne il vero significato, ancor prima di leggerne i segni?

Il folle in Cristo è una figura che affonda le sue radici nella cultura medievale, e come tutta quella cultura è un tarocco, una carta a due facce; genio o sregolatezza? Entrambe, forse; o nessuna delle due. E quale cultura oggigiorno può rappresentare questa drammatica dicotomia meglio di quella russa, così ambigua e schizofrenica?

Il film di Pavel Longuine si srotola nella sua semplice trama dentro un unico essenziale contrasto, quello tra il mondo terreno – fatto della mondanità dei ragionamenti, dei costumi, di una vita comoda dentro il suo ordineche come viene interrotto ne siamo profondamente turbati – e il mondo celeste –fatto di preghiera e della colpa e del perdono –; e questo contrasto è enfatizzato ancor più nell’evolversi orizzontale delle vicende, seguendo la carriola di carbone avanti e indietro lungo la banchina filiforme, mentre tutto il conflitto si gioca in un rapporto verticale col Padre Eterno. Dove risiedono la forza e la gloria? È compito dell’asceta accompagnare lo spirito che anela al cielo spalmandolo però nei piccoli gesti e nelle dolci gioie “orizzontali” del mondo, oppure strappandolo da ogni possesso, legame e contatto per chiuderci in un luogo di luce e preghiera a contatto col geloso Onnipotente?

Bisogna riconoscere due meriti al film di Pavel: il primo è l’intelligente ponderatezza con cui conferma e nega l’una e l’altra posizione – una continenza quasi estranea al cinema russo –; le tentazioni del mondo e la sua razionalità non trovano tiepida accondiscendenza e buonismo, ma nemmeno è vero che l’opera d’ascesi possa compiersi fuori di un’esperienza (intelligente) della fede. Il secondo è il fatto che tutto ciò non è affidato alla filosofia del pensiero, ma si radica appunto in un’esperienza, in una realtà che ferisce e segna nel suo accadere; gli uomini che ne conseguono non sono così degli intellettuali, ma consistono di una domanda e una coscienza.

La santità si vive nel rapporto con Dio; e il rapporto con Dio è sempre un rapporto con i suoi segni.



Nessun commento:

Posta un commento