Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

mercoledì 25 settembre 2013

Quaquaraquà

Mancano le parole per esprimere l’ennesima delusione che gli italiani che hanno a cuore il Bel Paese stanno provando se pensano al caso Telecom. 

Finale peraltro annunciato, già scritto nel 1997 quando venne effettuata la peggiore delle privatizzazioni possibili di un asset strategico della Nazione. Lo scopo di quell’operazione, più o meno dichiarato, era quello di far cassa. In vista dell’entrata nell’euro quei soldi servirono al Tesoro per far quadrare un po’ i conti. Entrarono nelle casse dello Stato circa 26.000 miliardi di vecchie lire. Presidente del Consiglio in carica al tempo dell’operazione: Romano Prodi, Presidente della Repubblica: Oscar Luigi Scalfaro.

Senza socio forte di riferimento però, la public company resistette poco: nel 1999 una nuova classe di imprenditori italiani, definita poi da alcuni la razza padana, con un’Opa lanciata dalla Olivetti di Roberto Colaninno del valore di 102 mila miliardi di lire (in numero 102.000.000.000.000) prese il controllo dell’azienda. Presidente del Consiglio in carica: Massimo D’Alema che ha pubblicamente difeso ancora oggi l’operazione di Colaninno ed ha fatto bene a difenderla, visto che è avvenuta sotto il suo Governo. 

Da qui ha origine la voragine di debiti che Telecom si è trascinata in bilancio sino ad ora, perché la gran parte di quei 102 mila miliardi di lire serviti per lanciare l’Opa, li hanno messi sul piatto le Banche, non gli imprenditori che invece di loro hanno messo sul piatto la visione imprenditoriale, il Business Plan, la Mission. 

Meno male, potrebbe pensare qualcuno, almeno la razza padana aveva una visione! Invece, quando Telecom era in mano pubblica, il Tesoro non aveva una visione sull’azienda. 

Purtroppo per Telecom, la visone imprenditoriale di Colaninno e della razza padana termina già nel 2003, Presidente del Consiglio Berlusconi, Presidente della Repubblica Ciampi, quando gli imprenditori si lasciano tentare dall’offerta di Tronchetti – Benetton & C. che rilevano Telecom portando nel gruppo di Telecomunicazioni numero uno in Italia e che si stava diffondendo nel mondo, una new vision. I fondi per l’operazione anche in questo caso arrivano dalle Banche e quindi il debito di Telecom rimane a Telecom, come è giusto che sia, del resto! 

Nel 2005, Presidente del Consiglio Berlusconi, viene deciso dai soci l’incorporazione di TIM in Telecom Italia (seconda Opa), nel 2006, Presidente del Consiglio Prodi, venne proposto dai medesimi soci lo scorporo di Tim da Telecom Italia, ma sfortunatamente questa volta l’Assemblea bocciò questa nuova visione e il Presidente Tronchetti si dimise, a torto o a ragione, incompreso. 

Nel 2007, Presidente del Consiglio Prodi, un gruppo di telecomunicazioni che in Spagna aveva avuto più o meno la medesima dinamica di sviluppo di Telecom, Telefonica, acquisisce il controllo di minoranza della Telecom che era stata di Tronchetti & C. e arriviamo così al nostro oggi. 

L’enorme debito che la prima Opa (quella di Colaninno) aveva generato in Telecom ha per tutti questi anni impedito di fatto alla società di crescere e svilupparsi.

Dopo cinque anni di crisi economica, il risultato di questa miope visione, che è stata sotto gli occhi di tutti per tutti questi anni, è che oggi, il gruppo spagnolo, peraltro altrettanto acciaccato finanziariamente, per una manciata di euro acquisisce il controllo di uno degli ultimi asset industriali, e strategici, rimasti al nostro Bel Paese.

Possiamo trarre qualche considerazione dal caso Telecom?

Crediamo di si.

In Italia manca una classe di capitalisti disposti ad investire capitali che, se ci sono, evidentemente non sono investiti in Italia. Manca una classe di politici, a Destra come a Sinistra, che abbia una visione su questo Paese. Prova ne è che la storia Telecom sembra seguire il corso dei cambiamenti alla Presidenza del Consiglio: cambiava il Premier e mutava la compagine societaria in Telecom.

In Italia sino ad oggi sono state le Banche ad agire come capitalisti e imprenditori. La crisi economica e i bassi tassi d’interesse di questi anni hanno però messo a dura prova anche i conti delle Banche, e soprattutto la nuova disciplina di Basilea non permette più manovre border line sui bilanci. Pertanto ora tutte le Banche cercano di dismettere le partecipazioni acquisite in passato e considerate ormai non più strategiche (vedi Telecom). I tempi cambiano.

E non si può certo incolpare una Banca italiana perché vende una sua partecipazione ad un gruppo straniero. Il Governo ben conosce la situazione Telecom e il problema riguardante la rete fissa e sino ad ora non se ne è mai interessato. E se ne deve far carico una Banca?

La verità è che dal caso Telecom riceviamo l’ennesima delusione dalla nostra classe dirigente, imprenditoriale e politica. Il tanto sbandierato e osannato periodo delle privatizzazioni non poteva concludersi nel modo peggiore, con la fine annunciata, perché male impostata dall’origine, della madre di tutte le privatizzazioni, quella della Telecom Italia nata nel 1925 come società Telefonica Interregionale Piemontese e Lombarda. 

Non sappiamo se questo Governo, che basa la propria forza sulle debolezze interne ai tre partiti che lo sostengono, abbia la volontà e la forza per provvedere allo scorporo della rete fissa per salvaguardare almeno la parte intelligence italiana. Ce lo auguriamo di cuore. 

Ora è il momento che si metta in azione la Politica, quella fatta di gesti concreti, che negli ultimi cinque anni ha brillato per la sua assenza. Forse perché aveva già intuito nel 2007, questa volta in anticipo perché interessata in prima persona, che i tempi d’oro delle Opa erano finiti?

Adiós Telecom Italia!





Nessun commento:

Posta un commento