Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

venerdì 2 agosto 2013

Excalibur

Excalibur, USA, 1981, Regia di John Boorman


Recensione di Alberto Bordin


Le storie non si raccontano, si ri-raccontano. Ogni volta che viene raccontata, dalla prima all’ultima volta, una storia è più di se stessa, arricchita da una coscienza, quella del narratore, che è sempre nuova, perché ogni volta ri-accade. È per questa ragione che i miti e le leggende sono così grandi, poiché quei racconti sono imbevuti di una coscienza così grande, così vasta e universale, di così tante coscienze narrative, da aver dimenticato il loro autore e da valere oltre il loro narratore occasionale, poiché posseggono una verità veramente originale. Quello che ora serve loro è un nuovo narratore che sappia far accadere nuovamente quella verità.

Il mito arturiano è vecchio mille anni e forse anche più, affondando le proprie radici in una tradizione pagana, battezzata dall’ amorosa intelligenza cristiana. La sua potenza è tale da dipanarsi in centinaia di racconti, vicende anche contraddittorie, incompatibili narrativamente, ma tutte fedeli testimoni della sostanza di quel mondo e di quegli uomini. C’era già stato un autore che durante la propria prigionia aveva azzardato di cucire tutti assieme questi mirabolanti racconti in un unico corpo; e da quel lontano episodio cinquecentesco nessuno aveva più avuto il polso di riscrivere con tanta efficacia e interezza la grandiosa avventura di Artù e dei suoi cavalieri. Abbiamo dovuto attendere il 1981.

Excalibur, di John Boorman, è un film mirabolante, che racconta con gusto una storia già succulenta. È la genialità del cuoco che sa riproporci al banchetto una ricetta vecchia di generazioni, provandocene la bontà, eppure rendendola nuova. Di Excalibur stupiscono la ferrea logica del mito e la preservata autorevolezza dei suoi personaggi, che non sono ridotti come solito a spauracchi, gli spettri di un racconto che era forse troppo grande per lo sceneggiatore. L’Artù di Excalibur consiste. E così Merlino, e Lancillotto, e Parsifal. Il grande Uther Pendragon è plastico nella propria lussuria e ambizione, quanto è tagliente e minacciosa la spada del lago che impugnerà suo figlio. Il timore di Parsifal vibra con verità dello spirito del fanciullo, nella sua paura come nel suo stupore. Che sia la cavalcata tra i boschi di Ginevra, o quella sull’ alito di drago di Uther, o che sia il lento passo di Parsifal verso il Graal, oppure lo stanco sguardo in camera di Artù morente, e così la battaglia con Lancillotto del fiume oppure lo scontro di Merlino col drago: la pellicola trema sotto la solidità della storia che racconta, un terremoto di emozione e commozione, sorretto e sospinto da una colonna sonora intelligente quanto il film stesso.

Uomini ma più che uomini, antichi quanto il mondo eppure sempre moderni, sempre parlanti.

Guardare Excalibur è una di quelle toccanti esperienze senza tempo, che sanno gettare un braccio nel passato, legandoti alla nostalgia e alle speranze di bimbi raccolti intorno al fuoco e menestrelli danzerini a corte; dentro le note di Wagner e dei Carmina Burana attendi col cuore in mano di vedere concludersi una storia che già conosci, ma ri accade ora, nuova. E giunto ai titoli di coda sei già pronto per ricominciare; ma questa volta per raccontarla tu: e sarà ricca di una nuova coscienza.



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