Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

domenica 17 febbraio 2013

Skyfall

Skyfall , Regno Unito - USA,  2012 - Regia di Sam Mendes



Recensione di Alberto Bordin



Gli anni si accumulano sulle spalle di tutti, uomini comuni e fuori dall’ordine, droghieri e agenti segreti. E il nostro celebre doppio zero ha pure lui raggiunto la mezza età e ha voluto festeggiare con stile il suo 50° anniversario. Il secolare contegno d’oltre Manica non viene a mancare, regalandoci un festino ricco di saturo charme e pesato entusiasmo. Il cocktail è sobrio, ma la ricetta è complessa; partiamo dal regista.

La nomina di Sam Mendes a capo della direzione ha allarmato molti facendo sorgere qualche domanda, e a buon diritto. Il regista britannico si è infatti distinto per poche pellicole i cui soggetti, certo di grande impatto –American Beauty, per cui gli è valso l’Oscar, Era mio Padre, Jarhead e Revolutionary Road –,sono tuttavia incongruenti, nel contenuto come nella forma, agli incredibili (“non” credibili) inseguimenti del super agente James Bond, o alle sue assurde missioni, né ai leggeri e passionali amori. Eppure la scelta si è rivelata azzeccata. Il film si è arricchito di un colore mai adoperato nella saga, con consistenti pennellate cobalto e nostalgia. Non mancano le mirabolanti azioni (visivamente sobrie ed efficacissime), ma Mendes sa alternare con estremo gusto il thrilling del conflitto esteriore con la suspance di lunghi spiazzanti silenzi e di dramma interiore. E qui suona il secondo campanello d’allarme.

Il Bond di Daniel Craig ci stupì già nel lontano 2006 quando Casino Royale dipinse un agente alle prime armi, impedito professionalmente a provare rimorso: un problema tutto nuovo per 007 e il suo pubblico. Torna due anni dopo in Quantum of Solace, ma qualcosa non va: Bond è stanco, fisicamente consumato da un lutto che non ha avuto tempo di assimilare; qualcosa di davvero mai visto.
Dopo cinque anni la saga sente di invecchiare e il nostro agente con lei. Abbiamo già avuto dei James Bond che ingrigivano, ma mai il super agente inglese si era sentito tanto inadatto e fuori mano, e gli oscuri fantasmi del passato si fanno più spaventosi del super crimine organizzato. Questo nuovo capitolo vorrà, infatti, indagare l’infanzia di Bond, un lato di lui che non abbiamo mai conosciuto, e alle sparatorie con laser e corse nei bunker e bottoni rossi e dispositivi nucleari, si preferiranno invece fredde campagne delle Highlands, un vecchio cottage vittoriano in pietra viva, torbide fiamme arancioni, gelide acque di un verde lago e i ricordi di un bambino celati in un nero cimitero: poesia per gli occhi e il cuore.

A firmare il tutto: una fotografia discreta e saporita, un cast di attori eccellente – un eccezionale Bardem per un villain eccezionale, una sempre efficace Judi Dench e un sottile e ben piazzato Ralph Fiennes – e come sempre i titoli di testa, che da soli valgono un quarto del biglietto.

Qualcuno ha gradito poco una “tale sovversione tematica”, vedendovi la morte dell’ontologico 007. Ma se questo è il prezzo perché cresca nuovo frutto da un vecchio arbusto, allora prendi la mira come un cecchino austriaco, e sparagli con la foga di un texano alla notte del 4 luglio.

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