Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

lunedì 17 settembre 2012

Sergio, Susanna e Gilbert Keith Chesterton


Questa volta hanno vinto entrambi: Sergio Marchionne e Susanna Camusso.

Il primo ci aveva provato, forse anche spinto dalla Famiglia, a cercare di mantenere la produzione di autoveicoli in Italia. Il progetto Fabbrica Italia era piaciuto, aveva fascino, Marchionne sapeva come presentarlo in pubblico e alla fine, per convinzione o per convenienza, i più ci avevano creduto. Ci avevano creduto i politici, sollevati dal non dover affrontare un problema dai risvolti economici e sociali spaventosi. Ci avevano creduto i sindacati, tranne la FIOM, che pur di mantenere il posto di lavoro, avevano deciso che alcuni diritti acquisiti potevano essere messi in discussione. Ci avevano creduto gli italiani, convinti che la FIAT dopo tutto aveva fatto la storia d’Italia e avrebbe continuato a farla.
Forse il meno convinto era proprio Marchionne. Del resto mentre le parole spese a favore di Fabbrica Italia aumentavano, le azioni concrete e gli investimenti andavano tutte in altra direzione, oltreoceano, a sostenere la produzione dell’altra casa automobilistica del gruppo, la Chrysler.   Non è un caso che negli States, Marchionne sia visto come il salvatore della patria (automobilistica) mentre in Italia è diventato il capro espiatorio di non si sa ancora bene che cosa, comunque sia è tutta colpa sua.

Anche Susanna Camusso ha vinto la sua battaglia: è stata l’unica che aveva capito (o indovinato) il “bluff” di Marchionne. I progetti per Fabbrica Italia non sono mai esistiti e del resto nessuno li ha mai visti. Bonanni e Angeletti non hanno compreso come stavano realmente le cose e si sono fidati della parola dell’A.D. Fiat.  Quando il mercato dell’auto ha incrociato l’autostrada della recessione, il gioco è terminato. Marchionne a questo punto non poteva più attendere ed è dovuto venire allo scoperto, il progetto è superato, il mercato ha cambiato rotta, il futuro di Fiat in Italia va ripensato.  

E’ chiaro che stiamo parlando di due vittorie di Pirro. In questa storia che si sta scrivendo in questi giorni, in queste settimane, non ci sono vincitori. Comunque andrà a finire, a perdere il lavoro saranno migliaia di operai e impiegati con le loro famiglie, a perdere un pezzetto di fiducia e di speranza nel futuro saremo tutti noi. Perché una cosa è certa: se la Fiat decidesse una forte riduzione della sua presenza in Italia le ripercussioni per il nostro Paese non sarebbero indolori.    

E questa è solo la punta dell’iceberg. Al momento non esiste settore industriale in Italia che non stia attraversando un periodo di profonda crisi e ristrutturazione. E’ di questi giorni la notizia del peggioramento della nostra posizione nella classifica internazionale dei Paesi maggiormente industrializzati, dal quinto all’ottavo posto.   Cosa fare giunti a questo punto?  Per prima cosa una nuova politica industriale, quella che non è stata più realizzata in Italia da decenni. Nuova politica industriale significa però nuovi politici. Non ci sono molte alternative, occorre che tutti noi ci rimbocchiamo le maniche e, ciascuno per la propria competenza e la propria responsabilità, ricominciamo a pensare ad una nuova forma di società, ad un nuovo modo di vivere insieme, a nuovi standard e stili di vita (che riguardano mondo del lavoro, pensioni, scuola, sanità solo per citare alcuni temi principali)  con lo sguardo soprattutto rivolto alle nuove generazioni, le più a rischio con l’attuale sistema.

L’esempio in questo senso sarebbe dovuto venire dall’alto, dalle classi dirigenti, dai nostri politici che per primi avrebbero dovuto occuparsi di pensare e proporre il cambiamento tanto atteso. Purtroppo, proprio la politica è la grande assente in questo momento e anzi lo spettacolo che offre di sé la nostra classe politica non lascia ben sperare per i prossimi mesi che saranno molto impegnativi per il nostro Paese.

Passati venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino, sembra che anche lo stile di vita capitalista e consumista che vedeva nel mercato un totem, sia in profonda crisi. Ma il cuore dell’uomo desidera la felicità, oggi come ieri, e continua a cercarla.  Da questo vuoto da colmare, che esiste, mi viene la certezza, adesso, della possibilità per ognuno di noi del cambiamento.

Scriveva Gilbert Keith Chesterton in La mia fede: “La conversione è l'inizio di una vita intellettuale attiva, fruttuosa, illuminata e addirittura avventurosa”.

Mettiamoci in gioco per primi e forse riusciremo anche a far cambiare idea a Marchionne.




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