Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

sabato 3 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (5 continua)

Se tanto malcontento nei confronti dell’Unione europea è diffuso tra la popolazione di tutti i Paesi che la compongono, dalla Svezia alla Grecia, dalla Germania alla Spagna, probabilmente qualcosa che non ha funzionato esiste veramente e va cambiato. 

Certo, magari quello che dell’Unione non piace ad un tedesco non è la medesima cosa che non piace ad un greco, ma il punto è proprio questo: giungere ad una sintesi che possa contemperare e sostenere interessi comuni. Ma quali sono gli interessi comuni che vogliamo tutelare e difendere attraverso l’Unione europea?

Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, prevede quali siano le competenze esclusive dell’Unione europea:

- unione doganale

- definizione delle regole di concorrenza (regolazione dei mercati)

- politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l'euro

- conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca

- politica commerciale con gli Stati Internazionali.

L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali nelle materie oggetto di una sua competenza legislativa esclusiva, oltre che negli accordi che richiedono che venga applicato il Principio della Sussidiarietà e in quelli di Associazione. 

In tutti gli altri campi e settori della vita di ogni giorno, l’Unione europea possiede competenze concorrenti, di coordinamento o di sostegno agli Stati membri i quali mantengono pertanto un potere sussidiario o monopolistico di legiferare. 

Appare dunque subito chiaro un punto: l’attuale Unione basa di fatto le sue competenze esclusive sul controllo dei mercati e della finanza (moneta unica Euro). Questa è ad oggi la situazione: in tutti gli altri campi di attività, la concorrenza con la politica (e gli interessi) dei singoli Stati impedisce concretamente all’Unione di agire come fattore unificante appunto di un superiore interesse europeo. 

Ecco un punto di debolezza del sistema sin qui ideato: non è possibile creare una moneta che rappresenti un insieme di Paesi se prima non si è proceduto ad una vera unificazione dei singoli Stati membri. Altrimenti quello che ne esce è una forma giuridica di Unione federale ibrida, destinata al fallimento. 

La politica estera, di difesa del territorio, la politica energetica, la politica del lavoro, la politica industriale, la politica sociale e previdenziale, quella sanitaria: tutti questi settori che concorrono a formare un sistema Paese, non possono essere lasciati nelle mani dei singoli Stati se si vuole costruire un’Unione europea che abbia senso come Unione federale di Stati. L’Unione di oggi non è il modello che serve per governare 28 Paesi. Il modello organizzativo a cui guardare, peraltro l’unico che offra certe garanzie di funzionamento nel mondo in questo momento, è quello offerto dagli Stati Uniti d’America. In quella organizzazione federale le competenze che spettano allo Stato Federale e quelle demandate ai singoli Stati membri sono chiare e ben specificate. 

Del resto che le cose così come sono non vadano bene, lo si è visto in questi anni di crisi. Con il solo controllo della politica monetaria esercitato tramite la BCE, peraltro con poteri limitati, non si è ancora riusciti a portare l’Unione fuori dal tunnel della mancata crescita economica e dell’aumento della disoccupazione. Mentre è notizia di queste ore che gli Stati Uniti sono tornati al livello di disoccupazione (6% circa) che avevano nel 2008, all’inizio della crisi. In Europa siamo oltre l’11%. 

Abbiamo bisogno di politiche industriali e regole del lavoro comuni che spingano tutta insieme l’Unione a reagire a questa situazione, altrimenti essa stessa si rivelerà una zavorra alla crescita, non un soggetto propulsivo. Non è ammissibile per esempio che all'interno dell’Unione si chiudano fabbriche in Italia per spostarle in Polonia o viceversa a causa del minor costo dell’energia o del lavoro. Un imprenditore della UE può decidere di fare impresa dove vuole, questo è chiaro, ma la scelta non deve dipendere da variabili che devono avere analogo valore per tutti gli Stati membri. Altra cosa è poi decidere di sostenere alcune regioni dell’Unione particolarmente arretrate dal punto di vista economico o sociale. Ma i fattori comuni per fare impresa devono essere uguali per tutti, dalla Svezia alla Grecia. 

Questo è il lavoro che il nuovo Parlamento che andremo ad eleggere il 25 maggio dovrebbe portare avanti insieme ad una Commissione europea che abbia la volontà politica di far fare all’Unione un passo in avanti. Altrimenti è meglio fermarsi a riflettere se le ragioni che ci hanno portato sino a questo punto siano ancora delle buone ragioni.

5 - continua


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