Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

martedì 22 settembre 2015

Inside Out


Inside Out, USA, 2015,  Regia di Pete Docter




Recensione di Alberto Bordin



Paura, si occupa di tenerci al sicuro da ogni pericolo. Disgusto, lei evita che veniamo avvelenati, fisicamente e socialmente. Rabbia ha uno spiccato senso di giustizia. E Tristezza … a cosa serve Tristezza?

Questa è la domanda che si pone Gioia, una delle cinque emozioni, che assieme ai quattro colleghi abita la mente delle piccola Riley. La guidano nel mondo reagendone agli stimoli, e collezionano ricordi – in forma di piccole sfere luminose – costruendo ogni giorno la personalità della bambina. Ogni ricordo è unico e dominato da un’emozione. Ma ci sono dei ricordi ben più importanti, i “ricordi base”, che alimentano un’aspetto peculiare della personalità di Riley. Vere e proprie isole della nostra memoria le quali, come si formano, influenzeranno tutte le nostre azioni nei giorni a venire: senso di giustizia, onestà, amicizia, sport, famiglia … valori preponderanti, che si insidiano in ogni individuo secondo la sua esperienza e che lo rendono unico, diverso da ogni altro. Non è un caso che i ricordi base di Riley siano tutti gialli e gioiosi, perché è Gioia a comandare. Ogni persona ha un’emozione predominante sulle altre e per Riley è Gioia. E dunque sorge legittima la domanda di quella piccola emozione solare: tutti lavoriamo perché Riley cresca e sia felice; ma a cosa serve allora la Tristezza?

Le domande rimangono insolute finché l’esperienza non esige risposte, e quella, tiranna, colpisce presto le nostre protagoniste: Riley si trasferisce a San Francisco. Nuova casa, nuova scuola, nuovi amici, nuovo ordine familiare. Ma non c’è nulla di ordinato, la bambina non riesce a reagire positivamente ai catastrofici cambiamenti; Gioia si sente spaesata, mentre Tristezza agisce in modo strano, prendendo – involontariamente – piede nella giornata della piccola. La goccia che fa traboccare il vaso è quando Riley genera un nuovo ricordo base, ma questo è blu e freddo come Tristezza; Gioia non lo può permettere. Cerca di fermare il processo, eliminare il ricordo; Tristezza si frappone, entrano in colluttazione, i ricordi base si spargono in giro, e prima di rendersene conto, Gioia, Tristezza, e quei ricordi, si trovano rigettati nella lontana e labirintica memoria a lungo termine della bambina.

La situazione è tragica: Riley è sprovvista della sua emozione fondamentale e ha perduto i ricordi che alimentano la sua personalità. Se non rientrano per tempo al quartier generale, le isole di Riley si sfalderanno dalla prima all’ultima spezzando l’anima di quella piccina. E Riley non sarà più Riley.

Quanta amarezza. La quiete di Inside Out è solo apparente, un trasloco e una crisi adolescenziale. Ma a conti fatti il film non ha nulla da invidiare a quelle scene che hanno già saputo spezzarci il cuore: la separazione da Andy, la canzone di Jessie, la morte di Coral, la “croce sul cuore” di Carl, l’addio di Boo, le lacrime di Dori e quelle di Bob, il ricordo di Ego, la “direttiva” di Wall-e, la scomparsa di Ellie, l’abbraccio di Nemo. La Pixar non si è mai risparmiata di ferirci nel profondo, di graffiarci con innocenza, generando in molti tra noi tanti “ricordi base”. E pare oggi auto-interrogarsi: perché? A cosa serve tanta tristezza? Saremmo sciocchi se non ammettessimo che ci fa bene, che i film Pixar fanno bene. Ma perché fanno bene quando fanno tanto male? Perché un film per bambini, per i cuori innocenti, deve essere tanto duro? E se vogliamo, Inside Out chiede di più: perché, quando tutto ti disarma e non trovi dove appoggiarti e si prospetta solo il peggio, perché proprio allora qualcuno dovrebbe abbandonarsi alla tristezza? Cos’è questa follia che muove la nostra natura?

Gioia non lo capisce, noi non lo capiamo. Siamo cresciuti imparando a vedere il bicchiere mezzo pieno, a “cercare in una stanza vuota il potenziale inespresso”. Lo sappiamo che si tratta solo di prendere la situazione in mano, svegliarsi la mattina con un sorriso, “imparare a rialzarsi”, vedere il bello in tutto, pensare positivo. O forse no. C’è qualcosa che sfugge. Vogliamo essere felici. Ed essere gioiosi non basta.

Ci sgretoliamo sotto i colpi inclementi di una vita che non ci dà più nulla di cui essere positivi, nulla di bello da affermare. Tutto ciò che più vale, che più conta per noi, quelle verità che albergano sovrane nel nostro cuore, vengono provate e poi annientate, precipitando nell’oblio della mente, con l’inquietante presagio che non torneranno mai più. Come combattere tutto questo? Come può la sconfitta essere strumento di vittoria?

Ci commuovono ancora una volta gli autori Pixar. Non solo per quello che dicono, ma perché ce lo dicono. Pete Docter ci ha già accompagnati con ingegno dentro la Monstropoli di Monsters & Co. e con amarezza sulle Cascate Paradiso di Up. La sua ultima fatica si nutre di entrambi: ingegnosità e affanno, la gioia di una mente creativa e la sofferenza di un animo onesto. Non ci risparmia nulla, a noi, ai nostri nonni, ai genitori, ai fratelli, ai figli, ai nipoti. Non ce lo risparmia, anzi ce lo dona. Seguendo Riley, osservandola con il cuore in mano attraversare questo silenzioso abisso, accompagnando Gioia nel suo smarrimento e nella sua sconfitta, si fa compagno a ciascuno di noi, guida, fratello, padre.

E ci svela infine. Che nulla viene per nuocere. Che il sacrificio non ci rende poveri ma ci arricchisce. Che non siamo fatti male, abbiamo un cuore nei cui misteri dobbiamo confidare. E che tutto opera per la nostra crescita e il nostro conforto rendendoci donne e uomini colmi di una felicità che non conoscevamo né potevamo sperare.

Lasciamo dunque che operi.

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