Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

martedì 2 settembre 2014

Dragon Trainer 2

Dragon Trainer 2, USA, 2014, Regia di Dean DeBlois


I personaggi di Dragon Trainer 2

Recensione di Alberto Bordin


Uno degli elementi più interessanti nella lettura dei manga giapponesi avviene durante lo stacco tra un capitolo e l’altro. È uso comune quello di aprire ogni nuovo episodio con una pagina singola, solitamente facente da copertina, con rappresentati gli eroi o antieroi, magari alle prese con gli eventi che saranno a seguito narrati; ma capita anche spesso, soprattutto in alcune serie più recenti – vedi OnePiece, Bleach o Naruto per citarne alcuni –, che all’interno di tali inserti si vedano i vari personaggi alle prese con eventi assolutamente estranei al contesto narrato. Si tratta principalmente di scene di quotidiano, momenti di convivialità immortalati come in scatti fotografici, scene che vedono i nostri personaggi più cari mangiare insieme, andare al mare, giocare, passeggiare, magari anche litigare, in un clima estremamente nostalgico e di ricordo. In tali sequenze essenzialmente vige la legge del “ma se accadesse che … ?”; i suddetti personaggi sono così calati all’interno di situazioni uniche, possono vestire diversamente dai loro soliti costumi o essere sbeffeggiati per il loro look usuale, alle volte sono pure catturati in compagnia di detti villain per assurdo in un clima pacifico che mai vedremo nelle nostre avventure. È proprio questo “non vederlo mai” a generare la profonda nostalgia per un mondo che improvvisamente sembra spandersi più grande di quanto potremo mai conoscerlo: sono le storie mai raccontate di quel mondo; possiamo sbirciarci dentro, ma null’altro: la loro rimarrà una memoria segreta, e quanto resterà a noi sarà soltanto l’istantanea di un ricordo mai vissuto.
La prima caratteristica che salta all’occhio vedendo Dragon Trainer 2, è proprio questo senso di “espansione” narrativo dal colore tutto nipponico.

Già il suo predecessore doveva molto alla cultura del sol levante, innanzitutto nelle fattezze del suo protagonista alato, disegnato sulla falsa riga dello stile miyazakiano. Ma aperto il file di un mondo coabitato da draghi e uomini, è evidente che il team Dreamworks abbia puntato molto sull’indagare questo nuovo mondo, ampliarlo, testarlo, nei colori, nei contesti e nei dinamismi possibili, improbabili, immaginabili. Solcare il mare assieme a draghi-balena, planare tra le nubi al fianco – invece che sul dorso – di Sdentato, e poi di nuovo scoprire nuove terre e cieli inesplorati e andare più a fondo ancora di un rapporto uomo animale che non smette di lasciare sorprese e strappare sorrisi. Non di meno questa nota curiosa e arguta diventa uno stile narrativo, per cui se nel centro della scena si svolge il filo principale del racconto, il nostro occhio va a un angolo dello schermo, dove quel mondo continua a muoversi indisturbato nella propria quotidianità ma a noi per nulla quotidiana, con draghi che giocano tra di loro, vichinghi che si spazzolano i baffi, ingegneri che costruiscono spade di fiamme e cavalieri che danzano sulle ali dei loro destrieri alati. Abbastanza materiale da riempirci un libro, più che sufficiente da far risplendere un film.

Ma benché ciò basti a fare un buon film non basta a renderlo ottimo; per quello serve una grande storia ben scritta e in questo, il nuovo capitolo Dreamworks funziona solo in parte.

È evidente che il film risenta molto del confronto con il primo titolo: quando uscì nel 2010, Dragon Trainer lasciò molti – tra cui il sottoscritto – felicemente meravigliati, perché alla luce degli insuperati successi Pixar ci promise che anche la concorrenza poteva fare cartoni altrettanto belli e grandiosi. Così quando fu annunciato Dragon Trainer 2 l’aspettativa era altissima, arrampicatasi con le unghie sulle vette dell'inverosimile, e non per questo meno desiderabile: era l’attesa di un degno sequel. E Dragon Trainer 2 è un buon film, ma non può rispondere a simili attese.

Difettando alla radice con una sceneggiatura pericolante, la nuova avventura di Hiccup non è scritta male, ma vola sul filo del rasoio, alle volte radendo con inaspettata grazia, altre graffiando grossolanamente la cute. Le premesse sono ottime, estremamente verosimili, soprattutto in virtù di un mondo espanso non solo qualitativamente e spazialmente ma soprattutto temporalmente, perché i nostri eroi sono cresciuti; c’è tutto il materiale che serve per dire “voglio raccontare una nuova storia”. Però è già con l’entrata di uno dei nuovi personaggi cardini della vicenda – spudoratamente annunciato fin nel trailer – che la struttura comincia subito a traballare. L’assenza per 20 anni della madre di Hiccup non lascia alcuna spiegazione soddisfacente, né logica né emotiva. Il personaggio è splendido, nell’aspetto, nelle movenze, nel carattere e nel ruolo che copre, ma sarà quella stessa donna a trovarsi balbettante con le spalle a una parete di ghiaccio quando tenterà di giustificare la propria assenza al marito, basito di vederla ancora viva; eppure è anche qui che il barbiere serve una delle sue mosse migliori, nascondendo le sbavature del plot dietro gli occhi di un uomo teneramente innamorato come la prima volta, che prendendole il volto tremante tra le mani potrà sorprendentemente lenire ogni ferita e rimpianto sussurrandole “sei bella come il giorno in cui ti ho perduta”. Ma se Stoic ci sorprende, Hiccup invece non ci smuove di un passo, quasi impassibile al ritorno della madre e fin troppo poco partecipe dei tragici eventi che seguiranno, poco preparati, spesso mal serviti e quindi difficilmente assimilati dal pubblico.

Lo stesso vale per il confronto con l’antagonista Drago Bludvist, un personaggio di inaspettati dignità e carisma, soprattutto nella contrapposizione che porta tra fiducia e sottomissione dell’animale all’uomo, addomesticarlo e piegarlo, due dinamiche sorprendentemente simili eppure tanto distanti. I dialoghi più di una volta rischiano di cadere nella retorica e quasi sempre si salvano, in un’insperata naturalezza, o in una dialogica più convincente del previsto; ma infine vince il luogo comune e la metafora toccando purtroppo l’ideologia, per quanto possa dichiararsi “buona”.

A una gioia che è tutta pittorica e per gli occhi non segue un altrettanto geniale racconto da falò.

Possiamo solo sperare che in una storia sempre viva e calda, rincuorata anche da un sorprendente successo economico, ci possa essere spazio per un terzo capitolo e l’occasione per un taglio di prim’ordine come è stato al nostro primo appuntamento e come questo secondo poteva essere, ma – nostalgicamente più che tristemente – non è stato.

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