Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

venerdì 17 maggio 2013

Il grande Gatsby

Il grande Gatsby, Australia - USA, 2013, Regia di Baz Luhrmann


Recensione di Alberto Bordin


Come si gira un film: individuate il conflitto alla base; lasciate che l’azione parli per la parola; distillate da ogni scena l’emozione più opportuna; ora bilanciate ogni parte con la precedente, la successiva e con il tutto. 
Come non si gira un film: guardate “Il Grande Gatsby” di Baz Luhrmann. 
Avere un buon soggetto alla mano significa essere già a metà dell’opera, e averne uno grande implica avere già un prodotto decente. E per chi non lo conoscesse, guardando anche un film come quello di Luhrmann, traspare in maniera evidente che il Gatsby di Fitzgerald è un grande soggetto. Ed è a tale ragion veduta che la scipita traduzione filmica del regista australiano brucia, non una, ma due volte. Doppiamente strano pure, visto il fasto banchetto che ha voluto servire, il condensarsi di spezie, il costosissimo servizio; eppure il pasto è appunto insipido e il colpevole ne è Luhrmann stesso, che ha commesso il più grave errore che un regista possa fare: ha deciso di fare di un libro un film e poi non l’ha fatto, ha fatto qualcos’altro, che con i film e il cinema non c’entra nulla. Per due ore e venti del nostro tempo, Luhrmann ci assilla con un vortice di colori, di musiche, di parole, certamente interessanti, spettacolari, di fattura pregevole, ma che nel loro ammassarsi confondono e tediano il pubblico che è entrato in sala con la coscienza di non essere a un parco divertimenti. La roboante spettacolarità non è certo un caso, perché questa vuole essere, in fondo, la grande lettura di Luhrmann, esplicitata in maniera evidente durante la prima grande festa di casa Gatsby: tutto è costruito come un grande intrattenimento, un idolo di apparenza che regge e nasconde ciò che vi sta dietro e la nutre, l’ambizione di un uomo umile. Ma in tutto ciò Luhrmann non sa darsi né misura, né contegno, gli manca un punto di sviluppo e uno di arrivo, costruendo un vorticoso intruglio di elementi che si crede un’affermazione genuina di cosa sia l’ossessione dell’uomo, e che non si accorge invece di essere solo un vago e inconsistente raccogliersi di apparenza e opinionismo.

Trai tanti temi che il romanzo offre, Luhrmann prende al balzo l’occasione per parlare dell’aristocrazia americana proibizionista, vuota, ideologica e inconsistente; ma non si accorge di cadere lui stesso in quella fazione elitaria, cercando di dir tutto per poi non dir nulla, nell’evidente mancanza di una chiarezza sintetica per la propria storia. Non è una novità: Luhrmann ha già più volte dimostrato di non sapere dove stare, se nella Broadway degli interni, i grandi saloni, i musical raffinati, lo charme e il buon gusto – forse un po’ puzzone – oppure in quella degli esterni, della Time Square, del pop, delle pubblicità, quella commerciale, quella folle, il melting pot di New York; il regista australiano si ostina a girare i film stando dentro una scarpa e una ciabatta e l’opera risente di conseguenza di questa disordinata ambivalenza. 

È interessante guardare in quest’ottica cosa sia stato invece dell’Anna Karenina di Joe Wright; il paragone sorge immediato: due grandi romanzi sociali affrontati con lo stesso intento creativo e la medesima ambizione. Ed entrambi si concludono facendo le cose in grande: l’uno egregiamente riuscito, l’altro epicamente cannato.

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