Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

lunedì 23 gennaio 2012

Articolo 18 e mondo del lavoro: la sfida di un cambiamento.

Si può oggi in Italia parlare dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (nel senso di una sua modifica) oppure siamo in presenza di un Moloch intoccabile?  Direi che in Italia esiste ancora una certa libertà di parola e di scrittura, il problema semmai è inquadrare correttamente i termini della questione. Ed io partirei dalla definizione di lavoro umano.
Il 14 settembre 1981 a Castel Gandolfo, Giovanni Paolo II firma la Laborem exercens, un documento fondamentale per chi oggi vuole ripensare un nuovo modo di concepire il lavoro.   Rileggerla provoca brividi lungo la schiena per l’attualità dei temi toccati dal Papa, temi che sono stati profeticamente annunciati trenta anni fa.
Quasi all’inizio del documento, al paragrafo 3 si dice (cit.): “… il fatto che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell'uomo. E se la soluzione o, piuttosto, la graduale soluzione della questione sociale, che continuamente si ripresenta e si fa sempre più complessa, deve essere cercata nella direzione di «rendere la vita umana più umana», allora appunto la chiave, che è il lavoro umano, acquista un'importanza fondamentale e decisiva.”
Il lavoro umano viene poi analizzato da diversi punti di vista e un paragrafo, il 16 merita qui attenzione (cit.): “Il lavoro è - come è stato detto - un obbligo, cioè un dovere dell'uomo, e ciò nel molteplice senso di questa parola. L'uomo deve lavorare sia per il fatto che il Creatore gliel'ha ordinato, sia per il fatto della sua stessa umanità, il cui mantenimento e sviluppo esigono il lavoro. L'uomo deve lavorare per riguardo al prossimo, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio o figlia, all'intera famiglia umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia. Tutto ciò costituisce l'obbligo morale del lavoro, inteso nella sua ampia accezione”.
Questo a nostro giudizio lo scenario di riferimento, la scala valoriale a cui riferirsi per incominciare a parlare di riforma del mondo del lavoro.
Del resto l’importanza del lavoro è tale che i Padri Costituenti l’hanno inserito nell’art. 1 della Costituzione italiana, anzi la Repubblica italiana si fonda sul lavoro. Ne consegue che prima di tutto, prima di ogni altra cosa, il Governo della Repubblica ha il dovere di occuparsi di sostenere la Repubblica, di ri-fondarla e irrobustirla ogni giorno sempre di più e quindi in primis di creare lavoro e non di pensare a nuove forme di perdita di lavoro, di licenziamenti o altro.
Veniamo infine alla Legge 20 maggio 1970 num. 300 (c.d. Statuto dei Lavoratori). Ricordiamo, a chi fa finta di non ricordare, che la legge fu promulgata dopo un ventennio di infuocate discussioni, sia parlamentari che nelle fabbriche (che allora erano ancora diffuse in Italia) e nella società civile.  Nessun partito politico presente in Parlamento si oppose allo Statuto, il PCI e il PSIUP si astennero, gli altri votarono a favore. 
Con questo voglio dire che l’attuale Governo presieduto da un premier “a scadenza” ravvicinata non penso che abbia il mandato popolare per occuparsi di un tema così importante e delicato qual è quello di riorganizzare il mondo del lavoro in Italia.  E soprattutto non ha il tempo necessario a disposizione per fare le cose per bene.  Del resto le priorità del Governo Monti erano altre e semmai le forze residue questo Governo farebbe meglio a spenderle cercando di porre in essere quelle azioni atte a ridurre lo stock del debito pubblico che ha raggiunto livelli quasi da non ritorno, generando ogni anno una montagna di interessi che andranno corrisposti ricorrendo purtroppo a nuove manovre finanziarie.  Per quanto riguarda il rilancio dell’economia e quindi la crescita del PIL, non credo proprio che dipendano dall’abolizione o dalla modifica di un articolo di legge. Basta visitare il sito internet dell’ISTAT e osservare la linea crescente del PIL dell’Italia dal 1970 al 2000 per trarre le conclusioni del caso.  


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