Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

mercoledì 30 luglio 2014

Imprenditori italiani...

Carlo De Benedetti


La notizia è apparsa sulle pagine dei quotidiani senza lasciare strascichi o commenti particolari, forse perché in questo caso in ballo ci sono denari privati (siamo sicuri che sia proprio così?), ma iniziamo dalla notizia.

Il 23 luglio scorso i soci di Sorgenia spa (la CIR dell’imprenditore De Benedetti con il 53% e l’austriaca Verbund AG con il 46%) hanno sottoscritto un accordo con le banche creditrici per la ristrutturazione del debito della stessa. Il risultato finale di questo accordo (previsto entro la fine dell’anno in corso) sarà il passaggio del controllo di Sorgenia dai due soci attuali alle banche creditrici.

Ma facciamo un passo indietro. Sorgenia nasce nel 1999 all’indomani della liberalizzazione del mercato dell’energia in Italia ad opera del gruppo De Benedetti alleato, in questa impresa, con gli austriaci di Verbund AG (operatore austriaco attivo anch’esso nel mercato energetico).

Sorgenia cresce velocemente e nel 2003 acquista da Enel una quota del 39% di Tirreno Power che le permette di fare un importante salto dimensionale. Nel 2013, secondo quanto pubblicato sul sito internet istituzionale della controllante CIR, il gruppo Sorgenia ha generato ricavi per 2,3 miliardi di euro, diventando il secondo fornitore elettrico delle aziende italiane, dietro Enel. 

Una storia di successo quindi? Non proprio. L’altra faccia della medaglia della crescita dei ricavi è il pesantissimo debito accumulato con le banche finanziatrici: 1,8 miliardi di euro. Dopo quindici anni di vita, Sorgenia è arrivata al capolinea e per sostenere gli investimenti e le quote di mercato acquisite nel tempo a suon di debito, i due soci fondatori cosa hanno pensato di fare? Passare il testimone alle banche che con i loro generosi finanziamenti evidentemente hanno creduto nell’iniziativa molto più dei soci industriali. 

A questo punto la storia di Sorgenia diventa molto simile a quella di altre vicende che hanno interessato l’imprenditoria italiana. Purtroppo in Italia esiste ancora una classe di pseudo imprenditori che investono in settori ritenuti “promettenti” facendo ricorso ai finanziamenti bancari e quando la situazione volge al peggio si tirano indietro e passano la mano ai soci “occulti”, cioè alle banche. 

A questo punto sorge spontanea una domanda: per quale ragione le banche italiane, che dal 2008 vivono comunque la crisi economica come ogni altra impresa ed hanno attraversato un periodo di stretta creditizia, hanno concesso a Sorgenia finanziamenti così cospicui? Le cifre lette sui giornali parlano di 600 milioni di euro prestati dal Monte Paschi di Siena, 371 milioni di euro da Banca Intesa, 180 milioni di euro rispettivamente da Unicredit e da UBI, 177 milioni di euro da Popolare di Milano, 157 milioni da Banco Popolare per finire con importi minori da parte di banche più piccole. Sollecitazioni politiche? Nooooo….. 

Ma ancora: è moralmente accettabile in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo, concentrare su un unico soggetto economico finanziamenti così importanti senza chiedere ai soci dell’iniziativa uno sforzo finanziario almeno equivalente? Perché tutti sono capaci di giocare a fare gli imprenditori con i denari altrui (delle banche in questo caso): quando le cose vanno bene gli utili se li incassano i soci, quando invece vanno male, come in questo caso, i cocci vanno alle banche che sono obbligate ad accettare, pena l’azzeramento dei propri crediti in caso di fallimento dell’iniziativa. 

Certo, gli istituti di credito prestano il denaro a chi vogliono, secondo criteri di merito creditizio, ma svolgono anche un ruolo sociale importantissimo: senza il loro supporto le imprese, soprattutto le più piccole e le più giovani, non riescono a crescere e a svilupparsi. Di conseguenza non può crescere e svilupparsi neanche il nostro Paese. Ecco perché i denari privati delle banche svolgono anche una funzione pubblica e di questo le aziende di credito devono tenerne conto. 

Ma torniamo al nostro caso: l’imprenditore questa volta è stato addirittura diabolico: nell’accordo siglato con le banche ha fatto inserire una clausola c.d. di earn – out: in sostanza se negli esercizi successivi all’entrata degli istituti di credito in Sorgenia le cose dovessero migliorare e la società producesse utili, la parte di questi utili che eccedesse quanto versato dalle banche creditrici, verrà ristornata ai vecchi soci. Quindi: se rimangono le passività, queste restano in bilancio alle banche, se arriveranno gli utili, una parte di questi andranno ai vecchi soci De Benedetti e Verbund. La logica di tutto ciò? A noi sfugge.

In conclusione: mentre tutti i media in questi giorni si sono focalizzati sull’affaire Alitalia, sulla Costa Concordia e sulle riforme istituzionali che non decollano, a noi ha colpito la vicenda di questo ennesimo tentativo, purtroppo finito male, di creare in Italia una vera concorrenza in un mercato così strategico come quello dell’energia. 

Probabilmente una sfida così impegnativa ai moloch ENI ed ENEL andava affidata a gruppi imprenditoriali più strutturati, con maggiori disponibilità finanziarie e con la voglia di investirle in Italia. L’anomalia italiana è legata ai rapporti malsani tra politica e classe imprenditoriale. Quando la politica sponsorizza l’imprenditore amico di turno, che magari ha una visione imprenditoriale, ma non vuole rischiare più di tanto il proprio patrimonio e quindi cerca altri mezzi finanziari e altri appoggi per realizzare quello che ha in mente, allora il risultato è quasi sempre fallimentare. Il caso Alitalia è da questo punto di vista, emblematico.

Cosa faranno le banche di Sorgenia è presto per dirlo. Di certo non si metteranno a vendere il contratto di luce e gas allo sportello….o forse….perché no?



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