Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo.

Giovannino Guareschi

martedì 11 ottobre 2016

L'ultimo miglio di Renzi



Ora che finalmente conosciamo la data del referendum costituzionale – il 4 dicembre salvo sorprese dell’ultima ora - è giunto il momento di tirare le fila e prendere una posizione: o votare Si al cambiamento proposto dal Parlamento oppure lasciare le cose come stanno.

Sgombriamo il campo subito dagli equivoci: noi voteremo Si a questo referendum anche se non siamo elettori di Renzi e non ci sentiamo di appartenere al Partito della Nazione. Semmai abbiamo a cuore le sorti del nostro Paese, questo Sì!

Le motivazioni razionali che ci hanno spinto nella direzione del Sì sono molteplici e cercheremo di esplicitarle nel modo più semplice possibile.

Primo: è una riforma che va nella direzione di semplificare la vita politica e istituzionale. In nessun Paese al mondo si è mai visto che un Organismo parlamentare voti di fatto quasi la propria eliminazione fisica. In Italia è accaduto. Il “vecchio” Senato ha votato a favore della riduzione del numero dei propri componenti e a favore di una limitazione importante delle proprie competenze legislative. Il nuovo Senato avrà 100 senatori (ora sono 315) precedentemente eletti dal popolo delle grandi città italiane e dai Consigli regionali. Questi signori dovranno svolgere un doppio lavoro? Assolutamente Sì e vedremo alla prova dei fatti se vi riusciranno o meno.

Teniamo presente che già ora il sindaco di una grande città almeno una volta alla settimana si reca a Roma per dialogare con dirigenti e funzionari della Pubblica Amministrazione centrale. Inoltre, le ridotte competenze legislative che saranno lasciate al Senato non inducono a prevedere un impegno così gravoso per questi cento senatori. Infine, nulla vieta che si possa intervenire nuovamente sul funzionamento del Senato nel caso ci si renda conto che, così come ipotizzata, l’attività istituzionale non funziona al meglio. Ma intanto un primo passo verso la velocizzazione dell’iter deliberativo delle leggi è stato compiuto. Votare No a questo referendum significherebbe rimanere impantanati nel doppio binario legislativo che ci ha rallentato sino ad ora.

Secondo: l’eliminazione del CNEL, organo di rilevanza costituzionale, sconosciuto ai più. Le sue funzioni ormai sono state avocate dall’Unione Europea, ma per eliminarlo occorre una modifica della Costituzione. Il suo costo stimato: 20 milioni di euro all’anno. Direi che almeno su questo punto possiamo essere tutti d’accordo sulla sua soppressione.

Terzo: questa riforma porterà alla fine del potere legislativo regionale? La riforma del 2016 interviene su tutti e tre i livelli di competenza legislativa attraverso la soppressione della competenza concorrente tra Stato e Regioni, l’ampliamento delle materie di competenza esclusiva dello Stato (comma 2) e l’individuazione delle materie di competenza delle Regioni (comma 3). La riforma introduce inoltre la c.d. clausola di supremazia (comma 4), che consente allo Stato di intervenire in materie di competenza regionale, quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Francamente negli ultimi quindici anni (dalla Riforma del 2001) non possiamo vantarci molto del lavoro che la maggior parte delle Regioni ha compiuto in molti degli ambiti sui quali gli Enti territoriali avevano ricevuto in devoluzione dallo Stato centrale una parte delle competenze legislative. Al di là quindi di quanto ciascuno di noi si senta più o meno federalista nell’anima, l’esperienza negativa vissuta ci porta a sostenere una ridistribuzione delle diverse materie. Ritornano quindi con questa riforma, di esclusiva competenza dello Stato, le legiferazioni in tema di: mercati assicurativi, programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica, previdenza complementare integrativa, sicurezza e politiche attive del lavoro, commercio con l’estero, ordinamento sportivo, porti e aeroporti, infrastrutture strategiche di interesse nazionale; solo per citare le materie più importanti.

Quarto: Sarebbe molto miope se gli italiani votassero No. Il Paese è in una situazione molto precaria. La sua performance economica è scadente, il sistema bancario è straordinariamente fragile malgrado la sua enorme importanza per l’economia. Gli italiani devono pensare che un No sarebbe interpretato dall’Europa, Germania in primis, come una replica del voto greco. Un modo di dire: al diavolo le riforme. Sarebbe estremamente pericoloso perché all’estero la fiducia nel nostro Paese potrebbe affondare molto precipitosamente e si sarebbero sprecati nuovamente anni a parlare di riforme senza poi riuscire ad attuarle.

Quinto: Affidare ad un referendum popolare senza quorum (la maggioranza dei votanti decide la vittoria del Sì o del No) una decisione così importante per il futuro del Paese può sembrare un azzardo. È ancora fresca nella memoria la vittoria dei sostenitori della Brexit nel Regno Unito. Tuttavia a questo punto non è più possibile tornare indietro e quindi occorre che tutti coloro che hanno a cuore la volontà di cambiare, un poco, le ormai datate regole del gioco della nostra vita politica e istituzionale si diano da fare per portare i propri vicini di casa a votare il 4 dicembre e votare Sì.

Speriamo di essere riusciti, con i nostri scritti, in questi mesi ad esservi stati d’aiuto nelle vostre riflessioni. Se vi è rimasto ancora un po’ di tempo e di voglia, vi invitiamo a guardare il video dell’incontro tra Matteo Renzi e il costituzionalista Zagrebski andato in onda la scorsa settimana su La7 ( https://youtu.be/Xevo3V7_paA ). Il dibattito dura un paio d’ore, tuttavia se non avete a disposizione tutto questo tempo, possono bastare i primi quaranta minuti per comprendere le diverse motivazioni civili e morali di chi sostiene il Sì e di chi sostiene il No.

Premesso che entrambi gli uomini politici istituzionali erano sicuramente in buona fede nel difendere le proprie posizioni, le loro visioni sul futuro dell'Italia divergevano profondamente.

Ecco, proprio qui sta il punto: che visione dell’Italia abbiamo? Se pensiamo che l’Italia di oggi vada bene così com’è e che sia impossibile ottenere qualcosa di migliorativo da questa riforma, allora votiamo No.

Se pensiamo invece che valga la pena finalmente provare a cambiare in parte le regole del gioco, per non avere più per esempio le proposte di legge che viaggiano avanti e indietro tra Camera e Senato senza apparente motivo, allora votiamo Sì alla riforma. Ma soprattutto andiamo a votare. In questo caso chi si astiene fa il gioco del vincitore e a vincere potrebbero essere i No.

Quindi andiamo a votare e votiamo SI'.

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