Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

giovedì 26 dicembre 2019

Ogni giorno è Natale

Paesaggio con covoni di grano V.G.



Ognuno di noi
in quest'ultimo mese ha letto o scritto sui social messaggi natalizi di auguri e di buone intenzioni per un mondo migliore e poi, come sempre accade, è venuto il 25 dicembre e Gesù è nato in mezzo agli uomini.


E dopo? Il 26, il 27, il 28 dicembre ci ricordiamo quello che abbiamo scritto? Quello che abbiamo letto? Riusciamo a mantenere vivi e, ancor di più, provare a mettere in atto i buoni propositi che avevamo fatto i giorni prima di Natale?

Ogni giorno il Natale si ripresenta mostrandoci l’unica strada che può condurre l’uomo ad affrontare la quotidianità del vivere senza esserne sopraffatto, ma questa caratteristica del Natale la dimentichiamo la sera del 25 dicembre quando, stanchi per l’impegnativa giornata, andiamo a riposare.

Il problema vero della vita è il peccato originale, cioè questa dimenticanza dell’importanza del Natale ogni giorno della nostra vita, non solo il 25 dicembre.   


Il 6 dicembre l’ultimo rapporto del Censis ha disegnato la società italiana con colori grigio scuri. Gli italiani, secondo lo studio sono vittime di disillusione, stress esistenziale e ansia che originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Siamo diventati un popolo che ha perso la fiducia in un futuro migliore.

Ma siamo anche le medesime persone che scrivono sui social messaggi di auguri e di speranza che quel Bambino che nasce il 25 dicembre possa in qualche modo aiutarci a cambiare le cose.

Allora quello che dobbiamo fare prima che arrivi il prossimo 25 dicembre è di fare memoria ogni giorno del Natale appena trascorso. Trovare il modo, ognuno si conosce meglio di chiunque altro, nel corso della propria giornata, di dedicare almeno 5 minuti alla realizzazione di quel buon proposito scritto o pensato nel mese di dicembre.

E dopo 365 giorni, guardandoci indietro, forse ci accorgeremmo di essere cambiati e forse il prossimo rapporto Censis, nel 2020, ci troverà un po’ meno stressati e un po’ più fiduciosi in un futuro migliore.

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile (pensiero attribuito a San Francesco d’Assisi).

Quale migliore preparazione per accogliere il prossimo 25 dicembre il Bambino che nascerà di nuovo?

mercoledì 4 settembre 2019

Nasce il secondo Governo Conte

I ministri del secondo Governo Conte

Il secondo governo Conte si appresta a giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, ponendo fine alla crisi politica estiva iniziata ai primi di agosto con la minaccia del leader della Lega, Salvini, di sfiduciare lo stesso Conte, alla guida del suo primo governo.

Cosa sia successo e come sia terminata la vicenda è ormai cosa nota.

Nel mio post del  9 agosto  mi auguravo per il nostro Paese quello che poi è accaduto e cioè che le forze politiche responsabili trovassero il coraggio per dare vita ad un nuovo Esecutivo, evitando il ricorso alle elezioni anticipate che ci avrebbero portato inevitabilmente verso una crisi economico – finanziaria dagli esiti molto incerti.

Sarebbe stato impensabile infatti, in caso di nuove elezioni, evitare l’esercizio provvisorio della spesa pubblica dello Stato perché il nuovo governo, che sarebbe stato votato dal neoeletto parlamento, non avrebbe avuto i tempi tecnici minimi per confezionare la legge finanziaria del 2020.

Questo esercizio provvisorio avrebbe avuto come conseguenza principale l’aumento delle aliquote IVA (già previste in casi simili) che avrebbero comportato la totale asfissia del mercato interno. Considerando che le esportazioni nel corso del 2019 sono al palo (causa la frenata della Germania, nostro principale mercato di sbocco europeo) lo scenario per il nostro sistema economico sarebbe stato quasi apocalittico.

Questa visione, assolutamente realistica e non frutto di fake news, è lo sfondo davanti al quale i leader politici nel mese di agosto si sono mossi ed hanno commentato la situazione politica, via via che evolveva. Proviamo a fare un breve sunto di quello cui abbiamo assistito.

Il leader della Lega con le sue molte dichiarazioni (che ritengo frutto della sua assoluta libertà di pensiero e d’azione e non suggerite da poteri forti) a cui hanno fatto seguito per la verità poche azioni (che i più si aspettavano per coerenza, come per esempio le mancate dimissioni da vicepremier) ha dato il via alla crisi sperando in una rapida soluzione con lo scioglimento del parlamento e la chiamata del popolo a nuove elezioni. 

Non appena la Lega ha staccato la spina al Governo, subito gli pseudo alleati Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono accodati nel chiedere le elezioni anticipate. Dei rischi che l’Italia avrebbe corso andando a votare, nessun cenno. Nessun esponente nazionale dei due partiti, persone che fanno politica da decenni, ha informato gli italiani sugli effetti collaterali cui avrebbero potuto essere sottoposti in caso di votazioni in autunno.

I Cinque Stelle hanno reagito allo spin off di Salvini da par loro, incerti sul da farsi: ricorrere alla base, sentire Rousseau, andare a votare, provare a sentire il PD…

E arriviamo al PD. La segreteria con Zingaretti ha esordito su posizioni identiche a Forza Italia e Fratelli d’Italia: alle urne, alle urne!

A questo punto della crisi, credo che gli italiani che ancora provano a ragionare e vogliono capire la politica (e i politici) abbiano rischiato l’infarto. Possibile che il nostro Paese sia in mano a uomini così irresponsabili?

Per fortuna sulla strada questi italiani hanno trovato due statisti: Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica e Matteo Renzi, ex Premier e Senatore della Repubblica.

Il primo ha costretto le forze politiche che siedono in Parlamento, eletto con votazioni politiche a marzo 2018, a verificare se fosse possibile trovare una maggioranza capace di generare un nuovo esecutivo. Il secondo ha fatto sentire la sua voce di leader del PD ed ha detto chiaramente che sarebbe folle andare a votare di nuovo rischiando di portare il Paese verso il caos.

Fortunatamente (per miracolo?) ora dopo ora, giorno dopo giorno, le posizioni che erano minoranza nel Paese sono diventate maggioranza e un plauso particolare bisogna riconoscere al M5S che è riuscito a compattare le diverse anime interne che avevano posizioni differenti sulla soluzione della crisi.

Domani il secondo Governo Conte giurerà nelle mani del Presidente della Repubblica.

Personalmente sono contento, perché sono convinto che in questo momento storico per l’Italia sia meglio avere un governo con i pieni poteri che non averlo. Del resto, coloro che gridano allo scandalo dimenticano che neanche il precedente governo giallo verde era stato scelto dagli italiani, ma votato dai parlamentari eletti. Infatti, la Lega e il M5S si erano presentati alle elezioni su fronti opposti, così come il PD rispetto al M5S.

Inoltre, molti dimenticano che la nostra è una Repubblica parlamentare. Gli italiani eleggono il Parlamento che a sua volta è “costretto” a trovare i numeri per formare il Governo. Le alleanze che i partiti sbandierano prima delle elezioni, non sono assolutamente vincolanti e infatti storicamente si sono frantumate di fronte all’arida regola della matematica: i Governi si formano contando i voti in Parlamento. Questo capita in Italia, come in tutti i Paesi con regole democratiche simili alle nostre. Pertanto, il secondo Governo Conte è assolutamente legittimo, dal punto di vista democratico, così come lo è stato il primo.

Quanto durerà il secondo governo Conte nessuno al momento lo può sapere.  Da parte nostra ci auguriamo che ponga mano con decisione al principale problema tuttora irrisolto: la stagnazione economica che affligge il nostro Paese. Senza una ripartenza della nostra economia, ogni altra azione di Governo, in qualsiasi settore intervenga, sarebbe vana.

Un pensiero lo dedichiamo alle persone che andranno a ricoprire incarichi importanti e di responsabilità nel nuovo governo: ci auguriamo che abbiano a cuore per prima cosa il bene comune del Paese e dopo il bene particolare del gruppo o corrente o partito politico cui appartengono. Così facendo questo Governo potrà aspirare a durare sino al termine della Legislatura e sono sicuro che gli italiani, persone attente e generose, se ne ricorderanno andando a votare per il Parlamento successivo.

Un ultimo dubbio mi rimane in questi giorni di fine estate. Non si capisce francamente per quale motivo il leader della Lega abbia voluto staccare la spina ad un Governo dove ricopriva la carica di vicepremier e Ministro dell’Interno, senza valutare fino in fondo le conseguenze del suo gesto. Oppure sono state valutate, ma a questo punto lo scenario che ha in mente Salvini è troppo oscuro per comprenderne le ragioni e mi astengo da ulteriori commenti.





mercoledì 14 agosto 2019

La Masseria delle ginestre

La Masseria delle ginestre

Ho avuto il piacere di leggere in anteprima La Masseria delle ginestre di Giuseppe Carfagno.


Il romanzo copre un arco temporale che inizia dall’Unità d’Italia e arriva sino ai giorni nostri. Narra le vicende di alcune famiglie contadine che hanno trascorso la loro vita in una masseria, situata nella campagna della Basilicata. Alcune famiglie non si sono mai mosse da quel luogo, altre l’hanno abbandonato per cercare lavoro altrove.

Con La Masseria delle ginestre ci troviamo immersi in un romanzo epico, dal respiro profondo, a tutto tondo, che trasmette emozioni forti. L’opera racchiude in sé i canoni di un grande romanzo generazionale (riporta alla memoria per certi aspetti Via Col Vento di Margaret Mitchell e per altri Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) e richiama quelli cinematografici: impossibile non pensare a Novecento dei Bertolucci.


Nel libro troviamo raccontati con dovizia di particolari gli episodi della vita quotidiana di un gruppo di famiglie della Basilicata e attraverso i loro occhi e i loro pensieri siamo accompagnati a rivivere gli ultimi 200 anni della storia di quella regione d’Italia.

La vita e la morte, la gioia e il dolore, l’amore platonico e quello bestiale si intrecciano in una trama di rapporti che, così come descritti, oggi forse ci potrebbero far sorridere, ma a quei tempi costituivano le fondamenta di quella società. Eravamo un’Italia così, un Sud Italia così, per meglio dire, e questo romanzo di Carfagno ne ripercorre egregiamente le gesta.

Le famiglie protagoniste del romanzo si chiamano Costantini, Tuommolo, Di Stasi, Paterno per citarne alcune. La loro storia e le loro vite scorrono davanti ai nostri occhi e ci penetrano la carne e l’anima grazie alla scrittura di Carfagno, schietta, immediata, pulita ma allo stesso tempo vigorosa e realistica. Lo stile narrativo coinvolge da subito il lettore che percepisce le medesime vibrazioni emotive dei protagonisti delle pagine che sta leggendo. Capita così, ad esempio, con Maria la strega che accompagna il lettore lungo quasi tutto il cammino e non si vorrebbe mai perderla di vista.

Ma per essere sinceri, la vera protagonista dell’opera è la Masseria, scritta con l’iniziale maiuscola, perché se lo merita, dice lo scrittore, ed ha ragione. Quello che gravitava intorno ad essa era un mondo duro, fatto di poche e rigide regole di vita, ma schietto e sincero. L’opposto di quello che è diventato il nostro normale stile di vita, al quale peraltro ci stiamo pericolosamente abituando.

La Masseria delle ginestre è forse un romanzo d’altri tempi, fuori moda nell’attuale panorama letterario italiano, ma diventerà per certo un evergreen, se così possiamo definire un libro di cui si suggerisce la lettura alle nuove generazioni.



Giuseppe Carfagno, La Masseria delle ginestre, La Vita Felice, Milano 2019


venerdì 9 agosto 2019

Le tre emme



Ammettiamolo: per prevedere la crisi politica che in queste ore si sta formalizzando in Parlamento non c'era bisogno di scomodare Nostradamus. Anche il più inguaribile degli ottimisti non poteva credere che un governo, con due vice premier che hanno dimostrato di avere posizioni opposte riguardo a quasi tutti i temi principali dell'agenda di governo e un premier senza un partito alle spalle a sostenerlo, potesse durare a lungo, men che meno un'intera legislatura.


Le conseguenze di questo ennesimo insuccesso di un governo della Repubblica purtroppo le pagheremo ancora una volta tutti noi.

Per prima cosa, proprio nelle settimane a venire a Bruxelles si getteranno le basi per il prossimo governo dell'Europa e l'Italia arriverà all'appuntamento ancora più indebolita dalla crisi politica di quanto già non lo fosse per quella economica, da cui non riesce a trovare una via d'uscita. Il rischio che corre il nostro Paese è quello di venire emarginato per i prossimi cinque anni in Europa.

Di più, lo scontro politico che ci attende rischia di non portare ad un risultato soddisfacente sul piano della governabilità, con molte incognite sul futuro del Paese. Se infatti la leadership di Matteo (Salvini) sembra indiscussa sul fronte destro dello schieramento, al centro e a sinistra le cose appaiono molto più nebulose.

Forza Italia sembrerebbe definitivamente uscire di scena, ma non è ancora chiaro quale soggetto potrebbe occupare lo spazio una volta controllato da Berlusconi che appare arroccato con i suoi fedelissimi a difesa di un'idea d'Italia che non esiste più.

La prateria lasciata libera al centro dello schieramento politico potrebbe essere occupata da un altro Matteo (Renzi), il quale però deve decidere una volta per tutte se vuole giocare la partita dall'interno del suo partito (provocando molto probabilmente una rottura insanabile con una parte di esso) oppure dare vita ad un proprio soggetto politico, autonomo dal PD, con mire aggreganti nei confronti del variegato mondo centrista.

Infine arriviamo ai 5S che oggettivamente escono abbastanza malconci dalla loro prima esperienza governativa. Avrà giocato l'inesperienza, oppure l'incapacità di alcuni personaggi chiave, oppure altri fattori, fatto sta che ancora una volta si è visto come l'essere all'opposizione sia relativamente semplice e porti consensi, ma quando si diventa forza di governo si sperimenta che non è sempre facile ottenere risultati e raggiungere gli obiettivi dichiarati quando si stava dall'altra parte della barricata (vedi TAV).

A questo punto cosa attenderci?


In autunno ci sarà da approvare una finanziaria che non si preannuncia per nulla semplice. La speranza è di arrivare all'appuntamento con un governo in carica e nel pieno delle proprie funzioni, sostenuto da un'ampia maggioranza in Parlamento.

Diversamente sarà difficile sfuggire al più volte minacciato, ma sempre negato dall'attuale governo, aumento dell'IVA i cui effetti devastanti per la già debole economia italiana potrebbero aprire la strada ad un governo di garanzia guidato da un premier che goda di assoluta fiducia a livello europeo: Mario Draghi.

L'Italia in queste ore si sta giocando una fetta molto ampia di quello che potrebbe essere il suo benessere futuro: ci auguriamo che tutti i leader politici pongano molta attenzione alle scelte che stanno per compiere, pensando al bene del Paese prima che alle loro ambizioni personali, perché tornare indietro è, come per qualsiasi scelta di vita, impossibile.


domenica 23 giugno 2019

Alla fine dell'arcobaleno

Alla fine dell'arcobaleno
Il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice Silvia Molinari si rifà alla leggenda irlandese che narra di una pentola piena d’oro situata alla fine di un arcobaleno, gelosamente custodita da uno gnomo. L’arcobaleno ha spesso simboleggiato divinità, creazione e tanto altro ma, in questo romanzo, rappresenta la speranza in un futuro migliore, futuro a cui tutti guardano con occhi speranzosi.

Questo scrive in nota al romanzo l’autrice.

Alla fine dell’arcobaleno, che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima, rappresenta una felice conferma del talento letterario di Silvia Molinari. Scritto sei anni dopo London Lies che ci ha fatto conoscere e amare la brillante Emma Woodhouse, Alla fine dell’arcobaleno non vuole essere un sequel del primo riuscitissimo romanzo, anche se la famiglia “allargata” di Emma rimane la protagonista di quest’ultima opera.

La storia è ambientata alla Rainbow Farm, la fattoria che Emma e Matthew hanno acquistato nel nord del Devon: la cugina di Emma, Melissa ha deciso di festeggiare lì il suo matrimonio. Tuttavia, i Renner, parenti americani di Detroit, cercano ogni modo per non partecipare all’evento, arrivando a chiedere a Lisbeth Madsen, la migliore amica della secondogenita Lizzie, di presentarsi al suo posto. Lisbeth, apprezzata ginecologa del Boston Medical Center, in Inghilterra per un master all’Università di Bristol, si trova così a dover trascorrere una settimana alla Rainbow Farm, obbligata a spacciarsi per la cugina americana che i parenti inglesi non vedono da anni. Il seguito di questo incipit ve lo facciamo solo immaginare.

In Alla fine dell’arcobaleno il lettore ritrova tutti i temi letterari cari all’autrice: l’amore per l’Inghilterra, il suo humor, i suoi costumi, la sua cucina, la sua campagna e la semplicità della gente che la abita. In più caratterizzano l’opera i riferimenti letterari alle autrici inglesi predilette dalla scrittrice: Jane Austen e le sorelle Brontë. La scrittura è diretta, pulita, efficace nel tratteggiare le situazioni umoristiche quanto nell’affrontare le scene drammatiche. 


Alla fine dell’arcobaleno è un romanzo fortemente caratterizzato dalle passioni dell’autrice e ci porta pagina dopo pagina dentro il mondo dei famigerati Woodhouse e più avanziamo nella loro conoscenza, più incredibilmente ci rendiamo conto che la loro vita assomiglia alla nostra. Perché, come viene citato nel romanzo, quando non ci capita più niente di inaspettato vuol dire che siamo morti. Ma il romanzo di Silvia Molinari è anche un ruscello di primavera che raccoglie l’acqua delle nostre lacrime e i raggi di sole dei nostri pensieri e li convoglia nel grande mare della vita: è un libro pieno di passioni, di rifiuti, di amori, di fraintendimenti, di apparenti sconfitte e incerte vittorie, di cattiveria e di bellezza, di sogni e di speranze.

Non si può vivere senza fidarsi di nessuno. Perché significherebbe non fidarsi neppure di sé stessi afferma sfrontata la protagonista Lisbeth al suo interlocutore. E quindi, per terminare questa recensione, anch’io vi suggerisco di leggere Alla fine dell’arcobaleno: un libro da tenere sul comodino e da rileggere in quei momenti della vita in cui vorremmo avere vicino un amico che non c’è.


Silvia Molinari, Alla fine dell'arcobaleno, Amazon Media Eu, 2019

sabato 1 giugno 2019

All'una e trenta

Cosa può capitare al Salone del Libro di Torino?


Per esempio ad un blogger curioso e in cerca di novità può capitare, come al sottoscritto è successo, di imbattersi in una nuova casa editrice (Edizioni le Assassine) che con coraggio pubblica testi “gialli” di scrittrici contemporanee e testi di scrittrici d’altri tempi, ma con tanto ancora da dire al lettore contemporaneo.

All'una e trenta
Una conferma di quanto ancora ci sia da scoprire nella letteratura gialla al femminile si ha dopo aver divorato il romanzo di Isabel Ostrander “All’una e trenta” pubblicato nella collana Vintage della casa editrice.

La Ostrander è stata una giallista statunitense nata nel 1883 a New York e morta nel 1924 a Long Beach in California. Al suo attivo ha una trentina di romanzi gialli e negli Anni Venti in America era conosciuta oltre che con il proprio nome, anche con pseudonimi maschili. Agatha Christie si ispirò alla Ostrander per le figure di due suoi detective, Tommy e Tuppence, presenti in Partners in Crime, pubblicato nel 1929. Purtroppo la prematura scomparsa non le ha permesso di avere quel successo che avrebbe meritato.

Nel romanzo, magistralmente tradotto da Daniela Di Falco, il protagonista è il detective Damon Gaunt la cui caratteristica principale è quella di essere cieco.


L’ambientazione è quella dell’alta borghesia newyorkese nei primi decenni del Novecento: alta finanza, nobili fanciulle, truffatori, uomini arricchiti e servi fedeli solo al denaro. Un cadavere di un ricco signore che, pagina dopo pagina, si scoprirà essere meno ricco di sentimenti…

In questo mondo, il detective Gaunt si muove a suo agio, per nulla menomato dalla mancanza di un senso che, come spesso accade, gli ha fatto sviluppare in maniera esponenziale gli altri, ma soprattutto, il suo intuito che si rivelerà prezioso per la soluzione del caso.

L’autrice ci svela come anche un uomo che in apparenza può sembrare fragile di fronte alle difficoltà della vita, può invece riuscire là dove un normo dotato fallisce: l’ispettore di polizia Hanrahan non vede le tracce che il detective Gaunt intuisce.


La Ostrander si dimostra una scrittrice profonda, precisa nella descrizione del suo detective e dei personaggi che ruotano sulla scena, dando ad essi uno spessore psicologico persino anticipatore dei tempi, tenuto conto che gli studi di psicanalisi non erano ancora divenuti patrimonio comune.

Come sempre non ci interessa raccontare per filo e per segno la trama di un libro giallo, per giunta poco noto al grande pubblico come questo. Prima di terminare questo post ci interessa invece dire ancora un paio di cose: la prima è che ci auguriamo di leggere tradotti in italiano altri romanzi della Ostrander; la seconda è che le “Assassine” proseguano nella loro meritevole opera di presentarci nuove scrittrici di noir e di gialli, contemporanee o meno, non importa. L’importante è conoscere nuovi scrittori e scrittrici e con loro continuare a visitare nuovi mondi.

Perché ogni libro che si legge è un viaggio che compiamo dentro e fuori di noi.


Ah, mi stavo dimenticando: non perdetevi il romanzo della Ostrander “All’una e trenta”!
 
Isabel Ostrander, All'una e trenta, Edizioni le Assassine, 2019

sabato 11 maggio 2019

Quale futuro per l'editoria italiana?


Consueto appuntamento al Salone del Libro di Torino con l’AIE, l’Associazione Italiana Editori che ha fornito i dati sull’editoria italiana del 2018.

Convegno AIE al Salone del Libro di Torino 2019



Come vanno le cose nel mondo dei libri? 


Potremmo riassumere che vanno come va l’Italia, stabile con outlook negativo.

In un arco di tempo di dieci anni, il mercato italiano dell’editoria ha perso circa 300 milioni di euro di fatturato chiudendo il 2018 con 3,1 mld di ricavi complessivi. 

Questo dato dimostra comunque come l’editoria italiana rimanga il principale fornitore di contenuti culturali del Paese, davanti a Canali TV privati a pagamento (che seguono a breve distanza) e pubblici (RAI), Stampa quotidiana e altro.

A livello europeo, rimaniamo la terza/quarta industria editoriale anche se i lettori italiani continuano a mantenere bassi due indici: quello di lettura pro capite di libri e quello di comprensione dei pochi testi letti. In Italia pochi lettori (circa 5 milioni di persone pari al 18% dei lettori) leggono più di 12 libri all’anno, contribuendo al 45% del fatturato complessivo del settore, mentre 11,1 milioni di italiani leggono da 1 a 3 libri l’anno. Nell’insieme, gli italiani che hanno acquistato almeno un libro nel 2018 sono stati circa 28,3 milioni, gli altri italiani non ne hanno acquistato nemmeno uno.

Nel convegno si sono analizzati nel dettaglio i mutamenti intervenuti nei comportamenti del lettore. Per curiosità sono andato a rileggermi il rapporto del 2010 (quindi con i dati riferiti al 2009). Si parlava del nuovo mercato degli ebook e nel Natale 2009 quel mercato aveva fatto segnare 1,1 milione di euro di ricavi (lo 0,03% del fatturato). 
Nel 2018 il canale degli store on line ha coperto il 24% delle vendite complessive di libri e il segmento ebook da solo vale il 16% del mercato italiano; tengono il passo le catene di librerie, mentre perdono quote di mercato le librerie singole/familiari e perde quote (da 8% a 6,6%) la GDO. 

Ripartizione canali vendite libri 


Risulta evidente che cambiando le modalità di acquisto dei libri da parte del lettore, sono mutati anche i riferimenti motivazionali che spingono all’acquisto di un libro. 

Perdono importanza il consiglio del libraio di fiducia e la prossimità fisica del punto vendita con l’esposizione della copertina, mentre acquista importanza il mondo dei social con le community di lettori e i book blogger, mentre il primo impulso all’acquisto di un libro rimane sempre il passaparola di un amico.   

Il vero problema per il mercato dell’editoria italiana rimane quello di aumentare il numero dei lettori, anche perché se si guarda con un’ottica di medio periodo, la popolazione tende all’invecchiamento e i giovani lettori da “coltivare” saranno sempre meno.

Inoltre, e gli studi medici recenti lo confermano, le nuove generazioni che si stanno formando la mente su piattaforme digitali sin dall’infanzia, acquisiscono capacità cognitive di lettura differenti da quelle delle generazioni precedenti. A questo proposito segnalo l’interessante libro di Maryanne Wolf, Lettore vieni a casa.

Anche il libro del futuro dunque dovrà essere differente per attrarre i giovani nativi digitali?   


Nella seconda parte del convegno si è analizzata l’influenza delle serie televisive sulle vendite dei libri che le hanno originate (es. tra tutti l’attuale serie televisiva di successo Trono di Spade).

Grafico vendite libri Trono di Spade

Il mondo delle fiction tv viene considerato da più parti come il nuovo “nemico”, la nuova frontiera contro cui l’editoria deve fare i conti per mantenere il proprio “spazio vitale”.

In realtà il risultato dell’analisi compiuta è stato che la messa in onda delle serie televisive ha generato un riscontro positivo sulle vendite di tutti i libri da cui la serie ha preso spunto. Pertanto, se il fenomeno delle serie tv può essere considerato un “concorrente” alla lettura di un libro, tuttavia è indubbio che agisca da detonatore per l’acquisto dei libri da cui la fiction è stata generata.

Quale futuro per l’editoria italiana?


Noi crediamo che il compito principale di un editore sarà sempre quello di cercare una buona storia e pubblicarla attraverso ogni canale che la tecnologia strada facendo gli offrirà. Una storia capace di affascinare un bambino, di colpire un giovane e di commuovere un adulto. 

Il resto siamo sicuri che verrà da sé.



sabato 4 maggio 2019

Le ragioni che mi spingono al voto




Domenica 26 maggio siamo chiamati a rinnovare i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo

Mai come in questo momento storico, l’Europa non gode di una buona reputazione, bistrattata da destra e da sinistra, accusata di essere l’origine di tutti i mali che ci affliggono.

Quindi la domanda nasce spontanea: perché dovremmo andare a votare il 26 maggio e, soprattutto, per chi?


Domanda non banale e molto diffusa tra coloro che frequento abitualmente, colleghi, conoscenti, amici.

Personalmente, le ragioni che mi spingono a votare il 26 maggio per l’elezione del Parlamento europeo sono le medesime che mi spingono ad alzarmi la mattina e andare al lavoro, tornare a casa e chiedere ai miei figli come hanno passato la loro giornata, programmare un week-end al mare o in montagna, immaginare le vacanze estive con la mia famiglia. Sono le medesime ragioni che mi fanno interessare ai mutamenti climatici, alle difficoltà che molti amici hanno nel trovare lavoro, al terrorismo che in diverse parti del mondo fa strage di uomini innocenti: insomma sono le medesime ragioni che mi spingono a vivere da essere umano e non come un animale.

Come è possibile restare indifferenti alla facoltà di contribuire, con il proprio voto, all’elezione di un Parlamento unico nella sua specie: un luogo dove 750 persone, uomini e donne, in rappresentanza di 28 nazioni possono incontrarsi ogni giorno e discutere in pace sul futuro che attende oltre cinquecento milioni di concittadini?

Pensate che cosa sono stati capaci di immaginare uomini che avevano appena terminato di spararsi addosso alla fine della Seconda Guerra mondiale, partendo dall’idea di non voler mai più rivedere nella loro vita e in quella dei loro figli e nipoti ciò che avevano visto con i propri occhi: i muri dei palazzi delle loro città alti non più di trenta centimetri. Da quel desiderio di cambiare vita nacque l’Europa che noi oggi abbiamo il compito di gestire e portare avanti.  


Se l’Europa di oggi non ci piace, è solo colpa nostra e tocca a noi impegnarci per migliorarla, e non credo che l’idea di distruggerla sia quella giusta. Pertanto ad ognuno di noi è chiesto un piccolo impegno, in queste settimane: quello di informarsi, per capire quale è il modo migliore per aiutare questo sogno a camminare, sempre meglio, sempre più vicino al nostro modo di pensare, di vivere, di credere.

Oggi le fonti d’informazione primarie non ci mancano e ognuno di noi può facilmente accedervi. Definisco primarie le fonti non social perché quelle social a mio parere sono inadatte a formarsi un giudizio se si parte da zero: qui di seguito potete trovarne alcune che personalmente consulto e che trovo molto utili: il sito istituzionale del  Parlamento europeo per incominciare. Molto ricco d’informazioni è anche il sito dell’ ISPI (Istituto per gli Studi di Politica internazionale) che ha dedicato uno spazio alle votazioni europee. Inoltre, vi posso suggerire il sito della Fondazione Openpolis che, con il suo spazio Europa, analizza in profondità alcune tematiche europee. Insomma, le fonti di informazioni non mancano, occorre metterci solo la buona volontà.

Se poi non volete abbandonare il blog, potete rileggervi gli articoli che avevo pubblicato nel 2014 in occasione delle precedenti elezioni europee che illustravano il ruolo e il funzionamento del Parlamento europeo e degli altri Organismi comunitari. Rimangono validi ancora oggi.

L’invito che rivolgo a tutti è quello di non sottovalutare l’importanza di questo voto e di pensare a coloro che verranno dopo di noi, perché dipenderà da noi l’Europa che vivranno i nostri figli e i nostri nipoti. Sono sicuro che informandoci e documentandoci, una forza politica e una persona da votare la troveremo, tenendo presente sempre una cosa: non riponiamo certamente la nostra speranza in un voto, ma andiamo a votare proprio perché speriamo in un domani migliore.

Mi sembra doveroso chiudere con questo ricordo. Per circa trent’anni ho svolto la funzione di presidente di seggio elettorale nel comune dove risiedo e devo dire che a ogni votazione a cui ho partecipato sono rimasto sempre stupito dalle persone anziane, di ottanta e anche di novant’anni che, a fatica, venivano a votare, spesso anche da sole. A una di queste, una donna, malconcia sulle gambe, quando le riconsegnai la tessera elettorale dopo che aveva votato, feci i complimenti per essere venuta al seggio e lei mi guardò negli occhi e mi disse: “Giovanotto, io mi ricordo di quando non potevo votare. Finché vivrò, ogni volta che c’è da votare, mi troverà qui!” 

Me lo disse in dialetto, ma il concetto era questo.

martedì 30 aprile 2019

Non è sempre caviale


Non è sempre caviale
J.M. Simmel, l’autore di questo sorprendente romanzo pubblicato nel 1960, nacque a Vienna nel 1924. Ebbe una vita avventurosa: una gioventù trascorsa tra l’Austria e l’Inghilterra, la Guerra mondiale lo vide lavorare come ingegnere chimico. Al temine del conflitto, fu occupato come interprete per il governo militare americano in Europa. Dal 1950 lavorò per un giornale di Monaco di Baviera come reporter. Morì dieci anni fa in Svizzera, il 1° gennaio 2009.

Simmel scrisse numerosi racconti e romanzi, ma quello che gli fece raggiungere subito la notorietà fu nel 1960 Non è sempre caviale, pubblicato in Italia da Garzanti nel 1967. Mia moglie l’aveva letto anni or sono e, capitatole tra le mani recentemente, me lo ha suggerito.

Devo ammettere che è stato un colpo di fulmine! 


Sin dalle prime pagine ci si trova immersi in una serie ininterrotta di colpi di scena, di colpi di fulmine, di gustose cene cucinate dai diversi protagonisti della storia (con tanto di ricette abbinate per poterle preparare personalmente).

La storia del personaggio principale, un banchiere diventato suo malgrado un agente segreto, ha inizio verso la metà degli anni Cinquanta, ma quasi subito un flash-back ci riporta alla fine degli anni Trenta e allo scoppio della Seconda Guerra mondiale. Solo al termine del romanzo si ritornerà alla metà degli anni Cinquanta, per la chiusura del cerchio.

E’ impossibile riassumere per sommi capi la trama di questo romanzo: l’unico consiglio che si può dare agli amanti delle spy story ambientate ai tempi del nazismo in Europa (nel romanzo si viaggia oltre che nel tempo, anche per le capitali di mezza Europa) è quello di leggerlo.

La traduzione dal tedesco di Amina Pandolfi rende molto bene il ritmo impetuoso della storia e il susseguirsi delle vicende che hanno dell’incredibile se non fosse che, come spesso accade, la vita supera la fantasia, quasi sempre.

Solo alla fine del libro il lettore scoprirà se anche questa è un’opera di pura fantasia…

Lettura consigliata!

J.M. Simmel, Non è sempre caviale, Garzanti Editore 1967

mercoledì 24 aprile 2019

25 aprile 1945

Corriere della Sera del 26 aprile 1945
Rileggendo i post più recenti pubblicati sul blog, mi sono reso conto che l’ultimo che tratta un argomento politico l'ho scritto quasi un anno fa. Si riferisce al giuramento de il governo giallo-verde in carica ancora oggi.

Dal 2 giugno 2018 non ho più pubblicato un post con un tema politico. Nonostante ogni giorno legga i giornali, ascolti i TG e commenti gli avvenimenti politici con i colleghi, qualcosa mi impedisce di appassionarmi a questo governo come ai precedenti.

Riguardando quell’ultimo post, la mente è tornata a quei giorni di inizio estate del 2018 e alle aspettative, molto alte, nei confronti dei due partiti che avevano stretto l’alleanza per governare il Paese.

Dopo quasi un anno cosa è stato realizzato? 


Qualcosa di quanto dichiarato nel patto di governo sicuramente è stato fatto: la legittima difesa, la quota cento, il reddito di cittadinanza, il giro di vite allo sbarco dei migranti. Da un certo punto di vista, provvedimenti epocali e considerati “impraticabili” da coloro che hanno preceduto l’attuale esecutivo.

Ma a quale prezzo sono stati attuati tali provvedimenti? 


Vale a dire: l’Italia oggi è un Paese migliore di dieci mesi fa? Si vive meglio? Si ha più voglia di investire pensando al futuro? La povertà è diminuita? Perché se il cambiamento promesso dal governo non porta a questo, allora non è vero cambiamento, ma solo propaganda.

Tra poco più di un mese si presenterà un’importante scadenza elettorale: l’elezione del Parlamento europeo , unica istituzione comunitaria espressa direttamente dai cittadini e per questo dal valore altamente simbolico.

I due partiti di governo si schiereranno su fronti opposti e faranno campagna elettorale divisi. Uniti per governare l’Italia, divisi per governare l’Europa, come del resto lo sono per governare le regioni d’Italia.

Come può questa dicotomia non saltare all’occhio? Come è possibile essere alleati sulla politica interna del Bel Paese e non esserlo nell’amministrazione di una regione o di un comune?

L’impressione è che in questi mesi i due partiti abbiano pensato alla realizzazione del patto di governo, sostenendo a turno il provvedimento proposto dall’altro partito, turandosi il naso e arrampicandosi sui vetri per farlo digerire al proprio elettorato recalcitrante. Fino a quando questo stato di cose potrà durare? E che Paese troveremo al termine di questo percorso politico?

Certo, ormai tutti abbiamo consapevolezza di vivere in una società liquida, per dirla con le parole di Zygmunt Bauman, ma credo che per governare una nazione i partiti politici debbano avere delle pur minime convergenze ideologiche riguardo le tematiche oggetto del patto di governo, unità d’intenti che non ho riscontrato in questo esecutivo.

Ho riscontrato invece in entrambe le classi dirigenti e i massimi esponenti politici dei due partiti una ricerca spasmodica del consenso al proprio operato tramite l'utilizzo dei social. Questo ricercare a tutti i costi una legittimazione popolare, tuttavia, non è mai esente da rischi, presuppone un’educazione civica per nulla scontata nei frequentatori dei social e soprattutto non è garantito che il popolo sappia scegliere sempre per il meglio e il bene comune.

Ne è un esempio recente il caso della Brexit e ne è prova la storia di un uomo di duemila anni fa che, senza colpe, fu portato davanti all’autorità costituita per essere giudicato e venne assolto. Fu invece condannato a gran voce da quel popolo che lo aveva visto nascere e che alla fine ottenne dalla medesima autorità quello che desiderava: la sua crocifissione.

Vi fu errore popolare più grande di questo nella storia?


Ci apprestiamo a vivere la giornata del 25 aprile: riflettiamo su quello che accadde in quei giorni del 1945 e riscopriamo i valori che hanno permesso alla nostra nazione, uscita a pezzi dall’esperienza della Seconda Guerra mondiale, di intraprendere il cammino virtuoso che ci ha condotto sin qui.


venerdì 19 aprile 2019

Un gentiluomo a Mosca

Abbiamo letto con molto piacere Un gentiluomo a Mosca, l'ultima fatica letteraria di Amor Towles.

Il romanzo racconta le vicende del conte Aleksandr Il'ič Rostov che, rientrato da Parigi alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre, resta invischiato negli eventi catastrofici che portarono alla fucilazione dello Zar e alla presa del potere del partito comunista.
Un gentiluomo a Mosca

Il conte finisce per essere condannato agli arresti domiciliari a vita dal Comitato d’Emergenza del Commissariato del Popolo in quanto nemico della Rivoluzione, pena da scontare presso il Grand Hotel Metropol, il più lussuoso albergo di Mosca, con vista sul teatro Bol'šoj, a due passi dalla Piazza Rossa.

Inutile dire che la vita del protagonista cambia radicalmente e assume risvolti drammatici. Giorno dopo giorno il conte prende coscienza del futuro che l'attende e, nonostante possa ritenersi fortunato per aver evitato la condanna a morte o il gulag, ben presto si rende conto comunque della disumanità della pena comminatagli.

Inizia così la seconda vita di Aleksandr Il’ič Rostov  che si svolge su due dimensioni: verticale, all’interno dei sei piani dell'edificio, e orizzontale, tra la hall, le sale da pranzo e i negozi che si trovano all'interno dell’hotel. Passano i lustri e il lettore si trova coinvolto a fianco del conte che, attraverso l’ironia, riesce poco per volta a trovare la sua quotidiana motivazione al dover vivere in quella gabbia dorata.

L'ironia è una caratteristica dell’animo dell’uomo, e perciò non avendo origine umana, ma divina, permette a colui che la padroneggia di superare anche le prove più dure. Aggrappandosi ad essa, il protagonista affronta le giornate all’interno del Metropol quasi con letizia e assiste, mese dopo mese, anno dopo anno, all’involuzione dell’ideologia comunista che lo ha condannato al “carcere” a vita, e ha la conferma del vicolo cieco che ha imboccato quel regime del quale non ha mai condiviso nulla.

Ma fino a quando un uomo può sopportare una vita del genere, senza tentare la fuga?


Il finale del romanzo lo svelerà e ne resterete meravigliati. Raramente in questi ultimi tempi mi è capitato di leggere un'opera così gradevole, appassionante, coinvolgentemente ironica, e quindi illuminante.

Un pensiero va anche a Serena Prina, perché quando si leggono libri che riescono a trasmettere emozioni e sentimenti così forti, tradotti dalla lingua dell’autore, il merito è anche della traduttrice.

Un romanzo da non perdere.


Amor Towles, Un gentiluomo a Mosca, Beat Edizioni 2018

giovedì 7 marzo 2019

Il sogno di Leonardo

Il sogno di Leonardo

Ho avuto il piacere di leggere in anteprima “Il sogno di Leonardo”, ultima fatica letteraria di Giuseppe Carfagno, nelle librerie a fine mese.

Il romanzo scorre alternando il presente e il passato, al tempo della permanenza del genio di Vinci a Milano, negli ultimi anni del ‘400.

I protagonisti sono due ragazzi, quasi coetanei, vissuti però a cinquecento anni di distanza, e il mondo che li circonda, genitori, nonni, amicizie tra coetanei e coetanee.

Edmondo Armerini si trova per caso catapultato nella bottega di Leonardo che a Milano sta vivendo il periodo più fertile della propria esistenza artistica, mentre Jean Tricot, nipote di Pierre Duchamp, famoso collezionista d’arte contemporaneo, si trova a vivere insieme al nonno, l’avventura del ritrovamento di un dipinto misterioso.

In un susseguirsi incalzante di avvenimenti, ora alla corte del Moro, Signore di Milano, ora nelle città di Milano e Parigi dove risiedono i Duchamp, il lettore è condotto sempre più al centro del mistero: esiste un collegamento tra le vite dei due giovani, distanti cinque secoli?

Edmondo lo troviamo immerso nella vita di corte, in una Milano che con gli Sforza sta vivendo il suo magico rinascimento e trova in Leonardo da Vinci il suo paladino, il suo artista di fama internazionale; Jean ha la fortuna di apprendere dal nonno l’amore per il bello e la curiosità che anima un vero collezionista d’arte.

La prosa limpida e scorrevole del professor Carfagno rende la lettura di questo romanzo, non solo per ragazzi, avvincente e piacevole, riportando il lettore nel magico mondo di una Milano di fine Quattrocento, così diversa dalla Milano di oggi, ma anche così uguale, nel modo di lavorare, nel modo di pensare, nel modo di godere la vita: la Milano di Jean e suo nonno Pierre.

Un libro tutto da leggere che ben si inserisce nel tempo delle celebrazioni per la ricorrenza dei cinquecento anni della morte di Leonardo da Vinci.


Giuseppe Carfagno, Il sogno di Leonardo, il Ciliegio edizioni, 2019

lunedì 25 febbraio 2019

Manfredo Camperio - Storia di un visionario in Africa

Il libro di Alessandro Pellegatta


Manfredo Camperio, storia di un visionario in Africa, è l’ultima fatica letteraria di Alessandro Pellegatta che ho avuto il piacere di leggere in anteprima (il libro uscirà il prossimo 28 febbraio).

Camperio? Chi era costui?

Oggi questo nome alla maggior parte dei lettori non ricorderà molto, eppure questo milanese doc (nacque nel capoluogo lombardo il 30 ottobre 1826) è stato uno dei più importanti esploratori italiani dell’Ottocento e tra i primi a comprendere come il nascente Regno d’Italia avrebbe tratto un potente aiuto alla propria crescita economica dalla conoscenza e dallo sviluppo delle transazioni commerciali con l’estero.

Il lavoro di Pellegatta, conosciuto sino ad ora principalmente come scrittore di autorevoli guide turistiche, redatte al ritorno da viaggi personali in giro per il mondo, è in questo caso, prevalentemente storico e, diciamo subito, ben riuscito.

Attraverso un certosino lavoro di scavo compiuto presso istituzioni quali il Museo del Risorgimento di Milano; l’ Archivio di Stato di Milano; la Biblioteca Braidense, l’Archivio storico di Intesa Sanpaolo, l’Archivio storico della Banca Popolare di Milano, la Società Geografica Italiana e l’Amministrazione del Comune di Villasanta, che ha permesso la consultazione del Fondo Camperio, l’autore ha descritto in questa biografia di Manfredo Camperio molto di più della mera narrazione di un periodo di vita dell’esploratore. Pellegatta ha tratteggiato un’epoca, quella compresa tra il 1865 e la fine del secolo XIX, cruciale per lo sviluppo del nascente Regno d’Italia, ultima Nazione a formarsi in Europa e vaso di coccio tra grandi vasi di bronzo, protagonisti della scena europea e quindi mondiale, quali Regno Unito, Francia, Germania, Austria, Turchia.

In quest’epoca così ricca di cambiamenti, sociali, politici, culturali, il milanese - italiano Manfredo Camperio ebbe un ruolo importante nel cercare di far crescere l’Italia e permetterle di giocarsi la partita internazionale alla pari con le altre grandi potenze europee.

Il lavoro di Pellegatta è encomiabile da questo punto di vista, perché ha messo in luce aspetti sino ad ora poco studiati e anzi, forse volutamente dimenticati, di quello che è stato l’approccio iniziale del Regno d’Italia verso tematiche quali: colonialismo, africanismo, relazioni internazionali.

Non anticipiamo qui le conclusioni cui è giunto l’autore, perché questo, se vogliamo, è anche un libro “giallo”, nel senso che misteriosi e sconosciuti ai più sono gli episodi trattati e le vicende descritte; pertanto non vogliamo togliere al lettore la curiosità di leggere e apprendere come si è sviluppata la storia d’Italia di quel periodo.

Possiamo solo evidenziare come le similitudini tra l’epoca in cui visse Manfredo Camperio e l’attuale abbiano dell’incredibile e siamo certi che, come capitato a noi, stupiranno il lettore durante tutta la lettura dell’opera.

E allora, in conclusione, Camperio, chi è stato costui?

Scrive Pellegatta: “Molti sono i modi con cui possiamo definire Camperio: patriota, combattente, eroe del Risorgimento, militare, esploratore, filantropo, imprenditore, divulgatore, politico, direttore di rivista, mediatore culturale, esploratore, presidente di società commerciale. Lui preferiva
a tutti quello di “capitano”, ma ciò che gli rende più giustizia è forse quello di “visionario”. Furono infatti proprio le sue visioni e le sue passioni, ispirate dalla sete di conoscenza, da un grande interesse
per il mondo e dall’ansia di identificare sempre nuove opportunità commerciali, che lo spinsero a esplorare l’Africa. E anche quando il suo percorso fu segnato dalla contraddizione e dall’incertezza, dalla sconfitta e dalla tragedia, l’uomo non si perse mai d’animo: anche in punto di morte volle per l’ultima volta affacciarsi alla finestra per guardare con aria di sfida il mondo, come ha scritto la figlia Sita nella sua Autobiografia, prima di trapassare stringendo i pugni”.

Un libro da leggere, indicato soprattutto alle giovani generazioni, perché crediamo che senza la conoscenza del passato sia impossibile comprendere il presente e soprattutto immaginare un futuro che possa essere di pace tra le nazioni.


Alessandro Pellegatta, Manfredo Camperio, un visionario in Africa, 2019 Besa editrice.

sabato 9 febbraio 2019

Il mondo cambia pelle?

Il mondo cambia pelle?
Erano anni che non vedevo così gremito di pubblico l’auditorium Giò Ponti di Assolombarda a Milano, in occasione della presentazione del Rapporto sull’economia globale e l’Italia. Lunedì 21 gennaio 2019 si è tenuta la presentazione del XXIII studio, curato come sempre dall'economista Mario Deaglio in collaborazione con il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e Ubi Banca.

Probabilmente il clima di incertezze che stiamo vivendo ha spinto molti a partecipare all’incontro per cercare di meglio comprendere dalle parole del professor Deaglio il tempo che stiamo attraversando e il futuro che ci potrebbe attendere.

Occorre subito dire che, come sempre, il lavoro del gruppo di studio coordinato da Deaglio è stato approfondito, puntuale nell’individuazione dei punti critici e ricco di occasioni per riflettere.

Il titolo del rapporto di quest’anno (il mondo cambia pelle?) lascia subito intuire quanto il 2018 sia stato un anno di cambiamenti significativi che, consapevolmente o meno, ci hanno coinvolto. Di seguito, sintetizzati in flash, gli argomenti analizzati nelle quattro parti del documento.

1. La crescita indebolita 

Lo sguardo è in generale sul mondo e gli autori evidenziano punti di attenzione verso gli Stati Uniti dove il movimento America First del Presidente Trump potrebbe portare a rischi di protezionismo e populismo che a loro volta potrebbero minare la crescita economica nel medio lungo periodo.  Altri punti da tenere sotto controllo sono i rapporti sempre più tesi tra lo Stato Sovrano e i titani della Rete, la politica dei dazi e la fine del multilateralismo, la riduzione della “corporate tax”. Il capitalismo sembra ancora vincente nel mondo, ma è un sistema alla lunga ancora sostenibile? 

Per quanto riguarda l’Europa, il 2018 è stato il peggiore da tempo, sotto molti aspetti. In Europa sembra prevalere una società basata sul rancore e sulla collera. L’economia ha rallentato mentre il sistema bancario europeo è ancora lontano dall’aver ritrovato la redditività di un tempo. Vi è poi un importante problema demografico che alla lunga renderà sempre più difficile la sostenibilità economica del sistema.

2. Lavoro e capitale, una difficile ridefinizione

Per quanto riguarda il lavoro, il paradigma è: il lavoro è da reinventare. Il 2018 ha visto ancora una volta una bassa crescita retributiva e la nuova “normalità” del part-time. Quanto potrà ancora aumentare la produttività del lavoro? È in corso un passaggio epocale: dall’organizzazione scientifica all’organizzazione algoritmica del lavoro. Altro tema importante: che sviluppo avranno il reddito universale o quello di cittadinanza? Permane il problema del debito estero dei Paesi emergenti, lo scontro sul libero commercio, il rialzo dei tassi di interesse, il populismo al governo in molti Paesi.

Quale sarà il nuovo volto del capitalismo di mercato: si andrà verso un mondo di imprese giganti?
A pagina 103 del rapporto è inserita un’interessante tabella. Mostra le dieci società al mondo a maggiore capitalizzazione. Nel 2007, 6 società su 10 avevano sede negli USA, 2 in Europa, 1 in Giappone e 1 in Cina. I settori rappresentati: Idrocarburi (5), Finanziario (2), InfTech (1), Telec. (1) Auto (1). Nel 2018, 8 società su 10 hanno sede negli USA e 2 in Cina. I settori rappresentati sono InfTech (7), Finanziario (2) e Idrocarburi (1).

3. Geopolitica, un mosaico che si complica

Vengono analizzati: gli Stati Uniti e la loro leadership globale (Make America Great Again!), la Russia e la Cina e il loro sviluppo futuro. Si domandano gli autori: la guerra fredda è finita o continua sotto altre forme? I focolai di crisi sono sparsi ovunque: nel Medio Oriente, laboratorio della guerra perenne, in Iran (verso una guerra mondiale regionale?), la guerra civile in Libia, il “ventre molle” dell’Egitto, l’Asia sempre più in mano cinese, la Corea del Nord, l’America Latina che convive con i fantasmi del passato e l’Africa con ambizioni per il futuro. Infine, su tutto, il petrolio e un possibile scontro sul suo prezzo nel prossimo futuro.

4. Italia 2019, aspettando il salto di qualità

Un Paese spezzato, un’economia incrinata? Certamente vi sono stati in passato dei fattori positivi: la ripresa delle esportazioni, un progresso nella struttura economica, ma adesso servirebbe continuare nella crescita. Domande: i principi di una riforma fiscale (la cash flow tax) sono attuabili? I nuovi modelli di business e le nuove tecnologie che impatto avranno sul mondo del lavoro? In tema di redistribuzione del reddito, quello di inclusione e quello di cittadinanza sono la soluzione all’aumento della povertà?

Giunti al termine della lettura, è inevitabile una sensazione di sgomento: se tali e tanti sono i problemi che abbiamo davanti, cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo fare?

Le soluzioni “chiavi in mano” purtroppo non esistono. Nel Rapporto vengono suggeriti alcuni punti di attenzione che, se perseguiti, potrebbero assicurare alla nostra amata terra, che ricordiamo è l’unica che abbiamo a disposizione per vivere, un futuro meno cupo. Eccoli: 1. La solidarietà tra generazioni - 2. La solidarietà all’interno delle generazioni e 3. La tutela dell’ambiente.

Questi tre fattori, se attuati insieme, porterebbero ad uno sviluppo economico sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

Quello dello sviluppo sostenibile non è un concetto di oggi: è stato enunciato per la prima volta nel 1983 da Gro Harlem Brundtland, già primo ministro della Norvegia. Da allora sono passati 36 anni, ma non sembra che il concetto abbia avuto molti seguaci nel mondo.

Ci viene in mente l’Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco: “13. La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare….  14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale…. 43. Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone..."

Allora, per concludere questo lungo post, ci auguriamo che nei prossimi 36 anni il concetto di sviluppo sostenibile, con tutte le conseguenze che si porta dietro, diventi il centro dell’agenda politica ed economica mondiale. Non c’è più tempo da perdere.

Ultimo suggerimento: se vi capita, leggete il rapporto, ne vale la pena per farsi un’idea reale, non mediata dai social, della situazione del mondo in cui ci tocca vivere.

Ma ricordiamoci che ognuno di noi, con le proprie azioni, può contribuire al cambiamento.

domenica 3 febbraio 2019

Influencer ante litteram

L'Adorazione dei Magi di Paolo Veronese


Da alcuni anni sempre più spesso ci imbattiamo nel termine influencer. Il Corriere della Sera di oggi, domenica 3 febbraio, vi dedica addirittura una pagina intera, la numero 19, a firma di Candida Morvillo. 

Ma chi è un influencer e, soprattutto, di cosa si occupa?

Il termine si trova di solito abbinato alla parola marketing (influencer marketing) e viene utilizzato nel mondo dei social network (Facebook, YouTube, Instagram ecc.).

Si può definire un influencer un utente di questi social (quindi una qualsiasi persona che abbia aperto un proprio profilo utente su uno di questi social) che pubblichi tramite di essi, foto, video o altri generi di contenuti (qualche frase o commento, possibilmente di senso compiuto). Il quid in più che deve possedere un influencer, rispetto ad un comune utente, consiste però nella sua capacità di “influenzare” altri utenti (definiti in gergo social i propri follower – seguaci).

Questo è il vero “potere” che definisce e detiene un influencer: condizionare le scelte dei propri seguaci. A fare cosa? Beh, qui entra in gioco l’altra parola abbinata a influencer: marketing. Le definizioni di marketing sono molteplici, ma tutte hanno a che fare con la parola vendita. Allora possiamo dire in estrema sintesi che l’influencer ha il potere (o si presume che abbia, o ritiene di avere, a seconda dei casi) di orientare i consumi dei suoi seguaci.

Rimane però ancora un aspetto da valutare, per comprendere appieno il ruolo dell’influencer. Per essere veramente tale, l’utente influencer deve essere ritenuto dai suoi seguaci “affidabile” e “credibile”. E come si diventa affidabili o credibili nel mondo dei social? Dipende dal numero di seguaci che si riesce a tenere legati al proprio profilo: per darvi un’idea, alcuni influencer italiani hanno 16 milioni di follower (Chiara Ferragni) e 11,5 milioni (Gianluca Vacchi). Più seguaci, più credibilità, più affidabilità, più guadagno.

Eh sì, perché i maggiori influencer, anche solo per pubblicare una foto, un commento, un video di alcuni minuti dove compaiono con qualche oggetto o con qualche vestito addosso, ricevono un mucchio di soldi. Quanto vale il lavoro sui social? I prezzi di mercato possono oscillare tra un minimo e un massimo, e dipende da quale influencer lo pubblica e su quale canale. Un post su YouTube può andare da 10.000 a 250.000 euro; un post su Facebook da 5.000 a 150.000 euro; un post su Instagram da 5.000 a 100.000 euro. I prezzi chiaramente si riferiscono a top influencer con milioni di seguaci in giro per il mondo, ma comunque rende l’idea del giro d’affari che potenzialmente si può generare con i canali social.   

Di cosa si occupano gli influencer? Gli argomenti sono certamente di spessore e per tutti i gusti: in rete si trovano travel influencer che si occupano di viaggi, fashion influencer che sviluppano, seguono e anticipano la moda, poi vi sono i fitness influencer che possono spaziare dal campo degli integratori alimentari all’abbigliamento sportivo. Infine, i food influencer vi permettono di conoscere i piatti più caratteristici di tutto il mondo. Da poco si sta sviluppando una nuova categoria di influencer, i book influencer: persone che postano su Instagram una foto con una copertina, oppure un video dove presentano o commentano un libro e si auto definiscono influencer culturali.

Personalmente, ho avuto la fortuna di vivere la mia gioventù in un tempo in cui avevo come influencer culturale la “terza pagina” del Corriere e le persone che mi hanno “influenzato” si chiamavano Afeltra, Biagi, Fallaci, Montanelli, Pasolini, Pivano solo per citarne alcuni e in ordine alfabetico.

Intendiamoci, non ho nulla contro le persone che, sfruttando la tecnologia ora disponibile, i social media, pensano di essersi inventate questo lavoro. Mi domando solo: ma i milioni di follower che seguono attraverso i social quello che pubblicano giornalmente questi influencer che cosa cercano in questi contatti? Perché ogni giorno si collegano a questo o quel social per vedere la foto o il video postato da tizia o caio? Qual è il desiderio che li tiene collegati: è semplice curiosità o c’è dell’altro?

Nel paragrafo precedente ho scritto “pensano di essersi inventate un lavoro”, perché recentemente sono stato al Museo Diocesano di Milano e ho avuto la fortuna di ammirare il capolavoro del pittore Paolo Veronese, l’Adorazione dei Magi, “traslocato” in quella sede per le festività natalizie, per gentile concessione della Chiesa di Santa Corona a Vicenza, dove di solito è collocato.

Veronese dipinge l’opera nel 1573, quando ha 45 anni. È nel pieno della sua attività artistica, è affermato e riconosciuto affidabile e credibile come pittore. Riceve da un importante e ricco signore della sua città, Vicenza, una somma per dipingere un’opera che dovrà rendergli onore e garantire fama nel tempo.

E il genio di Paolo Veronese ci propone l’Adorazione dei Magi dove i mantelli indossati dai tre maghi raffigurano le stoffe preziose, prodotte dal ricco committente dell’opera, che trova posto anche lui nella parte sinistra del dipinto. La finezza della pennellata del pittore rende alla perfezione la qualità e il colore delle stoffe tessute e vendute in tutte le corti d’Europa dal committente che si assicura in questo modo la massima forma di pubblicità consentita alla sua epoca. 

Paolo Veronese si può quindi definire un influencer ante litteram.

Passati i secoli, e perso il valore delle informazioni di marketing sull’attività tessile e commerciale del committente del quadro, cosa ci resta? Per fortuna, ci rimane l’opera straordinaria di Paolo Veronese; anche se non tutti conoscono la storia del dipinto, non importa poi molto: per l'Adorazione dei magi ci sarà sempre un posto nei libri di storia dell’arte.

Ma tra cinquecento anni, che cosa verrà ricordato degli influencer dei primi anni del XXI secolo?