Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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venerdì 1 gennaio 2016

Il Sesto Senso

Il Sesto Senso, USA, 1999, Regia di M. Night Shyamalan




Recensione di Alberto Bordin



Delle cinque emozioni di Inside Out, una che varrebbe davvero la pena indagare in futuro è Paura. Gioia non è in sé sufficiente a descrivere quella forza che ci muove e chiamiamo Amore, né le altre tre possono reclamare una simile potenza e autonomia; ma Paura: la paura è un motore – o antimotore, che dir si voglia – di energia esorbitante. Quanto possiamo vivere dominati dalla paura, quante scelte pensate, organizzate, agite, in virtù di essa. È difficile concepire le giornate, una vita, dominate da rabbia o disgusto, forse dalla tristezza, ma sempre come un risultato, come un quoziente del vivere. La paura invece può porsi alla radice del nostro quotidiano. Ed è tuttavia difficile parlare con coscienza della paura, e pertanto è difficile farne un film.

Lasciamo da parte quella produzione strozzata di pellicole che si autofagocitano in un mercato di salti sulla poltrona, squartamenti sanguinolenti e mostri senza un perché e senza un come – ricordiamo che pure il Demonio ha un perché e un come. Anche nell’esiguo mercato restante, trovare soddisfazione da un film horror è cosa rara. Alcuni utilizzano l’horror come pretesto – andate a vedere l’ultimo film di Del Toro Crimson Peak: è una storia d’amore condita di fantasmi – mentre i restanti fanno dell’horror un gioco immorale, una disperata corsa verso la salvezza senza redenzione o catarsi.
Dentro un panorama tanto desolante, film quali Il Sesto Senso sono una manna dal cielo.

Malcolm Crowe è uno psichiatra infantile, medico di successo, felicemente sposato, finché una notte un suo vecchio paziente irrompe in casa sua accusandolo di averlo abbandonato; gli lascia in regalo una pallottola nell’addome e si spara. Sono passati otto mesi e apparente tutto è tornato alla normalità, ma ora Malcolm sente pesare il senso di colpa, e l’ossessione che l’attanaglia in cerca di redenzione sta mandando in frantumi il suo matrimonio. A soccorrerlo, ecco la sua occasione: il piccolo Cole di 9 anni soffre degli stessi disturbi del paziente suicida. Il bambino si sente perseguitato da un male profondo, è dissociato dal mondo, additato dai compagni come uno stupido, e la madre single per quanto bene gli voglia non è tuttavia in grado di aiutarlo. Crowe, non senza preoccupazione, si accolla il caso. E sarà in un’acquisita intimità che il bambino gli confesserà il suo grande segreto: “io vedo la gente morta. Continuamente”.

16 anni fa, Il Sesto Senso fu un film di sorprendente qualità; nella scrittura, con uno dei più eclatanti e imprevedibili colpi di scena di sempre, e nella regia, prima grande opera a battezzare l’astro cadente che è stato M. Night Shyamalan. Il Sesto Senso racconta una storia di terrore, ma è sul primo punto che vorremmo focalizzarci: racconta una storia; ed è il secondo che ci sorprende per non porsi a contraddizione del primo: di terrore. Quella di Crowe e Cole è un’avventura terrificante ma non priva di speranza. È la chiamata a un cammino che con l’angoscia nel cuore i due protagonisti si apprestano a percorrere con una sola domanda, quella che dovrebbe implicitamente chiedersi ogni eroe: qual è il significato di tutto ciò?

Elogiamo la fotografia sobria, le inquadrature meticolose atte a raccontare, l’interpretazione convincente di Bruce Willis e quella magistrale del piccolo prodigio Haley Joel Osment, e poi le musiche, che incarnano la dolorosa nostalgia delle anime che vagano in pena sulla terra. Lodiamo gli sceneggiatori per regalarci una storia che ne contiene dentro un’altra: queste sono le vere sorprese, quelle sorprese che adoriamo e che restano immortali, ovvero le sorprese che non erano attese, le spiegazioni che se non fossero giunte non ci saremmo aspettati di ricevere; pensavamo di aver visto un film – un bel film – e invece era uno anche migliore – ricordate Fight Club? Psycho? L’Impero Colpisce Ancora? è di questi film che stiamo parlando. Ma appunto Il Sesto Senso è un bel film prima della sua rivelazione, perché è una storia di trasformazione e di crescita. Il Sesto Senso ci fa paura per insegnarci una cosa importante: non dobbiamo averne. Non vogliamo averne, combattiamo per non averne più. E pur nell’ansia e attanagliati dal terrore di un bambino di 9 anni abbandonato a sé stesso, solleviamo quella tenda rossa andando incontro a ciò che ci chiama, per scoprire perché ci sia concesso questo spaventoso dono.

È il cammino della vocazione, perché in fondo ogni avventura inizia con una chiamata. E nella pace della rivelazione, gli spiriti e gli uomini possono guardare a ciò che hanno di più caro e scoprire quel significato profondo. Porre termine alle proprie afflizioni e finalmente essere liberi: ovvero redenti.

venerdì 25 dicembre 2015

Star Wars VII

Star Wars VII, USA, 2015, Regia di J.J. Abrams 





Recensione di Alberto Bordin




Monstrum, monstri – sostantivo neutro II declinazione: portento, evento straordinario, essere prodigioso. Ci sono alcuni mostri che attendono solo di essere raccontati. Creature mitologiche esorbitanti, chiuse nelle loro grotte, di cui tutti “temiamo” – biblicamente inteso – lo sprigionarsi. Star Wars è un mostro forse senza pari.

In un passato remoto, dentro una galassia lontana, in un mondo ciclico e senza tempo, le creature più progredite si sono unite in un nuovo ordinamento galattico. E questo ordine vive nell’armonia di uno Spirito, un’energia che attraversa tutte le cose e alimenta la vita stessa: la Forza. Pochi individui sono in grado di percepire questo flusso ed entrare in comunicazione con essa, prenderne parte divenendo strumenti di opere inimmaginabili agli scettici. E di tali individui, alcuni hanno scelto una vita sacerdotale, servitori della galassia e dell’ordine cosmico, i Cavalieri Jedi. Altri invece, nella fame di potere e conoscenza, usano quella forza per la propria affermazione e conquista, piegandola al loro volere in un mondo di caos, i Sith.

Non c’è storia: Star Wars non ha rivali. Non certo il combattivo fratello Star Trek, avventura di esplorazione e di dialogo con nuovi popoli per una convivenza con “l’altro”, per quanto distante e quanto diverso. E pure rispetto a Lord of the Rings (LOTR), bisogna ammetterlo, Guerre Stellari pone molte frecce al suo arco. LOTR è l’epica del potere e della corruzione dei potenti, dove l’infinitesimamente piccolo racchiude tuttavia il destino di un intero mondo. Ma Star Wars è il mondo della fede. «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». Star Wars è la battaglia assoluta tra bene e male dove la fiduciosa obbedienza alle forze che comandano il cosmo si scontra con la feroce volontà dell’egocentrismo umano. Sono le due dimensioni più grandi e affascinanti dell’uomo poste in lotta tra loro. Ed è a seguito di tali premesse che i film sono un’enorme delusione.

Film al plurale; perché questo nuovo episodio, il VII in cronologia di pubblicazione ma anche narrativa, non è in niente peggiore dei suoi predecessori. La storia intrattiene, i combattimenti intrigano, le battute fanno sorridere e il comparto artistico si muove bene. Ma non è nemmeno migliore. E per questo episodio è forse anche più grave.

All’uscita della prima trilogia, pubblico e critica furono divisi. Il primo film del ’77 fu una produzione di serie-b se non peggio, a bassissimo budget e con trovate produttive che rispecchiano il concetto moderno di trash. Ma la critica attaccava soprattutto la sceneggiatura accusata di superficialità e infantilismo. Eppure le folle videro il potenziale di una storia mai vista prima, intravidero quel monstrum dietro la pellicola. George Lucas ci regalò una delle più grandi avventure eroiche mai raccontate – e si vuole sottolineare l’assoluto dell’affermazione – con uno dei plot twist più celebri della storia del cinema, consolidando una trama che tremava in una scrittura imbarazzante a dir poco. Quindici anni ci sono voluti per la seconda trilogia che invece di continuare la precedente decise di anticiparla in una storia di origini. E nonostante dialoghi da mani nei capelli, nuovi personaggi insopportabili e sviluppi narrativi montati con il vinavil, il respiro, le musiche, la storia epica, continuavano a vibrare dietro gli strafalcioni di un prodotto ancora inadeguato alla sua sostanza. Fino al 15 dicembre 2015, Star Wars era un Leviatano in riposo ma insoddisfatto, attendendo di poter finalmente volare temibile in tutta la sua potenza inespressa. E in tal senso, l’episodio VII è stata un’assoluta delusione.

Il film imita in tutto l’antico predecessore “Guerre Stellari” – ribattezzato “Una nuova Speranza” – facendolo solo “più grosso”, anche nei suoi difetti. Fa specie non poter raccontare nulla della trama senza “rovinarla”, a motivo di una storia che si alimenta solo di alcuni colpi di scena e nulla più. E quali colpi di scena! Indubbiamente anche questo nuovo capitolo nasconde l’ossatura di un grande racconto, ma una scrittura sempre scialba storpia tutto nella più assoluta superficialità.

Che pena; soprattutto constatando quanto buone fossero le premesse. I primi minuti sono veramente affascinanti, soprattutto nella presentazione dei due nuovi protagonisti. Un soldato del Primo Ordine, uguale a tutti i compagni, irriconoscibili dentro le anonime armature bianche; eppure non uguale: una mano di sangue gli macchia il casco distinguendolo – genialmente – nell’apparenza, ma anche nel conflitto che lo abita, poiché lui solo porta sul volto l’orrore della guerra. E poi una giovane ragazza, una solitaria sopravvissuta di un pianeta desertico, che ripulendo un pezzo di metallo si trova a fissare una donna fare lo stesso lavoro ma le cui rughe e la stanchezza la segnano su tutto il corpo; e in un lampo la giovane vede il temibile riflesso del suo futuro, mentre i suoi occhi inseguono le navi che fuggono libere nel cielo azzurro. E poi … più nulla.

La storia segue in un terribile qualunquismo, la posta in gioco (altissima!) pare assolutamente trascurabile. E nemmeno la bella e affascinante Rey è al posto giusto. Figura poco consistente, non incarna mai pienamente il tema. Lei che dovrebbe essere il veicolo per “Il Risveglio della Forza”, non vive mai – veramente – un conflitto a riguardo. Perseguitata da un fantasma di cui non ci è data spiegazioni – e si spera che l’imbarazzante gioco di sguardi finali non sia la rivelazione della più prevedibile risoluzione al mistero – Rey non ha alcun problema morale con la forza; al contrario sembra fatta apposta per seguirla. Nessuno scetticismo, nessun volontarismo di autoaffermazione, una ragazza generosa e votata al sacrificio: cosa deve vincere, se non una vaga paura – di cui non siamo messi al corrente! – per padroneggiare finalmente la forza?

In tutto ciò, è fin troppo fragile rispetto all’antagonista, un personaggio al contrario vivamente intrigante e dilemmatico; ma tristemente spiattellato senza pudore e senza sostanza. In una scena dolentissima, che avrebbe dovuto far urlare tutta la sala, piangere i fan, lasciarci per mesi con un groppo al cuore – più di qualunque tragedia di Game of Thrones – , metà sala aveva già previsto lo sviluppo, l’altra metà si è grattata la testa in un “sentito” dispiacere. E qui risiede la vera tristezza: vedere svilupparsi davanti ai propri occhi una promessa emotiva senza pari, e poi essere spettatori del suo sfaldarsi inconsistente.

È questo il problema con Star Wars: è un’eterna promessa infranta. E il VII episodio si era fatto carico di tutta questa promessa e di 10 anni di attesa, quasi 35 per i nostri vecchi eroi. Ma con il tradimento in petto dobbiamo constatare che ha fallito.

Il Leviatano riposa ancora.

martedì 22 settembre 2015

Inside Out


Inside Out, USA, 2015,  Regia di Pete Docter




Recensione di Alberto Bordin



Paura, si occupa di tenerci al sicuro da ogni pericolo. Disgusto, lei evita che veniamo avvelenati, fisicamente e socialmente. Rabbia ha uno spiccato senso di giustizia. E Tristezza … a cosa serve Tristezza?

Questa è la domanda che si pone Gioia, una delle cinque emozioni, che assieme ai quattro colleghi abita la mente delle piccola Riley. La guidano nel mondo reagendone agli stimoli, e collezionano ricordi – in forma di piccole sfere luminose – costruendo ogni giorno la personalità della bambina. Ogni ricordo è unico e dominato da un’emozione. Ma ci sono dei ricordi ben più importanti, i “ricordi base”, che alimentano un’aspetto peculiare della personalità di Riley. Vere e proprie isole della nostra memoria le quali, come si formano, influenzeranno tutte le nostre azioni nei giorni a venire: senso di giustizia, onestà, amicizia, sport, famiglia … valori preponderanti, che si insidiano in ogni individuo secondo la sua esperienza e che lo rendono unico, diverso da ogni altro. Non è un caso che i ricordi base di Riley siano tutti gialli e gioiosi, perché è Gioia a comandare. Ogni persona ha un’emozione predominante sulle altre e per Riley è Gioia. E dunque sorge legittima la domanda di quella piccola emozione solare: tutti lavoriamo perché Riley cresca e sia felice; ma a cosa serve allora la Tristezza?

Le domande rimangono insolute finché l’esperienza non esige risposte, e quella, tiranna, colpisce presto le nostre protagoniste: Riley si trasferisce a San Francisco. Nuova casa, nuova scuola, nuovi amici, nuovo ordine familiare. Ma non c’è nulla di ordinato, la bambina non riesce a reagire positivamente ai catastrofici cambiamenti; Gioia si sente spaesata, mentre Tristezza agisce in modo strano, prendendo – involontariamente – piede nella giornata della piccola. La goccia che fa traboccare il vaso è quando Riley genera un nuovo ricordo base, ma questo è blu e freddo come Tristezza; Gioia non lo può permettere. Cerca di fermare il processo, eliminare il ricordo; Tristezza si frappone, entrano in colluttazione, i ricordi base si spargono in giro, e prima di rendersene conto, Gioia, Tristezza, e quei ricordi, si trovano rigettati nella lontana e labirintica memoria a lungo termine della bambina.

La situazione è tragica: Riley è sprovvista della sua emozione fondamentale e ha perduto i ricordi che alimentano la sua personalità. Se non rientrano per tempo al quartier generale, le isole di Riley si sfalderanno dalla prima all’ultima spezzando l’anima di quella piccina. E Riley non sarà più Riley.

Quanta amarezza. La quiete di Inside Out è solo apparente, un trasloco e una crisi adolescenziale. Ma a conti fatti il film non ha nulla da invidiare a quelle scene che hanno già saputo spezzarci il cuore: la separazione da Andy, la canzone di Jessie, la morte di Coral, la “croce sul cuore” di Carl, l’addio di Boo, le lacrime di Dori e quelle di Bob, il ricordo di Ego, la “direttiva” di Wall-e, la scomparsa di Ellie, l’abbraccio di Nemo. La Pixar non si è mai risparmiata di ferirci nel profondo, di graffiarci con innocenza, generando in molti tra noi tanti “ricordi base”. E pare oggi auto-interrogarsi: perché? A cosa serve tanta tristezza? Saremmo sciocchi se non ammettessimo che ci fa bene, che i film Pixar fanno bene. Ma perché fanno bene quando fanno tanto male? Perché un film per bambini, per i cuori innocenti, deve essere tanto duro? E se vogliamo, Inside Out chiede di più: perché, quando tutto ti disarma e non trovi dove appoggiarti e si prospetta solo il peggio, perché proprio allora qualcuno dovrebbe abbandonarsi alla tristezza? Cos’è questa follia che muove la nostra natura?

Gioia non lo capisce, noi non lo capiamo. Siamo cresciuti imparando a vedere il bicchiere mezzo pieno, a “cercare in una stanza vuota il potenziale inespresso”. Lo sappiamo che si tratta solo di prendere la situazione in mano, svegliarsi la mattina con un sorriso, “imparare a rialzarsi”, vedere il bello in tutto, pensare positivo. O forse no. C’è qualcosa che sfugge. Vogliamo essere felici. Ed essere gioiosi non basta.

Ci sgretoliamo sotto i colpi inclementi di una vita che non ci dà più nulla di cui essere positivi, nulla di bello da affermare. Tutto ciò che più vale, che più conta per noi, quelle verità che albergano sovrane nel nostro cuore, vengono provate e poi annientate, precipitando nell’oblio della mente, con l’inquietante presagio che non torneranno mai più. Come combattere tutto questo? Come può la sconfitta essere strumento di vittoria?

Ci commuovono ancora una volta gli autori Pixar. Non solo per quello che dicono, ma perché ce lo dicono. Pete Docter ci ha già accompagnati con ingegno dentro la Monstropoli di Monsters & Co. e con amarezza sulle Cascate Paradiso di Up. La sua ultima fatica si nutre di entrambi: ingegnosità e affanno, la gioia di una mente creativa e la sofferenza di un animo onesto. Non ci risparmia nulla, a noi, ai nostri nonni, ai genitori, ai fratelli, ai figli, ai nipoti. Non ce lo risparmia, anzi ce lo dona. Seguendo Riley, osservandola con il cuore in mano attraversare questo silenzioso abisso, accompagnando Gioia nel suo smarrimento e nella sua sconfitta, si fa compagno a ciascuno di noi, guida, fratello, padre.

E ci svela infine. Che nulla viene per nuocere. Che il sacrificio non ci rende poveri ma ci arricchisce. Che non siamo fatti male, abbiamo un cuore nei cui misteri dobbiamo confidare. E che tutto opera per la nostra crescita e il nostro conforto rendendoci donne e uomini colmi di una felicità che non conoscevamo né potevamo sperare.

Lasciamo dunque che operi.

martedì 12 maggio 2015

Se Dio vuole

Se Dio vuole, Italia, 2015, Regia di Edoardo Falcone



Recensione di Alberto Bordin


Tommaso è un cardiochirurgo, preciso, severo, competente; ateo. “I miracoli non esistono: sono solo stato bravo”. Una moglie depressa, una figlia scema; la sua gioia è il figlio Andrea, pronto a seguire le sue orme nell’esercizio della professione medica. Ma Andrea negli ultimi tempi è strano: non consegue più gli esami, è tormentato da un qualche segreto e ultimamente passa le proprie serate sempre in compagnia, ma non del gentil sesso. Tommaso è anche un uomo tollerante, un uomo di mondo, razionalista, ed è pronto alla confessione del figlio: è evidentemente gay. Andrea riunisce tutta la famiglia, sul divano sono in attesa della rivelazione: “papà, voglio farmi prete!”.

Negli ultimi anni la mancanza di budget e la poca lungimiranza produttiva hanno incastrato il cinema italiano nel “non” genere della commedia. A rincarare la dose, in un prodotto che già si distingue per poca varietà tematica e uno spettro emotivo ristretto, oggi la commedia italiana risente anche di qualità. Il cinema è saturo e non c’è prodotto che spicchi oltre i titoli dell’accoppiata Zalone–Nunziante. “Se Dio Vuole” finalmente risolleva il tiro con una fresca ventata d’ilarità e una scrittura piacevole ed efficace.

Il film fa ridere, e non è poco. In una scuola che si consuma nell’arte della gag, ci troviamo davanti a un prodotto che gioca la sua comicità nella situazione: non è un racconto pieno di battute, sono gli stessi eventi a essere esilaranti. E ciò ha luogo solo grazie a una storia solida nella propria struttura, misurata nei suoi tempi, ponderata nell’economia del dramma e della battuta, quindi efficace nel riso.

“Se Dio Vuole” è un film dalla sceneggiatura forte; ma anche ben diretto. Il budget è evidentemente esiguo, eppure ciò non toglie arte al regista per condurre efficacemente la scena; la ripresa e il montaggio sono tanto ironici quanto – se non più de – i dialoghi. L’occhio dello spettatore è divertito quanto l’orecchio, merito anche dell’ottima accoppiata Giallini–Gassman, che gestiscono e reggono con credibilità – ma senza invadenza – l’intero film.

Ma il riso non funziona mai se è stupido, o peggio, istupidito da una retorica arida che contamina tanto cinema nostrano. Con semplicità e tenerezza, il film di Falcone è genuino e arguto su una domanda semplice: esiste Dio? e qual è il Suo ruolo nel muoversi di questo mondo? È un percorso di fede autentico che si agita proprio in Tommaso, una domanda a cui in maniera altrettanto autentica – e meraviglia: senza retorica – il feroce chirurgo dovrà rispondere.

Tutto ciò avviene così silenziosamente che è quasi non visto, e ti coglie di sorpresa nella piccola epifania del finale, dove ogni pera matura, e ogni evento accade – quale che sia il nostro destino – solamente “Se Dio Vuole”.

venerdì 6 marzo 2015

Boyhood

Boyhood, USA, 2014, Regia di Richard Linklater



Recensione di Alberto Bordin



Molti avranno sentito o pronunciato la fatidica frase “la vita non è un film” “la vita non è un romanzo”. È esattamente l’opposto: la vita è il più grande film, il più grande romanzo. Ed è questo che cerchiamo di fare noi, girando film e scrivendo romanzi: non solo “raccontare” la vita, ma farla riaccadere, far rivivere quella storia sorprendente, quell’inimitabile racconto; eppure nella nostra pochezza non possiamo che renderla artefatta. La nostra vita è un film come non saremo mai in grado di girarlo, un romanzo che non sapremo mai scrivere. La vita è davvero il più grande racconto: accade nonostante la nostra negligenza, cresce benché la nostra immaturità, genera ordine e significato dove noi troviamo solo caos e inconsistenza. È un racconto che si scrive da solo, non interpellato, un passo alla volta; e gli sceneggiatori di Boyhood sapevano che, perché il loro progetto funzionasse, avrebbero dovuto fare lo stesso.

Boyhood è un esperimento ambizioso che copre un arco di 12 anni. È la storia del piccolo Mason Jr., la sua avventura attraverso i dinamici anni dell’adolescenza, una sorella, due genitori divorziati, due matrimoni e tre case, il liceo, gli amori, la passione per la fotografia, fino all’età adulta e l’inizio di una vita fatta di responsabilità. Un progetto banale e una storia noiosa, se non fosse che il film ha veramente percorso 12 anni di vita del giovane. Iniziando le riprese nel 2002, ha trovato compimento nel 2014, pronto a concorrere all’Oscar come miglior film dell’anno. E la candidatura è meritata: il film è sorprendente.

Il racconto si muove sommesso in un mondo in mutamento. Cambiano gli attori che crescono e invecchiano con la naturalità e potenza che solo la vita sa rendere; ma cambia anche il contesto, la politica, le mode, le canzoni, i vestiti, la tecnologia. Un insieme di fattori, appunto, che non sarebbe stato possibile ideare fin nel suo incipit: si tratta di un progetto che andava accompagnato, o meglio, da cui bisognava lasciarsi accompagnare. Tutto ciò, ovvio, a discapito di un soggetto forte, di un racconto entusiasmante e originale; Boyhood è un esperimento che non si potrebbe ripetere una seconda volta senza generare un’inesorabile sensazione di noia, scontando già tutta la pesantezza di quasi tre ore di filmato. Ma l’originalità ideativa è sacrificata in favore di un altro tipo di originalità, ovvero di una “autenticità”.

La storia è ferma perché Mason lo è, ma non sarebbe potuto essere altrimenti; dopotutto il film non si intitola “Mason”, ma “Adolescenza”. Potremmo prospetticamente vedere quella come la vera protagonista, l’eroina che porta avanti l’azione della storia, l’elemento motore del cambiamento. Un motore in grado di trasformare le nostre fattezze fisiche, alterare la nostra voce, renderci più alti e affascinanti, farci dimagrire, ingrassare, ingrigire, scolpirci il mento e coprirlo di pelo; è la stessa forza motrice che trasforma il nostro atteggiamento, il nostro rapporto con il mondo: solo ieri il mondo di un bambino, oggi quello di un liceale, domani di un collegiale; oggi di un innamorato, domani di un cuore infranto. La vita ci trasforma anche quando non le chiediamo di farlo. Rimaniamo con lo sguardo fisso a terra, convinti nella nostra frustrazione dettata dall’inesorabilità degli eventi, ma non riconosciamo che quegli eventi inesorabili sono in continuo moto. Ripetiamo “è sempre la stessa storia” e nel frattempo quella storia ha cambiato registro due, tre, dieci volte, ed è solo la nostra incoscienza a trattenerci indietro, una cieca ignavia.

Boyhood è in grado di sorprenderci raccontandoci la storia più comune, quella di tutti giorni. Perché la realtà di tutti i giorni è una storia sorprendente. Perché la vita accade, e per questo è sorprendente. Ripetiamo sempre “insegui l’attimo”, ma “forse è esattamente l’opposto: è l’attimo che insegue te”.

sabato 28 febbraio 2015

Whiplash

Whiplash, USA, 2014, Regia di Damien Chazelle




Recensione di Alberto Bordin



“La sofferenza è l’anima della grandezza”. Questa sentenza è incompiuta: non basta soffrire per essere grandi; certo però non si può essere grandi senza soffrire. È necessario dunque un equilibrio, lo stesso che deve conoscere il fabbro forgiando la spada. Il martello non può esimersi dal colpire, né il fuoco dall’arroventare, ma la lama va preservata perché non si spezzi. Brucia ed è battuta, ma se sopravvive sarà più dura e robusta di quanto lo è mai stata prima, pronta per essere affilata e utilizzata in battaglia.

Quindi qual è l’equilibrio? Il mondo si è di sicuro ammorbidito, la società contemporanea non è più in grado di affrontare il dolore della sconfitta, del rimorso, l’amarezza dell’impotenza. Il maglio della vita che ci batte non ci indurisce più, ci spezza la schiena invece, ci getta nel vittimismo, nell’autocommiserazione e corriamo agli appuntamenti con gli psicanalisti. Ma d’altro canto è lecito denigrare, ferire, martoriare (psicologicamente e non solo)? Può essere che l’unica soluzione per la grandezza sia un grande male? Infliggerlo ed infliggersene?

Andrew è un batterista jazz diciannovenne che studia nella più prestigiosa scuola di musica di New York. Desideroso di dare prova del suo talento, troverà la sua occasione nella band del geniale ma diabolico Terence Fletcher. Persona rispettabile e amabile nel mondo, Fletcher si trasforma in una creatura abominevole quando si tratta di musica, specialmente della sua. Il suo folle perfezionismo e l’ossessione di Andrew li getteranno in un vortice distruttivo che metterà alla dura prova il ragazzo, sul baratro tra un musicista temprato o un adolescente spezzato.

Nato come sviluppo di un cortometraggio, Whiplash è un film di produzione a basso budget dal ritmo incessante e travolgente. Di feroce thrilling, la storia cattura per dinamicità e violenza ma senza mai scadere nel luogo comune né nel facile scandalo. Vedendo il personaggio di Fletcher paragonato al sergente istruttore Hartman di Full Metal Jacket, è bene notare quanto i due stili divergano, poiché Chezelle non condivide il nichilismo di Kubrick né il suo eroe è mai determinato nella sua sconfitta; le fiamme della vita sono appunto quelle dell’officina, non dell’inferno.

Quindi, quale la soluzione? A rigore, la conclusione del film parrebbe darla vinta alla durezza del maglio, per cui davvero non possiamo sperare di ottenere nulla di grande senza prima aver rischiato di spezzarlo. Ma ciò sarebbe riduttivo, poiché in vita non bastano i colpi di martello, e un uomo non è una spada; è necessaria una personalità, la prepotenza di un individuo che sappia affermarsi egocentricamente. Il colpo non piega ma chiama, bussa e picchia sulla coscienza attendendo una risposta, di qualcuno che sappia rientrare sul palco e dire “non mi spezzo; ci vuole ben più di questo ad annientarmi”.

E in quindici minuti di pura adrenalina, in un montaggio frenetico e dinamico tra sassofoni, ottoni, percussioni, piano e contrabbasso, nella febbre del jazz, un giovane gioca tutto se stesso, la sua morte, la sua rivalsa, la vittoria, la sfida, l’intesa e la reciproca stima.

E infine ha vinto: è un uomo forgiato.

domenica 16 novembre 2014

Interstellar

Interstellar, USA e Regno Unito, 2014, Regia di Christopher Nolan



Recensione di Alberto Bordin


Se il cinema fosse un viaggio acquatico, i Nolan sarebbero degli esperti di rafting. Viaggi all’apparenza brevi ma perigliosi, muniti di strumenti semplici ma che richiedono acume e tecnica, un’avventura sportiva, quasi acrobatica, spaventosamente semplice ed emotivamente complessa. Ma con Interstellar, i due fratelli hanno deciso di affrontare diverse acque: i colpi di pagaia dentro correnti torrentizie lasciano il posto alle vele del galeone, dentro il viaggio antico e abissale del profondo oceano. È una proposta rivoluzionaria, prima che al cinema alla loro carriera, volgendo la testa verso un genere più lineare e di largo respiro, molto più lento e diluito, apparentemente semplice nella sua realizzazione, ma produttivamente carico di rischi. Con Interstellar i fratelli Nolan hanno abbandonato il puzzle, hanno abbandonato la narrazione a spirale, la caduta nel vortice, i tortuosi montaggi serrati, gli arguti giochi di investigazione e caccia al ladro, dedicandosi con cinefila passione al genere fantascientifico, ai viaggi interstellari, alla visionarietà del 2001 di Kubrick, all’armonia degli Incontri Ravvicinati di Spielberg – o meglio dire di Williams; comunque non a caso Jonathan aveva scritto la sceneggiatura per il regista di E.T. –, dove la complessa struttura tridimensionale del vortice si schiaccia come una molla, chiudendosi in due dimensioni in una più classica narrazione circolare, non a caso uno dei temi fondanti del film. E parlando di temi, i Nolan non azzardano di meno.

Interstellar è il primo film di Nolan a respirare speranza, è il suo primo film a nutrirsi di una promessa buona. Gli uomini usavano alzare gli occhi al cielo e guardare alle stelle mentre ora li abbassano al fango che li circonda; ma l’uomo, che è nato sulla Terra, non è destinato a morirvici. Cooper questo lo sa, è mosso da questa coscienza, di un destino più grande, dal desiderio di un compimento per sé e per chi gli è caro. Per questo la sua ambiziosa passione per lo spazio non trova riposo, e sempre per questo non c’è delusione nel desiderio di suo figlio di dedicarsi all’urgenza del quotidiano, per quanto anonimo; è il cuore il metro degli uomini.

Amorevolezza: è lei la vera forza centripeta di questa storia, il motore che tutto muove e a cui tutto torna. In un mondo in cui spazio e tempo sono relativi e si cercano costanti cui aggrapparsi, strumenti per cui vivere, può l’affezione, quel legame che ci lega oltre il tempo, oltre la memoria e addirittura la morte, può veramente essere messa da parte? Dovendo – scientificamente – scegliere se seguire la destra o la sinistra, davvero è senza valore che in una direzione ci sia la persona che amo? Perché l’amore è conoscenza, è scienza; “l’amore è quantificabile”, ossia è un fatto, agisce nella storia, nel mondo, e lo trasforma. L’amore di un padre per una figlia non può non contare, anzi è tutto ciò che conta, l’intero destino della razza umana dipende da esso, per cui quell’uomo, e solo quell’uomo, può compiere ciò per cui è stato chiamato.

Una simile proposta non può non toccarci, ci riguarda nel profondo, ci punge nell’intimo chiamando in causa tutto il nostro umano, ridestando un io assopito, infiammando un io desto.

Eppure così da solo non basta.

Così, da solo, quello che raccogliamo è un concetto, è un discorso. Nolan ci offre uno splendido trattato morale, qualcosa da assimilare e di cui è certamente bene fare verifica. Ma non è questo il cinema. Perché il cinema è arte.

Vogliamo tenerci distanti da insipidi battibecchi di un cinema alto o basso, lontani dai tentativi ideologici di distinguersi per una elevata produzione culturale. Il cinema è arte per il semplice fatto che, come solo l’arte può, permette di conoscere qualitativamente e non quantitativamente. Tutte le scienze umane conoscono il mondo quantitativamente. È un accumularsi di conoscenza: non posso comprendere un’equazione se non conosco le tabelline, e sarò all’oscuro della legge della relatività di Einstein senza una laurea in fisica quantistica; il mondo si svela per livelli, e solo agli eletti è permesso di conoscerlo. Ma l’arte salta ogni classe sociale e divisione culturale, attingendo all’unica sostanza che tutti condividiamo, lo strumento di cui tutti siamo in possesso: il cuore, e la sua esperienza. Il cinema è per i villici, non per le élites. Il cinema, come l’arte, è per i bambini, colpisce l’uomo nella sua origine, nella sua sorpresa e corrispondenza primordiale; tra le opere dell’uomo, infine è l’arte la nostra salvezza. E quindi, se non per questo, per cosa vale un film?

Se ci stimola intellettualmente ma non ci commuove, se stuzzica i nostri neuroni ma non ci punge le interiora, se ci tortura le meningi ma non spreme i nostri vasi lacrimali, convocando il pensiero ma dimenticando l’emozione, allora come possiamo giustificare la nostra presenza in sala?

Le storie sono come un vaso rotto che va ricomposto. Interstellar ci insegna come si ricompone il vaso; ma quello di cui avevamo bisogno non era il vaso ma il vasaio. Non ci basta sapere “che l’amor move il sole e l’altre stelle” ma dobbiamo conoscere “l’amor CHE move il sole e l’altre stelle”, ossia invece che l’idea, l’avvenimento. Non il concetto di amore ma uomini che amano; non un cogitare ma un avvenire, un compiersi, qui e ora, in queste tre ore di pellicola.

E tuttavia, nella confusione, nell’accalcarsi di buoni propositi, nello spalancarsi di un cinema tutto da citare e autoriferito, infine si perde l’essenziale, si perde l’occasione di rappresentare quella deliziosa verità – renderla presente – tangibile esperienza in quelle preziose ore di film – in un qui e un ora – riducendosi a poco più che un rimando, occasione per altro loco, per altro tempo. E il cinema non è questo. Non deve essere questo.

La delusione più grande è una grande occasione perduta. E Interstellar è una dolcissima proposta umana. Ma bisogna ancora farne un film.

martedì 2 settembre 2014

Dragon Trainer 2

Dragon Trainer 2, USA, 2014, Regia di Dean DeBlois


I personaggi di Dragon Trainer 2

Recensione di Alberto Bordin


Uno degli elementi più interessanti nella lettura dei manga giapponesi avviene durante lo stacco tra un capitolo e l’altro. È uso comune quello di aprire ogni nuovo episodio con una pagina singola, solitamente facente da copertina, con rappresentati gli eroi o antieroi, magari alle prese con gli eventi che saranno a seguito narrati; ma capita anche spesso, soprattutto in alcune serie più recenti – vedi OnePiece, Bleach o Naruto per citarne alcuni –, che all’interno di tali inserti si vedano i vari personaggi alle prese con eventi assolutamente estranei al contesto narrato. Si tratta principalmente di scene di quotidiano, momenti di convivialità immortalati come in scatti fotografici, scene che vedono i nostri personaggi più cari mangiare insieme, andare al mare, giocare, passeggiare, magari anche litigare, in un clima estremamente nostalgico e di ricordo. In tali sequenze essenzialmente vige la legge del “ma se accadesse che … ?”; i suddetti personaggi sono così calati all’interno di situazioni uniche, possono vestire diversamente dai loro soliti costumi o essere sbeffeggiati per il loro look usuale, alle volte sono pure catturati in compagnia di detti villain per assurdo in un clima pacifico che mai vedremo nelle nostre avventure. È proprio questo “non vederlo mai” a generare la profonda nostalgia per un mondo che improvvisamente sembra spandersi più grande di quanto potremo mai conoscerlo: sono le storie mai raccontate di quel mondo; possiamo sbirciarci dentro, ma null’altro: la loro rimarrà una memoria segreta, e quanto resterà a noi sarà soltanto l’istantanea di un ricordo mai vissuto.
La prima caratteristica che salta all’occhio vedendo Dragon Trainer 2, è proprio questo senso di “espansione” narrativo dal colore tutto nipponico.

Già il suo predecessore doveva molto alla cultura del sol levante, innanzitutto nelle fattezze del suo protagonista alato, disegnato sulla falsa riga dello stile miyazakiano. Ma aperto il file di un mondo coabitato da draghi e uomini, è evidente che il team Dreamworks abbia puntato molto sull’indagare questo nuovo mondo, ampliarlo, testarlo, nei colori, nei contesti e nei dinamismi possibili, improbabili, immaginabili. Solcare il mare assieme a draghi-balena, planare tra le nubi al fianco – invece che sul dorso – di Sdentato, e poi di nuovo scoprire nuove terre e cieli inesplorati e andare più a fondo ancora di un rapporto uomo animale che non smette di lasciare sorprese e strappare sorrisi. Non di meno questa nota curiosa e arguta diventa uno stile narrativo, per cui se nel centro della scena si svolge il filo principale del racconto, il nostro occhio va a un angolo dello schermo, dove quel mondo continua a muoversi indisturbato nella propria quotidianità ma a noi per nulla quotidiana, con draghi che giocano tra di loro, vichinghi che si spazzolano i baffi, ingegneri che costruiscono spade di fiamme e cavalieri che danzano sulle ali dei loro destrieri alati. Abbastanza materiale da riempirci un libro, più che sufficiente da far risplendere un film.

Ma benché ciò basti a fare un buon film non basta a renderlo ottimo; per quello serve una grande storia ben scritta e in questo, il nuovo capitolo Dreamworks funziona solo in parte.

È evidente che il film risenta molto del confronto con il primo titolo: quando uscì nel 2010, Dragon Trainer lasciò molti – tra cui il sottoscritto – felicemente meravigliati, perché alla luce degli insuperati successi Pixar ci promise che anche la concorrenza poteva fare cartoni altrettanto belli e grandiosi. Così quando fu annunciato Dragon Trainer 2 l’aspettativa era altissima, arrampicatasi con le unghie sulle vette dell'inverosimile, e non per questo meno desiderabile: era l’attesa di un degno sequel. E Dragon Trainer 2 è un buon film, ma non può rispondere a simili attese.

Difettando alla radice con una sceneggiatura pericolante, la nuova avventura di Hiccup non è scritta male, ma vola sul filo del rasoio, alle volte radendo con inaspettata grazia, altre graffiando grossolanamente la cute. Le premesse sono ottime, estremamente verosimili, soprattutto in virtù di un mondo espanso non solo qualitativamente e spazialmente ma soprattutto temporalmente, perché i nostri eroi sono cresciuti; c’è tutto il materiale che serve per dire “voglio raccontare una nuova storia”. Però è già con l’entrata di uno dei nuovi personaggi cardini della vicenda – spudoratamente annunciato fin nel trailer – che la struttura comincia subito a traballare. L’assenza per 20 anni della madre di Hiccup non lascia alcuna spiegazione soddisfacente, né logica né emotiva. Il personaggio è splendido, nell’aspetto, nelle movenze, nel carattere e nel ruolo che copre, ma sarà quella stessa donna a trovarsi balbettante con le spalle a una parete di ghiaccio quando tenterà di giustificare la propria assenza al marito, basito di vederla ancora viva; eppure è anche qui che il barbiere serve una delle sue mosse migliori, nascondendo le sbavature del plot dietro gli occhi di un uomo teneramente innamorato come la prima volta, che prendendole il volto tremante tra le mani potrà sorprendentemente lenire ogni ferita e rimpianto sussurrandole “sei bella come il giorno in cui ti ho perduta”. Ma se Stoic ci sorprende, Hiccup invece non ci smuove di un passo, quasi impassibile al ritorno della madre e fin troppo poco partecipe dei tragici eventi che seguiranno, poco preparati, spesso mal serviti e quindi difficilmente assimilati dal pubblico.

Lo stesso vale per il confronto con l’antagonista Drago Bludvist, un personaggio di inaspettati dignità e carisma, soprattutto nella contrapposizione che porta tra fiducia e sottomissione dell’animale all’uomo, addomesticarlo e piegarlo, due dinamiche sorprendentemente simili eppure tanto distanti. I dialoghi più di una volta rischiano di cadere nella retorica e quasi sempre si salvano, in un’insperata naturalezza, o in una dialogica più convincente del previsto; ma infine vince il luogo comune e la metafora toccando purtroppo l’ideologia, per quanto possa dichiararsi “buona”.

A una gioia che è tutta pittorica e per gli occhi non segue un altrettanto geniale racconto da falò.

Possiamo solo sperare che in una storia sempre viva e calda, rincuorata anche da un sorprendente successo economico, ci possa essere spazio per un terzo capitolo e l’occasione per un taglio di prim’ordine come è stato al nostro primo appuntamento e come questo secondo poteva essere, ma – nostalgicamente più che tristemente – non è stato.

martedì 5 agosto 2014

Edge of Tomorrow

Edge of Tomorrow, USA e Australia, 2014, Regia di Doug Liman

Recensione di Alberto Bordin


Mentre gli alieni conquistano l’Europa sgomentando le nostre forze armate a ogni nuovo attacco, il pavido ufficiale William Cage (Tom Cruise) viene strappato dalla sua campagna pubblicitaria per i nuovi e letali esoscheletri da battaglia destinati a cambiare le sorti della guerra, e, ridotto a soldato semplice per aver rifiutato di eseguire l’ordine affidatogli, è gettato controvoglia in prima linea durante un attacco “a sorpresa”, dentro uno di quegli stessi automi che ha finora venduto ma che non ha la più pallida idea di come utilizzare. Nella rovinosa disfatta, l’ufficiale Cage trova presto la morte incidentandosi con un alieno diverso dagli tutti gli altri, circostanza per la quale Cage sarà vittima del più inusuale degli eventi: morendo, il giorno ricomincerà ogni volta da capo, uguale al precedente, tranne per lui, che l’ha già vissuto; e così si ripeterà ogni volta, ogni giorno morendo, ogni giorno ricominciando. Sotto pressione della soldatessa Rita Vrataski (Emily Blunt), l’unica che gli crederà essendo stata vittima dello stesso sortilegio, Cage approfitterà del suo potere per cambiare definitivamente le sorti della guerra.

Edge of Tomorrow è un film ben scritto prima che ben realizzato e questo è sempre un colpo vincente per qualunque film; meglio, per qualunque storia. Lo sviluppo narrativo è intelligente e ironico. Svolge con semplicità ed economia la matassa del racconto, facendoci entrare in modo fluido nel vivo degli eventi; un plauso in particolare ai primi due minuti del film che riescono con parsimonia a inquadrare e focalizzare con precisione la vicenda bellica. Ma non di meno è notevole il funzionamento del meccanismo temporale: liscio, chiaro, “naturale”, districandosi sullo schermo senza ingarbugliarsi – impedendo la comprensione – né appiattirsi – annoiando alla visione. La linea narrativa, evidentemente colorata di fantascienza, segue ordinatamente, al ritmo di piani e picchi – come una frequenza cardiaca sull’elettrocardiografo – ed è in tutto ciò condita di vivace ironia. Perché quando la Morte non è più un ostacolo, se il titano più spaventoso e invitto, la nemesi di tutti gli uomini, viene non solo sconfitto ma sorpassato, scavallato come un semplice incidente di percorso: nient’altro, non c’è né ci sarà mai altro pericolo o “incidente” in grado di spaventarci. Cage morirà una, dieci, cento, mille volte – nemmeno lui terrà più il conto – nei modi più diversi e improbabili; e ciascuno di questi – sdrammatizzati ma altrimenti drammaticissimi – eventi, correranno impunemente sullo schermo, sotto le scrollate di spalle del protagonista e le frequenti risate del pubblico. L’assoluta reversibilità degli eventi minimizza fino al ridicolo ogni sofferenza del corpo.

Ma non quelle del cuore; e qui si annida la vera drammaticità e punta di genio del film. Perché se il corpo non ricorda il male subito, la mente lo fa, e sarà occupata prima dalla spossatezza, poi dalla noia e infine dal dolore della coscienza. Gli occhi di Rita, ogni giorno nuovi e ignari, non si accorgono del peso che si nasconde negli occhi di Bill, occhi vecchi e stanchi, occhi provati dal tempo che accresce ogni emozione e quella più sofferta di tutte: l’affetto. Bill s’innamorerà inevitabilmente di una donna con la quale vive una storia in solitario, amante non amato, memore e dimenticato. È un po’ il destino di Henry in “50 Volte il primo bacio”, ma certo è il medesimo di Phil in “Ricomincio da Capo” – non è certo un caso che entrambe le amate si chiamino Rita –: tre storie in cui, comunque si voglia, il destino vuole che l’amore di questi tre uomini rimanga in qualche modo sterile, ogni volta donato ma senza frutto, senza poter mettere radici, sempre dimenticato da tutti. Fuorché da loro.

E qui l’ultimo punto di genio umano, in un finale che forse perde nel soddisfare la logica ma vince affettivamente. Il tempo non è mai perso, nemmeno il tempo perduto. È sempre donato, ogni volta occasione di maturazione, di fare di quella coscienza sofferta la sostanza di un uomo nuovo. Non è passato nemmeno un giorno per il mondo eppure è passata un’eternità: il tempo necessario per un ufficiale codardo di meritare finalmente i propri gradi e divenire l’uomo che non è mai stato.

martedì 27 maggio 2014

Grand Budapest Hotel

Grand Budapest Hotel, Germania e Francia, 2014, Regia di Wes Anderson


Recensione di Alberto Bordin  



L’ultima fatica di Wes Anderson è un successo; inutile dirlo: Grand Budapest Hotel piace a tutti. Film che assume tutto lo stile del cinema di nicchia e che ci saremmo aspettati occupare le sole sale d’essai – e per un tempo piuttosto ridotto –, la pellicola ha invece spopolato in lungo e in largo battendo le aspettative sia spaziali che temporali di distribuzione. E la causa di tanta evidente piacenza risiede in un’altrettanta evidente ragione: il segreto sta tutto in una storia ben raccontata.

Non potrebbe essere diversamente, perché in fondo non c’è nulla di più che un racconto, affrontato certo con carattere ma di cui pare quasi impalpabile la sostanza (o più grezzamente, il contenuto); e forse non a torto, perché l’unica vera sostanza è infine proprio la dinamica del “racconto”: le storie e il loro essere raccontate. Tutto ha inizio con una giovane che legge una storia, “il Libro” scritto “dall’Autore”, il quale si introduce lui stesso raccontandoci a sua volta di quando incontrò il venerabile Zero, che gli raccontò lui pure del suo servizio sotto Monsieur Gustave. Le storie – ci spiega puntualmente l’Autore – non sono il frutto di un’immaginazione fervida, ma sono l’incontro con persone che ci attendevano per potercele raccontare.

È evidente che la storia raccontata assume un carattere catartico in questa dinamica: la storia raccontata è infine in una certa misura la Storia stessa che si racconta. Accade, come per inerzia, che il tempo degli uomini, ponga lo sguardo su se stesso e voglia così confermarsi, fermarsi, definirsi come per un istante, affidando tutto il suo essere stato a un testimone, figlio prediletto per renderlo immortale. I protagonisti di queste vicende, benché siano poi tutti attori, sono innanzitutto testimoni; testimoni di eventi eccezionali, di un passato perduto che può essere riscoperto solo nel tempo della memoria, condito con un po’ di nostalgia. Ogni personaggio, per quanto dinamico, si fa pure estremamente rigido, monolitico, quasi osservatore passivo in questa – tuttavia – frenetica follia di mondo. Sono involucri, miniati con cura in ogni dettaglio, dal taglio di capelli, al tessuto del cappotto, alla forma degli anelli e degli occhiali e delle stringhe delle scarpe, per poi essere riempiti da volti di divi celebri e familiari (una delle più belle liste di nomi e facce da gustare con gli occhi), che orientano quella struttura certo ricca ma altrimenti fuorviante. E ciascuno agisce, ma innanzitutto ciascuno parla, anche quando è zitto, dando corpo al dinamismo di un’epoca ormai impalpabile e senza tempo; sono testimoni e teste di un tribunale giuridico: sia quello prossimo per la delittuosa dipartita di una vecchia e facoltosa nobildonna, sia quello remoto del pubblico. Entrambi cercano la verità, ma ciascuno una verità diversa: i primi quella immediata di responsabili e moventi del delitto, i secondi dei responsabili e dei moventi di una cultura, uno stile di vita tanto più affascinante quanto più lontano e incomprensibile al nostro.

Stile di vita che trova la sua sostanza nello stesso Gustave (uno splendido Ralph Fiennes), ultimo erede di un’epoca già morta quando lui era ancora vivo, di un tempo in cui “in questa barbarie di mondo” tutto poteva trovare ordine e eleganza e soluzione alla “villania” con il semplice esercizio della gentilezza, riccamente guarnita di poesia e charme. E vivendo quel mondo e raccontandolo, quel mondo perduto riprendeva vita, affidato a Zero, e quindi all'Autore, e così a una giovane donna, e da quella a noi.

Perché in fondo c’è assai poca distanza tra il rifare e il ri-contare: si tratta pur sempre di un ri-accadere. E quel passato ormai lontano può così tornare a noi, in un gesto o in una parola. O magari in entrambi.

mercoledì 30 aprile 2014

Ricomincio da capo

Ricomincio da capo, USA, 1993, Regia di Harold Ramis


Recensione di Alberto Bordin



In verità non sono così rari i film sui loop temporali. Avere la fortuna – o la sciagura: dipende dal punto di vista – di rivivere un evento, o una serie concatenata di eventi, è una prospettiva che interroga molti, suscitando ora meraviglia, ora scalpore, ora terrore. Da una parte c’è la spesso anelata emancipazione dalle conseguenze del nostro agire, non più responsabili del futuro, non più spaventati dal domani; dall’altra invece, il terribile determinismo di quelle azioni, per cui volenti o nolenti ne siamo schiavi, incapaci di sottrarci a esse o prevenirne il ripetersi; infine le due strade sono interconnesse: la mancata responsabilità è il sintomo di una mancata libertà. E da qui molte teorie, ora filosofiche, ora morali, ora esistenziali, tante e diverse ma non per questo così originali. Eppure “Ricomincio da capo”, esce con elegante audacia dal mucchio.

Piccolo gioiello datato 1993, “Ricomincio da capo” (Groundhog Day), è la storia di Phil Connors (Bill Murray), narcisista meteorologo televisivo che è tenuto, controvoglia, a realizzare un reportage sulla tradizionale ricorrenza del 2 febbraio: il giorno della marmotta – in inglese, appunto, “groundhog day” –; la ricorrenza si tiene in una piccola cittadina della Pennsylvania, Punxsutawney, dove Phil sosta la notte prima del tedioso evento, e dove, causa un’imprevista bufera di neve, sarà costretto a pernottare di nuovo la notte successiva. Accade così, per volontà di un oscuro potere superiore, che Phil si alzerà dal suo letto e non sarà, come ragione vorrebbe, il 3 febbraio, ma sarà ancora ieri: il giorno della marmotta.

Dentro una comicità accattivante, una narrazione fresca e leggera come sanno esserlo le commedie natalizie d’oltre oceano, nonché una tenera storia d’amore che questo indegno eroe cercherà con fatica di costruire con la bella Rita (una giovane e radiosa Andie McDowell), quello che però distingue veramente “Ricomincio da capo” da una larghissima produzione di titoli simili è, appunto, l’audacia. Il film non si fa problemi a esaurire nel tempo massimo di venti minuti tutti i luoghi comuni e i percorsi già battuti da altre opere, o che il pubblico medio avrebbe sospettato di percorrere. La trama si muove abilmente e con elasticità tra episodi di euforia e altri di pura follia, rimbalzando tra la vittoria e la sconfitta del protagonista. Phil non dovrà fare i conti con una vita scevra da responsabilità o con una libertà tarpata – come sopra citato – né con il (pretenzioso) prevalere dell’una sull’altra, o, ancora riduttiva, la somma delle due; quello cui dovrà far fronte Phil, sarà la dolorosa constatazione che né l’una, né l’altra prospettiva potranno mai soddisfarlo.

Rivivere eternamente un giorno ci concede sia l’onnipotenza più alta che l’impotenza più assoluta, l’onniscienza più totale e la più scontata ineluttabilità. Cosa serve cambiare tutto se poi nulla può davvero cambiare?

Sarà da questa dolorosa constatazione che Phil, un giorno alla volta – per molti, moltissimi giorni: in questo forse sta la verità più grande di questo film –, dovrà imparare dentro l’esperienza che la sua persona è l’unico oggetto capace di crescere e mutare.

Nessun giorno è nuovo se il cuore è ancora vecchio, se l’anima non è ridestata dal desiderio e non è educata dall’obbedienza al reale. In un delicato e imprevedibile bagno di umiltà, Phil avrà modo di riscoprire la vitalità di un cuore giovane e innocente; e quel fatale giorno della marmotta potrà finalmente essere diverso da quello vecchio e degno di essere vissuto.



mercoledì 16 aprile 2014

Noah

NOAH, USA, 2014, REGIA DI DARREN ARONOFSKY

Recensione di Alberto Bordin


[5 Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. 6 E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7 Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato: con l'uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d'averli fatti». 8 Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
9 Questa è la storia di Noè.]  - Genesi, 6,5-9

Sono più di una le cause che rendono Noah un film spiacevole e malfatto. La prima a turbare è certo la manipolazione sconsiderata delle proprie fonti. Guardando l’ultima fatica Paramount troverete ben poco dei contenuti biblici circa la poderosa impresa di Noè. Degli eventi narrati, si conoscono forse i tratti più ampi, ma a molti rimangono spesso oscuri e criptici i contenuti di fondo. Può essere quindi facile cogliere – apparentemente – questo film come un affondo nel messaggio che vi è riposto, una riflessione, forse pure arbitraria, ma studiata e “liberalmente lecita” del testo sacro. Andando al fondo si rivela, invece, essere solo una presuntuosa contraffazione di quello stesso; e non ci riferiamo al nocciolo profondo del mito: le dinamiche sono falsate fino nelle sue strutture portanti. Non sono gli aneddoti che devono preoccuparci; non l’invenzione dei Vigilanti – liber(issim)a interpretazione dei detti giganti che abitano la Terra – o il fatto che Noè conterebbe 600 anni, o che non esista riferimento alcuno al padre – né certo un dialogo con Matusalemme –, né che si introducano personaggi e problematiche tangenti quali quella della fertilità e delle mancate mogli – altra pura invenzione – per i figli di Noè: nessuno di questi aspetti è degno di vera preoccupazione, tutti irrilevanti all’ombra di una storia che snatura le stesse ragioni per cui il racconto del diluvio ci è stato tramandato. Noah si arma dell’episodio biblico per introdurci a un insipido discorso ecologista: il Creatore, nella sua grandezza, ha costruito l’Eden e l’ha fatto abitare dall’uomo; questi, nella sua arroganza e impurezza, lo sta distruggendo, contaminando, consumando e – ci si attarda ben a parlare anche di questo! – estinguendo. Il diluvio è allora l’acqua che monda la Terra dividendo il puro dall’impuro e che permetterà la salvezza degli “innocenti” – per l’amor del cielo: gli animali! – ricominciando un nuovo Eden. Tutto si riduce, insomma, a una missione naturalistica, al funzionalismo più becero, dove il creato, che si proclama fino allo sfinimento essere opera del Divino, si muove quasi con stento e paura nel compimento dei Suoi disegni, affermando l’onnipotenza del Creatore nel proprio principio, e poi presumendo la sua sconfitta nel proprio abisso. E questo non è il peggiore male.

La seconda causa, e ragione di ancor più grande turbamento, è il silenzioso – peggio: taciuto – disprezzo per l’uomo. Se gli animali sono “innocenti”, non c’è un solo individuo che meriti una definizione tanto gentile per tutto l’arco del film. Esistono uomini buoni ed esistono uomini cattivi; ma alla fine tutti quanti rientrano nel numero: non uno di loro merita davvero un solo briciolo della veneranda amorevolezza che l’illustre Noè riversa sui fiori di campo e le creature selvatiche. Ma il danno è presto chiarificato, quando Noè, nel turbine della tempesta, racconta ancora una volta la genesi del mondo – unica sequenza di vera qualità cinematografica. Percorre ogni giorno della creazione, illustrando con ricchezza e perizia l’intelligenza del Creatore e la coscienza di Questi che ogni cosa era “buona”; e arrivato al sesto giorno, corona l’avventura del creato con la venuta dell’uomo, dimenticando però quanto di più importante e necessario di tutto il racconto: “E Dio vide che era cosa molto buona”.

Non a caso sarà lo stesso Noè a covare questo rancoroso disprezzo per il proprio genere; un progetto malfatto, un tentativo ambizioso e non riuscito, e non invece il compimento di senso dell’intera creazione. È forse indicativo e anche più disarmante costatare cosa significhi essere “buono” tra gli uomini. Gli uomini buoni sono gli uomini gentili, i miti, coloro che non vivono l’ambizione, ma soprattutto coloro che “vivono solo di quello che è loro necessario”. L’uomo per essere buono ammazza il proprio desiderio; l’uomo si piega all’adorazione del divino, ma per farlo stringe il proprio cuore. E chi invece ambisce alla grandezza, chi ricorda che l’uomo fu creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi assapora la grandezza del Divino nel proprio volere e nel proprio fare, questo è il profondamente malvagio che merita di essere estirpato dal mondo. Il mondo di Noah è un mondo in cui o si diventa – ci si cade, è una conseguenza scontata (!) – eroici diavoli, oppure si impara a essere ignavi devoti.

E ci sarebbe da gridare se non fosse per la sua assoluta inconsistenza: alla fine Noah è un film brutto, e quel che è peggio è che è noioso. Manca di grazia, manca di intelligenza – come il suo stesso protagonista –, manca di entusiasmo: tutti quei sintomi che quando presenti ci dicono che la storia è raccontata da un uomo appassionato; sembra davvero che Aronofsky si sia annoiato a fare questo film – a tradirlo sono soprattutto la pedanteria, l’incoerenza e le contraddizioni interne – e noi con lui, a seguirlo per le due ore e venti in sala. La malvagità nell’arte nasconde sempre una qualche grandezza, non riesce a non suscitare ugualmente uno stupore, a dichiarare una propria dignità, tale da rendersi memorabile, da segnarci alla sua comparsa; ma la negligenza può invece far scivolare ogni cosa nell’oblio. Risulta difficile descriverla, tanto non merita attenzione; non suscita “disgusto” perché sarebbe un’emozione fin troppo forte: è l’insipidume, quella pacata inconsistenza che è prodotto di un animo altrettanto smorto.

Benché il film tenti di salvarsi in calcio d’angolo – di nuovo portando a galla temi fuori contesto – Noah cova un danno triplice: alla presunzione segue la menzogna, e quelle due sono condite di superficialità. È l’ignoranza che si unisce alla povertà, che in fondo sono due sinonimi, ma che invece di generare un prodotto cattivo al quadrato, sembra fare l’operazione esattamente opposta, perché tirando le somme non c’è davvero nulla in potenza.

giovedì 6 marzo 2014

12 Anni Schiavo

12 Anni Schiavo, USA, 2013, regia di Steve McQueen


Recensione di Alberto Bordin



Non poteva non vincere l’Oscar; non poteva per l’assoluta maestria di cui Steve McQueen ha dato prova nelle sue pellicole, né per il soggetto che ha avuto il coraggio di raccontare, né (diciamolo) per il capo del governo americano oggi vigente. Ed è indubbiamente un grandissimo film, dove il film è quell’arte che è tra le sorelle la più mimetica del reale, dinamica come il teatro eppure più illusoria, rappresentativa come la pittura eppure temporale, emotiva come la musica eppure visiva. E McQueen fa tesoro di tutto ciò in una rappresentazione di estrema potenza e puntualità tecnica, dando fondo a tutta la sua abilità per renderci testimoni delle pagine autobiografiche di Solomon Northup; e questa è l’ultima grande carta che gioca nella sua mano: si tratta di una storia vera.

Eppure c’è qualcosa che stride violentemente. Certo si tratta della sua violenza, ma la violenza da sola non basta a spiegarlo. La violenza è stridente, ma non per questo inopportuna; proprio il cinema, che per la sua natura è l’arte che più di ogni altra sa ferire il cuore e la mente rappresentando il male, è stato il luogo di grandi opere nonostante la violenza e di altre altrettanto e più grandi proprio perché violente. Vedendo in questo film la schiena di una donna aprirsi – letteralmente – al fischio di ogni frustata, è immediato il rimando a un’altra schiena di un altro uomo, che sulla pellicola solo pochi anni fa venne divorata con furia dai flagelli dei romani – e certo sarebbe interessante vedere ancora quanto lo scalpore e l’indignazione che suscitò allora rispetto a questa seconda. Ma lo scarto sta certo in un senso, nella ragione della violenza rappresentata, che è resa di nuovo presente e vera, facendola accadere ogni volta che la pellicola è riprodotta, ad ogni nuovo giro di bobina; in fine bisogna sempre rispondere a una domanda: “perché?”.

Flannery O’Connor diceva: “ogni volta che mi è chiesto perché noi scrittori del sud abbiamo una tale predisposizione a scrivere cose tanto raccapriccianti, rispondo che è perché sappiamo ancora riconoscerle”. Raccontare il grottesco, scriverne, farne film per ricordare che è esattamente questo, grottesco, là dove molti non hanno più la facoltà di “riconoscerlo”. E in effetti non c’è altro modo di leggere i suoi racconti se non in questa cosciente rappresentazione del vero, il male rappresentato perché il male esiste; i racconti della vita valgono perché sono questo: vita.

Ma per quanto sia vicino a questa prospettiva, McQueen ne è anche estremamente distante. Non è giusto dire che la bruttezza che McQueen inscena sia un brutto compiaciuto, anzi colpisce spesso per il “gusto” nel porlo in scena; in una veloce conta sono assai poche le sequenze in cui la violenza carnale è rappresentata in modo metodico, con coltelli che affondano nei ventri non visti, vergate e frustate che colpiscono schiene nascoste, sfortunati impiccati che si dibattono scomparendo lentamente dallo schermo, e pure il sesso, abilmente, non è condito di eros, e gli unici nudi che si vedono, benché frequenti, sono spogliati di ogni valore eccetto la loro cruda nudità. Ma quel che ferisce davvero sono gli sguardi morbosi, le parole cattive, la superficialità, la malvagità stolida, i silenzi interminabili, la negligenza, le menzogne, i taciti accordi, la disonestà degli individui, e tutto ciò che queste cose affermano – e che in conclusione è l’unica cosa che vince – ovvero la sconfitta.

Nulla si salva nel film di McQueen, non c’è scampo, non c’è salvezza o redenzione alcuna, per nulla e per nessuno; il grottesco regna, ma perché non c’è altro su cui porre l’occhio e la mente. È solo la fortuna a porre termine alla sofferenza e pure quella non pare equa; giunge in ritardo, arriva neutrale, rimane irrisolta e di molte cose inconcludente. Non si salva la morale, non vincono gli affetti, non sopravvive un solo ideale e di certo non c’è spazio per la fede. Il protagonista, il solo che sembri vincere qualcosa in questo terno al lotto di violenze, è forse il più sconfitto di tutti. Segnato così profondamente nell’anima che nemmeno il suo volto riesce ad assumere una forma diversa da quello dello schiavo di cotone della Louisiana, che si sente costretto a chiedere perdono di essere stato rapito e schiavizzato sentendo su se stesso la colpa.

Un mondo senza redenzione è l’inferno in terra. E se davvero è questa l’unica prospettiva, l’unica sostanza di quel mondo – del mondo – allora cosa si può ottenere di più nel soffermarvisi? Perché se il mondo è davvero un inferno, allora non c’è vantaggio nel rappresentarlo, perché l’inferno porta solo inferno.

giovedì 30 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street, USA, 2013, Regia di Martin Scorsese


Recensione di Alberto Bordin


Potrebbe essere lecito ritenere che ogni film meriti una recensione di adeguata qualità, per cui quella cromia che traspariva attraverso le immagini in sala, la si possa respirare anche leggendo quelle poche righe atte a presentarlo; secondo tale prospettiva – per esempio – sarebbe difficile che una recensione di Braveheart risulti efficace esponendo i propri punti in tono piano e sommesso: avrebbe bisogno di vibrare anch’essa di quell’impeto eroico e bellico che colorano le due ore e mezza del film di Gibson. Ebbene, scrivere una recensione del genere de Il Lupo di Wall Street, l’ultima pellicola firmata Martin Scorsese, sarebbe impossibile senza infrangere le norme della decenza e del decoro che un testo pubblico deve tenere. Si invitano quindi i lettori a fare un piccolo sforzo di fantasia per aiutare chi scrive, e leggere quanto segue con quella malizia che è tipica di un guardone che scruta una foto censurata, al fine di cogliere, dietro parole (che si spera siano) ben poste e altolocate, contenuti di natura assai più triviale e perversa.

Perché sono proprio l’indecenza e la perversione i temi chiave di questo film. Immaginate un film atto a inneggiare l’eros: tre ore di film scritte, girate, montate col solo scopo di convincervi che tutto gira intorno al sesso, che l’uomo vive per farlo, che è compiuto solo nell’atto erotico, anzi, che il compimento di senso di ogni cosa, il vitalizzarsi e il risolversi di ogni quesito e dramma della vostra vita, si attua quand’anche l’amplesso è finalmente compiuto. Due secondi per rifletterci. Bene: adesso fatelo diventare un film sui soldi.

Non che l’erotismo manchi, anzi scorre a fiumi, con sequenze di un animoso attivismo, il sesso accennato, quello esplicito, casalingo e d’ufficio, spesso collettivo, brutale e professionale, selvaggio e perverso (ovvio: se si può pervertire la già perversione; e si può) … ma non è lui il protagonista, per quanto sembri rubare la scena. Il primo attore di questa pellicola non è nemmeno il monumentale Di Caprio – più che mai intento a ricevere il suo sofferto Oscar – ma si tratta di quel biglietto di carta color bottiglia, 155x65 mm, che porta impressa l’effigie di George Washington. Dio Dollaro, dio Denaro, un dio che a molti potrebbe parere antico e dimenticato, un demone sconfitto dalla morale sociale odierna, ma di cui altrettanti, ascoltando la facile favella di Jordan Belfort, dovranno scoprire di non conoscerlo affatto e che veste con elegante persuasività i tempi moderni. “I miei problemi li voglio affrontare indossando un vestito firmato, dentro una limousine e con un bicchiere di champagne alla mano!”, queste (indicativamente: per quel che la memoria concede) le parole di Jordan; e in fondo come dargli torto? Chi può negare la folle ebrezza che concede il successo, il brivido piacente che scorre nelle vene quando si possiede il mondo? quando non c’è più regola, più legge, più ostacolo, finché il mondo ti appartiene e sai come venderlo, e se lo vendi allora lo puoi anche comprare. “Vendimi questa penna”: basta così poco, il potere di persuadere, di plasmare, di creare un valore, per poi in realtà non creare nulla, il nulla, quello più assoluto, solo un grande spettacolo, una grande messa in scena dove l’unica vera forza in gioco sei tu, è Jordan, con la sua personalità ingombrante, il suo carisma, il suo fascino centrifugo e distruttivo, per cui non compri più una penna, o delle azioni, o una quota di mercato, ma il brivido di essere come lui, di fare come lui e vivere come lui, di afferrare nel palmo della mano un pezzo di mondo.

Ed è quella follia che infervora gli animi e acceca la ragione, che nessuno sa davvero come frenare se non armandosi del disgusto, se non alienandolo, rimanendovi estraneo, guardandolo fuori e mirandone ammutoliti la follia; ed è ovvio che per voi è folle – dice Jordan –, perché non ne fate parte, ma per noi che lo viviamo invece, in che altro modo potremmo vivere? È un potere che si loda da solo, si esalta da solo, si afferma nella sua onnipotenza, in un linguaggio osceno che se ne frega della riprova sociale, in un atteggiamento osceno che se ne sbatte della riprova sociale, in un’interrelazione sociale che non sa nemmeno cosa voglia dire “riprovarsi”: si dice? boh? è una parola? mah, chi se ne frega.

Ma non è con questi occhi di estranei che guardiamo il film, perché non è un film raccontato da un estraneo, ma da uno che ci è dentro fino al collo, uno che quel mondo lo vive, meglio, l’ha creato, perché lui è quel mondo e quella vita. Non è mai stato tanto piacevole farsi raccontare un film, Jordan Berfort non sta zitto un solo istante, e guai lo facesse, ne perderemmo tutti del nostro intrattenimento. Ne siamo ammaliati, vinti, attratti, con-vinti a tal punto che nemmeno noi percepiamo più a pieno l’assurdità di quel mondo, anche noi drogati, eccitati, perversi e divertiti, deviati nel deviato mondo di Berfort. Non vuole essere una ricetta, ma provate a lasciare a casa mamma e papà, non portate con voi i vostri figli (per l’amor del cielo: non fatelo, no!) e sedetevi in sala e guardate il film, e per la durata di 180 minuti, attraverso circa due dozzine di scene di sesso e addirittura due orge, e la bellezza di 522 (o 506, i media danno numeri incerti) varianti della stessa imprecazione a quattro lettere – chi ha mai detto che la scurrilità uccide la ricchezza comunicativa è stato clamorosamente smentito –, contemplando tutto questo scempio, fermatevi e osservatevi, e vedrete se forse, per la prima volta nella vostra vita, il moralismo non vi avrà tappato le orecchie, la vergogna non vi avrà fatto distogliere gli occhi e il pudore non vi avrà tolto il sorriso dalla faccia. Questa volta non avete letto l’avventura di Alice, ma avete seguito la bimba giù per la tana, curiosi e compiaciuti, e sotto quelle treccine bionde si nasconde un lupo vizioso e con ancora tanto pelo, che ulula soddisfatto della propria grottesca voracità. È la lode al vizio per il vizio.

Ma si tratta di un vizio antico, diverso da quello moderno. Il vizio dei moderni è il cinismo, è il vizio per negazione: è solo eros perché non c’è amore, è solo dollaro perché non c’è valore, è solo menzogna perché non c’è verità. Oggigiorno la perversione è proprio un cambio di rotta, è il per-vertere che intende lo stravolgere, che implica viaggiare nel senso opposto. Ma la perversione di Jordan è di tutt’altro tipo. È quella perversione che non cambia traiettoria, ma la percorre in modo smodato. È una strada sterrata e quieta di campagna, investita da una Ferrari cromata in corsa alla velocità di 350 km/h. Jordan Belfort è la voracità di chi vuole ogni cosa, in ogni momento, alla grande, alla follia, senza misura e senza impedimento. Non è la nube grigia della depressione umana, ma la balenante corsa di un fulmine. E al baleno segue la rovina.

Era un altro film di estrema bellezza e intelligenza a dire “se corri come un fulmine, ti schianti come un tuono”; e Jordan Belfort è l’eco di quello schianto. Le pagine autobiografiche da cui è stato tratto questo film, trasudano della nostalgia del potere e della profezia della rovina, come una bomba che non ha altro destino che esplodere. E la caduta è disastrosa, la perdita di ogni dignità, sia questa morale come fisica, la perdita di ogni bene, che fosse rubato o guadagnato, e la perdita di ogni affetto, quelli creduti e quelli provati. Si è detto che questo film non prenda posizioni e non dia una morale; “non prendere” e “non dare” non sono però sinonimi di “non avere”: c’è una posizione e c’è una morale, c’è quella contemplazione silenziosa di un pallone che si gonfia e poi scoppia, del razzo lanciato oltre l’atmosfera, e che poi precipita al suolo innescando l’esplosione.

E il fantasma di quell’ebbra follia si dilegua, lasciando solo il muto imbarazzo, come un ragazzino colto in flagrante dai genitori, davanti lo schermo del computer, la lozione in una mano e il fazzoletto nell’altra. Ma il fatto che oggi sia scomparso non significa che non fosse vero; la caduta non cancella la memoria della salita; e anche quando tornano la coscienza e l’assennatezza, rimane comunque impresso negli occhi il luccichio trasognato di quell’ebrezza. È il fascino di un mondo che non ha confini, per cui basta poco, basta solo che tu ne sia capace: “vendimi questa penna”.

sabato 28 dicembre 2013

Frozen

Frozen, USA, 2013, Regia di Chris Buck e Jennifer Lee


Recensione di Alberto Bordin


Avete presente quella bella ragazza? Sì, dai, quella davvero carina, quel fiore di ragazza diciottenne che è appena sbocciata donna e che ti offre la sua compagnia a una tavolata e una birra con gli amici; ti basta guardarla negli occhi e dici “questa promette bene”. È quella ragazza che non è bellissima e per questo ti intriga forse un po’ di più perché, chissà come mai, è estremamente graziosa. Parliamo di quel genere di ragazza che non è venuta vestita bene alla serata, ma ha già acceso l’atmosfera con i suoi sorrisi. Ha aperto lei le danze alla discussione e l’argomento è anche interessante; e poi attacca a canticchiare, e spesso, alle volte improvvisa pure. E quanto si ride! – Chissà perché? ma succede. È una ragazza di quella specie che sa vestire un po’ tutto di sobrio fascino e di tanta attesa. Una ragazza che sa reggere bene il gioco quasi pattinasse, che scivola ma poi piroetta. E tutto scorre tranquillo scaldando la simpatia e infine accendendo anche l’aspettativa… E proprio in quell’istante eccola che capitombola.

L’aspettativa infatti aguzza la vista e allora cominci ad accorgerti che tante cose non funzionano, anzi, che alcune proprio non vanno. La ragazza è intonata ma sa essere un po’ un disco rotto; e poi va bene improvvisare, ma se non canta ogni due minuti forse è meglio, e poi quella melodia mi pare di averla già sentita prima … E lentamente si fa avanti l’imbarazzo, perché ti accorgi che sì sorride sempre, ma il suo è un ridere carico di disagio e non di sicurezza. Con un po’ di brividi capisci che non ha nemmeno diciott’anni ma solo sedici e si è infilata a un tavolo di adulti; ti accorgi che potrebbe anche essere bella – sì, ma tra un paio d’anni –; che avrebbe anche carattere – tra un paio d’anni –; e che sarebbe anche intelligente … se non avesse abbandonato gli studi due anni fa.

E il tuo compagno di bevuta ti ascolta mentre ti lagni e ti risponde: “ma via, che te ne importa! Sta sera non avrai trovato l’amore della tua vita, ma non puoi negare il piacere della compagnia!”. Sarà anche vero, ma è stato lui ad invitarvi a quella serata promettendovi qualcosa di eccezionale, avete speso 8,50€ per quella birra in compagnia, e che lui ne dica quel locale è dove avete incontrato i primi e molti dei più cari e caldi amori della vostra vita. Perché è questo che per molti vuol dire entrare a scaldarsi sotto il tetto di casa Disney: ci si aspetta speranzosi un nuovo amore da portare a casa e da aggiungere a una storia di conquiste. E la piccola e bella Frozen forse era una candidata gradevole, ma è uscita troppo presto dal guscio e si è venduta prima di essere maturata a sufficienza.

È questa la sensazione che dà l’intero film: quello di un grande abbozzo non sbozzato. Il film sembra avere davvero voglia di raccontarsi, trasuda un affetto che è disseminato in tanti piccoli dettagli, battute, gag, espressioni nascoste nelle situazioni, nei volti, nei gesti, nei movimenti e in qualche nota inaspettatamente struggente. Ma niente cancella il presentimento che sarebbe dovuto rimanere in stato d’incubazione ancora un anno se non due. Bello il bisticcio tra un cuore che non ragiona e una testa che non ama; eppure se fosse stato davvero coltivato chissà fin dove avrebbe potuto portare la storia! E così il fatto che i segreti dell’amore siano custoditi da troll fatti di pietra; ma questa loro sostanza litica li costituisce solo all’apparenza, costretti al ruolo di semplice collante narrativo. Per non parlare del profondo dramma di Elsa, che vorrebbe vivere la propria identità, libera dal pesante giogo della corona e da quelle responsabilità per le quali i suoi poteri sono una tale minaccia; per assurdo essere se stessa le impedisce di essere per gli altri. E il senso di tutto questo si compie nella sorella Anna, che dovendo fare i conti con un cuore di ghiaccio condividerà la condizione di Elsa, e sarà lei a scoprire che quell’amore che ci sana dai dolori del cuore non può sempre essere atteso dall’esterno ma ad un certo punto deve nascere in noi. Gentile, toccante, intelligente … Ma dov’è che tutto questo trova vera sostanza eccetto che in un discorso?

E questa povertà creativa punge tutta la produzione, priva di un’animazione di qualità, popolata di personaggi anonimi nel disegno e poveri nelle texture, spogliata di dettaglio e struttura, nella fisica degli spazi, della luce e delle atmosfere, dove nulla s-garba ma in fondo tutto si limita solo a essere garbato. Poi il cartone ha certamente voglia di cantare, ma come quei bambini che non sanno quando smettere; spontaneo, articolato anche in qualche duetto che tenta di essere più corposo del precedente Rapunzel, ma lascia oltremodo a desiderare – praticamente sempre –, sia per le basi musicali assolutamente prive di sostanza, sia per talune soluzioni di rima e prosa da far vergogna ai dialoghi di Federico Moccia, sia per un’interpretazione, specialmente recitativa, che in maniera troppo palese prende il testimone da un entusiasmo canterino tutto americano e narrativamente molto poco credibile o coinvolgente.

Sembra di sentire John Lasseter premere faticosamente da dietro. Lo fa con misura e pazienza, lasciando che le cose che devono crescere crescano e che quelle che sono rotte si riparino col tempo; ma tutto il suo genio e il suo affetto all’animazione non possono porre riparo a un prodotto che manca di cuore, e i suoi larghi sorrisi paffuti lasciano il posto a estenuanti sospiri. È evidente fin dal cortometraggio che introduce la pellicola che la Disney è seriamente intenzionata a rivolgersi alle proprie origini, di riscoprire un’originalità e un’identità fedeli al mondo vecchio, senza che sia per questo miope al nuovo. Ma più che interessanti esperimenti d’animazione, non può venir nulla da una storia che non sa perché esiste. Il fatto è che nel nuovo prodotto Disney c’è bisogno di più Ralph Spaccatutto e di meno Frozen; il fatto è che servono più adulti che diventano amici dei bambini, e meno bambini che cercano di fingersi adulti.