Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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giovedì 24 settembre 2020

Triunvirato

triunvirato



Ne avevo parlato già in un post di febbraio, scritto prima dell’inizio dell’avventura Covid-19 ( Post 18 febbraio 2020). 


Ora cosa fatta è: solo il 30% degli italiani che sono andati a votare per il referendum hanno votato No al taglio dei parlamentari. La vittoria del Sì d’altra parte era assolutamente prevedibile e annunciata da tutti i media.

 

A questo punto della vicenda, non potendo più tornare indietro, occorre sperare che questo Parlamento che ha votato a maggioranza quasi assoluta il taglio di una parte dei propri rappresentanti (senza pensare alle conseguenze che questa azione avrebbe comportato sulla rappresentatività parlamentare, sul corretto funzionamento della “macchina” del potere legislativo e sui tanti “meccanismi” istituzionali, quali ad esempio l’elezione del Capo dello Stato) sia in grado di porre in atto una vera “riforma” di questi meccanismi costituzionali (come ad esempio una decente legge elettorale e una decente riforma dei Regolamenti delle Camere). 

 

Il populismo imperante ormai ad ogni livello sociale e culturale ci può far sembrare queste tematiche astratte e lontane dall’interesse delle persone, ma esse sono il cuore segreto, pulsante della nostra vita democratica, sono l’atrio e il ventricolo di una vita politica con la P maiuscola.  

 

Certo, sarebbe stato meglio e più onesto da parte dei parlamentari eletti in questa legislatura se si fossero impegnati a proporre una vera riforma costituzionale e non solo un “taglio secco” di 345 parlamentari senza pensare alle conseguenze di tale decisione.

 

Purtroppo, sono decenni che in Italia si sente parlare di riforme costituzionali e, a dire il vero, alcune proposte più o meno organiche, sono state portate avanti: ricordo quella tentata dal Governo D’Alema, quella del Governo Berlusconi bocciata dal referendum costituzionale del 2006 e l’ultima in ordine di tempo quella approvata sotto il Governo Renzi che fu bocciata dagli italiani con il referendum del 2016. Quelle furono vere riforme costituzionali, ma non trovarono il favore della maggioranza degli italiani.

 

Questa volta invece, sembra che il messaggio populista portato avanti in primis dal Movimento 5 Stelle abbia convinto la maggioranza degli italiani.

 

Personalmente sono contrario ad approcciare una materia così delicata come si è fatto. Non credo che partire dal taglio dei parlamentari possa essere la soluzione ai mali che affliggono la politica italiana. 


Quello che occorreva ricercare, e che adesso è assolutamente necessario fare, è un nuovo tipo di accordo che per forza di cose deve essere politico e deve riguardare tutte le forze, quelle al governo e quelle ora all’opposizione. Entrambe devono lavorare per disegnare un nuovo modello di equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato, possibilmente migliore di quello attuale. Ci riusciranno?

 

Penso che sia evidente che una riforma di questo tipo va pensata, meditata e condivisa prendendosi il tempo che ci vuole, e va difesa soprattutto dagli attacchi di quel populismo che oggi sembra condizionare fortemente anche scelte così importanti per la crescita futura del Paese. 

 

Credo che un sano ricorso a quello che una volta nei testi di giurisprudenza veniva definito come “buon senso del padre di famiglia” possa aiutare ad affrontare il particolare momento storico, sempre che di questa sostanza, ormai rara, gli attuali parlamentari ne abbiano contezza.

 

Altrimenti, l’alternativa che ci attende l’abbiamo ascoltata questa mattina dalla voce di un comico, intervenuto in videoconferenza ad un convegno promosso dal Parlamento europeo, che si erge a maître à penser di una moltitudine di singoli individui cui si fa credere di poter decidere con il voto telematico le sorti del loro Paese, mentre, nella realtà, sono solo degli automi teleguidati da un triunvirato che, per definizione, non pensa e non agisce mai in modo democratico.

 

Da questo punto di vista la Bielorussia di Lukashenko non è poi così lontana dall'Italia.

mercoledì 4 settembre 2019

Nasce il secondo Governo Conte

I ministri del secondo Governo Conte

Il secondo governo Conte si appresta a giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, ponendo fine alla crisi politica estiva iniziata ai primi di agosto con la minaccia del leader della Lega, Salvini, di sfiduciare lo stesso Conte, alla guida del suo primo governo.

Cosa sia successo e come sia terminata la vicenda è ormai cosa nota.

Nel mio post del  9 agosto  mi auguravo per il nostro Paese quello che poi è accaduto e cioè che le forze politiche responsabili trovassero il coraggio per dare vita ad un nuovo Esecutivo, evitando il ricorso alle elezioni anticipate che ci avrebbero portato inevitabilmente verso una crisi economico – finanziaria dagli esiti molto incerti.

Sarebbe stato impensabile infatti, in caso di nuove elezioni, evitare l’esercizio provvisorio della spesa pubblica dello Stato perché il nuovo governo, che sarebbe stato votato dal neoeletto parlamento, non avrebbe avuto i tempi tecnici minimi per confezionare la legge finanziaria del 2020.

Questo esercizio provvisorio avrebbe avuto come conseguenza principale l’aumento delle aliquote IVA (già previste in casi simili) che avrebbero comportato la totale asfissia del mercato interno. Considerando che le esportazioni nel corso del 2019 sono al palo (causa la frenata della Germania, nostro principale mercato di sbocco europeo) lo scenario per il nostro sistema economico sarebbe stato quasi apocalittico.

Questa visione, assolutamente realistica e non frutto di fake news, è lo sfondo davanti al quale i leader politici nel mese di agosto si sono mossi ed hanno commentato la situazione politica, via via che evolveva. Proviamo a fare un breve sunto di quello cui abbiamo assistito.

Il leader della Lega con le sue molte dichiarazioni (che ritengo frutto della sua assoluta libertà di pensiero e d’azione e non suggerite da poteri forti) a cui hanno fatto seguito per la verità poche azioni (che i più si aspettavano per coerenza, come per esempio le mancate dimissioni da vicepremier) ha dato il via alla crisi sperando in una rapida soluzione con lo scioglimento del parlamento e la chiamata del popolo a nuove elezioni. 

Non appena la Lega ha staccato la spina al Governo, subito gli pseudo alleati Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono accodati nel chiedere le elezioni anticipate. Dei rischi che l’Italia avrebbe corso andando a votare, nessun cenno. Nessun esponente nazionale dei due partiti, persone che fanno politica da decenni, ha informato gli italiani sugli effetti collaterali cui avrebbero potuto essere sottoposti in caso di votazioni in autunno.

I Cinque Stelle hanno reagito allo spin off di Salvini da par loro, incerti sul da farsi: ricorrere alla base, sentire Rousseau, andare a votare, provare a sentire il PD…

E arriviamo al PD. La segreteria con Zingaretti ha esordito su posizioni identiche a Forza Italia e Fratelli d’Italia: alle urne, alle urne!

A questo punto della crisi, credo che gli italiani che ancora provano a ragionare e vogliono capire la politica (e i politici) abbiano rischiato l’infarto. Possibile che il nostro Paese sia in mano a uomini così irresponsabili?

Per fortuna sulla strada questi italiani hanno trovato due statisti: Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica e Matteo Renzi, ex Premier e Senatore della Repubblica.

Il primo ha costretto le forze politiche che siedono in Parlamento, eletto con votazioni politiche a marzo 2018, a verificare se fosse possibile trovare una maggioranza capace di generare un nuovo esecutivo. Il secondo ha fatto sentire la sua voce di leader del PD ed ha detto chiaramente che sarebbe folle andare a votare di nuovo rischiando di portare il Paese verso il caos.

Fortunatamente (per miracolo?) ora dopo ora, giorno dopo giorno, le posizioni che erano minoranza nel Paese sono diventate maggioranza e un plauso particolare bisogna riconoscere al M5S che è riuscito a compattare le diverse anime interne che avevano posizioni differenti sulla soluzione della crisi.

Domani il secondo Governo Conte giurerà nelle mani del Presidente della Repubblica.

Personalmente sono contento, perché sono convinto che in questo momento storico per l’Italia sia meglio avere un governo con i pieni poteri che non averlo. Del resto, coloro che gridano allo scandalo dimenticano che neanche il precedente governo giallo verde era stato scelto dagli italiani, ma votato dai parlamentari eletti. Infatti, la Lega e il M5S si erano presentati alle elezioni su fronti opposti, così come il PD rispetto al M5S.

Inoltre, molti dimenticano che la nostra è una Repubblica parlamentare. Gli italiani eleggono il Parlamento che a sua volta è “costretto” a trovare i numeri per formare il Governo. Le alleanze che i partiti sbandierano prima delle elezioni, non sono assolutamente vincolanti e infatti storicamente si sono frantumate di fronte all’arida regola della matematica: i Governi si formano contando i voti in Parlamento. Questo capita in Italia, come in tutti i Paesi con regole democratiche simili alle nostre. Pertanto, il secondo Governo Conte è assolutamente legittimo, dal punto di vista democratico, così come lo è stato il primo.

Quanto durerà il secondo governo Conte nessuno al momento lo può sapere.  Da parte nostra ci auguriamo che ponga mano con decisione al principale problema tuttora irrisolto: la stagnazione economica che affligge il nostro Paese. Senza una ripartenza della nostra economia, ogni altra azione di Governo, in qualsiasi settore intervenga, sarebbe vana.

Un pensiero lo dedichiamo alle persone che andranno a ricoprire incarichi importanti e di responsabilità nel nuovo governo: ci auguriamo che abbiano a cuore per prima cosa il bene comune del Paese e dopo il bene particolare del gruppo o corrente o partito politico cui appartengono. Così facendo questo Governo potrà aspirare a durare sino al termine della Legislatura e sono sicuro che gli italiani, persone attente e generose, se ne ricorderanno andando a votare per il Parlamento successivo.

Un ultimo dubbio mi rimane in questi giorni di fine estate. Non si capisce francamente per quale motivo il leader della Lega abbia voluto staccare la spina ad un Governo dove ricopriva la carica di vicepremier e Ministro dell’Interno, senza valutare fino in fondo le conseguenze del suo gesto. Oppure sono state valutate, ma a questo punto lo scenario che ha in mente Salvini è troppo oscuro per comprenderne le ragioni e mi astengo da ulteriori commenti.





venerdì 9 agosto 2019

Le tre emme



Ammettiamolo: per prevedere la crisi politica che in queste ore si sta formalizzando in Parlamento non c'era bisogno di scomodare Nostradamus. Anche il più inguaribile degli ottimisti non poteva credere che un governo, con due vice premier che hanno dimostrato di avere posizioni opposte riguardo a quasi tutti i temi principali dell'agenda di governo e un premier senza un partito alle spalle a sostenerlo, potesse durare a lungo, men che meno un'intera legislatura.


Le conseguenze di questo ennesimo insuccesso di un governo della Repubblica purtroppo le pagheremo ancora una volta tutti noi.

Per prima cosa, proprio nelle settimane a venire a Bruxelles si getteranno le basi per il prossimo governo dell'Europa e l'Italia arriverà all'appuntamento ancora più indebolita dalla crisi politica di quanto già non lo fosse per quella economica, da cui non riesce a trovare una via d'uscita. Il rischio che corre il nostro Paese è quello di venire emarginato per i prossimi cinque anni in Europa.

Di più, lo scontro politico che ci attende rischia di non portare ad un risultato soddisfacente sul piano della governabilità, con molte incognite sul futuro del Paese. Se infatti la leadership di Matteo (Salvini) sembra indiscussa sul fronte destro dello schieramento, al centro e a sinistra le cose appaiono molto più nebulose.

Forza Italia sembrerebbe definitivamente uscire di scena, ma non è ancora chiaro quale soggetto potrebbe occupare lo spazio una volta controllato da Berlusconi che appare arroccato con i suoi fedelissimi a difesa di un'idea d'Italia che non esiste più.

La prateria lasciata libera al centro dello schieramento politico potrebbe essere occupata da un altro Matteo (Renzi), il quale però deve decidere una volta per tutte se vuole giocare la partita dall'interno del suo partito (provocando molto probabilmente una rottura insanabile con una parte di esso) oppure dare vita ad un proprio soggetto politico, autonomo dal PD, con mire aggreganti nei confronti del variegato mondo centrista.

Infine arriviamo ai 5S che oggettivamente escono abbastanza malconci dalla loro prima esperienza governativa. Avrà giocato l'inesperienza, oppure l'incapacità di alcuni personaggi chiave, oppure altri fattori, fatto sta che ancora una volta si è visto come l'essere all'opposizione sia relativamente semplice e porti consensi, ma quando si diventa forza di governo si sperimenta che non è sempre facile ottenere risultati e raggiungere gli obiettivi dichiarati quando si stava dall'altra parte della barricata (vedi TAV).

A questo punto cosa attenderci?


In autunno ci sarà da approvare una finanziaria che non si preannuncia per nulla semplice. La speranza è di arrivare all'appuntamento con un governo in carica e nel pieno delle proprie funzioni, sostenuto da un'ampia maggioranza in Parlamento.

Diversamente sarà difficile sfuggire al più volte minacciato, ma sempre negato dall'attuale governo, aumento dell'IVA i cui effetti devastanti per la già debole economia italiana potrebbero aprire la strada ad un governo di garanzia guidato da un premier che goda di assoluta fiducia a livello europeo: Mario Draghi.

L'Italia in queste ore si sta giocando una fetta molto ampia di quello che potrebbe essere il suo benessere futuro: ci auguriamo che tutti i leader politici pongano molta attenzione alle scelte che stanno per compiere, pensando al bene del Paese prima che alle loro ambizioni personali, perché tornare indietro è, come per qualsiasi scelta di vita, impossibile.


lunedì 5 dicembre 2016

Ricominciamo da Uno

Natività di William Congdon


Inutile nasconderlo, la delusione per come hanno votato gli italiani ieri è fortissima.

Alla fine pensavo, nonostante i sondaggisti, che invece questa volta possono tirare un sospiro di sollievo, che il buon senso (dal mio punto di vista) prevalesse, e invece…hanno vinto i NO.

Benissimo, in democrazia si accettano le sconfitte, ci mancherebbe altro… però mi spiace che gli italiani non abbiano capito cosa c’era in gioco, quale era la posta in palio che si può riassumere in questo: non fermarsi al proprio interesse particolare, di bottega, e fare un piccolo passo in avanti, avendo in mente unicamente il bene del Paese.

Questo era il cambiamento che aveva proposto Renzi agli italiani, migliorabile, perfettibile, senza dubbio. Ma nulla vietava di modificare le cose più avanti, se si fosse visto che quello che si era pensato non funzionava. Mi riferisco in questo caso alla forse più controversa riforma, quella del Senato. Era comunque un tentativo di modificare lo status quo, da tantissimi in passato criticato e messo in discussione, a partire da D’Alema e Berlusconi, per esempio.

Ma tant’è. Ha vinto il desiderio di votare contro qualsiasi cosa venisse proposta, un voto No “a prescindere”, un voto contro Renzi.

Le analisi sociologiche e politiche del perché il Premier abbia perso ci accompagneranno per i prossimi giorni, e francamente già ora non mi entusiasmano più di tanto.

Così a caldo mi sembra però doveroso chiudere il discorso Referendum con alcune brevi considerazioni.

1. Hanno detto in molti che Renzi aveva voluto formare il partito della Nazione, però, a vedere gli schieramenti in campo, mi è sembrato piuttosto che Berlusconi, Grillo, Salvini, Meloni, Bersani e D’Alema abbiano costituito un’unione elettorale di comodo, in funzione anti Renzi, che alla fine ha vinto… più partito della Nazione di questo…

2. Alla fine, per quello che ho potuto constatare negli ambienti della società civile che frequento, la maggior parte della gente votava No perché voleva mandare a casa Renzi, piuttosto che perché ritenesse così nefasta la riforma della Costituzione.

3. Mi domando, raggiunto l’obiettivo di far cadere il Governo, che cosa si aspettino adesso gli italiani che hanno votato NO. Credono forse che da nuove elezioni che ci saranno a breve possa uscire una maggioranza forte e stabile, capace di proporre delle riforme migliori di quelle appena bocciate e di farle approvare all’unisono da un Parlamento coeso?

4. La verità, che era del tutto prevedibile in caso di vittoria dei NO, è quella che ci sarà una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, così da “accontentare” tutti i partiti; che ci saranno nuove elezioni che ancora una volta fotograferanno una Nazione tripolare (centro destra, centro sinistra e populisti) e che a fatica, forse, si riuscirà a formare un Governo instabile che non avrà la forza in Parlamento di proporre riforme sostanziali e decisive per il Paese.

5. Risultato: abbiamo perso ulteriormente tempo nel tentativo, sfumato ancora una volta, di cambiare volto al nostro Bel Paese e, fattore non trascurabile, in Europa abbiamo dato l’idea di non essere in grado di attuare riforme incisive della nostra macchina burocratica, concausa della mancata crescita sia economica che sociale.

6. Ultimo punto, ma fondamentale: questa infinita campagna referendaria, iniziata di fatto in primavera, ha lacerato come non mai il Paese e ha posto in luce, a mio modo di vedere, quanto ci sia da lavorare per ricostruire negli italiani un minimo di coscienza civica che abbia a cuore la ricerca del bene comune e il superamento del proprio interesse particolare o di partito.

A questo punto, e concludo, direi che bisogna ricominciare non dal 40% dei Sì, ma da Uno dal quale scaturisca il senso e il significato dell’agire dell’uomo in politica e nella vita di tutti i giorni.

Altrimenti a prevalere, come è accaduto ieri, saranno sempre e solo gli egoismi dei Capi popolo e poco più.

martedì 11 ottobre 2016

L'ultimo miglio di Renzi



Ora che finalmente conosciamo la data del referendum costituzionale – il 4 dicembre salvo sorprese dell’ultima ora - è giunto il momento di tirare le fila e prendere una posizione: o votare Si al cambiamento proposto dal Parlamento oppure lasciare le cose come stanno.

Sgombriamo il campo subito dagli equivoci: noi voteremo Si a questo referendum anche se non siamo elettori di Renzi e non ci sentiamo di appartenere al Partito della Nazione. Semmai abbiamo a cuore le sorti del nostro Paese, questo Sì!

Le motivazioni razionali che ci hanno spinto nella direzione del Sì sono molteplici e cercheremo di esplicitarle nel modo più semplice possibile.

Primo: è una riforma che va nella direzione di semplificare la vita politica e istituzionale. In nessun Paese al mondo si è mai visto che un Organismo parlamentare voti di fatto quasi la propria eliminazione fisica. In Italia è accaduto. Il “vecchio” Senato ha votato a favore della riduzione del numero dei propri componenti e a favore di una limitazione importante delle proprie competenze legislative. Il nuovo Senato avrà 100 senatori (ora sono 315) precedentemente eletti dal popolo delle grandi città italiane e dai Consigli regionali. Questi signori dovranno svolgere un doppio lavoro? Assolutamente Sì e vedremo alla prova dei fatti se vi riusciranno o meno.

Teniamo presente che già ora il sindaco di una grande città almeno una volta alla settimana si reca a Roma per dialogare con dirigenti e funzionari della Pubblica Amministrazione centrale. Inoltre, le ridotte competenze legislative che saranno lasciate al Senato non inducono a prevedere un impegno così gravoso per questi cento senatori. Infine, nulla vieta che si possa intervenire nuovamente sul funzionamento del Senato nel caso ci si renda conto che, così come ipotizzata, l’attività istituzionale non funziona al meglio. Ma intanto un primo passo verso la velocizzazione dell’iter deliberativo delle leggi è stato compiuto. Votare No a questo referendum significherebbe rimanere impantanati nel doppio binario legislativo che ci ha rallentato sino ad ora.

Secondo: l’eliminazione del CNEL, organo di rilevanza costituzionale, sconosciuto ai più. Le sue funzioni ormai sono state avocate dall’Unione Europea, ma per eliminarlo occorre una modifica della Costituzione. Il suo costo stimato: 20 milioni di euro all’anno. Direi che almeno su questo punto possiamo essere tutti d’accordo sulla sua soppressione.

Terzo: questa riforma porterà alla fine del potere legislativo regionale? La riforma del 2016 interviene su tutti e tre i livelli di competenza legislativa attraverso la soppressione della competenza concorrente tra Stato e Regioni, l’ampliamento delle materie di competenza esclusiva dello Stato (comma 2) e l’individuazione delle materie di competenza delle Regioni (comma 3). La riforma introduce inoltre la c.d. clausola di supremazia (comma 4), che consente allo Stato di intervenire in materie di competenza regionale, quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Francamente negli ultimi quindici anni (dalla Riforma del 2001) non possiamo vantarci molto del lavoro che la maggior parte delle Regioni ha compiuto in molti degli ambiti sui quali gli Enti territoriali avevano ricevuto in devoluzione dallo Stato centrale una parte delle competenze legislative. Al di là quindi di quanto ciascuno di noi si senta più o meno federalista nell’anima, l’esperienza negativa vissuta ci porta a sostenere una ridistribuzione delle diverse materie. Ritornano quindi con questa riforma, di esclusiva competenza dello Stato, le legiferazioni in tema di: mercati assicurativi, programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica, previdenza complementare integrativa, sicurezza e politiche attive del lavoro, commercio con l’estero, ordinamento sportivo, porti e aeroporti, infrastrutture strategiche di interesse nazionale; solo per citare le materie più importanti.

Quarto: Sarebbe molto miope se gli italiani votassero No. Il Paese è in una situazione molto precaria. La sua performance economica è scadente, il sistema bancario è straordinariamente fragile malgrado la sua enorme importanza per l’economia. Gli italiani devono pensare che un No sarebbe interpretato dall’Europa, Germania in primis, come una replica del voto greco. Un modo di dire: al diavolo le riforme. Sarebbe estremamente pericoloso perché all’estero la fiducia nel nostro Paese potrebbe affondare molto precipitosamente e si sarebbero sprecati nuovamente anni a parlare di riforme senza poi riuscire ad attuarle.

Quinto: Affidare ad un referendum popolare senza quorum (la maggioranza dei votanti decide la vittoria del Sì o del No) una decisione così importante per il futuro del Paese può sembrare un azzardo. È ancora fresca nella memoria la vittoria dei sostenitori della Brexit nel Regno Unito. Tuttavia a questo punto non è più possibile tornare indietro e quindi occorre che tutti coloro che hanno a cuore la volontà di cambiare, un poco, le ormai datate regole del gioco della nostra vita politica e istituzionale si diano da fare per portare i propri vicini di casa a votare il 4 dicembre e votare Sì.

Speriamo di essere riusciti, con i nostri scritti, in questi mesi ad esservi stati d’aiuto nelle vostre riflessioni. Se vi è rimasto ancora un po’ di tempo e di voglia, vi invitiamo a guardare il video dell’incontro tra Matteo Renzi e il costituzionalista Zagrebski andato in onda la scorsa settimana su La7 ( https://youtu.be/Xevo3V7_paA ). Il dibattito dura un paio d’ore, tuttavia se non avete a disposizione tutto questo tempo, possono bastare i primi quaranta minuti per comprendere le diverse motivazioni civili e morali di chi sostiene il Sì e di chi sostiene il No.

Premesso che entrambi gli uomini politici istituzionali erano sicuramente in buona fede nel difendere le proprie posizioni, le loro visioni sul futuro dell'Italia divergevano profondamente.

Ecco, proprio qui sta il punto: che visione dell’Italia abbiamo? Se pensiamo che l’Italia di oggi vada bene così com’è e che sia impossibile ottenere qualcosa di migliorativo da questa riforma, allora votiamo No.

Se pensiamo invece che valga la pena finalmente provare a cambiare in parte le regole del gioco, per non avere più per esempio le proposte di legge che viaggiano avanti e indietro tra Camera e Senato senza apparente motivo, allora votiamo Sì alla riforma. Ma soprattutto andiamo a votare. In questo caso chi si astiene fa il gioco del vincitore e a vincere potrebbero essere i No.

Quindi andiamo a votare e votiamo SI'.

venerdì 23 settembre 2016

Renzi vs Resto del mondo...



Ormai è chiaro: al referendum costituzionale la partita sarà giocata tra Renzi vs Resto del mondo…

Tutti i partiti infatti, oltre alle sigle dei principali movimenti e associazioni, voteranno NO e Renzi con la parte maggioritaria del PD (di fatto la maggioranza che l’ha eletto segretario) più i piccoli partiti satelliti, voteranno SI.

Almeno questo è lo scenario che appare evidente a due mesi circa dalla votazione.

Sconfitta annunciata quindi per il premier?

Non è detto. Avere contro la galassia dei partiti politici italiani potrebbe rivelarsi un vantaggio per Renzi.

Quante persone infatti oggi seguono le direttive di voto del partito in cui dicono di riconoscersi? Anzi, per dirla meglio: quante persone oggi si riconoscono in un partito? Poche, pochissime, se analizziamo i flussi di votanti delle ultime tornate elettorali, sia politiche che amministrative.

Solo per citare l’ultimo caso, Roma è amministrata da un sindaco votato da 453.806 romani su una popolazione di aventi diritto al voto di 2.363.444 cittadini, cioè il 19,2% dei romani ha scelto Virginia Raggi come proprio sindaco. L'astensione è stata del 44%.

(Fonte: http://www.elezioni.comune.roma.it/elezioni/2016/comunali/A062016/vsin99.htm)

Se il premier saprà spiegare chiaramente agli italiani quali sono i vantaggi e i punti di forza di questa riforma, allora forse non tutto è perduto.

Certo, Renzi con l’aver voluto personalizzare il voto referendario (se vincono i NO mi dimetto, è stato il suo slogan d’esordio) è il primo artefice di questa situazione che ora sulla carta lo vede in svantaggio. Ma si è accorto dell’errore compiuto e lo ha ammesso. 

In politica, come nella vita, è meglio ammettere un errore e ripartire che perseverare fino a farsi male per davvero. E poi Renzi è giovane ed alla sua prima esperienza politica di un certo spessore. Ci può stare.

Ora che le dichiarazioni di voto sono state formulate, rimane la curiosità di vedere quanti italiani si lasceranno convincere dal leader del proprio partito, ma soprattutto quanti italiani andranno a votare e sosterranno quella riforma costituzionale licenziata dal Parlamento con il voto, ricordiamo, del PD e di alcuni di quei partiti che ora la criticano e vogliono affossarla, a partire da Forza Italia. 

Ma è sicuramente più facile che un cieco faccia l’elemosina ad un altro cieco che pretendere che la lealtà e la coerenza di un leader politico resistano al cambio di stagione.

Intanto, per il momento, al buio siamo rimasti noi italiani.

domenica 15 maggio 2016

Il rosicone

Rosicone


Alcune riflessioni a caldo sulla legge “Cirinnà”.

Da cattolico quale sono, dovrei passare queste ore a “rosicare” secondo quanto asseriscono i sostenitori della legge. A parte il fatto che, non capisco per quale motivo, debbano ritenersi non cattoliche le persone a favore della Cirinnà: e quindi a quale religione dovrebbero appartenere: musulmana, ebraica, induista, scintoista? Oppure sono tutte atee?

In realtà, tranquillizzo subito i nostri maître à penser, il sottoscritto è assolutamente contento che finalmente si sia fatta anche in Italia una legge che regolamenti le unioni civili.

Oggettivamente il tema era “caldo” da parecchi anni ed effettivamente, senza arrivare a toccare il punto delle convivenze omosessuali, esisteva una lacuna normativa ampia che riguardava in generale tutte le persone conviventi, anche non legate da vincoli affettivi e sessuali.

Ma il sottoscritto è assolutamente contento di questa legge per un semplice motivo: finalmente anche l’Italia ha una legge che regolamenta questo tipo di unioni e spera vivamente che da oggi in avanti il Governo e il Parlamento si preoccupino non di alcune migliaia di persone, ma di alcune decine di milioni di persone che hanno formato una famiglia (l’unica cellula fondante la vita civile dello Stato in tutto il mondo) e che faticano a portarla avanti ed a svilupparla.

Penso alla crisi economica che ha lasciato uno o entrambi i genitori senza lavoro, penso alla denatalità ormai impressionante perché gli orari di lavoro (quando ancora c’è) mal si conciliano con l’attività di crescere i figli, soprattutto per le donne; penso alle famiglie numerose, sempre meno presenti, che non hanno aiuti seri dallo Stato. Penso alle scuole e a tutti i problemi legati all’educazione.

In questo senso non credo che un referendum abrogativo sulla Cirinnà sia una buona idea. C’è il rischio che a prevalere siano gli schemi ideologici, mentre invece la Cirinnà dovremmo lasciarla operare così com’è e tra dieci anni si potrà verificare quanto, nei fatti, sarà stata utilizzata dalle coppie di fatto per regolarizzarsi.

Anche perché, parliamoci chiaro, la Cirinnà qualche “paletto” importante, dal nostro punto di vista di “rosiconi” l’ha pure messo: no alle adozioni per le coppie dello stesso sesso. Una cosa invece non mi è chiara: l’assenza dell’obbligo di fedeltà. Forse che un amore omosessuale è meno fedele di un amore tra un uomo e una donna? Semmai è opportuno evitare che sentenze “artistiche o interpretative” di alcuni giudici introducano la possibilità per le coppie omosessuali di adottare figli. Questo è il vero tema per il futuro.

Io penso che il Governo Renzi, che tanto si è beato in queste ore su giornali e televisione per essere stato capace di portare sino in fondo la legge Cirinnà, sarà giudicato dai cattolici da quanto farà sui temi legati alla famiglia tradizionale.

Certo, il metodo usato da Renzi per far approvare la Cirinnà può essere criticato. Utilizzare la fiducia, obbligare i deputati e i senatori a votare un testo blindato non è mai positivo, soprattutto quando in gioco ci sono temi così sensibili, ma tant’è. Il nostro fiorentino ormai lo conosciamo.

È pur vero che senza una imposizione decisa da parte del Governo, oggi avremmo ancora il Parlamento che discute di massimi sistemi e una legge di questo tipo sarebbe ancora nel limbo. Noi italiani, per storia, siamo il popolo dei mille comuni, dei mille campanili e questo fatto in politica si è tradotto a volte in uno stallo conservativo che non ha fatto bene al progresso del Paese.

Per chiudere, bene questa legge Cirinnà, ma d’ora in avanti capitolo chiuso, guardiamo avanti ed occupiamoci dei temi caldi che riguardano le famiglie degli italiani, i figli che non nascono e la loro educazione: Renzi ci sei? Batti un colpo, coraggio!     

venerdì 22 aprile 2016

Le riforme costituzionali



Nei giorni scorsi si è concluso l'iter legislativo delle riforme costituzionali. Il prossimo mese di ottobre sarà dunque decisivo per il proseguimento o meno del Governo di Matteo Renzi. Il premier infatti ha volutamente legato la tematica del Referendum confermativo sulle modifiche costituzionali alle sorti del suo esecutivo.

Gli italiani hanno quindi circa sei mesi di tempo per meditare sulla riforma varata dal Parlamento e decidere se sostenerla o abrogarla tramite il voto referendario.

Prima di analizzare, nei post successivi, le ragioni dell'una e dell'altra parte, proponiamo ora alcune considerazioni di carattere generale su quanto abbiamo ascoltato e letto negli ultimi due anni sul tema delle riforme.

Una premessa generale per chiarire subito il campo: chi scrive non è un sostenitore del Governo Renzi, semmai uno strenuo supporter del nostro Bel Paese, delle persone che vi abitano, dei giovani che non partono per cercare lavoro altrove oppure di quelli che ritornano dopo un’esperienza lavorativa all’estero per contribuire alla rinascita della nostra Patria. Noi crediamo che quando si affrontano tematiche di così ampio respiro e di così vitale importanza per il futuro della nazione, dovrebbero essere costoro i riferimenti con cui confrontarsi: le generazioni future degli italiani.

Per poter esprimere con una ragionevole certezza il nostro voto non dovremmo focalizzarci sul binomio, Governo SI, Governo NO; Matteo SI o Matteo NO. Con l'esito del referendum non ci giochiamo il Governo di Matteo Renzi, ma probabilmente ci giocheremo un pezzo importante del futuro del nostro Paese.

Pertanto cari concittadini, informiamoci da fonti diverse e riflettiamo su quello che leggeremo: al termine di questo lavoro saremo pronti per andare a votare secondo quello che ci detterà la nostra coscienza. Non lasciamoci tirare dentro il gioco di essere pro o contro il Governo. Perché, in questa storia, l’unico pericolo che dobbiamo assolutamente cercare di evitare, è quello di cadere nella demagogia, cioè nel lasciarci ammaliare dalla retorica dei capi bastoni vicini unicamente alle proprie fazioni politiche ed elettorali e distanti dal bene comune. 

Per tutti i sei mesi che ci separano dal referendum, sentirete o leggerete pochissime volte riflessioni come queste: ragionate con la vostra testa.

E' il bene comune del nostro Paese la stella polare che ci dovrà guidare mentre esprimeremo il giudizio finale su quanto proposto dal Parlamento. Da parte nostra, l'impegno che prendiamo è quello di analizzare nelle prossime settimane le ragioni del si e quelle del no e di cercare di proporre una sintesi che si riveli, a distanza di tempo, la più eticamente corretta.

Che poi Matteo Renzi, in base al voto espresso dagli italiani, opti per le dimissioni o decida di continuare il suo servizio alla nazione, francamente non ce ne importa nulla.

martedì 9 febbraio 2016

Renzi e il Festival di Sanremo...





Premessa: non siamo mai stati teneri con Berlusconi e i suoi governi. All’esperienza politica del Centro Destra italiano degli ultimi vent’anni addebitiamo il tradimento di quella rivoluzione liberale che avrebbe dovuto rimodernare il Paese, ma che nei fatti non si è vista.

Questo mancato rinnovamento ha comportato per l’Italia, rimasta fanalino di coda della UE, dopo quattro anni di crisi economica mondiale e l’uscita di scena pilotata dell’ultimo governo Berlusconi nel 2011, di dover subire i draconiani tentativi di salvataggio del proprio sistema economico, tutt’altro che riusciti, per motivi diversi, dei Governi Monti e Letta.

Fu per questo che gli italiani nel 2014 accolsero il giovane premier Renzi con entusiasmo e gli aprirono un mandato di credito quasi illimitato. Certo, forse non tutti i proclami del nuovo leader vennero accolti seriamente, con convinzione profonda, come quando all’inizio egli si presentò, promettendo di attuare nel Bel Paese una riforma al mese. Quella affermazione, agli occhi ormai senza più lacrime degli italiani, sembrò una boutade piuttosto che una to do list, un programma da attuare. Ma la fiducia rimase, anche perché alternative all’orizzonte non se ne vedevano… 

Poi finalmente arrivarono i primi tentativi concreti di cambiare il Paese, a partire dalla riforma costituzionale e dalla legge elettorale, tutt’ora non approvate, ma in dirittura d’arrivo. Seguirono la riforma del lavoro, della pubblica amministrazione, quella fiscale. Altre riforme invece si arenarono quasi subito. Come quella relativa alla riduzione dei costi della macchina amministrativa, la c.d. spending review, sbandierata nei primi mesi, letteralmente evaporata dopo la vendita delle prime dieci auto blu.

Ma tant’è. Il credito degli italiani a Renzi era tale e l’economia mondiale in ripresa, che il 2014 e l’inizio del 2015 passarono con il vento in poppa. Il grande successo del PD alle Europee del 2014 e l’indubbio successo di Expo nel 2015, di cui il Premier non mancò di evidenziarne la riuscita come fosse stata opera del suo Governo, contribuirono a rendere la leadership renziana sempre più convinta di avere l’appoggio della maggioranza degli italiani.

Ed è proprio da questa convinzione di aver in pugno il Paese, che hanno inizio i problemi attuali del governo Renzi. Alcune riforme attese da tempo, come quella del Jobs Act, nel corso del 2015 non hanno dimostrato di portare gli esiti sperati, cioè una riduzione della disoccupazione. Quella del sistema bancario, impostata nel 2015, sino ad ora non ha contribuito a creare quel clima di fiducia dei mercati nei confronti del nostro sistema economico, del nostro Sistema Paese, che rimane osservato speciale.

Di più, in Europa Renzi ha cercato di monetizzare troppo presto il pacchetto delle riforme interne, alcune ancora in corso, altre solo abbozzate (i famosi compiti a casa), chiedendo alla Commissione alcuni punti di flessibilità in più per la nostra spesa pubblica in un momento storico dove purtroppo la crescita economica vista nel biennio 2014/2015, peraltro debole, si sta fermando.

E arriviamo agli ultimi mesi, trascorsi con il dibattito politico interno focalizzato sulla riforma costituzionale e sulla legge per la parità dei diritti per le coppie omosessuali, mentre i pensieri degli italiani andavano da tutt’altra parte. Un tentativo per distogliere la mente dalla gravità della situazione economica?

Diciamo la verità: se al posto di Renzi ci fosse stato Berlusconi e la Borsa di Milano avesse perso dall’inizio dell’anno ad oggi quasi il 25% del suo valore di capitalizzazione, il leader di Centro Destra sarebbe stato oggetto di una potente campagna denigratoria e costretto alle dimissioni, come accadde nel 2011.

Con Renzi invece, come si sta comportando l’establishment che conta in Italia? Per ora tace, cercando appunto di distrarre l’opinione pubblica portandola ad occuparsi di grandi tematiche, di massimi sistemi che coinvolgono emotivamente le persone e le allontanano dagli argomenti spigolosi.

Fino a quando potrà durare il giochetto?

Perché una cosa è certa: in politica si guadagna il consenso e il potere con le promesse di un mondo migliore, ma si perde potere e consenso quando la borsa della spesa rimane vuota.

Ma da stasera ricomincia il Festival di Sanremo...

lunedì 11 gennaio 2016

Le référendum est-nous



L'appuntamento politico italiano più importante dell'anno 2016 sarà il referendum costituzionale che si terrà in ottobre. Il Premier Renzi non smette di sottolinearlo in queste prime giornate di ripresa della vita politica. Tutto ruoterà attorno a quell'evento. Dall'esito della consultazione dipenderà il futuro politico di Renzi e del Governo. Almeno, è in questi termini che la questione è stata posta dai medesimi.

In effetti, a ben pensarci, tutto quanto ha fatto sinora il Governo, indipendentemente dal giudizio positivo o negativo che ciascuno di noi dà al suo operato, trova le sue fondamenta nelle riforme di quelle norme costituzionali che sono state votate, attenzione non decise, ma solamente votate, in Parlamento. 

Da tali riforme l'Italia si dovrebbe aspettare la ripresa di quel circolo virtuoso che rimetterebbe in moto la vita politica, quella civile e infine quella economica del Paese. Personalmente crediamo e speriamo che un forte contributo alla rinascita del nostro Paese possa veramente arrivare da queste riforme, attese da anni. 

Ecco allora che diventa fondamentale per il destino del Paese, in questi dieci mesi che ci dividono dall'appuntamento referendario, approfondire e comprendere le modifiche che sono state approvate dal Parlamento, cercando di essere liberi il più possibile da pregiudizi e steccati ideologici perché in gioco c'è il futuro dell’Italia.

Se venissero bocciate le riforme, significherebbe che la stagione riformista del più giovane Premier che l'Italia repubblicana abbia avuto è arrivata al capolinea. Viceversa, se confermate, il Governo avrebbe il via libera nel proseguire la sua opera riformatrice almeno sino alle politiche del 2018.

Ma il problema secondo noi sta proprio qui. E' corretto collegare la vita del Governo Renzi all'esito del referendum? Tutti noi siamo consapevoli di come l'Italia abbia bisogno di ridisegnare il suo abito costituzionale, in alcuni punti desueto e tagliato su misura per un'Italia diversa da quella di oggi.

Ma c'è modo e modo per giungere ad un risultato. Quello scelto da Renzi, lo diciamo senza problemi, non ci convince in alcuni passaggi, soprattutto perché in gioco c'è la modifica della Costituzione. Certo, il Premier fa valere il fatto che si è comunque giunti ad una riforma, mentre in passato i tentativi di modificare il sistema si erano sempre arenati. Ma è sufficiente l'aver voluto raggiungere un risultato a tutti i costi per ritenersi soddisfatti? 

Sono solamente due i precedenti analoghi referendum costituzionali: il referendum del 2001 (su modifica della Costituzione proposta dal Governo D'Alema) e quello del 2006 (su modifica della Costituzione proposta dal Governo Berlusconi). Il primo confermò la decisione del Parlamento (con una partecipazione al voto decisamente bassa: 34,1% degli aventi diritto che approvarono la riforma con il 64,2% dei voti) e la riforma entrò in vigore; mentre il secondo venne bocciato dal popolo (la partecipazione al voto fu superiore al 2001 e pari al 52,30% degli aventi diritto ma la riforma fu bocciata dal 61,32% dei votanti). 

Nel primo caso, nel 2001, quando si tenne il referendum, le forze politiche (di Centro Destra) che sostenevano il Governo in carica (Berlusconi) erano opposizione al tempo della riforma votata dal Parlamento e confermata dal voto popolare (Riforma D'Alema). Nel 2006 capitò la medesima cosa: quando si tenne il referendum (25 e 26 giugno 2006) era da un mese salito in carica il secondo Governo Prodi e le forze politiche che avevano proposto la modifica della Costituzione (di Centro Destra) erano diventate minoranza nel Paese. La riforma però questa volta fu bocciata nel referendum con una maggioranza superiore a quella del 2001.

Questo per dire che un conto è sostenere la politica di riforme, anche coraggiose, che sta portando avanti l'attuale Governo Renzi, diverso è valutare nel merito la bontà o meno delle riforme stesse.

Certo non è un compito facile, ma abbiamo ancora dieci mesi per informarci e pensarci. L'importante è non sprecare questo tempo. Facciamoci trovare preparati perché questa volta sarebbe un errore imperdonabile mancare l’appuntamento con la storia.

martedì 24 novembre 2015

Vedo, prevedo, stravedo...



La politica italiana sta attraversando uno dei suoi periodi bulimici. Il motivo? Le prossime tornate elettorali che nel 2016 potrebbero disegnare uno scenario diverso del panorama politico. Analizziamo le diverse proposte in campo.

Il partito del Premier. Renzi quest’anno ha sicuramente consolidato la propria leadership come Capo del Governo, sia internamente che all’estero. Ciò è dovuto in parte anche alla mancanza di concorrenti, come più volte denunciato. Resta il fatto che i provvedimenti concreti portati avanti dal Governo con forza e decisione in campo economico ed istituzionale lo hanno fatto apparire come l’uomo del fare in contrapposizione all’immobilismo vissuto dal nostro Paese nel precedente ventennio. All’interno del suo partito di origine invece, se è vero che Renzi è riuscito ad emarginare una parte della minoranza che lo fronteggiava, fino a farla uscire dal partito stesso, non è ancora stato capace di costituire una squadra vincente e di imporla nei posti di responsabilità degli Enti amministrativi territoriali più importanti (Regioni e Comuni). Ma non solo, dopo il caso Paita in Liguria e Moretti in Veneto, dopo il problema De Luca in Campania, all’orizzonte si stanno profilando grossi nuvoloni per le prossime amministrative a Milano, Roma e Napoli.

L’altra parte della medaglia. Nel cosiddetto centro destra sembra che si faccia a posta a copiare le divisioni interne di cui sino ad ora solo il PD poteva vantarsi di possedere. I leader, veri o sedicenti, ormai non si contano più: Alfano, Fitto, Meloni, Salvini, Passera, Della Valle e l’intramontabile Berlusconi. Alcuni, gli innovatori, desiderosi di scimmiottare la sinistra fino in fondo, inseguono la consacrazione delle primarie, altri, i nostalgici del ventennio, invece restano ancora legati all’investitura sacerdotale fornita dall’ex Cavaliere. E poi Tizio che non parla con Caio, ma solo con Sempronio ecc. ecc. Veramente un bell’esempio di unità che viene proposto al popolo, nell'interesse del quale tutte le forze in campo dichiarano di agire. 

Infine il terzo polo attrattivo delle prossime sfide elettorali: il Movimento 5 Stelle. Ormai dopo due anni di presenza in Parlamento e con l’esperienza del sindaco di Parma avviata, i rappresentanti del Movimento hanno preso le misure della politica praticata e non solo parlata, e si sono fatti conoscere anche dagli elettori. Risultati: probabilmente inferiori alle aspettative. In questi mesi di presenza nelle massime istituzioni ci si aspettava di più da un così numeroso gruppo di deputati e senatori. Essi hanno dimostrato di non scegliere quasi mai la via del compromesso (contribuendo a portare a casa comunque un risultato) ma di perseguire unicamente il proprio obiettivo di programma (e quindi quasi sempre ottenendo risultati concreti pari a zero). Così facendo, sino a quando questa forza politica non otterrà il 51% dei seggi, risulterà del tutto inutile come presenza in Parlamento. Un vero peccato perché alcune istanze dei 5 Stelle potevano contribuire a cambiare la vita politica italiana.

Tiriamo le conclusioni. Che 2016 potremo aspettarci con queste premesse e con sullo sfondo un anno ad altissima tensione per quanto riguarda la sicurezza interna ed internazionale? La sfera di cristallo non ci dice nulla, questo è ovvio. E’ molto probabile, stante la situazione ancora instabile politicamente, e non solo, del nostro Paese, che si arriverà a fine 2016 con l’attuale Governo ancora in carica.

Come scrive Chesterton, il pensatore preferito dal nostro Premier, il mondo non morirà mai di fame per la mancanza di meraviglie, quanto per la mancanza di meraviglia. Beh, almeno da questo punto di vista siamo certi che anche nel 2016 l’Italia ce la farà a sbarcare il lunario!

sabato 17 ottobre 2015

Cos'è la destra, cos'è la sinistra?





Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra? cantava venti anni fa Giorgio Gaber.

Chissà cosa avrebbe cantato oggi il grande poeta, profeta laico milanese. Di certo al tempo di Renzi la domanda proprio non si pone. Non esistono più né destra, né sinistra, ma un unico grande centro con a capo l’uomo della Nazione, giovane, bello, sempre più popolare sia da noi che in Europa. Cosa gli può essere precluso? 

Insegnano ai corsi aziendali per manager di agire in totale libertà sino a quando ciò è tollerato o permesso dal proprio superiore gerarchico o concorrente diretto. Dopo, avviene lo scontro e vince il più forte, più abile, più intelligente, più tenace, più più...E questa regola vale per ogni gradino della piramide che compone l’organizzazione del nostro vivere “civile”. 

E’ ciò che ha fatto il nostro Premier, sfidando prima il suo partito, poi il suo predecessore e poi i suoi alleati di governo e tutti coloro che in un modo o nell’altro non sono stati in sintonia con il suo pensiero galoppante e visionario. Perché quello che conta, lo insegnano sempre nei corsi aziendali, è la Vision.

Sino ad ora, bisogna dire che ci ha saputo fare. Per essere sinceri, l’ascesa è stata aiutata anche da fattori esogeni alla sua volontà, vale a dire la totale assenza di uomini politici di pari livello. 

Renzi, cavallo di razza occorre ammetterlo, si è trovato un parterre di ronzini che si sono divisi di fronte alla sua discesa in campo: alcuni, gli idealisti e gli stolti, si sono messi di traverso, gli altri, i più, in coda sperando che la corda fosse abbastanza lunga da arrivare a trainarli.

Oggi, con la legge di stabilità, la prima veramente renziana, la sua Vision sociale ed economica appare chiara e limpida. Per capire a chi strizza l’occhio il Giovin Signore fiorentino, basta osservare da dove arrivano le lodi e gli applausi e da dove i fischi e le pernacchie. Ma del resto, come dargli torto. Egli è fatto per durare a lungo, senza di lui l’Italia intera sarebbe una scialuppa alla deriva. Da che mondo è mondo il nostro Paese si guida conquistando il Centro e al centro ora c’è lui e nessun altro.

Ed in Europa? Se la Commissione ci boccia la legge di stabilità, gliela si rimanda paro paro, ha dichiarato il Premier alla stampa. Corso di manager docet… Fino a dove arriverà la corsa del cavallo renziano? 

Cos’è la destra, cos’è la sinistra?


martedì 28 aprile 2015

Chi non si fida di Renzi?




Ai pochi che ancora non avevano compreso con che stoffa è confezionato il nostro Presidente del Consiglio, la giornata di oggi ha certamente tolto ogni dubbio. Matteo Renzi non ha paura, come lui stesso a twittato, di andare a casa, ma anzi vuole a tutti i costi portare avanti le riforme promesse all’inizio del mandato ed è disposto a sfidare le opposizioni, esterne ed interne, sul tema per lui decisivo della legge elettorale.

Quindi, la stoffa è di quella iper resistente, non si piega, semmai si può spezzare, ma chi avrebbe il coraggio di tirarla così tanto sino a romperla? Del resto Matteo se è arrivato dove è arrivato, non è per il voto popolare, ma perché è stato abile, come in questa giornata, ad occupare lo spazio, meglio, le praterie, lasciategli di fronte dal vuoto cosmico che alberga nella politica italiana. Chi oggi può pensare di mettersi contro il giovin Signore e batterlo alle urne?

C’è qualcuno in Italia che pensa che con l’Expo alle porte, con la congiuntura economica che forse incomincia ad essere favorevole, ci siano in Parlamento deputati disposti a far cadere il Governo su un argomento che, in fondo, non interessa quasi a nessuno se non agli addetti ai lavori?

E invece l’argomento dovrebbe interessare tutti, visto che con le riforme costituzionali in atto, con un Senato della Repubblica ridotto al valore di un soprammobile, con il Quarto Potere asservito alla politica e non alla Verità, una riforma elettorale come quella in approvazione in effetti potrebbe creare qualche problema di tenuta democratica della nostra vita politica. La conseguenza potrebbe essere un ulteriore allontanamento delle persone dalla politica, mentre invece ci sarebbe bisogno del contrario.

Evidentemente all’attuale Primo Ministro questa legge piace così come è uscita dalle lunghe sedute con l’ex Premier Berlusconi, altrimenti non si capiscono i continui dinieghi a modificare alcuni punti che in effetti non paiono del tutto consoni alla Costituzione. Del resto, dopo anni di attesa, non crediamo che un mese in più o in meno facciano la differenza sul cammino delle riforme.

In più, la legge che dovrebbe garantire la partecipazione democratica degli italiani alla vita politica del Paese si dovrebbe decidere con la più ampia maggioranza politica possibile, mentre invece Renzi sembra che abbia cercato proprio lo “scontro” finale con tutte le opposizioni per esplicitare ancor più che solo lui è in grado, in questo momento, di far progredire l’Italia.

Una figura esce da questa giornata un po’ appannata ed è quella del Capo dello Stato. Avrebbe potuto, trattandosi di un tema così delicato come quello della Legge elettorale, invitare il Governo a cercare una maggiore condivisione sul tema in Parlamento. Non lo ha fatto. Forse un po’ più di coraggio non avrebbe fatto male al Paese.

giovedì 26 marzo 2015

La puzza della corruzione



L'ultimo dato Ocse riferisce che in Italia il livello percepito di corruzione nelle Istituzioni è pari a 90 su una scala di 100. Solo per citare il Paese europeo meno corrotto, la Svezia, il livello di percezione è pari al 15%.

Purtroppo da anni noi italiani siamo completamente assuefatti e senza reazioni a questo genere di statistiche, e questo è un male, se vogliamo una nostra colpa che ci caratterizza, ci marchia sin dai primi anni di vita.

Appena nati, giusto il tempo di iniziare a muovere i primi passi e la prima percezione di un evento corruttivo che riceviamo dai nostri genitori è la lotta per ottenere un posto all'asilo nido pubblico. La prima esperienza di raccomandazione, a nostra insaputa.

Se siamo stati bravi e abbiamo superato il periodo di studi primario (elementari, medie e liceo come si chiamavano una volta i cicli scolastici) sbarchiamo all'università dove ci troviamo di fronte professori i cui cognomi si ripetono con curiosa periodicità a distanza di decenni…

Se poi, una volta terminati gli studi, si riesce ad entrare nel mondo del lavoro, le residue speranze giovanili di cambiare il mondo, svaniscono miseramente. Se si punta sul settore pubblico, la situazione appare immediatamente chiara: il giovane e brillante laureato farà carriera se si troverà uno sponsor politico che lo sorreggerà e lo farà arrivare fino a dove la sua capacità camaleontica potrà farlo arrivare, ad un certo punto troverà sulla sua strada uno più camaleonte di lui che lo fermerà. La parola meritocrazia non rientra nel vocabolario del dipendente pubblico.

Se invece il giovane si orienta verso il settore privato, la situazione che troverà in aziende multinazionali o comunque di dimensioni medio grandi non sarà molto diversa, anche se almeno all'inizio un minimo di carriera la potrà tentare puntando sulle sue capacità. Ma ad un certo punto si accorgerà che la mala pianta della “raccomandazione” in senso lato ha attecchito anche nel settore privato. E quindi solo se farà parte di un determinato gruppo di potere o di una determinata corrente politica, se l’azienda ha rapporti con la PA, riuscirà a fare carriera. Altrimenti resterà sempre un brillante quadro direttivo, un buon funzionario ma nulla più. 

Il dramma italiano risiede in questo: sia che si lavori nel pubblico, sia che si lavori nel privato, si troverà sempre qualcuno che tenterà di corromperci offrendoci una regalia, grande o piccola che sia, per farci compiere qualcosa che già avremmo dovuto compiere in quanto rientrante nei nostri doveri. In Italia molti pensano questo: senza fare una regalia a qualcuno, si crede che la prestazione cui si ha diritto sia di qualità inferiore, di livello più basso del dovuto. 

Altri invece in ragione del posto che occupano, soprattutto pubblico, si sentono autorizzati a chiedere una regalia a coloro con i quali entrano in contatto per motivi lavorativi, facendo credere che in questo modo la prestazione da ricevere arriverà prima o non ci saranno problemi ad ottenerla. A tanto è arrivato il nostro modo malato di pensare…

Del resto la stessa parola scandalo (nel suo significato di caduta, inciampo, impedimento) ha perso quel sensazionalismo che fino a pochi anni fa ancora possedeva. Non ci stupiamo più di nulla. Cosa fare allora, da dove partire? Non ci interessa qui approfondire l’aspetto morale della questione, che pure sarebbe il nocciolo fondamentale da cui iniziare. Le recenti parole del Papa a Napoli sulla puzza della corruzione sono indicative da questo punto di vista. 

Il nostro approccio al tema corruzione qui è di tipo pragmatico: basterebbe partire da alcune piccole azioni concrete e non da grandi e corposi interventi legislativi per incominciare ad invertire la tendenza. 

• A titolo di esempio: se una persona viene condannata per reati contro la Pubblica Amministrazione perde il diritto a vita di candidarsi ad una carica pubblica e non può più intrattenere rapporti con la PA.

• I membri dei Consigli di Amministrazione delle società quotate e di quelle che superano una determinata soglia di fatturato non possono cumulare più di due incarichi di pari livello in società diverse.

• La nomina dei membri dei Collegi Sindacali cui spetta per legge il compito di verificare il corretto operato dei Consigli di Amministrazione non devono più essere scelti dai membri del CDA stesso, ma devono essere nominati da una parte terza, possibilmente pubblica e scelti da un elenco anch’esso pubblico di professionisti abilitati.

• Tutte le cariche pubbliche elettive possono essere ricoperte al massimo per due mandati consecutivi, esauriti i quali non ci si può ricandidare alla medesima carica per i successivi due mandati. 

• Per tutte le posizioni dirigenziali e apicali all'interno della pubblica amministrazione devono valere i medesimi principi: i dirigenti non possono rimanere per più di un numero prefissato di anni nella medesima posizione, dopo di ché devono essere spostati ad altri incarichi.

Basterebbero queste poche e banali regole di buon senso per iniziare veramente ad inviare agli italiani un segnale forte di inversione di tendenza… Probabilmente alcuni di voi giudicheranno eccessivi certi divieti, ma non è anche eccessivo il livello di corruzione raggiunto? Quando finalmente l’Ocse ci informerà che il livello della corruzione percepita in Italia sarà pari al 50%, allora forse potremo ripensare a modificare le norme, non prima.

Non c'è come iniziare veramente a fare una cosa per essere già a metà dell'opera. Quando si capirà che l'aria è cambiata, allora anche chi proprio non riesce ad abbandonare la mentalità corruttiva, inizierà a pensare che forse il gioco non vale la candela... 

Naturalmente per fare tutto ciò occorre una forte e decisa volontà politica… il governo di Matteo Renzi avrà questa volontà?


giovedì 12 marzo 2015

Berlusconi, Peter Pan e l'isola che non c'è




Purtroppo, o per fortuna, non possiamo riportare indietro le lancette dell'orologio. Nessuno lo può fare, almeno che non si dichiari Onnipotente, ma poi dovrebbe renderne conto...

Ciò premesso, a questo punto della storia politica di Silvio Berlusconi, quale novità potrebbe mai introdurre nella scenario nazionale l'assoluzione in via definitiva dell'ex premier nel processo Ruby?

Dopo la prima discesa in campo, oltre venti anni fa, con la creazione di Forza Italia, dopo la rifondazione del movimento siglata dal c.d. discorso del predellino, dopo lo scioglimento del PDL e la rinascita del Movimento delle origini, che cosa mai potrebbe riservare il politico Silvio Berlusconi ai suoi elettori e all'Italia intera? Forse indicare la via per l'isola che non c'è?

Francamente non riusciamo ad immaginarlo.

Di certo abbiamo sotto gli occhi cosa è rimasto del popolo del Centro Destra dopo venti anni di discesa in campo del nostro Uomo. La novità è proprio questa: la completa dissoluzione di un elettorato, quello di Centro Destra che, affidatosi in buona fede venti anni fa all'uomo nuovo, il liberale Silvio Berlusconi, ne esce completamente diviso e distrutto quattro lustri dopo.

Che il nostro Uomo in tutto questo tempo abbia pensato prima al benessere suo personale, della sua famiglia, del suo gruppo / movimento e poi al bene dell'Italia è un'evidenza che appare agli occhi di tutti. Il vuoto di offerta politica generatosi dalla dissoluzione della Democrazia Cristiana è stato riempito da un movimento familiare, padronale, creato ad immagine e somiglianza di Berlusconi, che in tutti questi anni è rimasto legato a doppio filo agli alti e bassi delle sue vicende personali.

Ora, giunta al termine la parabola politica, il movimento creatosi attorno al leader maximo non ha saputo trovare al proprio interno un degno successore, ma anzi ha iniziato a sgretolarsi in diverse correnti e gruppi di potere che pretendono di rispondere a particolari interessi dell’elettorato di Centro Destra, ma che in realtà hanno come unico effetto quello di creare confusione negli elettori e di diminuire il peso politico complessivo di chi si riconosceva una volta negli ideali democristiani e popolari.

Abbiamo assistito in questi ultimi mesi alla spaccatura interna a Forza Italia, alla nascita di diverse formazioni di Centro ed ora anche alle spaccature interne alla Lega di Salvini: tutto il fronte del Centro Destra una volta unito da Berlusconi è ora diviso ed in balia di capibastone estemporanei e inadeguati a proporsi come leader unici del fronte anti Renzi. 

Se la “colpa” dello stato comatoso attuale del Centro Destra è per la maggior parte di Berlusconi, il ventennio berlusconiano è invece dipeso da responsabilità di altri. Infatti la responsabilità politica e morale del ventennio berlusconiano ricade su tutte quelle forze politiche che, avendo avuto in Parlamento i numeri per poter agire diversamente, hanno lasciato fare, per comodità, compiacenza, tornaconto.

Basta solo un esempio per capirci: il nodo mai risolto, anzi, mai affrontato veramente da nessun Governo degli ultimi venti anni, della risoluzione del conflitto d'interessi. In qualsiasi Paese civile, la normativa che disciplina il conflitto d'interesse di quelle persone che detengono un consistente potere economico e che desiderano anche impegnarsi nella vita politica candidandosi a cariche pubbliche apicali, impedisce che si possa verificare un caso Berlusconi. In Italia questo non è accaduto.

Ormai è acqua passata, il tempo è trascorso. Per fortuna le lancette degli orologi non possono tornare indietro, Peter Pan continuerà a volare da solo nell'isola che non c'è e tutti noi ci auguriamo che Silvio Berlusconi, dopo l'assoluzione tanto attesa, decida di proseguire nelle opere di carità... rassegnandosi a passare il testimone al nuovo leader moderato del partito unico della Nazione, il democraticamente eletto premier Matteo Renzi... forse l'unico degno successore dell'ex Cavaliere.

Sic transit gloria mundi.

venerdì 20 febbraio 2015

Buon compleanno Matteo!



Ormai lo sappiamo, viviamo una vita talmente intensa e totalizzante che a volte, quando ci fermiamo un secondo a riflettere, ci accorgiamo che è già passato un anno mentre ci sembrava ieri che fossero accaduti i fatti trattenuti dalla memoria. 

Per esempio, il 22 febbraio prossimo sarà il primo compleanno del Governo di Matteo Renzi, nominato Primo Ministro dopo le dimissioni pronunciate qualche giorno prima dal compagno di partito Enrico Letta sfiduciato dalla Direzione del PD di cui Renzi stesso era divenuto segretario il 15 dicembre 2013.

Sembra ieri e invece è già trascorso un anno. E le promesse di dodici mesi fa del nostro giovane Premier sono state mantenute? Come è cambiata l’Italia durante questo arco temporale?

Forse qualcuno si ricorderà del piano di riforme mensili di Renzi presentato a suon di diapositive nelle sue prime conferenze stampa preavvisate da tweet… per marzo la riforma del mercato del lavoro, per aprile la pubblica amministrazione, a maggio il fisco e così via. Ve lo ricordate? 

Poi, all’improvviso è apparso il bonus di 80 euro per chi ha già un lavoro ed uno stipendio e con questo il nostro Premier si è aggiudicato un posto al sole facendo vincere le elezioni politiche europee al suo partito.

Da lì è stato un crescendo di attività e di iniziative politiche e legislative che hanno portato ad ottenere… il nulla. Nessun cambiamento definitivo e sostanziale è maturato in Italia in questi dodici mesi. 

In proposito, se avete voglia di leggerlo, è uscito in questi giorni un interessante mini dossier pubblicato dall’associazione Openpolis dal titolo “Il Governo al tempo della crisi” dove vengono analizzati i dodici mesi del governo Renzi. (http://openpolis.it)

Cosa emerge? Proviamo a riassumere. 
  • Per quanto riguarda gli equilibri istituzionali, la transizione verso la “Terza Repubblica” è avviata su un percorso ancora non ben definito ma con alcune certezze. La principale è armonizzare da un punto di vista normativo ciò che è già prassi: il conferimento al Governo di maggiori poteri. 
  • Rapporto Governo-Parlamento: la prova della centralità del Governo nel sistema politico italiano è la sua enorme capacità di determinare il processo di formazione delle leggi. Trattandosi di uno spostamento di potere, ovviamente, vi è chi ha subito la diminuzione delle proprie capacità, ed è il Parlamento. 
  • Processo Legislativo: lo si evince da diverse analisi: Iniziativa (80% delle leggi di iniziativa del Governo – 20% di iniziativa del Parlamento), percentuale di successo (il 30% delle proposte del Governo diventa legge mentre neanche l’1% del Parlamento), tempi (mediamente una proposta del Governo diviene legge in 112 giorni mentre una del Parlamento in 337). 
  • Voto di fiducia: è stato sempre maggiore il ricorso. Non solo sui provvedimenti particolarmente dibattuti ma anche come metodo consolidato per compattare la maggioranza e restringere il dibattito d’Aula. Il rapporto fra leggi approvate e fiducie richieste ha raggiunto nuove vette con gli esecutivi Monti e Renzi, entrambi intorno al 45%. 
  • Interrogazioni. Compito del Parlamento è anche quello di vigilare sull’attività del Governo, operazione che svolge perlopiù attraverso la presentazione di interrogazioni e interpellanze. Le risposte che riceve però sono bassissime, in totale viene data attenzione solo al 35% dei quesiti, con la percentuale che tocca il punto più basso con il Governo Renzi, sotto il 25%. 

A questo punto riteniamo che un’idea ce la possiamo essere fatta sull’attività del governo Renzi. 
Ora, cosa augurarci per l’anno in corso? Personalmente crediamo che, per come si sono palesate le intenzioni dell’esecutivo nei precedenti dodici mesi, l’ideale sarebbe portare a compimento almeno la riforma della legge elettorale e poi andare a votare per legittimare con il voto degli italiani o un secondo esecutivo Renzi, che a questo punto avrebbe l’autorità e la legittimità del nuovo Parlamento di governare per l’intera legislatura, o una nuova maggioranza che dovrebbe uscire dal voto con la possibilità anch’essa di offrire un Governo duraturo al Paese.

L’alternativa? Continuare a vivacchiare. Ma ce lo possiamo permettere con quello che accade intorno a noi?



venerdì 30 gennaio 2015

Sarà un Pupo?



Dunque è fatta, ancora poche ore di attesa e poi avremo il nuovo Capo dello Stato e sarà (diamo la probabilità al 50% che è già molto) Sergio Mattarella. Oltre il 50% di probabilità, se non vi dispiace, non andiamo, tenuto conto delle indubbie capacità camaleontiche già dimostrate dai leader di partito italiani.

Certo, il nome estratto dal cilindro dal premier non è un nome facile da respingere. Anzi sembra fatto apposta per far convergere tutto il PD, quello di Renzi e il resto del mondo, tutta la sinistra eccetto il M5S e anche ai centristi il nome di Mattarella non è inviso, anzi. L’unico che a torto o ragione non lo sopporta è Berlusconi che non si trova a suo agio con le persone non ricattabili (vedi l’ex Presidente Scalfaro) e Mattarella tutto sommato appartiene a quella categoria: è una persona per bene.

E allora che Mattarella sia, anche se non mi sembra ricalchi proprio al 100% tutti i criteri di selezione per la figura del Capo dello Stato che per settimane ci hanno propinato tutti i politici intervistati in televisione. 

Ci hanno ripetuto sino alla nausea che il nuovo Capo delle Stato doveva essere una persona al di sopra delle parti, non essere divisivo, garante di tutti, conosciuto all’estero con una fitta rete di legami internazionali e possibilmente empatico e con una buona capacità comunicativa. 

Ora se per i primi requisiti, il nome di Mattarella rientra benissimo nelle caselle, per gli ultimi due francamente abbiamo delle perplessità. Al di fuori della provincia di Roma, non parliamo del Lazio, ci fermiamo prima, Mattarella sino all’altro ieri credo che non lo conoscesse nessuno, Sicilia esclusa. In ambito internazionale, la situazione appare peggiore, ci fermeremmo allo Stato del Vaticano, forse San Marino. Riguardo l’empatia, probabilmente un’orsa al risveglio primaverile lo è di più con i suoi cuccioli.

Quindi è evidente che i criteri per la scelta, quelli veri, erano altri. E Perché Renzi ha puntato su Mattarella allora? Semplice, perché è una brava persona, nel significato del termine che andava di moda nella Prima Repubblica. E’ un galantuomo poco avvezzo ai giochetti di bassa lega degli ultimi venti anni, tipo quelli che hanno portato Renzi alla guida del Governo per intenderci e quindi il nostro Uomo nuovo pensa che da Capo dello Stato si atterrà scrupolosamente ai dettati della Costituzione lasciando al Capo del Governo il compito di governare appunto…senza inutili intromissioni. Ed è per lo stesso motivo, ma con opposte valutazioni, che Berlusconi non lo vuole al Colle. 

Se fosse al posto di Renzi, Berlusconi un Mattarella lo voterebbe, ma nella situazione attuale, con la sua agibilità politica praticamente vicina allo zero, un garante della Costituzione a Capo dello Stato per sette anni rappresenterebbe la definitiva scomparsa del politico Berlusconi. Ma al contrario, Mattarella rappresenta la garanzia che per i prossimi sette anni Renzi governerà e dirigerà la scena politica italiana. E allora, se i giochi domani mattina andranno come previsto e Mattarella verrà eletto Presidente con i voti di tutti quelli che contano ad eccezione di Berlusconi, perché non andare a votare ad aprile, prima che inizi la passerella dell’Expo, visto che i dati economici sembrano essere positivi per i prossimi mesi? D’altronde se salta il Patto del Nazareno, saltano le riforme e l’argomento per sciogliere la legislatura è servito su un piatto d’argento…

Si incassa la cambiale del primo anno di Governo, ci si assicura un parlamento più accomodante, si fa fuori la meteora 5 Stelle, si regolano i conti con Forza Italia e si finiscono le riforme come Renzi vuole e poi, dopo sette anni, chi credete si candiderà alla carica di Capo dello Stato?

Ma l’età direte voi? Ai cinquant’anni non ci si arriverebbe… Beh, quella si può sempre rottamare al ribasso... che ganzo!

Mattarella…Mattarella.