Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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domenica 5 marzo 2017

Sul fine vita

Natività di Giotto


Il suicidio assistito di Dj Fabo ha riaperto in queste settimane il dibattito pubblico sul tema del fine vita.

Tutti noi siamo stati inghiottiti dalla campagna mediatica dei sostenitori della legalizzazione anche in Italia dell’eutanasia e dalla contro campagna di chi invece è contrario, tendenzialmente i cattolici, gli ultimi rimasti a difendere il valore della vita umana a prescindere da qualsiasi forma estrema essa possa assumere.

La mia impressione è che, partendo da questa contrapposizione, non si arrivi da nessuna parte e ognuno resti arroccato alle proprie posizioni, senza che le ragioni degli uni e quelle degli altri vengano realmente a contatto e si comprendano vicendevolmente.

Il mio contributo sul tema del fine vita parte da una dichiarazione, e dal racconto di un’esperienza vissuta.

La dichiarazione è che sono un cattolico praticante.

Il racconto dell’esperienza vissuta è il seguente. Il 31 dicembre 2015, poche ore prima della mezzanotte, il mio amico Ugo è salito al cielo. Era malato di SLA da sei anni e forse qualcuno di voi ha già letto i post che parlano di lui su questo blog.  Sono stati anni di fatica, tantissima, per Silvia, la moglie, che non lo ha mai lasciato solo un giorno, e nel frattempo ha cresciuto i due figli che ora hanno dieci e otto anni, ma anche per Ugo che, oltre a dover subire la malattia che avanzava a passi da gigante, vedeva passare davanti agli occhi la vita dei suoi cari senza poter fisicamente agire.

Eppure dal rapporto tra marito e moglie, dove ad operare era l’essenziale e non altro, attraverso la fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, sono germogliati un’infinità di relazioni, di situazioni, di incontri che hanno cambiato la vita stessa delle persone coinvolte. Era impossibile rimanere gli stessi dopo una visita a casa di Ugo e Silvia. A casa loro si stava bene, tutti stavano bene. Ci si sentiva meglio, si usciva cambiati.

Si andava a casa loro con la scusa di salutare Ugo, ma in realtà era come si volesse vivere un poco vicino a quell’unione, si volesse contemplare l’unità presente tra un corpo immobile, Ugo e sua moglie Silvia. Unità che rimandava a qualcosa d’altro, ad una Presenza che la rendeva possibile, umanamente possibile.

Un’alternativa alla clinica svizzera della dolce morte abbiamo quindi visto che esiste, e produce anche frutti meravigliosi il cui sviluppo nel tempo rimane misterioso, ma allora tutto si esaurisce qui, di fronte al racconto di questo fatto?

Assolutamente no. Mi rendo benissimo conto che un tale approccio ad una malattia estrema come la SLA sia possibile solo se si possiedono principi morali laici o religiosi molto forti o si è sostenuti da una fede, o dalla Fede, ed anche da un gruppo di persone, (almeno all’inizio, poi arriva il centuplo inaspettato, ma promesso) disponibili ad aiutare la famiglia colpita dall’evento.

Di solito infatti, non è solo il malato che rimane vittima del suo nuovo status, ma è tutta la vita che gira intorno a lui a rimanerne coinvolta e sconvolta. E quindi la risposta che si dà a questa nuova situazione è per forza una risposta interpersonale, di relazioni umane.

Ho letto da parte di alcuni che lo Stato dovrebbe maggiormente sostenere finanziariamente le famiglie impegnate a gestire questi tipi di malati. Certamente gli aiuti economici in questo caso non si rifiutano mai. Specialmente quando il malato viene gestito a casa, senza gravare su posti di cura pubblici e molto costosi.

Ma sinceramente, nel caso che ho potuto seguire da vicino, quello che ha fatto la differenza è stato il punto di partenza, l’ideale che Ugo e Silvia hanno abbracciato il giorno del matrimonio e che non hanno mai abbandonato, a tenere unita la famiglia anche in circostanze così drammatiche, per chi le vedeva dall’esterno. Perché, a casa loro, non ho mai vissuto un solo attimo di tristezza, ma sempre momenti di normale vita familiare, di gioia e di profonda amicizia tra tutti coloro che si alternavano a venire a trovarli anche solo per un saluto.

E chi non possiede questa forza morale, questa incrollabile fede che gli permette di scegliere la vita al di là di qualsiasi cosa, perché è consapevole del dono che ha ricevuto e per nessuna ragione se ne priverebbe, cosa può decidere di fare in casi simili? Potrebbe decidere che non vale più la pena di vivere incollati in un letto e senza più alcuna speranza di guarigione? Potrebbe decidere che non vuole vedere soffrire i suoi cari e volersi togliere la vita come ultimo gesto d’amore nei loro confronti?

Penso di sì. Potrebbe optare per questa scelta.

Io non credo che un cattolico possa giudicare un essere umano che decide di togliersi la vita, in nessun caso. Un cattolico è dispiaciuto per il gesto che viene compiuto dal suicida, nel caso in cui magari lo conosca anche personalmente, può sentirsi in colpa per non essere riuscito a stargli più vicino e a fargli scegliere la vita, piuttosto che la morte, ma non debba mai sostituirsi all’Unico in grado di comprendere fino in fondo l’animo umano.

Pertanto personalmente non sono contrario ad una legge che anche in Italia regolamenti questo tipo di realtà, questo tipo di situazioni estreme perché penso che il problema non sia la morte, ma sia a monte.

O le persone incontrano qualcosa per cui valga la pena vivere, oppure nel caso in cui la vita ponga loro degli ostacoli superiori alla quotidianità (ogni giorno ha già la sua pena), possono sentirsi perse, abbandonate. La solitudine fa il resto.

Allora per noi cattolici, la responsabilità di questo momento storico è grandissima. La vita delle persone non cambia con dei richiami etici, ma cambia se vedono che qualcuno sta vicino a loro, li aiuta gratuitamente e offre loro la possibilità di re-imparare che un modo diverso di vivere e morire è possibile.

Tenendo sempre presente che il libero arbitrio esiste e che nostro Signore ce lo ha donato perché Lui stesso ci ha voluto così.

martedì 15 maggio 2012

Narrare: percorso di umanizzazione

Ho appena terminato di leggere l’interessante saggio di Massimo Diana dal titolo: “ Narrare: perché e come raccontare le storie ai bambini” .
Il libro raccoglie gli articoli apparsi negli ultimi tre anni scolastici 2008 / 2009 /2010 e 2011 sulla rivista L’Ora di religione.
Ne è uscita un’opera davvero interessante per noi genitori, per gli insegnanti, ma anche per tutti coloro che vogliono approfondire i legami e le connessioni esistenti tra il raccontare una storia, una favola e l’essere umano, adulto o bambino che sia.   
Scrive l’autore all’inizio del libro: “Possiamo, in generale, comprendere tutte le storie e le narrazioni dell’umanità come, contemporaneamente, una via a Dio, al mondo ultraterreno, al  mondo del senso e del significato, all’Assoluto, ma anche una via alla propria umanità: le narrazioni sono percorsi di umanizzazione. Esse insegnano che cambiare è possibile, che diventare uomini o donne migliori è possibile ed è alla portata di tutti e di ciascuno.”
Ma di cosa parlano le narrazioni? Quali sono gli eterni e universali problemi che tutti noi, uomini o donne, prima o poi incontriamo nel corso della nostra vita?  Due sono, per l’autore, in ultima analisi i temi trattati  nelle narrazioni:  imparare ad amare e prepararsi a morire. Dall’introduzione di questo argomento centrale  il volume si addentra nei risvolti culturali, psicologici e storici fornendo acute riflessioni e diversi punti di vista che ci educano ad aprire lo sguardo verso nuovi pensieri. Non mancano esempi presi dalla Bibbia, dalla letteratura, dal cinema e dai miti arcaici per meglio descrivere i concetti esposti.
Oltre il titolo, il volume si rivolge agli educatori tutti, professionisti e per vocazione.  Cosa vuol dire educare allora, si chiede alla fine dell'opera l’autore?  Ecco la risposta di Diana:  “vuol dire aiutare a immaginare altrimenti. Questa è la grande nobiltà e dignità umana: che è sempre possibile in qualunque situazione, immaginare altrimenti, cioè vedere le cose da un’altra prospettiva e acquisire un nuovo sguardo sulla realtà”.
Non è certamente, a mio modo di vedere le cose, una definizione esaustiva del termine educazione, ma è comunque un buon punto di partenza, per tutti.

Per chi volesse leggere l’opera (lettura che consiglio) :

Massimo Diana, “Narrare – perché e come raccontare le storie ai bambini” Editrice Elledici, Torino 2011


   

domenica 12 febbraio 2012

Farcela con la morte

Ho conosciuto  il filosofo (detective del quotidiano come si definisce) Fabrice Hadjadj durante l’edizione 2011 del Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini. In quell’occasione tenne un incontro con a tema il titolo del Meeting (E l’esistenza diventa una immensa certezza) che è tra l’altro possibile rivedere e riascoltare oltre che sul canale YouTube del Meeting di Rimini anche  su questo blog  - lo trovate tra i video preferiti.
Hadjadj, certamente noto agli  “addetti ai lavori”  nonostante la sua giovane età ( è nato a Nanterre nel 1971)  merita di essere maggiormente conosciuto perché offre spunti di riflessione sulla vita molto interessanti per l’uomo contemporaneo. E non è una presa in giro. Nel manuale “Farcela con la morte”, scritto nel 2005 e vincitore nel 2006 del prestigioso Grand Prix Catholique de littérature, Hadjadj affronta il tema della morte offrendo riflessioni che ci aiutano a vivere la vita senza censurare l’argomento che è di una inevitabile certezza, per tutti.
L’opera è divisa in capitoli che possono essere letti anche separatamente e offrono spunti per riflettere su diverse tematiche che emergono dai titoli dei capitoli stessi: Speranza di vita, La grazia della paura, Sul suicidio e l’eutanasia, Sull’omicidio legale e il terrorismo, La morte di Dio, Il martirio a portata di tutti, In my end is my beginning.
Scrive Hadjadj: “ la nostra epoca piena di rumore e di furore è veramente attesa di un liberatore, e questo spiega la facilità con cui un intero popolo si precipita a seguire un tiranno pieno di promesse o l’utopia alla moda”.
Ognuno di noi desidera la felicità, ma la nostra morte e la nostra impotenza dimostrano che non riusciamo a procurarcela da soli, dobbiamo sperare che provenga da altro, ma altro non può essere un uomo, limitato e fallibile come noi.  La morte pertanto è il termine di paragone con cui dobbiamo, volenti o nolenti, consapevolmente o meno, confrontarci per tutta la vita. La risposta che ci diamo nei confronti di questo limite condiziona tutta l’esistenza. Hadjadj ci offre le sue riflessioni e le sue risposte che trovano nella religione cattolica il proprio fondamento. La morte di Cristo sulla croce è il fulcro della visione cristiana della vita e quindi anche della morte.  Non sono pagine mistiche o spirituali quelle che si leggono nel manuale, sono pagine che aiutano a riflettere l’uomo di oggi, immerso in una società che fa dell’ eternamente giovane e bello e sano e felice la sua finta colonna sonora. E non manca l’ironia.
Scrive Hadjadj: “D’altronde, come si può imparare a morire? Chamfort riporta l’obiezione di una ragazza: - perché questa frase, imparare a morire? Mi sembra che ci si riesca bene già la prima volta!”
In effetti a noi interessa imparare a vivere bene, non a morire bene.