Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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domenica 15 marzo 2020

Riflessioni sul Covid-19

SS Leviathan 1913




Ognuno di noi, chi più chi meno, si trova in questo periodo a fare i conti con un profondo cambiamento della propria vita a causa della presenza tra di noi del coronavirus o Covid-19.

Molti tra di noi hanno genitori anziani che sono i principali bersagli di questo nemico invisibile e sono preoccupati per la loro salute. Molti tra di noi hanno amici o conoscenti che sono stati contagiati dal virus e sono in apprensione per il decorso della malattia. Molti tra di noi sono forzatamente a casa, sia per ragioni lavorative e sia per ragioni sanitarie, messi in quarantena, come è capitato a chi sta scrivendo il post, perché venuto a contatto con chi poi è risultato positivo al test.

In poche settimane la nostra esistenza è stata radicalmente modificata da un nemico invisibile, un virus che è stato capace di mettere in discussione le nostre sicurezze e stili di vita che sembravano immodificabili. 

Nell’epoca attuale, basata sulla velocità di trasferimento di qualsiasi cosa, dalle merci alle informazioni, anche il virus ha impiegato poco tempo a dare origine ad una pandemia.
In realtà anche nel secolo scorso, una forma analoga di infezione che viene ricordata con il nome di influenza “spagnola” non impiegò molto tempo per fare il giro del mondo.

Contrariamente a quanto si crede, come ci ricorda Laura Spinney nel suo libro: “1918. L’influenza spagnola, l’epidemia che cambiò il mondo”, la malattia ebbe origine negli Stati Uniti in un campo di addestramento militare delle reclute che dovevano partire per il fronte europeo della Grande guerra. Il primo soldato che il 4 marzo 1918 denunciò alla propria infermeria di Camp Funston in Kansas di soffrire di mal di gola, febbre e mal di testa fu Albert Gitchell. Al termine di quella stessa giornata i casi analoghi al suo furono oltre cento. 

L’epidemia arrivò in Europa sulle navi americane che portavano le truppe in Francia e Inghilterra, da quei Paesi si sviluppò in Italia e Spagna. Tuttavia, in tempo di guerra, la notizia che una misteriosa malattia stava facendo strage di soldati al fronte, venne tenuta celata dai Paesi belligeranti per non demoralizzare il morale delle Nazioni. Ma in Spagna, neutrale ai tempi della Prima Guerra, la stampa non era sottoposta a censura e i giornali iniziarono a scrivere di quella strana influenza che circolava nelle trincee di mezza Europa e si iniziò a parlare di influenza spagnola. 

Nel corso della primavera del 1918 si ammalarono i tre quarti delle truppe francesi e metà di quelle britanniche. In maggio la febbre colpì la Germania dove mise fuori combattimento 900.000 soldati. Dalla Germania, tramite prigionieri rimpatriati, si diffuse in Russia. A giugno 1918 il morbo era in Giappone e a luglio in Australia. 

Come accaduto per il Covid-19, allora vi fu il caso del Leviathan, una delle navi più grandi al mondo, che salpò dal New Jersey diretta in Francia con a bordo 9.000 soldati. All’arrivo a Brest dopo una settimana di navigazione, i malati a bordo erano 2.000 con 90 decessi. Venne definita la nave della morte.

Si ammalarono a causa della spagnola Guillaume Apollinaire e Max Weber (morirono entrambi per le conseguenze del contagio), Mustafa Kemal in Turchia, Franklin Delano Roosvelt (all’epoca viceministro della Marina) Ernest Hemingway, John Dos Passos, D.H. Lawrence, il filosofo Martin Buber, Ezra Pound e anche il Mahatma Gandhi in India. 
Si stima che nel biennio 1918-19 morirono nel mondo 50 milioni di persone, il 2,5 per cento della popolazione della Terra. 

Piccolo riferimento personale: ricordo che mio nonno, nato nel 1903, mi raccontava che a causa della spagnola perse i suoi due fratelli più piccoli. Lui, che aveva circa 16 anni all’epoca dell’epidemia, riuscì a cavarsela in quanto più robusto dei suoi fratellini.

Come visto, la spagnola partì da occidente e nel giro di qualche mese si spostò verso oriente, arrivando a coprire ogni continente, Australia compresa. Ma al di là del punto geografico di partenza, i risvolti nei comportamenti umani che il virus della spagnola provocò sono i medesimi di quelli a cui stiamo assistendo oggi per contrastare il nostro Covid-19.

Ho la possibilità di accedere all’archivio storico digitalizzato del Corriere della Sera e prima di scrivere questo post ho passato un paio d’ore a leggere tutti gli articoli pubblicati tra il 1918 e il 1920 sull’argomento “spagnola”. Ebbene, i resoconti di cronaca (molto scarni e scarsi a dire il vero rispetto a quelli che si leggono oggi sui quotidiani) potrebbero benissimo essere pubblicati anche oggi, al tempo del coronavirus, in quanto propongono le stesse tematiche: come proteggersi dal contagio, i luoghi da evitare per non rischiare di essere infettati, le ordinanze governative con le nuove regole da seguire, i personaggi noti e famosi che sono stati contagiati e le cure dei medici che mano a mano si stavano sperimentando. Nulla di nuovo sotto il sole. Cento anni dopo la spagnola, il mondo è ancora sotto scacco per colpa di un nemico invisibile. 

E forse è proprio questo il punto più interessante.


Il Covid-19 ha interrotto bruscamente i nostri modelli di comportamento, le nostre abitudini e ci sta costringendo a fare i conti con un qualcosa a cui forse prima non avevamo tempo per pensare, impegnati come eravamo a correre al lavoro, a correre dietro i figli, a correre nel week end, per riposarci dalle corse della settimana, a correre in vacanza per riposarci dall’aver corso per il lavoro e via così, corsa dopo corsa. 

Il Covid-19 ci sta facendo fermare e in questo tempo dilatato, in casa con lo smart working, o senza lavoro, con il coniuge e i figli oppure da soli, ci sta obbligando a ripensare al nostro stile di vita.

Per chi possiede il dono della fede, questo tempo dilatato, che capita tra l’altro in un momento liturgico particolare, la Quaresima, è fonte senz’altro di profonde riflessioni sul significato di quanto sta accadendo. Ci stiamo accorgendo di come, non solo le grandi cose che ci occupavano il tempo, per esempio andare al lavoro o portare i figli a scuola, ma anche le piccole cose cui eravamo abituati, come andare a Messa, vedersi con il proprio gruppo di amici, andare a trovare i nonni e fare la spesa, celebrare un matrimonio o un funerale, non sono così scontate e ci possono essere tolte all’improvviso. Nulla, all’infuori dei nostri pensieri, è interamente in nostro potere.

In queste situazioni l’uomo reagisce andando a recuperare i modelli di comportamento atavici che risalgono alla notte dei tempi e per un attimo si perde. Ritorna l’uomo che viveva nelle grotte tre milioni di anni fa e si comporta senza usare la ragione, superata dall’istinto di sopravvivenza, dalla paura. L’abbiamo visto in ogni Nazione quando si sono presi per la prima volta provvedimenti radicali contro il virus, con l’assalto ai supermercati per fare scorta di generi alimentari. 

All’uomo di fede, e parlo qui della Fede in Cristo, in questi casi spetta il compito di indicare la strada, di mantenere vivo l’uso della ragione che è sempre la via maestra che conduce alla Fede e di mantenere viva la Speranza, altra virtù teologale che insieme alla Carità ci aiuterà a superare anche questa prova. Perché una cosa è certa: alla fine anche il Covid-19 passerà alla storia e la vita ritornerà ai suoi ritmi. 

Mi rendo conto in questi momenti che la Grazia di credere in Gesù mi aiuta a vedere le cose con la giusta lente, fornendo un criterio di giudizio per valutare tutto quello che accade. La fede in Cristo concretamente significa avere un gruppo di amici che ti permette, anche in situazioni che appaiono estreme come quelle che stiamo vivendo, di non perdere la speranza e di non cedere alla disperazione che ti circonda. Allora “andrà tutto bene” ha senso perché poggia sulla certezza di un Cristo risorto che ha vinto anche la morte. Per questo credo che al cristiano in questa fase sia chiesto di prendersi cura più di prima dell’uomo che non possiede il dono della fede. 

Se c’è una parola che prima del Covid-19 era quasi scomparsa dal nostro vocabolario ed ora giocoforza è ritornata a farsi sentire è proprio la parola morte. Come scrive Massimo Diana nel suo libro “Narrare”, gli eterni e universali problemi che tutti quanti, prima o poi, incontriamo nella vita si possono sintetizzare in: imparare ad amare e prepararci a morire

Imparare ad amare nel senso più alto significa imparare a prendersi cura delle altre creature e implica l’utilizzo corretto e l’educazione della propria libertà. Tale compito riguarda la prima parte della nostra vita. Prepararsi a morire significa che non è possibile svolgere il primo compito senza accettare e sopportare il dolore del lutto, la morte dei legami intessuti e l’accettazione del proprio limite. Questo il compito specifico della seconda parte della nostra vita. Ciò ci consente anche di trovare una risposta alla domanda più importante: quella sul senso e sul significato del nostro stesso esistere.

Ecco, se la venuta del Covid-19 ci potesse aiutare ad approfondire uno di questi aspetti, in relazione alla fase della vita che stiamo attraversando, allora alla fine, per assurdo, potremmo anche ringraziarlo. Perché personalmente credo che nulla capiti per caso. 

Per terminare, possiamo porci questa domanda: può esistere un modo diverso per fare le cose?

Alcuni studiosi sostengono che dopo la spagnola il mondo non fu più lo stesso. Nacquero nuovi stili di vita, l’amore per lo sport e le attività all’aria aperta, e alcuni storici economisti pensano che la situazione economica disastrosa che la spagnola provocò fu tra le concause della Seconda Guerra mondiale.

Sarà così anche per il nostro post Covid-19?

Speriamo che l’attuale pandemia non provochi una nuova guerra mondiale, ma sicuramente qualche cambiamento dobbiamo aspettarcelo. Positivo, negativo?

Dipenderà dallo spirito con cui lo affronteremo.
   
  

lunedì 28 agosto 2017

Meeting di Rimini



Esiste un luogo dove le persone possono assistere ad un incontro con relatori che sono su posizioni opposte in merito al tema proposto, e al termine del convegno trovarsi arricchite dai punti di vista di entrambi.

Esiste un luogo dove nel corso di una giornata, contemporaneamente, si svolgono una dozzina di convegni, con argomenti di carattere religioso, politico, storico, filosofico, scientifico, letterario e artistico.

Esiste un luogo dove è possibile incontrare e interloquire con scienziati, filosofi, docenti universitari, religiosi, politici, imprenditori, scrittori, in un modo totalmente semplice, abbattendo quella distanza conseguenza del “ruolo”, che alcune volte è presente quando ci si rapporta con taluni personaggi.

Esiste un luogo dove per una settimana, dalla mattina alla sera, giovani, famiglie, laici e consacrati, credenti e persone in cerca di una ragione per vivere, possono incontrarsi, e assistere ad uno di questi incontri, liberamente, oppure visitare una delle innumerevoli mostre tematiche che sono allestite in prossimità dei saloni ove si tengono i convegni.

Esiste un luogo dove, per tutta la settimana in cui si svolge la manifestazione, è possibile per chi lo desidera dedicarsi ad attività sportive, e per i più piccini trovare maestri, educatori e mamme disposti ad occuparsi di loro, attraverso attività ludiche e ricreative.

Ed infine esiste un luogo ove per un’intera settimana, le persone possono assistere a spettacoli quali recital di canzoni, rappresentazioni teatrali e musicali di elevato livello artistico.

Esiste un unico luogo dove tutto quanto sopra descritto si realizza, in parte grazie alla disponibilità di migliaia di persone, giovani e adulti, che dedicano una parte delle loro vacanze o delle loro ferie per la realizzazione di questo evento, in parte penso, grazie all’opera di un Altro.

Esiste da 38 anni un luogo come questo e, credo senza tema di essere smentito, quest'unico luogo al mondo si trova in Italia, a Rimini, e prende il nome di Meeting per l'amicizia tra i popoli.

Esso nasce dal bisogno di alcuni giovani cattolici, amici di un sacerdote brianzolo che porta il nome di Don Giussani, di condividere con tutti il desiderio di bellezza e di felicità che l'incontro con questo prete, e tramite lui con Cristo, aveva generato nella loro vita.

Per questi amici, ad un certo punto della loro storia, fu naturale pensare ad un luogo dove le persone, indipendentemente dalla loro fede, razza, opinione politica, posizioni sociale, una volta all'anno potessero trovarsi insieme per alcuni giorni e ragionare, riflettere e pensare su quanto in fondo, interessa di più ogni essere umano: come soddisfare il proprio bisogno di felicità e di essere amati.

La cultura non è altro se non la risposta dell’uomo di tutti i tempi a questo desiderio di pienezza di vita: più si conosce e si comprende la vita e la storia dei popoli, più si possono gettare ponti di pace tra gli uomini e abbattere i muri che ancora dividono i cuori di molte persone.

Questo è lo scopo del Meeting: incontrare le diverse culture per conoscersi e cercare la risposta al bisogno del singolo uomo. Ogni anno il Meeting ha un titolo che invita alla riflessione e indica la strada a tutti i partecipanti, relatori e non, della manifestazione. Quello del prossimo Meeting 2018 (che si terrà dal 19 al 25 agosto 2018) è il seguente: Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice. 

Questa affermazione, di Don Giussani, è riportata anche nella prefazione scritta da Marta Cartabia, giudice della Corte Costituzionale, al libro di Vaclav Havel, dal titolo Il potere dei senza potere, edito da Itaca e ci può forse già fornire un’indicazione su quali saranno i temi principali del prossimo Meeting. 

Per chi volesse leggere un commento all’opera citata, lo può trovare al seguente link: http://lorenzorobertoquaglia.blogspot.it/2013/06/il-potere-dei-senza-potere.html

Per finire un po' di numeri.

I numeri che ho deciso di aggiungere al termine di questo post, forniscono solo una vaga idea di quanto si sia vissuto al Meeting di quest’anno: 118 incontri con 327 relatori, 17 esposizioni, 10mila mp3 di audioguide delle mostre, 14 spettacoli con 21mila spettatori e 31 manifestazioni sportive. 
Il tutto in 130mila metri quadrati di Fiera (21mila dedicati alla ristorazione), con l’apporto di 2.259 volontari più 400 nel “pre-Meeting” che hanno reso possibile la costruzione degli spazi fieristici. 

Rilevanti anche le cifre della comunicazione: 600 giornalisti accreditati, 1478 articoli sulla carta stampata, 1447 sul web, 316 servizi tv e 154 passaggi in radio, per un totale di 3395 servizi.

Anche i social sono stati bollenti. In una settimana 1175 nuovi fan Facebook per la pagina @meetingrimini, 515mila utenti unici e 400mila interazioni, tra mi piace, condivisioni e commenti. Ancora: 166mila le visualizzazioni di video su Facebook e 250mila le visualizzazioni su Twitter.

Arrivederci al prossimo Meeting: non andarci fors'anche per un giorno, sarebbe veramente un peccato!

Ed ora, per finire, un breve video sul Meeting: https://youtu.be/3GxQ_kpauWs

sabato 2 gennaio 2016

L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene


Il giorno del matrimonio nel 2005 

Il 31 dicembre 2015, poche ore prima della mezzanotte, il mio amico Ugo è salito al cielo. Era malato di SLA da sei anni e forse qualcuno di voi ha già letto i post che parlano di lui su questo blog.

Ora, dopo aver partecipato al suo funerale questa mattina, in una chiesa strapiena di persone, non mi resta che ringraziare lui e Silvia, la moglie, per la testimonianza che ci hanno dato in questi anni. 

Sono stati sei anni di fatica, tantissima, per Silvia che non lo ha mai lasciato solo un giorno, e nel frattempo ha cresciuto i due figli che ora hanno sei e otto anni, ma anche per Ugo che, oltre a dover subire la malattia che avanzava a passi da gigante, vedeva passare davanti agli occhi la vita dei suoi cari senza poter fisicamente agire.

Eppure dal rapporto tra marito e moglie, dove ad operare era l’essenziale e non altro, attraverso la fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, sono germogliati un’infinità di relazioni, di situazioni, di incontri che hanno cambiato la vita stessa delle persone coinvolte. Era impossibile rimanere gli stessi dopo una visita a casa di Ugo e Silvia. A casa loro si stava bene, tutti stavano bene. Ci si sentiva meglio, si usciva cambiati.

Si andava a casa loro con la scusa di salutare Ugo, ma in realtà era come si volesse vivere un poco vicino a quell’unione, si volesse contemplare l’unità presente tra un corpo immobile, Ugo e sua moglie Silvia. Unità che rimandava a qualcosa d’altro, ad una Presenza che la rendeva possibile, umanamente possibile.

Come ha detto Don Giorgio nell’omelia, non siamo qui così in tanti per celebrare la fine di tutto questo, la fine di Ugo. Sarebbe assurdo fare una cerimonia se tutto finisse qui. Ugo ci ha testimoniato con il suo sacrificio cos’è l’essenziale della vita e sua moglie Silvia ci ha documentato con il suo sì - nella salute e nella malattia - ripetuto il giorno del matrimonio e ogni giorno della malattia di Ugo, il miracolo quotidiano che si compie con la Grazia di Cristo. 

Quello che Ugo ci ha lasciato, ci ha affidato, sono le persone e i momenti di rapporti vissuti insieme che ci hanno testimoniato l’esistenza di una Presenza che può dare una risposta di senso e verità anche al dolore più intenso, in apparenza più assurdo. 

Sta a noi fare memoria e rendere testimonianza di questo dono ricevuto. Come scrive Giovanna De Ponti Conti nella sua favola “Arco di Luce”: “l’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene”. 

Ugo e Silvia ci hanno aiutato a sperimentare un assaggio di quel bene. E per questo li ringraziamo.



domenica 15 novembre 2015

Parigi come Baghdad



Con l’attentato di Parigi, il secondo quest’anno, di venerdì 13 novembre, diventa evidente che il sedicente Stato islamico ha deciso di portare gli attacchi terroristici nel cuore delle capitali europee che partecipano in Siria alla spedizione anti Isis. 

Parigi come Beirut, Kabul, Gaza, Baghdad, Islamabad, Londra, New York, Boston e si potrebbe continuare, purtroppo. 

Quello che i terroristi hanno voluto colpire questa volta è lo stile di vita del nostro mondo occidentale, non simboli religiosi, ma quelli laici di un normale venerdì sera: la partita di calcio allo stadio, un concerto rock, una serata al bistrot con gli amici. 

Una sera qualsiasi, una location tranquilla, non a rischio, secondo un normale ragionamento che non attribuisce particolare valore simbolico ad un locale dove si ascolta musica dal vivo ed ecco che di colpo un terrorista si fa esplodere e un altro fa strage di giovani impugnando un kalashnikov. 

Ormai non c’è luogo in Europa che possa dirsi al sicuro dal pericolo del terrorismo islamico.

Gesti non umani li ha definiti Papa Francesco. Uccidere, massacrare gente inerme senza una ragione non è umano, questo è evidente a tutti, ma non è a ben vedere neanche animale, perché gli animali uccidono altri animali per una ragione, o per fame o per difesa.

Come si reagisce a questa situazione che provoca angoscia e lascia dentro ciascuno di noi un senso di rabbia e impotenza? Con la legge dell’occhio per occhio, dente per dente? O ci sono altre vie?

Sicuramente nell’immediato occorre una mobilitazione unitaria di tutte le Nazioni civili, possibilmente sotto l’egida dell’Onu, contro l’Isis che porti il più velocemente possibile alla sua sconfitta militare. In questo caso, l’azione sarà più efficace politicamente quante più nazioni “islamiche” parteciperanno alla coalizione.

Ma il passo successivo a nostro giudizio dovrà prevedere una forte azione politica e culturale per cercare da un lato di porre fine, non con le bombe ma con le parole scritte sotto forma di trattati e accordi, ai molteplici conflitti che da troppo tempo affliggono il Medio Oriente, iniziando da quello israeliano palestinese.

Finché un bimbo israeliano avrà negli occhi l’orrore delle esplosioni dei razzi di Hezbollah sulla sua città e un bambino di Gaza crescerà con la visione dei carri armati israeliani che sparano a suo fratello più grande o a suo padre, non ci potrà essere pace in quella regione.

Occorre che i leader delle nazioni più influenti del mondo escogitino il modo di convincere i leader di quei popoli a trovare il modo di vivere insieme in pace in Palestina. Solo così potranno nascere e crescere giovani generazioni che non avranno negli occhi e nei cuori immagini di guerra, di dolore e di rabbia con l’inevitabile certezza che crescendo quei sentimenti si trasformino in desiderio di vendetta.

Ormai è chiaro che non ci sono alternative: con l’uso della forza non si è ottenuto quanto auspicato, da nessuna delle parti in causa. La democrazia, il rispetto dei diritti umani, i temi tanto cari al mondo occidentale, non si possono imporre con la forza e l’uso delle armi ai popoli, ma attraverso un lavoro che deve essere di tipo politico e culturale, fermo restando che questi medesimi valori devono essere accettati consapevolmente dalle popolazioni per far sì che portino in quelle società un reale cambiamento e diano frutti. E’ un processo lento, un lavoro continuo che va sostenuto da tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi fede essi siano, ognuno può e deve fare la sua parte nel proprio quotidiano senza dimenticare però che l’esito rimane incerto.

Necessita quindi cambiare strategia per raggiungere l’unico vero risultato che conta: riportare la pace in Medio Oriente. D’altra parte come scrisse il grande scienziato Albert Einstein, follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi.

Il mondo di oggi ha quanto mai bisogno di nuovi leader, che non siano necessariamente giovani di età (di esempio la figura di Papa Francesco che si impone a tutti per la sua autorità morale associata ad una personale ed umana autorevolezza), ma giovani di idee e desiderosi di impegnarsi per un reale cambiamento di mentalità e di approccio al problema medio orientale. 

Solo così vedremo la luce in fondo al tunnel che il mondo intero sta percorrendo. Perché una cosa è certa: non sappiamo se questa che stiamo vivendo sia la terza guerra mondiale, ma sicuramente è una guerra globale che interessa tutte le Nazioni ed è una guerra tra due visioni differenti del mondo che devono trovare il modo di convivere in pace implementando la reciproca conoscenza e il reciproco rispetto.

sabato 19 settembre 2015

Cristianesimo e Islam: per una pacifica convivenza nell'Europa di domani



Il contraccolpo emotivo che quotidianamente subiamo di fronte alle immagini dei profughi che cercano la salvezza all'interno della nostra cara e vecchia Europa (che in questo periodo storico si presenta al mondo con il vestito dell'Unione europea a 28) ci lascia attoniti e senza parole. Di pensieri invece ce ne vengono molti e ci interroghiamo su come e perché sia potuto accadere tutto questo e soprattutto cosa potrebbe capitare domani. 

Una riflessione che ci interpella di frequente riguarda la fede religiosa delle persone che in questi giorni stanno varcando i confini del nostro continente. E' ragionevole pensare che la religione della maggioranza dei profughi sia l'Islam. Quello che il mondo musulmano non è riuscito a compiere con gli eserciti nel XVI secolo (ricordiamo tutti la famosa battaglia di Lepanto che pose fine all'espansione del regno ottomano in Europa), potrebbe riuscire a portare a termine in altro modo ai giorni nostri. Intendiamoci, non stiamo dicendo che esiste una "strategia" da parte dell'Islam di invadere l'Europa con milioni di profughi e successivamente, una volta insediatisi e stabilizzatisi, cercare di islamizzare il continente. Tuttavia, vista la situazione attuale e alcuni scenari tendenziali di cui più avanti parleremo, nel medio periodo qualche problema di "convivenza" tra i due mondi, il nostro e il loro, si potrebbe presentare.

Iniziamo con il dire che la situazione attuale è il frutto di scelte sbagliate anche da parte dei Paesi europei. L'origine dei conflitti che oggi stanno provocando una marea umana di esuli e rifugiati, che vagano senza una meta per il Mediterraneo e per mezza Europa, dipende in larga parte dalle centenarie politiche egemoniche dell'Occidente in Asia e Africa. Su questo tema si potrebbe discutere per giorni, ma non ci interessa in questo momento. Evidenziamo solo che l'ultimo atto di questa pretesa egemonica dell'Occidente, cui è stato dato il nome, tragicamente ironico per l’esito che sta avendo, di "primavere arabe", che pretendeva di esportare la "democrazia" in popoli e nazioni che erano governate da barbari tiranni e despoti dittatori, ha generato morti e distruzioni mille volte superiori e aperto la strada all'Islam più radicale e guerrafondaio (vedasi l'autoproclamatosi Stato islamico sorto sul vuoto di potere in atto). 

La situazione attuale però, al di là della sua genesi, va affrontata e gestita. E' ipotizzabile pensare che la risoluzione dei conflitti in atto e una normalizzazione della vita politica e civile dei Paesi dai quali oggi si fugge, richieda anni, decine di anni. Nel frattempo quindi le persone che adesso stanno arrivando per vivere in Europa si saranno stabilizzate e più o meno integrate nelle nostre città e nei nostri Paesi. L'esigenza di integrazione, che dovrebbe, per logica e interessi, essere avvertita maggiormente dai “vecchi” residenti cioè dagli attuali cittadini europei, presuppone che si realizzino luoghi aggregativi dove i nuovi arrivati, che si sommano ai musulmani già residenti in Europa, possano essere accolti e iniziare una nuova vita rispettando quelli che sono i principi costitutivi della nostra cultura e della nostra concezione del vivere insieme in pace. Noi dobbiamo insegnare ai nuovi arrivati che l’Europa è un luogo che accoglie le vittime delle guerre e delle persecuzioni, che c’è posto per tutti, a condizione che desiderino vivere in pace lavorando onestamente e rispettando le idee e le credenze di tutti. 

Non è più possibile ignorare questo problema e non gestirlo. Nelle città metropolitane europee si sono costruite moschee, di dimensioni più o meno grandi, per permettere ai nuovi arrivati di esercitare il proprio culto. E’ la libertà religiosa infatti, la prima che deve essere garantita alle persone in quanto quella più costitutiva dell’essere umano e quella da cui può partire il dialogo tra uomini con fedi diverse, ma uniti dalla medesima tensione del senso religioso. Occorre che anche in Italia, rimasta indietro sino ad ora nell’affrontare il problema, si incominci a riflettere e ad agire. L’esempio di Milano in questo caso è significativo. Il comune ha deciso di permettere agli esponenti di altre religioni la costruzione di luoghi di culto e le associazioni islamiche si sono pre-aggiudicate due delle tre aree rese disponibili dall'amministrazione. Ma attenzione: a questo punto incontriamo un problema. Con quale Islam abbiamo a che fare? La religione islamica infatti non ha una personalità che, come il Papa per la Chiesa Cattolica, rappresenta univocamente tutti i fedeli di Maometto. Storicamente si sono sviluppati diversi Islam che hanno dato vita a diverse letture dei testi sacri e quindi a diversi modi di vivere e professare la religione islamica.

Non è un fattore di secondaria importanza, perché in base alle comunità musulmane cui si apriranno le porte del dialogo, si darà voce all'islam moderato o a quello più estremista e radicale. Non è certo il caso di rischiare di sostenere e dare voce al secondo islam, semmai occorre allacciare rapporti sempre più stretti con il primo per fare in modo che la nostra società continui ad essere il luogo di sviluppo, di pace e di crescita culturale e religiosa per ogni cittadino. Infatti la risposta che daremo al tema della questione religiosa per i milioni di musulmani che vivranno sui nostri territori nei prossimi anni contribuirà a mantenere in Europa un clima di pace e di stabilità politica e civile che a sua volta permetterà un progresso economico e sociale per tutti. Ma solo se a svilupparsi sarà l'islam moderato e responsabile e si metterà ai margini quello più violento e radicale. In caso contrario il rischio per le medesime nazioni europee che oggi stanno accogliendo i profughi sarà quello di aver coltivato in seno dei potenziali nemici che, una volta integratisi all'interno dei singoli Paesi, utilizzando le regole democratiche della nazione ospitante, acquisiti i diritti politici, civili e religiosi, tentino l'islamizzazione forzata del Paese.

Il pericolo esiste anche perché, in Europa, la secolarizzazione ha provocato l'abbandono dalla pratica religiosa di milioni di persone che non percepiscono più il cristianesimo come punto di riferimento per la loro vita. Il nichilismo esistenziale permea milioni di europei e una modalità religiosa come quella espressa dall'Islam radicale, potrebbe sicuramente fare breccia nel vuoto esistenziale dei nostri giorni e risultare attrattiva soprattutto per i giovani europei. 

Da come riusciremo a gestire oggi queste sfide epocali, dipenderà il futuro del nostro continente e dei nostri figli.