Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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sabato 11 maggio 2019

Quale futuro per l'editoria italiana?


Consueto appuntamento al Salone del Libro di Torino con l’AIE, l’Associazione Italiana Editori che ha fornito i dati sull’editoria italiana del 2018.

Convegno AIE al Salone del Libro di Torino 2019



Come vanno le cose nel mondo dei libri? 


Potremmo riassumere che vanno come va l’Italia, stabile con outlook negativo.

In un arco di tempo di dieci anni, il mercato italiano dell’editoria ha perso circa 300 milioni di euro di fatturato chiudendo il 2018 con 3,1 mld di ricavi complessivi. 

Questo dato dimostra comunque come l’editoria italiana rimanga il principale fornitore di contenuti culturali del Paese, davanti a Canali TV privati a pagamento (che seguono a breve distanza) e pubblici (RAI), Stampa quotidiana e altro.

A livello europeo, rimaniamo la terza/quarta industria editoriale anche se i lettori italiani continuano a mantenere bassi due indici: quello di lettura pro capite di libri e quello di comprensione dei pochi testi letti. In Italia pochi lettori (circa 5 milioni di persone pari al 18% dei lettori) leggono più di 12 libri all’anno, contribuendo al 45% del fatturato complessivo del settore, mentre 11,1 milioni di italiani leggono da 1 a 3 libri l’anno. Nell’insieme, gli italiani che hanno acquistato almeno un libro nel 2018 sono stati circa 28,3 milioni, gli altri italiani non ne hanno acquistato nemmeno uno.

Nel convegno si sono analizzati nel dettaglio i mutamenti intervenuti nei comportamenti del lettore. Per curiosità sono andato a rileggermi il rapporto del 2010 (quindi con i dati riferiti al 2009). Si parlava del nuovo mercato degli ebook e nel Natale 2009 quel mercato aveva fatto segnare 1,1 milione di euro di ricavi (lo 0,03% del fatturato). 
Nel 2018 il canale degli store on line ha coperto il 24% delle vendite complessive di libri e il segmento ebook da solo vale il 16% del mercato italiano; tengono il passo le catene di librerie, mentre perdono quote di mercato le librerie singole/familiari e perde quote (da 8% a 6,6%) la GDO. 

Ripartizione canali vendite libri 


Risulta evidente che cambiando le modalità di acquisto dei libri da parte del lettore, sono mutati anche i riferimenti motivazionali che spingono all’acquisto di un libro. 

Perdono importanza il consiglio del libraio di fiducia e la prossimità fisica del punto vendita con l’esposizione della copertina, mentre acquista importanza il mondo dei social con le community di lettori e i book blogger, mentre il primo impulso all’acquisto di un libro rimane sempre il passaparola di un amico.   

Il vero problema per il mercato dell’editoria italiana rimane quello di aumentare il numero dei lettori, anche perché se si guarda con un’ottica di medio periodo, la popolazione tende all’invecchiamento e i giovani lettori da “coltivare” saranno sempre meno.

Inoltre, e gli studi medici recenti lo confermano, le nuove generazioni che si stanno formando la mente su piattaforme digitali sin dall’infanzia, acquisiscono capacità cognitive di lettura differenti da quelle delle generazioni precedenti. A questo proposito segnalo l’interessante libro di Maryanne Wolf, Lettore vieni a casa.

Anche il libro del futuro dunque dovrà essere differente per attrarre i giovani nativi digitali?   


Nella seconda parte del convegno si è analizzata l’influenza delle serie televisive sulle vendite dei libri che le hanno originate (es. tra tutti l’attuale serie televisiva di successo Trono di Spade).

Grafico vendite libri Trono di Spade

Il mondo delle fiction tv viene considerato da più parti come il nuovo “nemico”, la nuova frontiera contro cui l’editoria deve fare i conti per mantenere il proprio “spazio vitale”.

In realtà il risultato dell’analisi compiuta è stato che la messa in onda delle serie televisive ha generato un riscontro positivo sulle vendite di tutti i libri da cui la serie ha preso spunto. Pertanto, se il fenomeno delle serie tv può essere considerato un “concorrente” alla lettura di un libro, tuttavia è indubbio che agisca da detonatore per l’acquisto dei libri da cui la fiction è stata generata.

Quale futuro per l’editoria italiana?


Noi crediamo che il compito principale di un editore sarà sempre quello di cercare una buona storia e pubblicarla attraverso ogni canale che la tecnologia strada facendo gli offrirà. Una storia capace di affascinare un bambino, di colpire un giovane e di commuovere un adulto. 

Il resto siamo sicuri che verrà da sé.



sabato 9 febbraio 2019

Il mondo cambia pelle?

Il mondo cambia pelle?
Erano anni che non vedevo così gremito di pubblico l’auditorium Giò Ponti di Assolombarda a Milano, in occasione della presentazione del Rapporto sull’economia globale e l’Italia. Lunedì 21 gennaio 2019 si è tenuta la presentazione del XXIII studio, curato come sempre dall'economista Mario Deaglio in collaborazione con il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e Ubi Banca.

Probabilmente il clima di incertezze che stiamo vivendo ha spinto molti a partecipare all’incontro per cercare di meglio comprendere dalle parole del professor Deaglio il tempo che stiamo attraversando e il futuro che ci potrebbe attendere.

Occorre subito dire che, come sempre, il lavoro del gruppo di studio coordinato da Deaglio è stato approfondito, puntuale nell’individuazione dei punti critici e ricco di occasioni per riflettere.

Il titolo del rapporto di quest’anno (il mondo cambia pelle?) lascia subito intuire quanto il 2018 sia stato un anno di cambiamenti significativi che, consapevolmente o meno, ci hanno coinvolto. Di seguito, sintetizzati in flash, gli argomenti analizzati nelle quattro parti del documento.

1. La crescita indebolita 

Lo sguardo è in generale sul mondo e gli autori evidenziano punti di attenzione verso gli Stati Uniti dove il movimento America First del Presidente Trump potrebbe portare a rischi di protezionismo e populismo che a loro volta potrebbero minare la crescita economica nel medio lungo periodo.  Altri punti da tenere sotto controllo sono i rapporti sempre più tesi tra lo Stato Sovrano e i titani della Rete, la politica dei dazi e la fine del multilateralismo, la riduzione della “corporate tax”. Il capitalismo sembra ancora vincente nel mondo, ma è un sistema alla lunga ancora sostenibile? 

Per quanto riguarda l’Europa, il 2018 è stato il peggiore da tempo, sotto molti aspetti. In Europa sembra prevalere una società basata sul rancore e sulla collera. L’economia ha rallentato mentre il sistema bancario europeo è ancora lontano dall’aver ritrovato la redditività di un tempo. Vi è poi un importante problema demografico che alla lunga renderà sempre più difficile la sostenibilità economica del sistema.

2. Lavoro e capitale, una difficile ridefinizione

Per quanto riguarda il lavoro, il paradigma è: il lavoro è da reinventare. Il 2018 ha visto ancora una volta una bassa crescita retributiva e la nuova “normalità” del part-time. Quanto potrà ancora aumentare la produttività del lavoro? È in corso un passaggio epocale: dall’organizzazione scientifica all’organizzazione algoritmica del lavoro. Altro tema importante: che sviluppo avranno il reddito universale o quello di cittadinanza? Permane il problema del debito estero dei Paesi emergenti, lo scontro sul libero commercio, il rialzo dei tassi di interesse, il populismo al governo in molti Paesi.

Quale sarà il nuovo volto del capitalismo di mercato: si andrà verso un mondo di imprese giganti?
A pagina 103 del rapporto è inserita un’interessante tabella. Mostra le dieci società al mondo a maggiore capitalizzazione. Nel 2007, 6 società su 10 avevano sede negli USA, 2 in Europa, 1 in Giappone e 1 in Cina. I settori rappresentati: Idrocarburi (5), Finanziario (2), InfTech (1), Telec. (1) Auto (1). Nel 2018, 8 società su 10 hanno sede negli USA e 2 in Cina. I settori rappresentati sono InfTech (7), Finanziario (2) e Idrocarburi (1).

3. Geopolitica, un mosaico che si complica

Vengono analizzati: gli Stati Uniti e la loro leadership globale (Make America Great Again!), la Russia e la Cina e il loro sviluppo futuro. Si domandano gli autori: la guerra fredda è finita o continua sotto altre forme? I focolai di crisi sono sparsi ovunque: nel Medio Oriente, laboratorio della guerra perenne, in Iran (verso una guerra mondiale regionale?), la guerra civile in Libia, il “ventre molle” dell’Egitto, l’Asia sempre più in mano cinese, la Corea del Nord, l’America Latina che convive con i fantasmi del passato e l’Africa con ambizioni per il futuro. Infine, su tutto, il petrolio e un possibile scontro sul suo prezzo nel prossimo futuro.

4. Italia 2019, aspettando il salto di qualità

Un Paese spezzato, un’economia incrinata? Certamente vi sono stati in passato dei fattori positivi: la ripresa delle esportazioni, un progresso nella struttura economica, ma adesso servirebbe continuare nella crescita. Domande: i principi di una riforma fiscale (la cash flow tax) sono attuabili? I nuovi modelli di business e le nuove tecnologie che impatto avranno sul mondo del lavoro? In tema di redistribuzione del reddito, quello di inclusione e quello di cittadinanza sono la soluzione all’aumento della povertà?

Giunti al termine della lettura, è inevitabile una sensazione di sgomento: se tali e tanti sono i problemi che abbiamo davanti, cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo fare?

Le soluzioni “chiavi in mano” purtroppo non esistono. Nel Rapporto vengono suggeriti alcuni punti di attenzione che, se perseguiti, potrebbero assicurare alla nostra amata terra, che ricordiamo è l’unica che abbiamo a disposizione per vivere, un futuro meno cupo. Eccoli: 1. La solidarietà tra generazioni - 2. La solidarietà all’interno delle generazioni e 3. La tutela dell’ambiente.

Questi tre fattori, se attuati insieme, porterebbero ad uno sviluppo economico sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

Quello dello sviluppo sostenibile non è un concetto di oggi: è stato enunciato per la prima volta nel 1983 da Gro Harlem Brundtland, già primo ministro della Norvegia. Da allora sono passati 36 anni, ma non sembra che il concetto abbia avuto molti seguaci nel mondo.

Ci viene in mente l’Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco: “13. La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare….  14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale…. 43. Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone..."

Allora, per concludere questo lungo post, ci auguriamo che nei prossimi 36 anni il concetto di sviluppo sostenibile, con tutte le conseguenze che si porta dietro, diventi il centro dell’agenda politica ed economica mondiale. Non c’è più tempo da perdere.

Ultimo suggerimento: se vi capita, leggete il rapporto, ne vale la pena per farsi un’idea reale, non mediata dai social, della situazione del mondo in cui ci tocca vivere.

Ma ricordiamoci che ognuno di noi, con le proprie azioni, può contribuire al cambiamento.

domenica 3 febbraio 2019

Influencer ante litteram

L'Adorazione dei Magi di Paolo Veronese


Da alcuni anni sempre più spesso ci imbattiamo nel termine influencer. Il Corriere della Sera di oggi, domenica 3 febbraio, vi dedica addirittura una pagina intera, la numero 19, a firma di Candida Morvillo. 

Ma chi è un influencer e, soprattutto, di cosa si occupa?

Il termine si trova di solito abbinato alla parola marketing (influencer marketing) e viene utilizzato nel mondo dei social network (Facebook, YouTube, Instagram ecc.).

Si può definire un influencer un utente di questi social (quindi una qualsiasi persona che abbia aperto un proprio profilo utente su uno di questi social) che pubblichi tramite di essi, foto, video o altri generi di contenuti (qualche frase o commento, possibilmente di senso compiuto). Il quid in più che deve possedere un influencer, rispetto ad un comune utente, consiste però nella sua capacità di “influenzare” altri utenti (definiti in gergo social i propri follower – seguaci).

Questo è il vero “potere” che definisce e detiene un influencer: condizionare le scelte dei propri seguaci. A fare cosa? Beh, qui entra in gioco l’altra parola abbinata a influencer: marketing. Le definizioni di marketing sono molteplici, ma tutte hanno a che fare con la parola vendita. Allora possiamo dire in estrema sintesi che l’influencer ha il potere (o si presume che abbia, o ritiene di avere, a seconda dei casi) di orientare i consumi dei suoi seguaci.

Rimane però ancora un aspetto da valutare, per comprendere appieno il ruolo dell’influencer. Per essere veramente tale, l’utente influencer deve essere ritenuto dai suoi seguaci “affidabile” e “credibile”. E come si diventa affidabili o credibili nel mondo dei social? Dipende dal numero di seguaci che si riesce a tenere legati al proprio profilo: per darvi un’idea, alcuni influencer italiani hanno 16 milioni di follower (Chiara Ferragni) e 11,5 milioni (Gianluca Vacchi). Più seguaci, più credibilità, più affidabilità, più guadagno.

Eh sì, perché i maggiori influencer, anche solo per pubblicare una foto, un commento, un video di alcuni minuti dove compaiono con qualche oggetto o con qualche vestito addosso, ricevono un mucchio di soldi. Quanto vale il lavoro sui social? I prezzi di mercato possono oscillare tra un minimo e un massimo, e dipende da quale influencer lo pubblica e su quale canale. Un post su YouTube può andare da 10.000 a 250.000 euro; un post su Facebook da 5.000 a 150.000 euro; un post su Instagram da 5.000 a 100.000 euro. I prezzi chiaramente si riferiscono a top influencer con milioni di seguaci in giro per il mondo, ma comunque rende l’idea del giro d’affari che potenzialmente si può generare con i canali social.   

Di cosa si occupano gli influencer? Gli argomenti sono certamente di spessore e per tutti i gusti: in rete si trovano travel influencer che si occupano di viaggi, fashion influencer che sviluppano, seguono e anticipano la moda, poi vi sono i fitness influencer che possono spaziare dal campo degli integratori alimentari all’abbigliamento sportivo. Infine, i food influencer vi permettono di conoscere i piatti più caratteristici di tutto il mondo. Da poco si sta sviluppando una nuova categoria di influencer, i book influencer: persone che postano su Instagram una foto con una copertina, oppure un video dove presentano o commentano un libro e si auto definiscono influencer culturali.

Personalmente, ho avuto la fortuna di vivere la mia gioventù in un tempo in cui avevo come influencer culturale la “terza pagina” del Corriere e le persone che mi hanno “influenzato” si chiamavano Afeltra, Biagi, Fallaci, Montanelli, Pasolini, Pivano solo per citarne alcuni e in ordine alfabetico.

Intendiamoci, non ho nulla contro le persone che, sfruttando la tecnologia ora disponibile, i social media, pensano di essersi inventate questo lavoro. Mi domando solo: ma i milioni di follower che seguono attraverso i social quello che pubblicano giornalmente questi influencer che cosa cercano in questi contatti? Perché ogni giorno si collegano a questo o quel social per vedere la foto o il video postato da tizia o caio? Qual è il desiderio che li tiene collegati: è semplice curiosità o c’è dell’altro?

Nel paragrafo precedente ho scritto “pensano di essersi inventate un lavoro”, perché recentemente sono stato al Museo Diocesano di Milano e ho avuto la fortuna di ammirare il capolavoro del pittore Paolo Veronese, l’Adorazione dei Magi, “traslocato” in quella sede per le festività natalizie, per gentile concessione della Chiesa di Santa Corona a Vicenza, dove di solito è collocato.

Veronese dipinge l’opera nel 1573, quando ha 45 anni. È nel pieno della sua attività artistica, è affermato e riconosciuto affidabile e credibile come pittore. Riceve da un importante e ricco signore della sua città, Vicenza, una somma per dipingere un’opera che dovrà rendergli onore e garantire fama nel tempo.

E il genio di Paolo Veronese ci propone l’Adorazione dei Magi dove i mantelli indossati dai tre maghi raffigurano le stoffe preziose, prodotte dal ricco committente dell’opera, che trova posto anche lui nella parte sinistra del dipinto. La finezza della pennellata del pittore rende alla perfezione la qualità e il colore delle stoffe tessute e vendute in tutte le corti d’Europa dal committente che si assicura in questo modo la massima forma di pubblicità consentita alla sua epoca. 

Paolo Veronese si può quindi definire un influencer ante litteram.

Passati i secoli, e perso il valore delle informazioni di marketing sull’attività tessile e commerciale del committente del quadro, cosa ci resta? Per fortuna, ci rimane l’opera straordinaria di Paolo Veronese; anche se non tutti conoscono la storia del dipinto, non importa poi molto: per l'Adorazione dei magi ci sarà sempre un posto nei libri di storia dell’arte.

Ma tra cinquecento anni, che cosa verrà ricordato degli influencer dei primi anni del XXI secolo?
  




domenica 30 dicembre 2018

Libridipendenti





L’ultimo pranzo con i colleghi d’ufficio, prima dello stacco di fine anno, ne avevamo parlato: in Italia si legge poco o nulla. Del resto, anche il “Rapporto sullo stato dell’editoria nel 2018” pubblicato di recente dall’Associazione Italiana Editori (ma i dati si riferiscono al 2017 e solo ai primi sei mesi del 2018) conferma il trend. A fronte di un aumento del numero delle case editrici attive, del numero dei titoli pubblicati, della vendita dei diritti e di un mantenimento dei prezzi dei libri, il numero di lettori non cresce. Sono circa trenta milioni gli italiani che nel 2017 hanno letto almeno un libro (il 65% della popolazione). In particolare, sempre secondo l’analisi di AIE, si evince come il “non leggere” sia trasversale ai diversi livelli di istruzione e ai ruoli ricoperti: tra i dirigenti il 38% non ha letto un libro nel 2017 mentre tra i laureati la percentuale scende al 32,3%, ma rimane comunque elevata.

In questi giorni riflettevo su questo argomento quando mi sono imbattuto in un post dell’ex presidente statunitense Barack Obama che su un social ha pubblicato la lista dei libri letti nel 2018.
Obama è solito tenere un elenco delle sue letture (oltre a film e canzoni) e a fine anno riguardarlo per fare memoria del cammino compiuto. In particolare, lui scrive: “As 2018 draws to a close, I’m continuing a favorite tradition of mine and sharing my year-end lists. It gives me a moment to pause and reflect on the year through the books, movies, and music that I found most thought-provoking, inspiring, or just plain loved. It also gives me a chance to highlight talented authors, artists, and storytellers – some who are household names and others who you may not have heard of before. Here’s my best of 2018 list - I hope you enjoy reading, watching, and listening.”.

L’idea mi è sembrata utile e divertente e ho subito pensato ai libri che mi avevano fatto compagnia quest’anno. Dopo una veloce ispezione sopra e intorno al mio comodino e sulla scrivania dove mi trovo a scrivere, di seguito trovate l’elenco dei libri che ho letto nel corso dell’anno.


  • Felix il gatto del treno di Kate Moore
  • Nessuno nasce imparato di Lello Gurrado
  • Il telefono senza fili di Marco Malvaldi
  • Ti meriti un amore di Alessandra Appiano
  • Le otto montagne di Paolo Cognetti
  • Il giallo della Bagnera di Giovanni Luzzi
  • Non sono che un critico di Morando Morandini
  • La morte in banca di Giuseppe Pontiggia
  • Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut
  • Sei personaggi in cerca d'autore di  Luigi Pirandello
  • London Lies di Silvia Molinari
  • I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni
  • Di rabbia e di vento di Alessandro Robecchi
  • La fabbrica delle stelle di Gaetano Savatteri
  • La rete di protezione di Andrea Camilleri
  • Nelle acque del passato di Silvia Molinari
  • Tutto quel buio di Cristiana Astori
  • Una vita da direttore editoriale di Giovanni Maria Pedrani
  • Mio caro serial killer di Alicia Giménez Bartlett
  • Prove d'autore di Harold Pinter
  • I Miserabili di Victor Hugo
  • Dentro la sera di Giuseppe Pontiggia
  • Il ladro di ombre di Veronica Cantero Burroni
  • Vogliamo tutto 1968 - 2018 di AA.VV.
  • Le straordinarie storie della Martesana di Giuseppe Carfagno
  • Resto qui di Marco Balzano
  • L'uomo del labirinto di Donato Carrisi
  • Il codice di Giuda di Fabrizio Carcano
  • Omicidio sul ghiaccio di Lenz Koppelstatter
  • Brunò di Martin Walkner
  • Il Sapore del Sangue di Gianni Biondillo


Ad onor del vero, devo ammettere che alla lista mancano un paio di romanzi non ancora pubblicati che ho letto in qualità di “editor” per conto di un amico scrittore, tutta una serie di racconti di amici che leggo per fornire un consiglio / suggerimento, un po’ di romanzi che ho abbandonato cammin facendo nella lettura, quando mi accorgevo che stavo perdendo tempo. Infine, inutile scriverlo, non ho contato le innumerevoli letture del mio ultimo romanzo pubblicato a novembre di quest’anno.
Per il resto, riguardando i titoli dei libri che mi hanno fatto compagnia nel corso dell’anno, mi vengono in mente queste riflessioni.

La prima è di gratitudine per tutti gli autori che hanno faticato per scrivere proprio quel libro che mi ha fatto compagnia. Perché il rapporto libro – lettore è un rapporto personale, tra due esseri umani: uno che ha il desiderio di raccontare quella storia e l’altro che ha il desiderio di sentirsela raccontare. Sono due libertà, quella dello scrittore e quella del lettore, che si offrono e si scelgono e questo rapporto rimane valido con il passare del tempo proprio attraverso i personaggi che abitano nei libri.
Renzo Tramaglino l’ho sentito particolarmente vicino a me per il desiderio di perseguire il suo obiettivo ad ogni costo; Jean Valjean si fa amare per quella tensione verso il “Bene” che l’accompagnerà sempre nel corso della vita, Emma Woodhouse in "London Lies" si rende empatica al lettore attraverso l’ironia che mette nell’affrontare le piccole o grandi disavventure che possono accadere oggigiorno ad una giovane donna londinese.

Dai nomi dei personaggi che ho appena citato, potete ricavare la seconda considerazione: se devo fare una “classifica” dei libri letti quest’anno, un ex aequo va ai due classici, mentre tra i contemporanei scelgo una scrittrice che si auto pubblica, Silvia Molinari, che con London Lies a mio avviso ha scritto un’opera veramente bella, originale e che ben si potrebbe trasformare in un film di successo. Aggiungo il saggio “Dentro la Sera” di Pontiggia che raccoglie le trasmissioni radiofoniche dello scrittore che altro non erano che corsi via etere di scrittura creativa tenute su Radio Due dal maggio al luglio 1994: una vera perla di “saggezza” per ogni scrittore.

Intendiamoci: anche gli altri libri che ho inserito in elenco mi hanno trasmesso qualcosa: i migliori un’idea o un messaggio, gli altri un’emozione o magari solo un attimo di spensieratezza. Perché il libro secondo me deve servire a questo: tenerci compagnia nel tempo che decidiamo di dedicare a noi stessi, ma tenerci una buona compagnia perché credo che a nessuno di noi piaccia trascorrere il proprio tempo con una cattiva compagnia.

Nei libri personalmente non cerco le risposte alle mie domande esistenziali, ma credo che un buon libro possa aiutarci a formulare meglio quelle domande che abitano in ognuno di noi e magari suggerirci un nuovo modo di vederle o di affrontarle.

Terza e ultima considerazione: aveva proprio ragione Umberto Eco quando affermava: "Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro".

Quindi, chiudo quest’ultimo articolo del 2018 con un invito rivolto a tutti coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare alla fine del post: per l’anno nuovo fate un regalo a voi stessi, regalatevi un libro e leggetelo fino alla fine. Sono sicuro che al termine, l’endorfina che si sarà generata in voi vi porterà a leggerne un altro e poi via così: diventerete dei libridipendenti e vivrete felici e soddisfatti per il resto dei vostri giorni, perché un libro è come un gatto: non vi delude mai.
 

sabato 22 settembre 2018

Le straordinarie storie della Martesana




Ho avuto il privilegio di leggere in “anteprima” l’ultimo lavoro di Giuseppe Carfagno e posso testimoniare che il professore di lettere che sempre convive in lui è riuscito ancora una volta a far colpo sulla sua attuale scolaresca, quella classe allargata rappresentata dai suoi studenti – lettori che oscillano dai 9 ai 99 anni.

Le storie della Martesana affascinano subito per la loro poesia, la delicatezza, la pennellata leggera e soave dell’autore che sin dalle prime righe ha saputo condurre il lettore in un mondo magico ed ora scomparso, il mondo del C’era una volta…

È un tuffo nella memoria quello che Carfagno ci propone, tanto più sorprendente e straordinario per chi lungo la Martesana ci è nato e vissuto da piccolo.

Uno dopo l’altro, incontriamo personaggi di ragazzi e di adulti che hanno incarnato e caratterizzato diversi decenni del XX secolo abitando lungo le sponde del Naviglio, e li possiamo rivedere e immaginare con i nostri occhi, ripercorrendo le loro storie e le leggende che forse ci venivano raccontate da piccoli e che magari ci eravamo dimenticate.

Vi ritroviamo personaggi noti ai più, come la famiglia Ciaparàtt o il prete stregone El Ratanà che compie il “miracolo” di salvare una bimba dalla polio, scopriamo storie incredibili come quella della febbre dell’oro o dell’arrivo delle nutrie nella Martesana! Vi sono narrati episodi tragici come in “Era un bel giorno di sole” che ricorda il bombardamento della scuola elementare di Gorla il 20 ottobre 1944 quando morirono 184 bambini, alternati a storie divertenti e ricche di umanità come ne “L’invenzione dei coriandoli”.

L’intera opera è ricca di riferimenti che dimostrano l’accurato lavoro di ricerca delle fonti svolto dall’autore che si conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, uno scrittore capace di creare quel giusto mix tra un racconto fantastico e il resoconto di un fatto di cronaca che cattura la fantasia, specialmente dei più giovani, insegnando loro nel frattempo anche un pizzico di storia.

Le storie della Martesana, straordinarie perché scritte con la penna magica di uno scrittore che raggiunge in questo libro le vette talvolta inaccessibili dell’arte poetica, come ne: “Un barbone sotto il ponte di Greco”, resteranno, siamo certi, anche un riferimento “obbligato” per tutti coloro che un domani ancora lontano, vorranno scoprire come si viveva, come si giocava, come ci si innamorava e come si moriva in quest’angolo di mondo, ai confini di Milano, nel XX secolo.   

Infine, come non ricordare Valeria Vitale Rimoldi che ha illustrato questo volume con disegni emozionanti che aiutano il lettore ad immergersi ancora di più nella pagina e a accompagnarlo per mano in quel mondo dove la realtà incontra la fantasia, quel mondo che si chiama poesia.

Giuseppe Carfagno, Le straordinarie storie della Martesana, Ed. La Vita Felice, Milano 2018


domenica 18 marzo 2018

Nelle acque del Passato



Molti critici ritengono quella del romanzo storico la prova più impegnativa per uno scrittore. Immaginare una storia, ambientarla in un’epoca passata e condurre il lettore pagina dopo pagina dentro un tempo che non è il suo, del quale ha forse vaghi ricordi scolastici, e nello stesso tempo rendere la trama e l’ambientazione a lui familiare, è forse il compito più arduo che uno scrittore si può dare.

Ebbene, possiamo dire che Silvia Molinari, con il suo romanzo “Nelle acque del Passato” ha superato egregiamente la prova.

Appena pubblicato con Amazon Media Eu, Nelle acque del Passato è in realtà la prima opera scritta dall’autrice, ma pubblicata dopo London Lies, (recensione Aldebaran) il romanzo di cui abbiamo già parlato in precedenza che nulla ha in comune con questo, a parte Londra, città evidentemente amata dalla scrittrice.

La differenza di genere tra le due opere (London Lies è una divertentissima commedia ambientata nei nostri giorni) dimostra innanzi tutto quanto l’autrice sia capace di utilizzare la scrittura creativa a 360 gradi, riuscendo a comporre in entrambi i casi romanzi di valore.

Nelle acque del Passato racconta la storia di una giovane donna, Maya Romin che, misteriosamente, nel 2011 viene catapultata nell’anno 1827 e si ritrova a vivere la vita di una sua antenata, Sophie Lesange.
La trama si sviluppa quindi su entrambe le sponde temporali, quella contemporanea e quella dell’Inghilterra di Giorgio IV, uscita vincitrice sulla Francia di Napoleone Bonaparte.

Se, dalla sponda contemporanea, i familiari di Maya la cercano disperatamente, nel periodo storico passato, la giovane, nelle vesti di Sophie, viene a contatto con la società inglese dell’inizio del XIX secolo e ne rimane comprensibilmente sconvolta, soprattutto riguardo al ruolo sociale che veniva assegnato alle donne dell’epoca.

Maya – Sophie inizia quindi un lungo viaggio alla scoperta della società britannica che poco per volta diventa anche un cammino di riscatto del suo essere donna, tanto che al termine si farà apprezzare più per quello che è, che per il ruolo che le spetta di diritto in società.

Il romanzo viaggia spedito su questo doppio binario sino a quando Maya – Sophie avrà la possibilità di compiere la sua scelta definitiva, quella di rimanere Sophie o di tornare ad essere solo Maya, ma di questa scelta, che riguarderà più il cuore che la razionalità della protagonista, non diremo nulla.

Nelle acque del Passato è in definitiva un bel libro, in parte romanzo storico, e in parte romanzo di formazione perché credo che possa interessare molto soprattutto alle giovani lettrici che avranno modo di conoscere come viveva una loro coetanea inglese nel XIX secolo.

Il romanzo è acquistabile nelle due versioni, ebook e cartacea, su Amazon e nei principali internet store. Da leggere assolutamente!

Silvia Molinari, Nelle acque del Passato, Amazon Media EU, 2018

lunedì 28 agosto 2017

Meeting di Rimini



Esiste un luogo dove le persone possono assistere ad un incontro con relatori che sono su posizioni opposte in merito al tema proposto, e al termine del convegno trovarsi arricchite dai punti di vista di entrambi.

Esiste un luogo dove nel corso di una giornata, contemporaneamente, si svolgono una dozzina di convegni, con argomenti di carattere religioso, politico, storico, filosofico, scientifico, letterario e artistico.

Esiste un luogo dove è possibile incontrare e interloquire con scienziati, filosofi, docenti universitari, religiosi, politici, imprenditori, scrittori, in un modo totalmente semplice, abbattendo quella distanza conseguenza del “ruolo”, che alcune volte è presente quando ci si rapporta con taluni personaggi.

Esiste un luogo dove per una settimana, dalla mattina alla sera, giovani, famiglie, laici e consacrati, credenti e persone in cerca di una ragione per vivere, possono incontrarsi, e assistere ad uno di questi incontri, liberamente, oppure visitare una delle innumerevoli mostre tematiche che sono allestite in prossimità dei saloni ove si tengono i convegni.

Esiste un luogo dove, per tutta la settimana in cui si svolge la manifestazione, è possibile per chi lo desidera dedicarsi ad attività sportive, e per i più piccini trovare maestri, educatori e mamme disposti ad occuparsi di loro, attraverso attività ludiche e ricreative.

Ed infine esiste un luogo ove per un’intera settimana, le persone possono assistere a spettacoli quali recital di canzoni, rappresentazioni teatrali e musicali di elevato livello artistico.

Esiste un unico luogo dove tutto quanto sopra descritto si realizza, in parte grazie alla disponibilità di migliaia di persone, giovani e adulti, che dedicano una parte delle loro vacanze o delle loro ferie per la realizzazione di questo evento, in parte penso, grazie all’opera di un Altro.

Esiste da 38 anni un luogo come questo e, credo senza tema di essere smentito, quest'unico luogo al mondo si trova in Italia, a Rimini, e prende il nome di Meeting per l'amicizia tra i popoli.

Esso nasce dal bisogno di alcuni giovani cattolici, amici di un sacerdote brianzolo che porta il nome di Don Giussani, di condividere con tutti il desiderio di bellezza e di felicità che l'incontro con questo prete, e tramite lui con Cristo, aveva generato nella loro vita.

Per questi amici, ad un certo punto della loro storia, fu naturale pensare ad un luogo dove le persone, indipendentemente dalla loro fede, razza, opinione politica, posizioni sociale, una volta all'anno potessero trovarsi insieme per alcuni giorni e ragionare, riflettere e pensare su quanto in fondo, interessa di più ogni essere umano: come soddisfare il proprio bisogno di felicità e di essere amati.

La cultura non è altro se non la risposta dell’uomo di tutti i tempi a questo desiderio di pienezza di vita: più si conosce e si comprende la vita e la storia dei popoli, più si possono gettare ponti di pace tra gli uomini e abbattere i muri che ancora dividono i cuori di molte persone.

Questo è lo scopo del Meeting: incontrare le diverse culture per conoscersi e cercare la risposta al bisogno del singolo uomo. Ogni anno il Meeting ha un titolo che invita alla riflessione e indica la strada a tutti i partecipanti, relatori e non, della manifestazione. Quello del prossimo Meeting 2018 (che si terrà dal 19 al 25 agosto 2018) è il seguente: Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice. 

Questa affermazione, di Don Giussani, è riportata anche nella prefazione scritta da Marta Cartabia, giudice della Corte Costituzionale, al libro di Vaclav Havel, dal titolo Il potere dei senza potere, edito da Itaca e ci può forse già fornire un’indicazione su quali saranno i temi principali del prossimo Meeting. 

Per chi volesse leggere un commento all’opera citata, lo può trovare al seguente link: http://lorenzorobertoquaglia.blogspot.it/2013/06/il-potere-dei-senza-potere.html

Per finire un po' di numeri.

I numeri che ho deciso di aggiungere al termine di questo post, forniscono solo una vaga idea di quanto si sia vissuto al Meeting di quest’anno: 118 incontri con 327 relatori, 17 esposizioni, 10mila mp3 di audioguide delle mostre, 14 spettacoli con 21mila spettatori e 31 manifestazioni sportive. 
Il tutto in 130mila metri quadrati di Fiera (21mila dedicati alla ristorazione), con l’apporto di 2.259 volontari più 400 nel “pre-Meeting” che hanno reso possibile la costruzione degli spazi fieristici. 

Rilevanti anche le cifre della comunicazione: 600 giornalisti accreditati, 1478 articoli sulla carta stampata, 1447 sul web, 316 servizi tv e 154 passaggi in radio, per un totale di 3395 servizi.

Anche i social sono stati bollenti. In una settimana 1175 nuovi fan Facebook per la pagina @meetingrimini, 515mila utenti unici e 400mila interazioni, tra mi piace, condivisioni e commenti. Ancora: 166mila le visualizzazioni di video su Facebook e 250mila le visualizzazioni su Twitter.

Arrivederci al prossimo Meeting: non andarci fors'anche per un giorno, sarebbe veramente un peccato!

Ed ora, per finire, un breve video sul Meeting: https://youtu.be/3GxQ_kpauWs

mercoledì 19 luglio 2017

London Lies



Prendete una donna non ancora trentenne, e quindi ancora alla ricerca del senso della vita, Emma Woodhouse, prendete un belloccio di New York, David Wilson, e catapultatelo dalla stratosfera a Londra, proprio nell’ufficio di consulenza aziendale strategica dove lavora Emma, e infine immaginate il cognato di lei, Matthew Hunt, di cui Emma è perdutamente innamorata, a sua insaputa, che è in procinto di sposarsi con una austera e menzognera geisha giapponese.

Mescolate il tutto con una Londra (e dintorni) affascinante e luccicante, nonostante il suo grigiore climatico, aggiungete q.b. di relazioni velenose vissute sul luogo di lavoro, più simile ad un covo di vipere che altro, dove si elaborano innovative strategie per eliminare i rivali (sia in amore che di carriera); insaporite il tutto con i familiari di Emma, sorella, nonna, zii e nipoti indisciplinati, che coinvolgono, e sono coinvolti da Emma in divertenti episodi, e infine servite il tutto con eleganza di stile e brillantezza di scrittura.

Ecco gli ingredienti di questo dolce (potremmo immaginarlo un riuscitissimo crumble di mele per restare in tema), cucinato a puntino dalla scrittrice Silvia Molinari, alla sua seconda esperienza letteraria.

London Lies è un romanzo coinvolgente sin dalle prime pagine: la storia, che all’inizio può far pensare ad un romanzo rosa, estivo, da leggere sotto l’ombrellone, non deve ingannare. In realtà London Lies, letto con attenzione, è un romanzo dove le relazioni uomo – donna sono analizzate in profondità sotto diversi aspetti, sentimentali, lavorativi, generazionali, in modo preciso, originale e con taglio ironico.

È la vis comica che pervade tutto il romanzo, infatti, la chiave del successo di quest’opera. Raramente ci è capitato di leggere, tra le recenti pubblicazioni, un romanzo così accattivante, capace di raccontare episodi anche banali della vita di tutti noi, in modo così divertente ed ironico.

Non vi raccontiamo il finale, per ovvie ragioni, ma vi consigliamo di scoprirlo da soli e, arrivati alla fine, proverete forse, come noi, una spiacevole sensazione di abbandono, tanto vi eravate abituati al mondo magico e frizzante dentro il quale vi aveva accompagnato questa lettura.

Il romanzo è acquistabile nelle due versioni, ebook e cartacea, su Amazon e nei principali internet store. Da non lasciarselo sfuggire.

Silvia Molinari, London Lies, Amazon Media EU, 2017

giovedì 16 marzo 2017

Il silenzio dei moderati





Ormai ci siamo quasi abituati, ma c’è stato un tempo in cui le uniche urla che si sentivano in TV erano quelle di Tarzan e della simpatica Cita. Ora invece un programma televisivo ha successo solo se gli ospiti presenti si insultano a vicenda e urlano a squarciagola le proprie presunte ragioni. Così milioni di italiani possono tifare in diretta per la propria fazione, scelta davanti al video in quell’istante, senza un particolare motivo, facendo nel contempo salire l’audience e gli introiti pubblicitari della rete.

È un modo surrettizio per far credere allo spettatore di essere parte del programma, di fargli scaricare le proprie frustazioni dal personaggio che in quel momento è in video a lanciare grida all’indirizzo della parte avversa.

Oggi sembra impossibile raggiungere l’obiettivo di incrementare i guadagni e sostenere quindi lo star system senza portare all’esasperazione i protagonisti di un talk show.

Questo modello, partito dai programmi di intrattenimento, a largo ascolto, si è esteso nel tempo anche ad altri programmi del palinsesto, meno seguiti, come ad esempio i talk ad argomento politico. Le vecchie tribune hanno lasciato spazio a programmi di intrattenimento con ospiti politici che sempre di più hanno incominciato a comportarsi come attori, comici, macchiette, gente di spettacolo.

Da tempo ormai assistiamo, da parte degli stessi leader di partito, all’adozione di forme sempre più estreme di manifestazione del pensiero, che non viene più declamato nei comizi, o dalle pagine dei giornali, ma urlato attraverso i canali TV e i moderni social media.

E in questi ultimi anni siamo arrivati alla chiusura del cerchio, con un comico di nascita che ha dato vita ad un movimento politico e si è candidato alla guida del Paese urlando al pubblico il proprio pensiero attraverso un blog.

Questo modo di comunicare ha permesso anche a personaggi non estremamente dotati di idee brillanti e di una prosa adeguata, di urlare a squarciagola quello che passava loro nella mente, senza apparentemente mostrare che il pensiero espresso fosse stato prima meditato ed elaborato, con il risultato di abbassare di molto il livello qualitativo della discussione politica.

Le conseguenze: potenzialmente pericolose, nella misura in cui gruppi di perone possono legittimamente credere a quanto loro urlato in faccia ogni giorno, mentre perdura il silenzio dei moderati, di coloro che non si riconoscono in questo sistema, ma per mille ragioni non intendono utilizzare il medesimo canale espressivo degli urlatori.

Arriverà però un giorno che i moderati di questo Paese dovranno ribellarsi, e dire basta a questo modo di gestire la comunicazione e la politica. Se non lo faranno, diventeranno complici dell’inesorabile disfacimento della società, perché ad avere l’ultima parola sarà sempre colui che urla di più, e non colui che pensa e ragiona meglio, e lo sa dimostrare con i fatti.

In fondo, se ci pensiamo bene, basta un dito per cambiare canale e far tacere l’urlatore.

domenica 5 marzo 2017

Sul fine vita

Natività di Giotto


Il suicidio assistito di Dj Fabo ha riaperto in queste settimane il dibattito pubblico sul tema del fine vita.

Tutti noi siamo stati inghiottiti dalla campagna mediatica dei sostenitori della legalizzazione anche in Italia dell’eutanasia e dalla contro campagna di chi invece è contrario, tendenzialmente i cattolici, gli ultimi rimasti a difendere il valore della vita umana a prescindere da qualsiasi forma estrema essa possa assumere.

La mia impressione è che, partendo da questa contrapposizione, non si arrivi da nessuna parte e ognuno resti arroccato alle proprie posizioni, senza che le ragioni degli uni e quelle degli altri vengano realmente a contatto e si comprendano vicendevolmente.

Il mio contributo sul tema del fine vita parte da una dichiarazione, e dal racconto di un’esperienza vissuta.

La dichiarazione è che sono un cattolico praticante.

Il racconto dell’esperienza vissuta è il seguente. Il 31 dicembre 2015, poche ore prima della mezzanotte, il mio amico Ugo è salito al cielo. Era malato di SLA da sei anni e forse qualcuno di voi ha già letto i post che parlano di lui su questo blog.  Sono stati anni di fatica, tantissima, per Silvia, la moglie, che non lo ha mai lasciato solo un giorno, e nel frattempo ha cresciuto i due figli che ora hanno dieci e otto anni, ma anche per Ugo che, oltre a dover subire la malattia che avanzava a passi da gigante, vedeva passare davanti agli occhi la vita dei suoi cari senza poter fisicamente agire.

Eppure dal rapporto tra marito e moglie, dove ad operare era l’essenziale e non altro, attraverso la fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, sono germogliati un’infinità di relazioni, di situazioni, di incontri che hanno cambiato la vita stessa delle persone coinvolte. Era impossibile rimanere gli stessi dopo una visita a casa di Ugo e Silvia. A casa loro si stava bene, tutti stavano bene. Ci si sentiva meglio, si usciva cambiati.

Si andava a casa loro con la scusa di salutare Ugo, ma in realtà era come si volesse vivere un poco vicino a quell’unione, si volesse contemplare l’unità presente tra un corpo immobile, Ugo e sua moglie Silvia. Unità che rimandava a qualcosa d’altro, ad una Presenza che la rendeva possibile, umanamente possibile.

Un’alternativa alla clinica svizzera della dolce morte abbiamo quindi visto che esiste, e produce anche frutti meravigliosi il cui sviluppo nel tempo rimane misterioso, ma allora tutto si esaurisce qui, di fronte al racconto di questo fatto?

Assolutamente no. Mi rendo benissimo conto che un tale approccio ad una malattia estrema come la SLA sia possibile solo se si possiedono principi morali laici o religiosi molto forti o si è sostenuti da una fede, o dalla Fede, ed anche da un gruppo di persone, (almeno all’inizio, poi arriva il centuplo inaspettato, ma promesso) disponibili ad aiutare la famiglia colpita dall’evento.

Di solito infatti, non è solo il malato che rimane vittima del suo nuovo status, ma è tutta la vita che gira intorno a lui a rimanerne coinvolta e sconvolta. E quindi la risposta che si dà a questa nuova situazione è per forza una risposta interpersonale, di relazioni umane.

Ho letto da parte di alcuni che lo Stato dovrebbe maggiormente sostenere finanziariamente le famiglie impegnate a gestire questi tipi di malati. Certamente gli aiuti economici in questo caso non si rifiutano mai. Specialmente quando il malato viene gestito a casa, senza gravare su posti di cura pubblici e molto costosi.

Ma sinceramente, nel caso che ho potuto seguire da vicino, quello che ha fatto la differenza è stato il punto di partenza, l’ideale che Ugo e Silvia hanno abbracciato il giorno del matrimonio e che non hanno mai abbandonato, a tenere unita la famiglia anche in circostanze così drammatiche, per chi le vedeva dall’esterno. Perché, a casa loro, non ho mai vissuto un solo attimo di tristezza, ma sempre momenti di normale vita familiare, di gioia e di profonda amicizia tra tutti coloro che si alternavano a venire a trovarli anche solo per un saluto.

E chi non possiede questa forza morale, questa incrollabile fede che gli permette di scegliere la vita al di là di qualsiasi cosa, perché è consapevole del dono che ha ricevuto e per nessuna ragione se ne priverebbe, cosa può decidere di fare in casi simili? Potrebbe decidere che non vale più la pena di vivere incollati in un letto e senza più alcuna speranza di guarigione? Potrebbe decidere che non vuole vedere soffrire i suoi cari e volersi togliere la vita come ultimo gesto d’amore nei loro confronti?

Penso di sì. Potrebbe optare per questa scelta.

Io non credo che un cattolico possa giudicare un essere umano che decide di togliersi la vita, in nessun caso. Un cattolico è dispiaciuto per il gesto che viene compiuto dal suicida, nel caso in cui magari lo conosca anche personalmente, può sentirsi in colpa per non essere riuscito a stargli più vicino e a fargli scegliere la vita, piuttosto che la morte, ma non debba mai sostituirsi all’Unico in grado di comprendere fino in fondo l’animo umano.

Pertanto personalmente non sono contrario ad una legge che anche in Italia regolamenti questo tipo di realtà, questo tipo di situazioni estreme perché penso che il problema non sia la morte, ma sia a monte.

O le persone incontrano qualcosa per cui valga la pena vivere, oppure nel caso in cui la vita ponga loro degli ostacoli superiori alla quotidianità (ogni giorno ha già la sua pena), possono sentirsi perse, abbandonate. La solitudine fa il resto.

Allora per noi cattolici, la responsabilità di questo momento storico è grandissima. La vita delle persone non cambia con dei richiami etici, ma cambia se vedono che qualcuno sta vicino a loro, li aiuta gratuitamente e offre loro la possibilità di re-imparare che un modo diverso di vivere e morire è possibile.

Tenendo sempre presente che il libero arbitrio esiste e che nostro Signore ce lo ha donato perché Lui stesso ci ha voluto così.

lunedì 19 dicembre 2016

L'uccellino nella cacca...



Primo: Non è detto che chi ti ricopre di merda sia un tuo nemico!

Secondo: Non è detto che chi ti tira fuori dalla merda sia un tuo amico!

E terzo: Ma è sicuro che quando sei ricoperto dalla merda, ti conviene tenere la bocca chiusa!

L’avrete sicuramente riconosciuto, il finale di quel famoso film, Il mio nome è Nessuno interpretato da quella coppia di grandissimi attori quali sono Henry Fonda e Terence Hill.

Ebbene sì, di solito le favole stanno in fondo ai racconti e ancor più la morale arriva al termine della favola. Ma per scrivere questo post ho deciso di partire dalla fine.

Che cosa ci lascerà in eredità questo 2016 ormai vicino alle porte girevoli dell’uscita?

Ripercorriamo velocemente i mesi appena passati sopra le nostre teste mentre noi eravamo intenti a lavorare (o a cercare un lavoro), a fare la spesa (o fare la coda per un pasto caldo), a organizzare il nostro matrimonio (o il nostro divorzio), a procreare la nostra creatura (o ad attendere un intervento di interruzione di gravidanza) insomma mentre noi eravamo intenti a vivere la nostra vita.

La prima questione che salta alle nostre menti è quella relativa al terrorismo, di matrice islamica ma non solo. Quello accaduto a Berlino, ai mercatini di Natale è solo l’ultimo atto di una scia ininterrotta di sangue che ha macchiato l’intero pianeta, nessun continente escluso.

Come porre termine a questo fenomeno?

Il secondo lascito di questo 2016 è una situazione climatica ambientale che ormai appare sempre più evidentemente compromessa. Gli esempi non sono necessari.

Come porre fine a questo fenomeno?

Il terzo e ultimo fronte aperto nel 2016 è, a nostro giudizio, quello del progressivo deterioramento economico sociale di larghe fasce di popolazione di cui la Brexit in Europa e l’elezione di Trump negli USA ne sono gli effetti sul lato pratico.

Come porre termine a questo fenomeno?

Mi spiace, ma le risposte, se mai ci fossero, non le troverete in questo post. Mi piacerebbe però che dopo aver letto questo articolo ciascun lettore ripensasse al suo 2016 e provasse a darsi lui una risposta a questi tre quesiti.

Sarebbe già un piccolo grande passo in avanti verso una soluzione al momento lontana.

E poi, non dimenticate la morale iniziale: chi è veramente nostro amico e chi il nostro nemico? 

Ma, soprattutto, prima di aprire la bocca, collegare il cervello, prego!


domenica 15 maggio 2016

Il rosicone

Rosicone


Alcune riflessioni a caldo sulla legge “Cirinnà”.

Da cattolico quale sono, dovrei passare queste ore a “rosicare” secondo quanto asseriscono i sostenitori della legge. A parte il fatto che, non capisco per quale motivo, debbano ritenersi non cattoliche le persone a favore della Cirinnà: e quindi a quale religione dovrebbero appartenere: musulmana, ebraica, induista, scintoista? Oppure sono tutte atee?

In realtà, tranquillizzo subito i nostri maître à penser, il sottoscritto è assolutamente contento che finalmente si sia fatta anche in Italia una legge che regolamenti le unioni civili.

Oggettivamente il tema era “caldo” da parecchi anni ed effettivamente, senza arrivare a toccare il punto delle convivenze omosessuali, esisteva una lacuna normativa ampia che riguardava in generale tutte le persone conviventi, anche non legate da vincoli affettivi e sessuali.

Ma il sottoscritto è assolutamente contento di questa legge per un semplice motivo: finalmente anche l’Italia ha una legge che regolamenta questo tipo di unioni e spera vivamente che da oggi in avanti il Governo e il Parlamento si preoccupino non di alcune migliaia di persone, ma di alcune decine di milioni di persone che hanno formato una famiglia (l’unica cellula fondante la vita civile dello Stato in tutto il mondo) e che faticano a portarla avanti ed a svilupparla.

Penso alla crisi economica che ha lasciato uno o entrambi i genitori senza lavoro, penso alla denatalità ormai impressionante perché gli orari di lavoro (quando ancora c’è) mal si conciliano con l’attività di crescere i figli, soprattutto per le donne; penso alle famiglie numerose, sempre meno presenti, che non hanno aiuti seri dallo Stato. Penso alle scuole e a tutti i problemi legati all’educazione.

In questo senso non credo che un referendum abrogativo sulla Cirinnà sia una buona idea. C’è il rischio che a prevalere siano gli schemi ideologici, mentre invece la Cirinnà dovremmo lasciarla operare così com’è e tra dieci anni si potrà verificare quanto, nei fatti, sarà stata utilizzata dalle coppie di fatto per regolarizzarsi.

Anche perché, parliamoci chiaro, la Cirinnà qualche “paletto” importante, dal nostro punto di vista di “rosiconi” l’ha pure messo: no alle adozioni per le coppie dello stesso sesso. Una cosa invece non mi è chiara: l’assenza dell’obbligo di fedeltà. Forse che un amore omosessuale è meno fedele di un amore tra un uomo e una donna? Semmai è opportuno evitare che sentenze “artistiche o interpretative” di alcuni giudici introducano la possibilità per le coppie omosessuali di adottare figli. Questo è il vero tema per il futuro.

Io penso che il Governo Renzi, che tanto si è beato in queste ore su giornali e televisione per essere stato capace di portare sino in fondo la legge Cirinnà, sarà giudicato dai cattolici da quanto farà sui temi legati alla famiglia tradizionale.

Certo, il metodo usato da Renzi per far approvare la Cirinnà può essere criticato. Utilizzare la fiducia, obbligare i deputati e i senatori a votare un testo blindato non è mai positivo, soprattutto quando in gioco ci sono temi così sensibili, ma tant’è. Il nostro fiorentino ormai lo conosciamo.

È pur vero che senza una imposizione decisa da parte del Governo, oggi avremmo ancora il Parlamento che discute di massimi sistemi e una legge di questo tipo sarebbe ancora nel limbo. Noi italiani, per storia, siamo il popolo dei mille comuni, dei mille campanili e questo fatto in politica si è tradotto a volte in uno stallo conservativo che non ha fatto bene al progresso del Paese.

Per chiudere, bene questa legge Cirinnà, ma d’ora in avanti capitolo chiuso, guardiamo avanti ed occupiamoci dei temi caldi che riguardano le famiglie degli italiani, i figli che non nascono e la loro educazione: Renzi ci sei? Batti un colpo, coraggio!     

sabato 2 gennaio 2016

L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene


Il giorno del matrimonio nel 2005 

Il 31 dicembre 2015, poche ore prima della mezzanotte, il mio amico Ugo è salito al cielo. Era malato di SLA da sei anni e forse qualcuno di voi ha già letto i post che parlano di lui su questo blog.

Ora, dopo aver partecipato al suo funerale questa mattina, in una chiesa strapiena di persone, non mi resta che ringraziare lui e Silvia, la moglie, per la testimonianza che ci hanno dato in questi anni. 

Sono stati sei anni di fatica, tantissima, per Silvia che non lo ha mai lasciato solo un giorno, e nel frattempo ha cresciuto i due figli che ora hanno sei e otto anni, ma anche per Ugo che, oltre a dover subire la malattia che avanzava a passi da gigante, vedeva passare davanti agli occhi la vita dei suoi cari senza poter fisicamente agire.

Eppure dal rapporto tra marito e moglie, dove ad operare era l’essenziale e non altro, attraverso la fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, sono germogliati un’infinità di relazioni, di situazioni, di incontri che hanno cambiato la vita stessa delle persone coinvolte. Era impossibile rimanere gli stessi dopo una visita a casa di Ugo e Silvia. A casa loro si stava bene, tutti stavano bene. Ci si sentiva meglio, si usciva cambiati.

Si andava a casa loro con la scusa di salutare Ugo, ma in realtà era come si volesse vivere un poco vicino a quell’unione, si volesse contemplare l’unità presente tra un corpo immobile, Ugo e sua moglie Silvia. Unità che rimandava a qualcosa d’altro, ad una Presenza che la rendeva possibile, umanamente possibile.

Come ha detto Don Giorgio nell’omelia, non siamo qui così in tanti per celebrare la fine di tutto questo, la fine di Ugo. Sarebbe assurdo fare una cerimonia se tutto finisse qui. Ugo ci ha testimoniato con il suo sacrificio cos’è l’essenziale della vita e sua moglie Silvia ci ha documentato con il suo sì - nella salute e nella malattia - ripetuto il giorno del matrimonio e ogni giorno della malattia di Ugo, il miracolo quotidiano che si compie con la Grazia di Cristo. 

Quello che Ugo ci ha lasciato, ci ha affidato, sono le persone e i momenti di rapporti vissuti insieme che ci hanno testimoniato l’esistenza di una Presenza che può dare una risposta di senso e verità anche al dolore più intenso, in apparenza più assurdo. 

Sta a noi fare memoria e rendere testimonianza di questo dono ricevuto. Come scrive Giovanna De Ponti Conti nella sua favola “Arco di Luce”: “l’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene”. 

Ugo e Silvia ci hanno aiutato a sperimentare un assaggio di quel bene. E per questo li ringraziamo.



mercoledì 30 dicembre 2015

Bruno un cucciolo da salvare



L’opera di Giuseppe Carfagno è un racconto per bambini e ragazzi che strizza l’occhio al mondo degli adulti.

E’ la storia di una famiglia di orsi bruni che vive nel Parco Naturale Adamello Brenta, che ama esplorare le montagne tra Italia, Austria e Svizzera, e dei rapporti con i loro simili e con gli esseri umani, in particolare un ragazzo, Matteo, figlio del guardaparco, che vive con la famiglia in una fattoria tra le montagne frequentate dagli orsi.

I soggetti principali sono due orsacchiotti, Bruno il protagonista e suo fratello Jay, la loro mamma Jurka e il papà orso Joze che li protegge da lontano, ma la cui presenza è assicurata nei momenti topici. Bruno e Jay hanno anche un’amica, l’orsa Alba, più grande di un anno.

I due giovani orsacchiotti affrontano nel giro di due estati tutte le esperienze che li porteranno a crescere e a diventare orsi adulti. Nel corso della prima estate Bruno e Jay incontrano una famiglia di uomini che vive nel bosco e stringono amicizia con Matteo, un bimbo di sei anni, che entra da subito in sintonia con i cuccioli. Si instaura un rapporto di amicizia soprattutto con Bruno che proseguirà per tutta la storia e che servirà a sviluppare la reciproca conoscenza dei propri modi di vivere.

Non mancano nel mondo degli orsi momenti di difficoltà, di pericolo, ma anche di gioia, di rilassatezza, di felicità. Leggendo questa favola si scopre che la vita degli orsi non è poi così differente da quella di noi esseri umani, anche se forse una differenza la si può notare. Nel mondo degli orsi si lotta per la sopravvivenza, ma senza cattiveria, senza volontà di compiere il male per il male, ma solo per difendere il proprio diritto alla vita. 

Nel mondo degli uomini invece, si lotta per la supremazia degli uni sugli altri, per veder prevalere le proprie idee (spesso pregiudizi) o per affermare il proprio ego. 

Per fortuna non tutti gli esseri umani sono uguali ed in alcuni prevale la coscienza che farà sì che nel momento del pericolo, l’orso Bruno non sarà condannato ad una brutta fine…

Un’opera quella di Carfagno, per anni docente di lettere nelle scuole superiori, che si rivolge ai giovani, ma che vuole far riflettere anche il lettore genitore di quei ragazzi e che pare sussurrare un monito: uomini, rispettate la natura perché lei vi rispetta e solo così questo mondo potrà continuare ad essere accogliente e ospitale per tutti. 

Tra le righe dell’opera sembra quasi echeggiare l’eco dei richiami di Papa Francesco scritti nella sua ultima Enciclica Laudato sì..

Un bel libro da leggere e da regalare.

Bruno un cucciolo da salvare di Giuseppe Carfagno, 2015 Edizioni il Ciliegio s.a.s.

domenica 15 novembre 2015

Parigi come Baghdad



Con l’attentato di Parigi, il secondo quest’anno, di venerdì 13 novembre, diventa evidente che il sedicente Stato islamico ha deciso di portare gli attacchi terroristici nel cuore delle capitali europee che partecipano in Siria alla spedizione anti Isis. 

Parigi come Beirut, Kabul, Gaza, Baghdad, Islamabad, Londra, New York, Boston e si potrebbe continuare, purtroppo. 

Quello che i terroristi hanno voluto colpire questa volta è lo stile di vita del nostro mondo occidentale, non simboli religiosi, ma quelli laici di un normale venerdì sera: la partita di calcio allo stadio, un concerto rock, una serata al bistrot con gli amici. 

Una sera qualsiasi, una location tranquilla, non a rischio, secondo un normale ragionamento che non attribuisce particolare valore simbolico ad un locale dove si ascolta musica dal vivo ed ecco che di colpo un terrorista si fa esplodere e un altro fa strage di giovani impugnando un kalashnikov. 

Ormai non c’è luogo in Europa che possa dirsi al sicuro dal pericolo del terrorismo islamico.

Gesti non umani li ha definiti Papa Francesco. Uccidere, massacrare gente inerme senza una ragione non è umano, questo è evidente a tutti, ma non è a ben vedere neanche animale, perché gli animali uccidono altri animali per una ragione, o per fame o per difesa.

Come si reagisce a questa situazione che provoca angoscia e lascia dentro ciascuno di noi un senso di rabbia e impotenza? Con la legge dell’occhio per occhio, dente per dente? O ci sono altre vie?

Sicuramente nell’immediato occorre una mobilitazione unitaria di tutte le Nazioni civili, possibilmente sotto l’egida dell’Onu, contro l’Isis che porti il più velocemente possibile alla sua sconfitta militare. In questo caso, l’azione sarà più efficace politicamente quante più nazioni “islamiche” parteciperanno alla coalizione.

Ma il passo successivo a nostro giudizio dovrà prevedere una forte azione politica e culturale per cercare da un lato di porre fine, non con le bombe ma con le parole scritte sotto forma di trattati e accordi, ai molteplici conflitti che da troppo tempo affliggono il Medio Oriente, iniziando da quello israeliano palestinese.

Finché un bimbo israeliano avrà negli occhi l’orrore delle esplosioni dei razzi di Hezbollah sulla sua città e un bambino di Gaza crescerà con la visione dei carri armati israeliani che sparano a suo fratello più grande o a suo padre, non ci potrà essere pace in quella regione.

Occorre che i leader delle nazioni più influenti del mondo escogitino il modo di convincere i leader di quei popoli a trovare il modo di vivere insieme in pace in Palestina. Solo così potranno nascere e crescere giovani generazioni che non avranno negli occhi e nei cuori immagini di guerra, di dolore e di rabbia con l’inevitabile certezza che crescendo quei sentimenti si trasformino in desiderio di vendetta.

Ormai è chiaro che non ci sono alternative: con l’uso della forza non si è ottenuto quanto auspicato, da nessuna delle parti in causa. La democrazia, il rispetto dei diritti umani, i temi tanto cari al mondo occidentale, non si possono imporre con la forza e l’uso delle armi ai popoli, ma attraverso un lavoro che deve essere di tipo politico e culturale, fermo restando che questi medesimi valori devono essere accettati consapevolmente dalle popolazioni per far sì che portino in quelle società un reale cambiamento e diano frutti. E’ un processo lento, un lavoro continuo che va sostenuto da tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi fede essi siano, ognuno può e deve fare la sua parte nel proprio quotidiano senza dimenticare però che l’esito rimane incerto.

Necessita quindi cambiare strategia per raggiungere l’unico vero risultato che conta: riportare la pace in Medio Oriente. D’altra parte come scrisse il grande scienziato Albert Einstein, follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi.

Il mondo di oggi ha quanto mai bisogno di nuovi leader, che non siano necessariamente giovani di età (di esempio la figura di Papa Francesco che si impone a tutti per la sua autorità morale associata ad una personale ed umana autorevolezza), ma giovani di idee e desiderosi di impegnarsi per un reale cambiamento di mentalità e di approccio al problema medio orientale. 

Solo così vedremo la luce in fondo al tunnel che il mondo intero sta percorrendo. Perché una cosa è certa: non sappiamo se questa che stiamo vivendo sia la terza guerra mondiale, ma sicuramente è una guerra globale che interessa tutte le Nazioni ed è una guerra tra due visioni differenti del mondo che devono trovare il modo di convivere in pace implementando la reciproca conoscenza e il reciproco rispetto.

venerdì 4 settembre 2015

Ma che cos'è una famiglia?



E' uscito nell’ultimo mese di agosto per la casa editrice Edizioni Ares, tradotto da Flora Crescini, il nuovo lavoro del filosofo francese Fabrice Hadjadj dal titolo: "Ma che cos'è una famiglia? con sottotitolo – seguito da La trascendenza nelle mutande & altri discorsi ultra - sessisti". 

L'opera non tratta esclusivamente di famiglia, di fatto è una raccolta di quattro interventi scritti dall'autore tra il 2013 e il 2014 con temi prettamente filosofici: le domande inevase che la vita contemporanea ancora oggi pone e le risposte che il cristianesimo ha la "presunzione" di poter fornire alle donne e agli uomini contemporanei. 

Hadjadj, per chi non lo conoscesse, è sicuramente una delle menti più brillanti del cattolicesimo francese. Nato nel 1971, di origini ebree, convertito al cattolicesimo, i suoi scritti sono la manifestazione vivente della Gloria di Cristo che affascina le persone dalla gioventù movimentata nello spirito, alla sant'Agostino per intenderci. In sintonia con altre personalità convertite al cattolicesimo, come il Cardinale Newman o il Cardinal Lustiger, ma non consacrato alla vita religiosa bensì felicemente sposato e padre di sei figli, come descrive nella prefazione del libro, le opere di Hadjadj comunicano all'uomo contemporaneo la Bellezza che lo ha folgorato da giovane e la potenza sconvolgente del messaggio di Cristo, valido anche nel 2015!

In particolare quest'ultima fatica esce in un periodo storico che vede proprio la famiglia, potremmo dire la "Sacra Famiglia" sul banco degli imputati ad opera del pensiero dominante

Come c'era da aspettarsi, Hadjadj nel suo saggio rovescia l’idea tutto sommato negativa che oggi si ha riguardo la famiglia, riportando il significato della parola all'essenziale. L’inizio destabilizza: "La famiglia è sempre l'amore del vecchio coglione e del giovane idiota ed è questo che la rende così ammirevole, è questo che la rende scuola di carità. La carità è l'amore soprannaturale del prossimo, quello che non abbiamo scelto e che, di primo acchito, ci è antipatico. Ora, i primi prossimi che non abbiamo scelto e che spesso ci sono insopportabili sono i nostri congiunti, dati per vie naturali". I nostri figli.

Il linguaggio è diretto, il significato chiaro. Ognuno di noi proviene da una famiglia, la famiglia è il punto di partenza di ognuno di noi nella storia, quindi essa è un fondamento. Ma se è un fondamento, se viene prima, non si può fondare la famiglia. Essa è già data prima di noi. 

Ma che cos'è la famiglia? Molti insistono su tre punti che ritengono fondanti la famiglia, costitutivi della famiglia: l'amore. La famiglia è il luogo dell'amore, dei genitori verso il figlio. Secondo: la famiglia è il luogo della prima educazione. Il bambino nasce in una famiglia a partire da un progetto parentale responsabile. E terzo, la famiglia è il luogo del rispetto delle libertà

Ma attenzione, ecco il pensiero di Hadjadj in proposito: "Ecco dunque la conseguenza ineluttabile: pretendendo di fondare la famiglia perfetta sull'amore, l'educazione e la libertà, quel che si fonda, in verità, non è la perfezione della famiglia, bensì l'eccellenza dell'orfanotrofio. E' fuori dubbio: in un eccellente orfanotrofio, si amano i bambini, li si educa, si rispetta la loro persona. In qualche modo si è nella pienezza del progetto parentale, perché prendersi cura dei bambini è il progetto costitutivo di una simile impresa".

In sostanza spiega Hadjadj, "…considerare la famiglia solo a partire dall'amore, dall'educazione e dalla libertà, fondarla sul bene del figlio in quanto individuo e non in quanto figlio e sui doveri dei genitori, in quanto educatori e non in quanto genitori, è proporre una famiglia già de-familiarizzata".

E quindi "…occorre riconoscere dal punto di vista dell'esistenza concreta, che è la famiglia a fondare l'amore, l'educazione e la libertà" e non viceversa. 

Da questo inizio il filosofo prosegue la sua analisi sino a toccare il vertice del significato della parola famiglia, che possiamo definire come "…lo zoccolo carnale dell'apertura alla trascendenza...E' il luogo del dono e della ricezione incalcolabile di una vita che si dispiega con noi ma anche nostro malgrado e ci spinge sempre più avanti nel mistero dell'esistere".

Certamente non siamo abituati oggi a leggere parole come queste riguardo alla famiglia. 

Non è la difesa di una vecchia istituzione un po’ fuori moda quella del filosofo, piuttosto una riflessione personale che si spinge in luoghi una volta di comune sentire (la coscienza), ma oggi totalmente oscurati da una nebbia tecnologica. 

La tecnologia infatti non sempre aiuta la famiglia, il tablet ha sostituito la tavola attorno alla quale la famiglia si riunisce per il pranzo insieme (sempre più raro) o per la cena. 

Ancora il francese: "Con il tablet, la funzione ha la meglio sul dono e la trasmissione tra le generazioni è interrotta. E' l'ultimo grido che deve prevalere. La tecnologia si sostituisce al genealogico. In questa situazione, l'adolescente diventa il capofamiglia. La sua abilità di cavarsela con i software diventa più decisiva dell'esperienza degli anziani - non designando più questo termine qualcosa di venerabile, ma soltanto di vetusto, di superato, da rottamare".

Non andiamo oltre. Chiudiamo la recensione consigliando la lettura di quest’opera, forse non alla portata di tutti per la difficoltà di comprensione di alcuni concetti filosofici che non si leggono tutti i giorni su Facebook, ma che apre la mente a nuove (o forse vecchie) riflessioni.


domenica 26 luglio 2015

Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli



Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli.

Periodicamente, dal giorno in cui è stata promulgata la Carta Costituzionale, ritorna in Italia il tema degli aiuti economici che lo Stato dovrebbe o non dovrebbe fornire alle scuole libere, non statali, o paritarie come vengono definite adesso. Aiuti diretti o esenzioni dal pagamento di certe imposte, come nel caso dell’ICI di cui si sta discutendo in queste ore.

Ci preme ribadire alcune considerazioni elementari, di buon senso, accessibili a tutti insomma. 

Uno. Da un punto di vista prettamente economico, un ragazzo italiano che frequenta una scuola statale costa allo Stato circa 6.000 euro l’anno (i numeri vengono dalla Pubblica Amministrazione) mentre un ragazzo che frequenta una scuola paritaria ne costa circa 600. Già questa semplice e banale considerazione dovrebbe far riflettere tutti sul fatto che la chiusura delle scuole paritarie porterebbe un notevole aggravamento delle finanze dedicate alla scuola statale, che sarebbe costretta a dividere i fondi a disposizione su una platea di alunni più ampia (oltre un milione e trecentomila studenti frequentano le paritarie), per non parlare del costo dei docenti e non docenti. 

Due. Ogni famiglia che, il più delle volte con fatica e sacrifici, decide di mandare i propri figli a studiare alle scuole paritarie, versa comunque regolarmente una quota delle proprie tasse anche a favore della scuola statale di cui però, per scelta, non beneficia. Inoltre questi alunni che hanno frequentato le scuole paritarie, un domani entreranno a far parte della vita sociale e civile della comunità e renderanno disponibile la propria formazione personale a tutti, favorendo la crescita spirituale, economica e sociale della nostra nazione. Ciò comporta un arricchimento della vita civile, a meno che non si pensi che una diversa e pluralista libertà di educazione delle giovani generazioni sia negativa e nociva per la crescita morale dell’Italia e solo un’impostazione statalista della scuola sia positiva e da valorizzare. Noi pensiamo esattamente il contrario.

Tre. Le famiglie italiane sono, in Europa, le meno aiutate e sostenute economicamente dallo Stato, soprattutto quelle con più figli. Ora alle scuole non statali si vorrebbe far pagare anche l’ICI sugli immobili dove vengono tenute le lezioni. Cosa dovrebbero fare queste scuole? L’unico modo per sostenere i nuovi oneri sarebbe quello di aumentare le rette degli studenti impedendo di fatto a moltissime famiglie il reale diritto, garantito in Costituzione, di educare liberamente i propri figli. E’ questo che si vuole? Far diventare le scuole paritarie scuole d’elite, frequentate da poche migliaia di alunni figli di genitori ricchi? Noi questo non lo vogliamo.

Le scuole paritarie svolgono un ruolo fondamentale nel processo educativo delle giovani generazioni e dovrebbe essere cura di uno Stato laico, cioè aconfessionale, del popolo, mantenere e sviluppare la base delle famiglie che possono scegliere liberamente a quali educatori affidare i propri figli. 

Quello che è in discussione è il diritto fondamentale di ogni genitore di poter educare il proprio figlio secondo la concezione della vita e della religione cui si appartiene. Una famiglia cattolica, una famiglia ebrea, una famiglia musulmana ha il diritto di mandare il proprio figlio in una scuola statale, oppure in una scuola paritaria, dove trovi docenti che oltre ad insegnare i programmi previsti dallo Stato per quel tipo di studi, educhino il giovane a quella particolare visione del mondo e della vita condivisa con la famiglia di origine. E perché mai lo Stato dovrebbe osteggiare questo tipo di impostazione cultuale? In base a quale diritto soprannaturale? Noi proprio non comprendiamo il motivo.

Come non comprendiamo il motivo che delega una scelta di questo tipo, prettamente politica, ad un’aula di una corte di Tribunale. Ma le leggi non le scrive il Parlamento? O siamo diventati uno Stato di Common Law? E’ ora che tutti i nostri politici, perché questo è un tema generale di libertà che deve coinvolgere tutti, riprendano in mano il compito che spetta loro di diritto e che pongano la parola fine definitivamente su questo argomento che si trascina da troppi decenni in Italia. Siamo stanchi di leggere periodicamente di questi attacchi alla libertà di educazione, per di più portati avanti da piccole frange di estremisti ideologici che fanno riferimento a concezioni di società e di Stato che sono uscite miseramente sconfitte dalla Storia. 

E’ tempo che si faccia un passo in avanti in Italia anche sul tema della libertà di educazione, così come lo si sta cercando di fare in altri campi e in altri settori.

Che sia #lavoltabuona? 

Noi tutti, donne e uomini di buon senso, lo speriamo.