Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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martedì 30 aprile 2019

Non è sempre caviale


Non è sempre caviale
J.M. Simmel, l’autore di questo sorprendente romanzo pubblicato nel 1960, nacque a Vienna nel 1924. Ebbe una vita avventurosa: una gioventù trascorsa tra l’Austria e l’Inghilterra, la Guerra mondiale lo vide lavorare come ingegnere chimico. Al temine del conflitto, fu occupato come interprete per il governo militare americano in Europa. Dal 1950 lavorò per un giornale di Monaco di Baviera come reporter. Morì dieci anni fa in Svizzera, il 1° gennaio 2009.

Simmel scrisse numerosi racconti e romanzi, ma quello che gli fece raggiungere subito la notorietà fu nel 1960 Non è sempre caviale, pubblicato in Italia da Garzanti nel 1967. Mia moglie l’aveva letto anni or sono e, capitatole tra le mani recentemente, me lo ha suggerito.

Devo ammettere che è stato un colpo di fulmine! 


Sin dalle prime pagine ci si trova immersi in una serie ininterrotta di colpi di scena, di colpi di fulmine, di gustose cene cucinate dai diversi protagonisti della storia (con tanto di ricette abbinate per poterle preparare personalmente).

La storia del personaggio principale, un banchiere diventato suo malgrado un agente segreto, ha inizio verso la metà degli anni Cinquanta, ma quasi subito un flash-back ci riporta alla fine degli anni Trenta e allo scoppio della Seconda Guerra mondiale. Solo al termine del romanzo si ritornerà alla metà degli anni Cinquanta, per la chiusura del cerchio.

E’ impossibile riassumere per sommi capi la trama di questo romanzo: l’unico consiglio che si può dare agli amanti delle spy story ambientate ai tempi del nazismo in Europa (nel romanzo si viaggia oltre che nel tempo, anche per le capitali di mezza Europa) è quello di leggerlo.

La traduzione dal tedesco di Amina Pandolfi rende molto bene il ritmo impetuoso della storia e il susseguirsi delle vicende che hanno dell’incredibile se non fosse che, come spesso accade, la vita supera la fantasia, quasi sempre.

Solo alla fine del libro il lettore scoprirà se anche questa è un’opera di pura fantasia…

Lettura consigliata!

J.M. Simmel, Non è sempre caviale, Garzanti Editore 1967

mercoledì 24 aprile 2019

25 aprile 1945

Corriere della Sera del 26 aprile 1945
Rileggendo i post più recenti pubblicati sul blog, mi sono reso conto che l’ultimo che tratta un argomento politico l'ho scritto quasi un anno fa. Si riferisce al giuramento de il governo giallo-verde in carica ancora oggi.

Dal 2 giugno 2018 non ho più pubblicato un post con un tema politico. Nonostante ogni giorno legga i giornali, ascolti i TG e commenti gli avvenimenti politici con i colleghi, qualcosa mi impedisce di appassionarmi a questo governo come ai precedenti.

Riguardando quell’ultimo post, la mente è tornata a quei giorni di inizio estate del 2018 e alle aspettative, molto alte, nei confronti dei due partiti che avevano stretto l’alleanza per governare il Paese.

Dopo quasi un anno cosa è stato realizzato? 


Qualcosa di quanto dichiarato nel patto di governo sicuramente è stato fatto: la legittima difesa, la quota cento, il reddito di cittadinanza, il giro di vite allo sbarco dei migranti. Da un certo punto di vista, provvedimenti epocali e considerati “impraticabili” da coloro che hanno preceduto l’attuale esecutivo.

Ma a quale prezzo sono stati attuati tali provvedimenti? 


Vale a dire: l’Italia oggi è un Paese migliore di dieci mesi fa? Si vive meglio? Si ha più voglia di investire pensando al futuro? La povertà è diminuita? Perché se il cambiamento promesso dal governo non porta a questo, allora non è vero cambiamento, ma solo propaganda.

Tra poco più di un mese si presenterà un’importante scadenza elettorale: l’elezione del Parlamento europeo , unica istituzione comunitaria espressa direttamente dai cittadini e per questo dal valore altamente simbolico.

I due partiti di governo si schiereranno su fronti opposti e faranno campagna elettorale divisi. Uniti per governare l’Italia, divisi per governare l’Europa, come del resto lo sono per governare le regioni d’Italia.

Come può questa dicotomia non saltare all’occhio? Come è possibile essere alleati sulla politica interna del Bel Paese e non esserlo nell’amministrazione di una regione o di un comune?

L’impressione è che in questi mesi i due partiti abbiano pensato alla realizzazione del patto di governo, sostenendo a turno il provvedimento proposto dall’altro partito, turandosi il naso e arrampicandosi sui vetri per farlo digerire al proprio elettorato recalcitrante. Fino a quando questo stato di cose potrà durare? E che Paese troveremo al termine di questo percorso politico?

Certo, ormai tutti abbiamo consapevolezza di vivere in una società liquida, per dirla con le parole di Zygmunt Bauman, ma credo che per governare una nazione i partiti politici debbano avere delle pur minime convergenze ideologiche riguardo le tematiche oggetto del patto di governo, unità d’intenti che non ho riscontrato in questo esecutivo.

Ho riscontrato invece in entrambe le classi dirigenti e i massimi esponenti politici dei due partiti una ricerca spasmodica del consenso al proprio operato tramite l'utilizzo dei social. Questo ricercare a tutti i costi una legittimazione popolare, tuttavia, non è mai esente da rischi, presuppone un’educazione civica per nulla scontata nei frequentatori dei social e soprattutto non è garantito che il popolo sappia scegliere sempre per il meglio e il bene comune.

Ne è un esempio recente il caso della Brexit e ne è prova la storia di un uomo di duemila anni fa che, senza colpe, fu portato davanti all’autorità costituita per essere giudicato e venne assolto. Fu invece condannato a gran voce da quel popolo che lo aveva visto nascere e che alla fine ottenne dalla medesima autorità quello che desiderava: la sua crocifissione.

Vi fu errore popolare più grande di questo nella storia?


Ci apprestiamo a vivere la giornata del 25 aprile: riflettiamo su quello che accadde in quei giorni del 1945 e riscopriamo i valori che hanno permesso alla nostra nazione, uscita a pezzi dall’esperienza della Seconda Guerra mondiale, di intraprendere il cammino virtuoso che ci ha condotto sin qui.


lunedì 25 febbraio 2019

Manfredo Camperio - Storia di un visionario in Africa

Il libro di Alessandro Pellegatta


Manfredo Camperio, storia di un visionario in Africa, è l’ultima fatica letteraria di Alessandro Pellegatta che ho avuto il piacere di leggere in anteprima (il libro uscirà il prossimo 28 febbraio).

Camperio? Chi era costui?

Oggi questo nome alla maggior parte dei lettori non ricorderà molto, eppure questo milanese doc (nacque nel capoluogo lombardo il 30 ottobre 1826) è stato uno dei più importanti esploratori italiani dell’Ottocento e tra i primi a comprendere come il nascente Regno d’Italia avrebbe tratto un potente aiuto alla propria crescita economica dalla conoscenza e dallo sviluppo delle transazioni commerciali con l’estero.

Il lavoro di Pellegatta, conosciuto sino ad ora principalmente come scrittore di autorevoli guide turistiche, redatte al ritorno da viaggi personali in giro per il mondo, è in questo caso, prevalentemente storico e, diciamo subito, ben riuscito.

Attraverso un certosino lavoro di scavo compiuto presso istituzioni quali il Museo del Risorgimento di Milano; l’ Archivio di Stato di Milano; la Biblioteca Braidense, l’Archivio storico di Intesa Sanpaolo, l’Archivio storico della Banca Popolare di Milano, la Società Geografica Italiana e l’Amministrazione del Comune di Villasanta, che ha permesso la consultazione del Fondo Camperio, l’autore ha descritto in questa biografia di Manfredo Camperio molto di più della mera narrazione di un periodo di vita dell’esploratore. Pellegatta ha tratteggiato un’epoca, quella compresa tra il 1865 e la fine del secolo XIX, cruciale per lo sviluppo del nascente Regno d’Italia, ultima Nazione a formarsi in Europa e vaso di coccio tra grandi vasi di bronzo, protagonisti della scena europea e quindi mondiale, quali Regno Unito, Francia, Germania, Austria, Turchia.

In quest’epoca così ricca di cambiamenti, sociali, politici, culturali, il milanese - italiano Manfredo Camperio ebbe un ruolo importante nel cercare di far crescere l’Italia e permetterle di giocarsi la partita internazionale alla pari con le altre grandi potenze europee.

Il lavoro di Pellegatta è encomiabile da questo punto di vista, perché ha messo in luce aspetti sino ad ora poco studiati e anzi, forse volutamente dimenticati, di quello che è stato l’approccio iniziale del Regno d’Italia verso tematiche quali: colonialismo, africanismo, relazioni internazionali.

Non anticipiamo qui le conclusioni cui è giunto l’autore, perché questo, se vogliamo, è anche un libro “giallo”, nel senso che misteriosi e sconosciuti ai più sono gli episodi trattati e le vicende descritte; pertanto non vogliamo togliere al lettore la curiosità di leggere e apprendere come si è sviluppata la storia d’Italia di quel periodo.

Possiamo solo evidenziare come le similitudini tra l’epoca in cui visse Manfredo Camperio e l’attuale abbiano dell’incredibile e siamo certi che, come capitato a noi, stupiranno il lettore durante tutta la lettura dell’opera.

E allora, in conclusione, Camperio, chi è stato costui?

Scrive Pellegatta: “Molti sono i modi con cui possiamo definire Camperio: patriota, combattente, eroe del Risorgimento, militare, esploratore, filantropo, imprenditore, divulgatore, politico, direttore di rivista, mediatore culturale, esploratore, presidente di società commerciale. Lui preferiva
a tutti quello di “capitano”, ma ciò che gli rende più giustizia è forse quello di “visionario”. Furono infatti proprio le sue visioni e le sue passioni, ispirate dalla sete di conoscenza, da un grande interesse
per il mondo e dall’ansia di identificare sempre nuove opportunità commerciali, che lo spinsero a esplorare l’Africa. E anche quando il suo percorso fu segnato dalla contraddizione e dall’incertezza, dalla sconfitta e dalla tragedia, l’uomo non si perse mai d’animo: anche in punto di morte volle per l’ultima volta affacciarsi alla finestra per guardare con aria di sfida il mondo, come ha scritto la figlia Sita nella sua Autobiografia, prima di trapassare stringendo i pugni”.

Un libro da leggere, indicato soprattutto alle giovani generazioni, perché crediamo che senza la conoscenza del passato sia impossibile comprendere il presente e soprattutto immaginare un futuro che possa essere di pace tra le nazioni.


Alessandro Pellegatta, Manfredo Camperio, un visionario in Africa, 2019 Besa editrice.

venerdì 27 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: considerazioni finali

Giovannino Guareschi

Scriveva Giovannino Guareschi che le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita, pianificando il mondo.

Questa affermazione ben si adatta a chiudere la serie di post che abbiamo pubblicato sulla rivoluzione russa, perché in fondo, proprio questo Lenin aveva in mente: la creazione di un nuovo mondo e di un nuovo uomo che fosse finalmente libero di vivere felice sulla terra, senza più le costrizioni, le catene e i pesi imposti dalla cultura della borghesia capitalista: in sostanza il paradiso sulla terra, forgiato dagli uomini senza l’intervento di Dio. 

Il nuovo leader non lascia passare molto tempo prima di iniziare la sua opera. Appena conquistato il potere, il 26 ottobre 1917, Lenin fa emanare dal Congresso dei Soviet i primi tre decreti attuativi del nuovo ordine che da lì a pochi mesi verrà imposto a tutta la Russia. Il primo decreto chiede una pace giusta ai Paesi belligeranti e pone fine all’intervento russo nella prima guerra mondiale. Il secondo decreto legalizza gli espropri compiuti dai contadini e socializza la terra. Il terzo decreto riguarda la formazione del nuovo governo degli operai e dei contadini, di cui Lenin è nominato Primo ministro.

Il giorno successivo, 27 ottobre, da Premier Lenin emana il decreto sulla stampa borghese, che viene messa fuori legge. Vengono immediatamente chiusi 122 giornali e altre 340 testate saranno chiuse entro l’agosto 1918. Il libero confronto delle idee in Russia è diventato un reato. Il 22 novembre 1917 viene emesso il decreto sui Tribunali che prevede lo smantellamento del sistema giudiziario pregresso e l’instaurazione dei Tribunali rivoluzionari: la giustizia d’ora in avanti è al servizio del partito unico. Il 7 dicembre 1917 viene istituita la Ceka, un ente speciale per la repressione e la lotta alla controrivoluzione il cui comandante risponde al capo supremo del Partito, non del Governo. Insieme a questa struttura nasce anche una nuova categoria umana, il cekista, un tutore dell’ordine che ha devoluto la propria coscienza personale alla causa del partito.  Il 16 dicembre 1917 viene rilasciato il decreto sul matrimonio civile che è l’unico riconosciuto legalmente, mentre quello religioso diventa un fatto privato. Inoltre nel 1920 la Russia sovietica diventerà il primo Paese al mondo a legalizzare l’aborto.

La fine della guerra, la terra ai contadini, la libertà di stampa, l’amministrazione della giustizia, il controllo del partito sulla società, il matrimonio: tutti temi caldi nella Russia del 1917 e Lenin capisce che deve partire da essi per iniziare l’opera di sradicamento delle vecchie abitudini e della vecchia cultura pre-rivoluzionaria, anche a costo di rieducare forzatamente milioni di russi alla novità rappresentata dall’uomo sovietico.

In pochi mesi Lenin getta le basi per dare vita ad una rivoluzione culturale, ispirata al marxismo: la creazione di un uomo nuovo che poggi la sua fede esclusivamente nel partito e si identifichi in esso come ideale, modello e valore esaustivo di vita. Ma qui sta il punto dolente: dalla totale liberazione desiderata da Lenin per la sua creatura, l’uomo sovietico, si passa al totale controllo dell’io e dei suoi affetti, sino ad arrivare ad un radicale materialismo e alla creazione di una vera e propria religione atea, al posto di quella cristiana.

Il tentativo di Lenin e dei suoi seguaci è quindi fallito, ma questo è un fatto acclarato e non è questo il momento di analizzare i settant’anni di storia dell’Unione Sovietica. Le ragioni del fallimento sono già tutte presenti nell’emissioni dei primi decreti di Lenin: non è possibile infatti ingabbiare l’uomo per lungo tempo e costringerlo a comportamenti che non lo costituiscono e lo privano della propria libertà: presto o tardi essa risorgerà e si farà sentire.

Scrive Berdjaev nel 1917: “Nella vecchia Russia non c’era abbastanza rispetto per la persona umana. Ma ora ce n’è ancora meno. A intere classi sociali viene negato il valore della persona, non si rispetta la persona; nei riguardi delle classi sociali che la rivoluzione emargina, si compie un omicidio spirituale che poi si trasforma facilmente in omicidio fisico”.  E lo storico Pierre Pascal scrive nel 1934: “Il contadino russo che aveva visto nella rivoluzione del 1917 il mezzo per liberarsi dal giogo dello Stato, il cui peso sopportava da secoli, paga oggi il prezzo di un sistema totalitario che non conosce eguali nella storia”.

Quello che Lenin ha ignorato era il fatto che per realizzare il paradiso sulla terra, semmai lo si volesse proprio edificare, non era necessario rivoluzionare con la forza gli usi e i costumi di un popolo, ma era sufficiente puntare al cambiamento del cuore dell’uomo: solo così infatti, parlando al cuore dell’uomo, senza costrizioni, si può pensare di ottenere nel tempo quei piccoli cambiamenti quotidiani che potranno farci vivere attimi di felicità sulla terra.

lunedì 16 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: la fase finale - cronistoria del 1917

Lenin

Lenin, grazie all’aiuto della Germania che sperava che lo scoppio della Rivoluzione potesse convincere lo zar a ritirare le sue truppe dal conflitto mondiale, rientra in patria dalla Svizzera i primi giorni di aprile del 1917.

Il 21 febbraio Nicola II parte per il fronte russo – tedesco e lascia il governo in mano a Rasputin.

Il 23 febbraio inizia l’insurrezione di Pietrogrado (dopo l’inizio della prima guerra mondiale la città aveva cambiato nome da Pietroburgo, nome con troppe assonanze con la lingua tedesca) e Nicola II ordina di reprimerla con la forza. Il 27 febbraio avviene però l’ammutinamento della guarnigione della capitale, si ricostituisce il Soviet di Pietrogrado e nasce il Comitato provvisorio della Duma dando inizio di fatto ad un doppio potere in Russia, Soviet e Duma. [Il primo Soviet (Consiglio) degli operai era nato dopo la domenica di sangue del 1905 ed era l’organismo di base per organizzare la protesta nelle fabbriche e gli aiuti alle famiglie degli scioperanti. All’interno del Soviet erano già presenti i meccanismi politici tipici del partito unico bolscevico]. Il 28 febbraio Nicola II lascia il fronte e ritorna a Pietrogrado. Il primo marzo lo zar convoca i generali dell’esercito. Il Soviet di Pietrogrado abolisce la disciplina militare. L’esercito russo è nel caos totale. Nasce il Soviet a Mosca.

Tra il primo e il due di marzo nasce il Governo Provvisorio presieduto dal Principe L’vov, di ispirazione moderata, con il sostegno di Duma e Soviet, anche se di fatto sarà il Soviet a indicare la rotta politica, vista la debolezza interna della Duma. Il 2 marzo lo zar abdica a favore del fratello Michail che rinuncia alla corona il 3 marzo. Il 6 marzo viene chiesto asilo politico per la famiglia Romanov in Gran Bretagna che si era offerta di accogliere lo zar. Il 7 marzo il Soviet di Pietrogrado costringe il Governo Provvisorio a mettere agli arresti domiciliari la famiglia imperiale a Carskoe Selo. 

Lenin rientra in patria subito dopo questi eventi e inizia a perseguire l’obiettivo della presa del potere totale proclamando le famose Tesi di aprile. Il rivoluzionario sostiene che è arrivato il tempo di abbandonare la fase borghese della rivoluzione, e inaugurare quella socialista. Ogni ipotesi di valorizzare la democrazia parlamentare deve essere superata in quanto questa forma di governo è tipica della borghesia. Esclude quindi qualsiasi forma di collaborazione con il nuovo governo. Operativamente Lenin propone di non sostenere la prosecuzione della guerra, trasmettere tutto il potere al Soviet, abolire l’esercito, nazionalizzare la terra, fondere le banche in un’unica banca nazionale. È un programma radicale, demagogico e massimalista che lascia perplessi anche molti bolscevichi, oltre ad alcuni partiti radicali che si sentono scavalcati a sinistra. Dal momento dell’arrivo di Lenin, l’ala bolscevica incomincia quindi a distanziarsi dal fronte comune delle sinistre.

Nel frattempo il 10 aprile la Gran Bretagna ritira l’offerta di accogliere lo zar e la sua famiglia. Tra il 20 e il 21 aprile vi sono disordini di piazza fomentati dai bolscevichi con l’intento di far cadere il Governo Provvisorio. Il 28 aprile i bolscevichi danno vita alla Guardia Rossa. Il 5 maggio viene inaugurato un nuovo Governo Provvisorio di coalizione che vede l’ingresso di 6 ministri socialisti provenienti dai Soviet, ma i bolscevichi di Lenin sono ancora una minoranza. Infatti, al termine del primo congresso panrusso dei Soviet che si tiene dal 3 al 24 giugno (vi partecipano 285 delegati socialisti rivoluzionari, 248 delegati menscevichi e 105 delegati bolscevichi) viene deciso da parte dei Soviet di sostenere il nuovo governo di coalizione contro la proposta bolscevica di interrompere subito la guerra e di dare tutto il potere ai Soviet. Il nuovo Governo di coalizione durerà due mesi.

Intanto il 9 giugno i bolscevichi tentano un’insurrezione armata sconfessata dai Soviet e Lenin, che intuisce che i tempi per la Rivoluzione non sono ancora maturi e vede in pericolo la sua persona, il 29 giugno fugge in Finlandia.  Dal 3 al 5 luglio a Pietrogrado dopo un nuovo tentativo bolscevico di rovesciare il Governo Provvisorio, vi sono scontri armati e vittime. Il Governo accusa Lenin di spionaggio a favore dei tedeschi e ordina l’arresto di numerosi bolscevichi.

Il 24 luglio avviene un nuovo rimpasto di Governo e il socialista rivoluzionario Kerenskij diventa primo ministro. Costui è ossessionato dal timore di una contro rivoluzione da destra e decide quindi di lasciare mano libera ai contro rivoluzionari di sinistra, i bolscevichi che invece continuano nella loro impresa di far cadere il Governo per riunire tutto il potere nelle mani del Soviet, all’interno del quale però i rapporti di forza stanno mutando.

Il 9 agosto il governo Kerenskij indice le elezioni dell’assemblea Costituente per il 12 novembre, mentre il 15 agosto si apre a Mosca il tanto atteso Concilio della Chiesa Ortodossa. A fine agosto però avviene una nuova crisi di Governo che fa precipitare ulteriormente la situazione politica nel caos: lo spunto è dato dal caso Kornilov, capo dell’esercito, nominato dal primo ministro Kerenskij e poi destituito. Ad un certo punto a fine agosto si sparge la notizia di un presunto golpe militare da parte di Kornilov. Costui smentisce, ma il primo ministro non gli crede e lo destituisce, passando il potere al generale Alekseev. Inoltre, Kerenskij fa liberare tutti i bolscevichi arrestati a luglio e li arma offrendo loro un ruolo di aiutanti della legalità che li riabilita nel favore popolare.

A questo punto Lenin sente che il vento sta cambiando a suo favore. Lui sa perfettamente che le elezioni a suffragio universale non gli darebbero mai la maggioranza, che andrebbe ai socialisti rivoluzionari; inoltre un’assemblea eletta in modo popolare diventerebbe la sola legittima rappresentante del popolo e i bolscevichi non potrebbero più arrogarsi il diritto di parlare a nome del popolo e dei lavoratori. Per questo motivo qualsiasi iniziativa politica bolscevica ha bisogno della legittimazione dei Soviet, senza i quali il partito di Lenin non avrebbe alcun peso.

La crisi politica ha l’effetto per la prima volta di promuovere la politica bolscevica: tra fine agosto e settembre cambiano gli umori dei delegati del Soviet di Pietrogrado e per la prima volta i bolscevichi hanno la maggioranza. Nel tentativo di bloccare il processo di bolscevizzazione il presidium menscevico e socialrivoluzionario del Soviet si dimette con l’intento di delegittimare il consiglio in carica, ma i bolscevichi non rispettano le regole d’onore e di fair play. Approfittando del vuoto che si è creato, il 1° settembre costringono il Direttorio a proclamare la Repubblica senza aspettare la convocazione dell’Assemblea costituente. Il 9 settembre il Soviet passa anche formalmente dalla parte dei bolscevichi che riescono a far eleggere Presidente un proprio uomo, Lev Trockij. Ora il Soviet è praticamente monocolore ed è diventato uno strumento politico per la presa del potere. Il 12, 14 e 29 settembre Lenin scrive tre lettere dalla Finlandia in cui sprona i suoi a prendere il potere con le armi.

Il 25 settembre Kerenskij inaugura un nuovo Governo di coalizione, ma di fatto non governa più. Nella lettera del 29 settembre Lenin scrive ai suoi: “Abbiamo a Pietrogrado migliaia di operai e soldati in armi che possono impadronirsi immediatamente del Palazzo d’Inverno e dello Stato maggiore generale, della centrale telefonica e di tutte le grandi tipografie”. Il 9 ottobre il Soviet di Pietrogrado delibera la creazione di un braccio militare e nasce il Comitato militare rivoluzionario. Subito viene adottato dai bolscevichi che vedono un modo per legalizzare la Guardia Rossa creata ad aprile. In pratica il Comitato diventerà il centro operativo legale del colpo di Stato. Lenin torna a Pietrogrado il 10 ottobre e affronta lo scontro davanti al comitato centrale del suo partito, riesce a far prevalere la propria linea: il colpo di Stato deve precedere di pochissimo l’apertura del congresso del Soviet in modo che questo lo riconosca subito come suo. Il 21 ottobre il Comitato militare rivoluzionario chiede allo Stato maggiore dell’esercito che qualsiasi ordine alle truppe abbia la sua ratifica. Ne nasce un braccio di ferro: le truppe fedeli al Governo occupano una parte di Pietrogrado, i bolscevichi fanno altrettanto. Il Comitato invia i suoi commissari a sostituire i commissari governativi in tutte le unità militari, nei depositi di armi e munizioni, nelle fabbriche e nelle ferrovie.

Il 24 ottobre i commissari del Soviet sono piazzati in tutti i punti strategici della capitale: ponti, stazioni ferroviarie, centrale telefonica e telegrafica, banca di stato, senza di loro nessun ordine del governo può essere eseguito.  Il 25 ottobre è la giornata del colpo di Stato: Lenin dichiara deposto il Governo Provvisorio, Kerenskij si allontana dalla capitale, tutto il potere passa al Soviet. Nella notte tra il 25 e il 26 ottobre vengono arrestati dentro il Palazzo d’inverno i membri del governo da un drappello di bolscevichi. Ha inizio il tempo della rivoluzione bolscevica. Il 26 ottobre i bolscevichi aprono il II Congresso dei Soviet e Lenin viene eletto Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo.

Nessuno ricorda che il Governo deposto era un governo formato con il consenso dei partiti rivoluzionari di sinistra, che avevano fatto cadere il regime zarista. La rivoluzione del 25 ottobre non assomiglia affatto ad una rivoluzione, non ci sono movimenti di massa, non c’è resistenza, quel giorno non si conta una sola vittima. Sembra che nessuno si accorga di niente. E il fiume di sangue che seguirà, nessuno quel giorno di ottobre del 1917 lo può prevedere...


domenica 15 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: le forze politiche in campo


Riunione della Duma

All’inizio del XX secolo, il panorama politico della Russia è decisamente variegato, e vede attive sul territorio formazioni di ispirazione liberale e altre di ispirazione socialista, ma tutte di recente costituzione (a partire dal 1898) in quanto l’impostazione autocratica dello Stato ha sempre dissuaso lo sviluppo di un’opposizione politica ufficiale.

L’elemento che unisce le diverse formazioni è la lotta all’autocrazia, che viene combattuta però con diversi metodi: il terrorismo, la propaganda, oppure la stampa. Di fatto, l’opposizione russa è costituita da un mosaico di correnti ideologiche che si combattono di continuo tra loro, e proprio questo fatto ha impedito la formazione di un ideale condiviso in previsione di una riforma dello Stato auspicata da tutte le forze.

Il polo liberale è costituito dal Partito democratico costituzionale (soprannominato dei “cadetti” dalle iniziali russe KaDe), dall’Unione del 17 Ottobre (detto anche partito ottobrista in ricordo del Manifesto zarista del 1905 che istituisce la Duma) e dall’Unione del Popolo russo.

I cadetti nascono nel 1905 e raccolgono parte della nobiltà e dell’intelligencija, ma soprattutto raccolgono adesioni tra le classi medie urbane. Nel momento di massimo successo, il partito conta circa 70.000 iscritti tra Mosca, Pietroburgo e le altre città maggiori di Russia. Il programma prevede la convocazione di un’Assemblea costituente, il suffragio universale, la Costituzione, la divisione dei poteri e tutte le libertà democratiche. Altro punto importante è la riforma agraria che dovrebbe consentire la diffusione della piccola proprietà. Loro obiettivo è creare in Russia una monarchia costituzionale, ma alcuni si spingono oltre, propugnando una democrazia repubblicana. Vi è poi un’amara costatazione: in nessuna occasione ufficiale i cadetti sono arrivati a condannare il terrorismo praticato dagli altri partiti, e questo evidenzia il vuoto ideale che ha caratterizzato tutta la società russa di quel periodo.

L’Unione del 17 Ottobre segue una tendenza liberal conservatrice ed è stata fondata nel febbraio 1906. Sostiene l’instaurazione di uno Stato di diritto, ma è contraria ad un’alleanza con le sinistre, non esclusa dai cadetti. Raggiunge un massimo di 50.000 iscritti tra impiegati e piccoli proprietari terrieri. Punti irrinunciabili del programma sono la conservazione dell’unità dell’Impero contro le autonomie locali, e l’estensione della piccola proprietà agraria senza però requisire le terre ai latifondisti.

L’Unione del Popolo russo nasce nel novembre 1905 a Pietroburgo. Vi aderiscono contadini, artigiani, operai, piccoli commercianti, e tra i leader si trovano anche sacerdoti. Sostiene l’autocrazia contro il costituzionalismo e l’unità dell’Impero. Al suo interno nascono le “Centurie nere” squadre dichiaratamente antisemite che scatenano numerosi pogrom antiebraici. Davanti agli eventi rivoluzionari, non resisteranno e si disintegreranno.

Le sinistre.

Il Partito socialdemocratico nasce clandestinamente a Minsk nel 1898 e unisce i vari gruppi rivoluzionari di ispirazione marxista. Durante il II Congresso di Londra nel 1903 il partito si divide in due fazioni: i menscevichi e i bolscevichi. I primi si aspettano la presa del potere da parte della borghesia, i secondi promuovono un partito centralizzato che instauri subito la dittatura del proletariato. Nel 1907 si contano 46.000 iscritti tra le fila dei menscevichi e 32.000 iscritti tra quelle dei bolscevichi, ma nel 1910 le iscrizioni dei bolscevichi scendono a 10.000. La cosa “curiosa” è che il partito del proletariato raccoglie adesioni per lo più tra i nobili e gli intellettuali e avrà il sostegno dei ricchi industriali. La rottura definitiva tra le due fazioni avviene nel 1912 alla conferenza di Praga.

Il Partito socialista rivoluzionario nasce nel 1902 dall’unione di vari gruppi e punta sull’azione armata, boicotta le elezioni della Duma e le riforme zariste. Non vuole nazionalizzare le terre, come i bolscevichi, ma rafforzare le comunità rurali distruggendo il latifondo. Si rendono protagonisti di diversi attentati, anche a personalità di spicco, nell’agosto del 1918 compiono un attentato a Lenin.

Il Partito del lavoro nasce in occasione della prima Duma, nel 1906, come gruppo parlamentare. Ha tendenze populiste e riunisce contadini e intellettuali. Non ha un programma e non si ritiene neanche un partito. Avversa i bolscevichi e dopo la rivoluzione si sfalda e scompare.

I gruppi anarchici. Il pensiero anarchico circola in Russia già dal 1860 attraverso intellettuali come Bakunin e Kropotkin e si diffonde tra studenti e populisti. Auspica l’abolizione dello Stato e delle leggi per garantire la piena uguaglianza tra gli individui. Nel periodo 1905 -1907 si arriva alla massima diffusione di questi gruppi, circa 250 con 7.000 affiliati. Vi sono gli Anarco-comunisti che perseguono la distruzione totale del capitalismo e dello Stato, gli Autonomi negano qualsiasi fondamento morale della società, i Radicali di Bandiera Nera auspicano azioni partigiane, espropri e terrore di massa, infine i Terroristi senza motivo progettano attentati individuali contro obiettivi scelti a caso, solo per moltiplicare la confusione e il panico tra le persone.

Nel prossimo articolo racconteremo la presa del potere da parte di Lenin.


lunedì 9 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: la Chiesa ortodossa


Sacerdoti ortodossi


Il secondo elemento cardine della Russia di inizio ‘900 è la Chiesa Ortodossa. Secondo la tradizione bizantina, il legame che unisce la monarchia alla Chiesa è strettissimo, sacrale. Lo zar è l’unto del signore, baluardo e sostegno della fede sulla terra. Da questa concezione ne conseguirono però anche dei rischi spirituali.

In apparenza florida e presente con oltre cinquantamila chiese in tutta la Russia, la Chiesa ortodossa in realtà fu compromessa dalla riforma impostale nel 1721 dallo zar Pietro il Grande che con il suo Regolamento ecclesiastico la decapitò, sostituendo il Patriarca con un funzionario pubblico, laico, posto a presiedere l’assemblea dei vescovi, il Santo Sinodo. Accettando la riforma, la Chiesa russa accettò di fatto di diventare un dicastero spirituale, al servizio dello Stato.

Scrive il filosofo Berdjaev: “Prevalse una diversa concezione della Chiesa: quella che la considera un’istituzione e una società di credenti, e la riduce alla gerarchia e al tempio. La Chiesa si trasformò in un istituto di cura nel quale le anime individuali entrano per essere risanate. È in tal modo che si afferma l’individualismo cristiano, insensibile al destino della società umana e del mondo. […] Un’ortodossia di questo genere, esclusivamente ascetico-monastica, in Russia è stata resa possibile solo dal fatto che la Chiesa ha scaricato tutto il peso dell’edificazione della vita sullo Stato. Solo l’esistenza di una monarchia autocratica consacrata dalla Chiesa ha reso possibile questo individualismo ortodosso, questa separazione del cristianesimo dalla vita del mondo. Il mondo era guidato e conservato dalla monarchia ortodossa che guidava anche lo stesso sistema ecclesiastico”.

Il nocciolo del problema risiede proprio qui: se lo zar e le autorità ecclesiastiche sono unite da un unico destino, persa la fiducia nel primo, la Chiesa stessa si troverà allo sbando. Quando nel 1916 fu tolto l’obbligo della confessione pasquale ai funzionari statali, la frequenza al sacramento precipitò dal 100% al 10%. La Chiesa ortodossa alla vigilia della rivoluzione era ormai decaduta nella considerazione popolare che la considerava alla stregua di un potere burocratico senza alcuna autorità morale.

A dire il vero, più parti all’interno della Chiesa supplicarono Nicola II affinché convocasse un nuovo Concilio che avrebbe dovuto occuparsi dei progetti di riforma della vita ecclesiale, ma lo zar si oppose sempre, e il Concilio venne convocato solo dopo l’abdicazione del monarca. Sarà ormai troppo tardi per influenzare la vita sociale: la rivoluzione bolscevica era alle porte.

Quindi, allo scoppio della prima guerra mondiale la situazione politica e sociale della Russia è già in stallo, e il conflitto, più che produrre una crisi, impedirà di uscire da quella in atto. È in questo vuoto, in questa assenza di riferimenti che si inserirà il marxismo, portato avanti con determinata lucidità da Lenin.

Scrive nel 1918 lo scrittore Bulgakov: “Bisogna far rinascere la vita ecclesiale; questo è oggi il compito patriottico, culturale e perfino politico più importante in Russia. Solo da questo centro spirituale può rinascere anche la Russia e perciò vedo nel nostro Concilio l’evento più importante della storia russa recente, in particolare dell’epoca rivoluzionaria con tutti i suoi cambiamenti di scena e le tempeste partitiche”.

Il Concilio tanto atteso si aprì nel mese di agosto del 1917 e il 20 settembre del 1918 fu chiuso forzatamente dai bolscevichi andati al potere.

Nel prossimo articolo analizzeremo le forze politiche operanti in Russia al tempo della Rivoluzione.


domenica 8 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: l'ultimo Zar




Nicola II, ultimo zar di Russia, sale al trono a ventisei anni, nel 1894. All’età di tredici anni subì l’esperienza traumatica dell’omicidio del nonno, lo zar regnante Alessandro II, assassinato da un terrorista appartenente al gruppo “Volontà del popolo”. Da allora matura in lui la convinzione profonda della necessità di difendere sino alla morte l’irrinunciabile triade “ortodossia – autocrazia – popolo”.

Nicola II ha una natura mistica, una religiosità fervente ma pietistica e fatalista: è profondamente convinto che il popolo ami devotamente e incondizionatamente il suo zar, benedetto da Dio.
Questa posizione gli impedirà di comprendere fino in fondo la nuova epoca di cambiamenti sociali che si sta facendo strada nella società, convinto di aver ricevuto l’alta missione di trasportare intatta l’autocrazia nel nuovo secolo.

Il primo banco di prova che si presentò allo Zar, fu il conflitto russo – giapponese (gennaio 1904-agosto 1905). Il modo in cui fu affrontata la guerra da parte di Nicola II e del suo establishment dimostrò incompetenza politica e impreparazione militare. L’esercito russo subì tre pesanti sconfitte e il 23 agosto 1905 a Portsmouth, grazie alla mediazione del Presidente statunitense Roosevelt, russi e giapponesi siglarono un accordo di pace. Il danno per la Russia fu più morale che materiale: da quel momento trionfò la totale sfiducia nei confronti dei vertici militari e del governo e il seme rivoluzionario si radicò sempre di più anche nelle forze armate.

Sempre durante la guerra con i giapponesi, avvenne l’episodio che sancì il punto di non ritorno per la monarchia e la fiducia del popolo nei confronti di Nicola II. La carneficina passò alla storia come la domenica di sangue e distrusse per sempre l’immagine dello Zar come padre del popolo.

Il 9 gennaio 1905 a San Pietroburgo un corteo di 140.000 persone, vestite a festa, con famiglie intere, icone, stendardi professionali e ritratti di Nicola II si dirige verso la piazza del Palazzo d’inverno. Manifestano in modo pacifico, e guidate da un sacerdote, Georgij Gapon, intendono esporre direttamente al sovrano le necessità degli operai e delle classi meno abbienti. Nicola II però, avvertito dell’iniziativa che si stava preparando, il 6 gennaio lascia il Palazzo, affidando la gestione dell’ordine pubblico al governatore della città. Ad attendere Gapon in piazza ci sono i soldati e la polizia schierati con i fucili. All’ordine ricevuto, sparano contro la folla inerme: le vittime saranno tra le 1.000 e le 1.200 persone. “Non c’è più Dio, non c’è più uno Zar” urla padre Gapon in mezzo al caos.
La carneficina della domenica di sangue pose fine per sempre all’immagine del monarca cristiano che ha a cuore il bene del suo popolo, e un movimento di rivendicazione sociale che era prettamente operaio e democratico rifluì tra le file rivoluzionarie.

La reazione del Paese alla strage fu immediata, scioperi si organizzarono in tutte le fabbriche della Russia, e le agitazioni si trasferirono anche in campagna dove vennero saccheggiate e incendiate migliaia di tenute nobiliari.    
Dieci giorni dopo la domenica di sangue, Nicola II consente a ricevere una delegazione di 35 operai selezionati da un elenco concordato. Lo zar legge un discorso nel quale dice tra l’altro: “È un delitto manifestare a Me le vostre necessità convenendo in folla sediziosa […] Io credo nei sentimenti onesti degli uomini del lavoro e nella loro incondizionata dedizione alla mia persona e per questo perdono la loro colpa”.

Con questo episodio, il vecchio regime arma la mano della rivoluzione, non permettendo di vedere alternative alla totale chiusura conservatrice, se non quella della violenza.

Nel biennio 1905-1907 saranno oltre 4.500 le vittime di attentati terroristici, tra funzionari pubblici, ufficiali e ministri; 2.180 le vittime tra semplici cittadini; nel 1906 vi fu anche l’attentato al Premier Stolypin, che fu poi ucciso nel 1911.

A nulla valse la concessione da parte dello zar della costituzione della Duma, la camera bassa del Parlamento, nell’ottobre 1905: essa rimarrà sempre in balia dell’arbitrio del sovrano che infatti la sciolse per ben due volte, nel luglio 1906 e nel giugno 1907.

La fine della monarchia dei Romanov era incominciata. Nel prossimo articolo analizzeremo la crisi in cui versava la Chiesa ortodossa.


sabato 7 ottobre 2017

La Rivoluzione russa

Il ritorno di Lenin a San Pietroburgo

Sono trascorsi cento anni dalla “Rivoluzione” russa, che portò al potere per la prima volta nella storia il partito dei bolscevichi, ossia quella frazione minoritaria della società russa, di ispirazione marxista, che guidata da Lenin riuscì in pochi mesi, dal marzo all’ottobre 1917 a rovesciare il potere zarista e sostituirlo con la dittatura del proletariato.

Nonostante l’anniversario sia significativo, non ci sembra che la stampa e i mezzi di informazione lo abbiano ricordato dedicandovi particolare spazio e attenzione. Men che meno il tema è stato affrontato da partiti o associazioni culturali che del marxismo e dei suoi derivati si sono nutriti in questi ultimi cento anni: silenzio assoluto. Voglia di dimenticare le origini?

Unica eccezione un’interessante mostra dal titolo “1917 – Russia il sogno infranto di un mondo mai visto” presentata al Meeting di Rimini ad agosto e curata da Adriano Dell’Asta, Marta Carletti e Giovanna Parravicini i cui pannelli sono stati riuniti in un volume edito da La casa di Matriona con il medesimo titolo.

Cosa accadde in Russia, cento anni fa? Quali furono le cause che portarono alla caduta di un regime, quello zarista, tra i più longevi del continente europeo, il cui capo supremo, lo Zar, era sia capo civile che guida religiosa?

Le motivazioni che per decenni abbiamo letto e ascoltato, facevano riferimento allo sfruttamento delle classi più umili e povere (contadini e operai), da parte della borghesia e della nobiltà legata allo zar che ad un certo punto trovarono la forza e il coraggio di ribellarsi. Queste classi, guidate da personaggi intellettualmente superiori, tra i quali certamente spicca Lenin che fu il vero regista della presa del potere da parte dei bolscevichi, riuscirono ad abbattere il vecchio regime, instaurando il governo del popolo. Questa, in estrema sintesi, la storiografia ufficiale sulla Rivoluzione russa che abbiamo letto in classe nei libri di storia sino a qualche anno fa.

In realtà le cose non andarono proprio così.

La Russia di inizio ‘900 non era così arretrata come la si dipinse dopo la Rivoluzione. Tre dati per rendere l’idea: l’incremento della produzione industriale nel periodo 1900 – 1913 fu del 74,1%; nel 1915 il 51% dei bambini dagli otto agli undici anni aveva ricevuto l’istruzione elementare e il 68% dei soldati sapeva leggere e scrivere. Nel campo delle arti, della letteratura e della scienza, la Russia in quei primi anni del XX secolo non era seconda a nessuno. Certo, esistevano sacche di povertà, la riforma agraria non era ancora compiuta, ma nel complesso la società russa non viveva al di sotto del livello economico e sociale che ritroviamo in altri Paesi europei.

Le cause della crisi che portarono alla Rivoluzione sono da ricercarsi nello svuotamento di significato dell’origine stessa dell’autorità del potere: lo Zar e la Chiesa ortodossa.

Il sistema autocratico impersonato dallo Zar non fu più adeguato ai nuovi tempi e la Chiesa, abituata da secoli ad essere asservita al potere secolare, non sembrò essere in grado di rispondere alle nuove sfide che stavano provocando la società, come l'esigenza di una maggiore libertà di espressione, i diritti dei lavoratori, la riforma della proprietà della terra, le libertà politiche e così via. Diventata religione di Stato, la Chiesa ortodossa smarrì le ragioni profonde della propria missione.

Così il filosofo Berdjaev descrive il periodo precedente la Rivoluzione: “Il nostro popolo è gravemente malato, malato nell’anima, sta attraversando una crisi profonda, ha perduto la luce della vecchia fede e non ha trovato alcuna nuova luce. Il popolo è schiavo dei propri istinti e passioni peccaminose, è facile sedurlo e ingannarlo, è facile fargli violenza. […] Chiunque lo può confondere e può dirigere la sua volontà in qualsiasi direzione, ad attaccare la borghesia e la società colta oppure gli ebrei e gli stessi rivoluzionari. È libero e protetto solo chi ha un centro spirituale, chi ha un nucleo morale che non è scosso e indebolito”.

Nei successivi articoli analizzeremo più da vicino le ragioni del crollo della fiducia nei confronti dello Zar, la crisi in cui si trovò la Chiesa ortodossa all’inizio del ‘900 e la diabolica cronologia di eventi che in otto mesi consegnarono una delle più grandi e popolate nazioni del mondo, la Russia, nelle mani di un manipolo di bolscevichi che per settant’anni tentarono di realizzare l’utopia di creare un uomo nuovo, senza Dio, senza famiglia, senza legami tranne quello che lo stringeva a doppio filo al Partito del popolo.

domenica 25 ottobre 2015

A tu per tu con: Italia Giacca

Oggi incontriamo Italia Giacca, Presidente del Comitato di Padova dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Abbiamo conosciuto la Signora Giacca lo scorso mese di Agosto a Rimini, in occasione della mostra riguardante l'esilio dei Giuliano Dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, presentata al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli e ci ha colpito subito la sua personalità carica di umanità e il suo sguardo acuto e sincero.

Italia è nata a Stridone di Portole, minuscolo paese quasi al centro dell’Istria ove ha vissuto fino all'età di 6 anni. Alla firma del Trattato di Pace, Parigi, 10 febbraio 1947, suo padre si trovava a Trieste, dove si era stabilito dopo il congedo militare perché, “ricercato per italianità” era un candidato alla foiba. Nel 1948, dopo varie richieste, sua mamma ha avuto il permesso di raggiungerlo; e così, Italia e sua sorella maggiore a fianco, a piedi si sono incamminate verso Trieste.

Lì ha compiuto l’iter scolastico sino alla Laurea in Scienze Naturali, il 14 luglio 1965. Italia era impegnata contemporaneamente nel Direttivo del Circolo Giovanile dell’Unione degli Istriani, costituitosi sin dai primi arrivi di esuli, e come co-direttore della rivista giovanile “La Capra d’oro”.

Alla Laurea seguì, in quello stesso anno il matrimonio, e quindi il trasferimento in Veneto, a Dolo prima, poi a Piove di Sacco, infine, dal 2000 a Padova. Il 10 novembre 2014 ha avuto l’onore di essere nominata “Padovano Eccellente” : riconoscimento particolarmente significativo, perché tributo di onore, orgoglio, risarcimento per tutta la "sua" gente.      

Abbiamo posto a Italia alcune domande che, credo, ci possano aiutare a comprendere un pezzo di storia d'Italia dai più dimenticata, quando forse mai conosciuta veramente.   


D.: Signora Italia, la storia dell'esodo degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è ancora poco nota al grande pubblico. Può brevemente inquadrare dal punto di vista storico di cosa stiamo parlando?


R.: ”Gli storici possono sbagliare, le pietre no. E in Istria, Fiume e Dalmazia le pietre parlano italiano”.

Arena romana di Pola
Perché ho pensato di iniziare così il mio intervento? Per aprire gli occhi a chi si reca in quelle terre, affinchè si soffermi ad osservare l’impronta romana e veneziana in città come Capodistria, Parenzo, Pola, Fiume, Zara, Spalato; altri le chiamano Koper, Poreč, Pula, Rijeka, Zadar, Split, ma per noi erano, sono e saranno Capodistria…nomi italiani. 

Mi rendo conto che è difficile capire cosa significhi un confine “mobile”, con tutte le conseguenze, compreso il cambiamento dei nomi delle città, per chi vive in una regione stabile, dai confini fissi. Ma bisogna sapere che quel territorio orientale italiano è stato nel tempo multietnico e mistilingue, dai confini mobili. Comunque sin dai tempi antichi la convivenza tra gruppi diversi è stata sempre più o meno pacifica, salvo incrinarsi a metà del XIX secolo, con lo svilupparsi dei nazionalismi, che hanno progressivamente portato ad irrigidirsi i rapporti tra italiani e slavi in Istria, Fiume e Dalmazia.

Si giunse alla prima guerra mondiale con l’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa; alla fine di questo sanguinoso conflitto, dopo mesi di discussione si approdò a trattative tra il Regno d’Italia e il nuovo stato, Regno dei Serbi, Croati, Sloveni, la futura Jugoslavia, con il Trattato di Rapallo 1920: all’Italia era attribuita la quasi totalità della Venezia Giulia, ma non la Dalmazia, tranne Zara e Lagosta; Fiume divenne Stato Libero, ma ebbe vita breve, nel 1924 la città passò all’Italia, mentre l’entroterra alla Jugoslavia.

Il triveneto
L’Italia tuttavia si rivelò impreparata ad affrontare le problematiche del confine orientale e l’avvento del fascismo in Italia peggiorò la situazione delle etnie slovene e croate residenti in territori italiani, con provvedimenti tesi alla snazionalizzazione delle minoranze. 

Nel 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania; nel 1941 l’attacco alla Jugoslavia iniziato dalle truppe tedesche fu seguito dall’Italia e dall’Ungheria. Le truppe croate furono presto allo sbando, la Croazia proclamò la propria indipendenza, con conseguente crollo della Jugoslavia, re Pietro II fuggì a Londra. All’Italia venne annessa buona parte di costa dalmata con le isole, per cui si formò il Governarato della Dalmazia con Sebenico, Trau, Spalato e Cattaro, inoltre parte della Slovenia con Lubiana; il Montenegro venne dichiarato Stato indipendente, sotto il protettorato italiano.

Le truppe tedesche ed italiane assunsero il controllo delle principali arterie stradali, disinteressandosi del resto del territorio per lo più montuoso; ciò spinse i reparti dell’ esercito jugoslavo a darsi alla macchia, e a creare nuclei di resistenza. In questo clima, in un crescendo di rappresaglie si concretizzò un movimento che puntava a creare uno stato comunista sul modello sovietico, con a capo Josip Broz Tito. La guerriglia partigiana e la controffensiva attuata dalle truppe tedesche ed italiane divennero sempre più intense e sanguinose…

La caduta del fascismo, 25 luglio 1943, e poi la firma dell’ armistizio, 8 settembre 1943, crearono ansia ed incertezze nelle popolazioni a confine tra il mondo slavo e germanico.

I reparti italiani, in assenza di ordini superiori, non furono in grado di reagire, per cui città come Trieste, Gorizia, Fiume, Pola furono occupate dai tedeschi. In diversi paesi istriani invece si verificò un vuoto di potere, sito ideale per i partigiani di Tito che, ostentando i “Poteri Popolari”, li occuparono.

In un clima veramente caotico, di anarchia e violenze sanguinose, furono colpite persone non solo compromesse con il passato regime fascista, ma semplici cittadini estranei alla politica, in qualche modo rappresentanti dell’Amministrazione statale italiana, quindi oltre alle forze dell’ordine, insegnanti, segretari comunali…

L'ingresso di una foiba istriana
Iniziarono così le “sparizioni”, sotto un’aura di mistero; solo più tardi si capì che i partigiani di Tito facevano “sparire” le persone nelle FOIBE, cavità imbutiformi presenti in gran numero su tutto il territorio carsico della Venezia Giulia, che sprofondano per decine od anche centinaia di metri, da tempi remoti usate come discariche di materiale in disuso.

Le truppe tedesche posero fine ai Poteri Popolari, mettendo a ferro e fuoco i paesi dove trovavano resistenza. Ma già nel 1944 l’attività partigiana riprese vigore e quindi si continuò con rappresaglie, rastrellamenti, arresti, a fasi alterne, fino al termine della guerra. I tedeschi si dimostrarono duri verso chi era sospettato di collusione con i partigiani e molte migliaia di persone furono arrestate e deportate in Germania; a Trieste la Risiera di San Sabba funzionò come luogo di transito per ebrei e di tortura ed eliminazione dei partigiani ed antifascisti; il forno crematorio fu attivato nel 1944.

(N.B. In questo stesso posto furono “alloggiati” i primi esuli giuliano dalmati!)

Particolare la situazione di Zara, roccaforte italiana in Dalmazia. Occupata dai tedeschi nel settembre 1943, Zara continuò ad avere un’amministrazione italiana. La città venne bombardata dall’aviazione anglo-americana, con 54 incursioni che la ridussero ad un cumulo di macerie e circa 2000 morti. Molti zaratini scapparono verso Trieste; il 31 ottobre 1944 Zara venne occupata dai partigiani jugoslavi che fecero sparire diversi cittadini. Non ci sono foibe in Dalmazia, ma c’è il mare, blu, profondo…che cela tanti misteri…

Aprile 1945 le forze armate tedesche sono sconfitte; in Italia le truppe americane irrompono nella Val Padana sino a Venezia e verso Trieste. Ma anche l’esercito jugoslavo di Tito punta ad occupare la Venezia Giulia, con la cosiddetta “Operazione Trieste”. La resa delle forze tedesche fu firmata a Caserta il 29 aprile, e divenne effettiva il 2 maggio. Ma i reparti jugoslavi, anticipando l’arrivo delle truppe neozelandesi, giunsero a Trieste l’1 maggio 1945, subito poi a Gorizia e Monfalcone e nei giorni seguenti a Fiume e Pola.

Con la presa di potere le nuove autorità comuniste iniziarono gli arresti e le deportazioni di migliaia di persone ad opera della Polizia Segreta Jugoslava, l’OZNA. Si instaurò una cappa di oppressione e paura; militari tedeschi ed italiani furono catturati, fucilati con esecuzioni barbare, in spregio ad ogni norma internazionale di tutela dei prigionieri; altri deportati in campi di prigionia. Anche diversi civili subirono la stessa sorte; le foibe inghiottirono migliaia di corpi! La sorte riguardava coloro che, agli occhi dell’OZNA, potevano rappresentare un ostacolo ai piani annessionistici jugoslavi ed anche gli autonomisti, contrari all’opzione jugoslava. E se per l’autunno 1943 si parla di un migliaio circa di persone “sparite” tra l’Istria e la Dalmazia, nel maggio-giugno 1945 le stime si orientano sui 7-8mila o forse più.

Le FOIBE rappresentano così il primo aspetto della tragedia che colpì il popolo giuliano dalmata.

Alla fine di questa seconda guerra, l’Italia, sconfitta, dovette accettare tutte le condizioni stabilite dai vincitori. Con il Trattato di Pace di Parigi, del 10 febbraio 1947 si stabilì la cessione di buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e la creazione del Territorio Libero di Trieste, suddiviso provvisoriamente in due zone: la zona A sotto amministrazione militare anglo americana e la zona B sotto quella jugoslava. Le intere province di Pola, Fiume, Zara e parte di quelle di Trieste e Gorizia furono assegnate a Tito.

Questo cambio di sovranità, in una popolazione per la maggior parte italiana, fu traumatico e inaccettabili le condizioni per RESTARE, quali l’introduzione della lingua slovena e croata, l’annullamento degli usi sociali e delle tradizioni, la criminalizzazione della vita religiosa, le confische di beni, per cui quasi il 90%, , della popolazione, senza distinzione di censo decise di PARTIRE. Incontro all’incertezza sì, ma sorretti da fede profonda ed amore per la Patria Italia. 

E’ questo, l’ESODO, il secondo atto della tragedia giuliano dalmata!

Molti degli esuli si fermarono a Trieste, altri transitarono solo per Trieste, per distribuirsi poi per l’Italia, accolti o presso conoscenti o nei Centri raccolta Profughi, circa 140 in Italia; altri ancora scelsero di emigrare, soprattutto in America ed Australia, in una diaspora biblica.

Nella cosiddetta zona B, molti rimasero in attesa di una definizione; e questa arrivò: il 5 ottobre 1954 venne siglato a Londra il “Memorandum d’Intesa” con cui veniva deciso il passaggio all’Amministrazione jugoslava dell’intera zona B, Trieste all’amministrazione italiana.

E così se a Trieste si era in tripudio per l’atteso rientro in Italia, in Istria si piangeva e ci si preparava ancora all’esodo.

Il Trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975, dopo lunghe trattative riservate, sancì la rinuncia definitiva dell’Italia sui quei territori.

E dopo le FOIBE e l’ESODO il terzo aspetto della tragedia il SILENZIO che per tanti anni è calato su queste pagine di storia! Solo dal 2004 “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”(art.1 Legge 92-30 marzo 2004).



D.:Quando si sono svolti i fatti che ci ha raccontato, lei era poco più di una bambina. Che sensazioni ricorda di quel periodo? 

R.: Sono nata nel 1942 a Stridone di Portole, minuscolo paese dell’entroterra istriano che, secondo la tradizione, ha dato i natali a San Girolamo. Avevo vissuto la prima infanzia circondata da molto affetto; vivevo con la mamma, una sorella maggiore, il nonno paterno, nella casa accanto un prozio, per me un secondo nonno, tanto per dire quanto ero coccolata. Papà era a Trieste, perché “ricercato per italianità” era “candidato” alla foiba: ecco perché, a guerra finita, non era ritornato nella sua Stridone, ma si era fermato a Trieste, aspettandoci. Nell’ultimo anno di permanenza in Istria avvertivo qualcosa di strano, i sospiri della mamma, gli occhi del nonno che mi guardavano adoranti e poi lo scuotere del capo, i pianti di entrambi, ed io, bimba che pensavo “Ma anche i grandi piangono?” percepivo qualcosa di strano, ma non sapevo farmene una ragione. Per fortuna i bambini hanno la capacità di allontanare i pensieri tristi e ben presto riprendevo i miei giochi e correvo in braccio all’uno o l’altro nonno…
L'abbandono di Pola

Più tardi, adulta, ho messo a fuoco quell’atmosfera, di ansia, paura, terrore, sussulti ad ogni scalpiccio inconsueto, ad ogni presenza non familiare…a come si nominavano persone care, vicini o parenti che “la note li ga portadi via” (la notte li ha rapiti)…e non capivo...

Abbiamo intrapreso il nostro esilio a piedi, perché non c’erano mezzi di comunicazione all’interno dell’Istria; i vecchi dicevano ”per l’Istria se va un poco a pìe, un poco caminando” (per l’ Istria si va un poco a piedi un poco camminando). Ogni tanto un breve tragitto su qualche carro agricolo, o qualche camion e così fino a Trieste, distante circa 50 Km, dove papà ci attendeva. Fummo ospiti di una cugina.

D.: Guardando l'Italia di oggi e ripensando alla sua vita, le aspettative che avevate nel cuore quando siete partiti dalla terra natia si sono realizzate?

R.: Ritengo che “non c’era tempo” per avere aspettative. Anche perchè quelle che fino allora si consideravano certezze, tali non erano più: l’idioma, la religione, la libertà di esprimersi, l’essere italiano, insomma la propria identità…soppresso tutto, habitat mutato. E allora che fare?

Da uomini di PACE, per interrompere la barbarie e spezzare la catena d’odio e di vendetta, non restava che andarsene. Si lasciavano lì case, terreni, affetti e si intraprendeva la via dell’esilio, impervia, costellata di incognite, con amarezza e nostalgia, ma mossi da forti ideali, per poter continuare ad esprimere la propria personalità, per vivere in un paese di democrazia e libertà. Questo popolo di pace si è mosso con tanta dignità, in un esodo e diaspora biblici. Senza recriminazioni, senza rivendicazioni, senza manifestazioni di protesta, quasi in punta di piedi; con sobrietà, compostezza e tenacia ha reimpostato la propria vita, stringendo i denti e guardando in avanti…


Certo qualcuno nei primi tempi dopo l’esodo, sperava ancora di poter tornare nelle proprie case, di vedere il vessillo tricolore svettare sulle nostre torri, ma non per molto tempo durò questo desiderio nostalgico. Ben presto ci si è resi conto che quelle nostre terre non erano più nostre e che l’Italia era qui, dove ci trovavamo, dove c’era libertà di espressione, di religione, di parola, che non si poteva più tornare indietro. E anche laddove non si era ben accolti noi si doveva reagire in modo positivo, facendoci apprezzare per il nostro impegno e serietà, nello studio come nel lavoro, questo doveva essere la nostra reazione e il nostro riscatto!

D.: C'è un pensiero che vuole trasmettere ai giovani italiani di oggi che forse apprendono per la prima volta da questa lettura cosa è successo a ragazzi vissuti settant'anni prima di loro?

R.: Risponderei con delle osservazioni inviatemi da una scolaresca di V elementare a conclusione della mia testimonianza in occasione del Giorno del Ricordo:

“GRAZIE per averci fatto capire:

*quanto sono importanti cose che spesso diamo per scontate: la casa, la famiglia, gli affetti;

*che il passato anche se doloroso dev’essere ricordato perché tragedie come quelle avvenute non si ripetano più;

*quanto sia importante difendere i propri ideali e valori anche a costo di grandi sacrifici;

*che è importante lottare, non con le armi, per un futuro migliore per tutti.

Ecco, direi che nella loro spontaneità, scevri da condizionamenti e pregiudizi, i bimbi hanno saputo captare il messaggio più importante e profondo.

Ed è per questo che ai giovani mi sento di dire che da tutto ci si può riprendere, quando ci sono forti ideali cui tendere; con abnegazione, volontà, perseveranza, con azioni di positività si possono superare ostacoli e impedimenti e si possono raggiungere alte vette.

Noi bambini 70 anni fa siamo stati defraudati di una parte importante , ci hanno scippato la spensieratezza della fanciullezza, ci hanno costretti ad essere ben presto “grandi”.

Chi ha vissuto nei campi profughi ha sperimentato sin dai primi anni il “domicilio coatto”, la ristrettezza del box abitativo, la mancanza delle forme più semplici di intimità e privatezza, il sentirsi diverso dai coetanei, quasi un’etichetta in fronte “esule giuliano dalmata”, ma chi è? Cosa significa? Si chiedevano allora, e non capivano! Ma oggi, a 70 anni di distanza tutti lo capiscono?

Capiscono che eravamo italiani, italiani cacciati da terra italiana, divenuta straniera in seguito ad una guerra persa in modo illogico, per un assurdo “trattato di pace”, così chiamato in modo beffardo, oserei dire, per definire un trattato che di pace aveva ben poco e che mi fa venire in mente la definizione allora data dal prof. Elio Predonzani che lo definì ”diritto del più forte, sopraffazione indiscriminata, compromesso bugiardo, interessata interpretazione dei grandi ideali di Giustizia e Libertà per cui ben gli si addice il termine Diktat”.

Dico solitamente che io ho vissuto “3 ESODI” : il primo da bambina, cui tutto sembra un’avventura, pur velata da un non so che, quasi un presentimento in fondo al cuore; il secondo quando la mia età si è avvicinata a quella che avevano i miei quando hanno lasciato tutto per l’ideale di pace, libertà, democrazia, amore per l’Italia; allora, interiorizzando il loro stato d’animo ho capito il loro sacrificio, ed ho sofferto “da adulta”; il terzo quando mia nipote Anna ha compiuto sei anni, l’età in cui ho lasciato il nonno; egli non ha voluto seguirci non per scelta ideologico-politica, bensì perché, diceva “sono troppo vecchio, vi sarei di peso”. E così è rimasto sì nella sua casa, con le sue terre, ma in una casa “vuota”, senza gli affetti, senza la piccola che gli correva in braccio affettuosa…ed ho avuto la terza sofferenza.

Ed è per questo che mi sento di dire che quel famigerato Diktat del 10 febbraio 1947 ha scippato l’Italia, privandola di un’intera sua regione, ha disintegrato il popolo dei giuliano dalmati, ha spazzato quella che un tempo era una comunità, perché la sofferenza è stata sia per chi se ne è andato sia per chi è rimasto, due facce della medesima medaglia di dolore.

D.: Non si può non pensare, ascoltandola, a quanto sta accadendo proprio in queste ore nella nostra Europa: all'esodo di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi tormentati da anni di guerre, povertà, ingiustizie e persecuzioni. Come scrisse Euripide: "Non c'è dolore più grande della perdita della terra natia". Cosa si sente di dire a queste persone?


2015

R.: Quando sono partita dal mio paese, ricordo che ad un certo punto mi sono girata e con la manina ho fatto “ciao” al campanile che si allontanava e pian piano spariva…Ebbene, ogniqualvolta vi ritorno, giunta nel punto in cui ho fatto quel gesto, vengo assalita da un nodo alla gola, sento una stretta incontenibile, nonostante siano passati quasi 70 anni…

Ho imparato a “star bene” a Trieste prima e poi in Veneto, infatti mi definisco istriana di nascita, triestina di prima adizione, veneta di seconda. Ho nel cuore sempre la mia Stridone, ora però sono affezionata a Padova.

A mie spese ho imparato a non essere attaccata troppo alle cose terrene, materiali, che non hanno certezze, non offrono prospettive.

Ai giovani mi sento di dire che nel libro della vita le pagine vanno “assaporate”, sfogliate ad una ad una, in avanti. Le prime restano sempre nel cuore, perché da lì si è mosso il nostro cammino, e forti di questo patrimonio si può guardare ciò che ci circonda, senza pregiudizi, con apertura. Ho sperimentato che l’accoglienza è reciproca, ti troverai bene in un luogo qualora ti senti sereno, disposto ad inserirti, accettando tu per primo gli altri, il modus vivendi di chi ti accoglie. 

Mi si permetta un pensiero a voce alta, circa l’ “attualità”. Il problema odierno lo vedo sotto due aspetti, umano e politico.

E’ umano soccorrere chi è perseguitato e dare risposta a delle emergenze di guerra e di sopraffazione…emergenza appunto, tempo determinato. 

E’ altrettanto umanamente corretto ospitare chiunque fugga? Quanto potrà durerà quest’esodo? Forse un tempo indeterminato… Ma è proprio bene ?

Ripenso alla frase di Lao Tzu, filosofo cinese del 500 a.C.

“Da’ a un uomo un pesce: lo nutri per un giorno.

Insegnagli a pescare: lo nutrirai per tutta la vita”.

E ripenso pure alle dieci evangeliche vergini incontro allo sposo con le lampade: quelle rimaste senz’ olio furono lasciate fuori dalla stanza nuziale…

Forse insegnare “a pescare”, a sfruttare le ricchezze potenziali, le risorse naturali e di umanità di certi territori potrebbe essere un valore per le popolazioni, di dignità prima di tutto. Il poter rimanere nelle proprie terre, mantenere le proprie tradizioni, usi , costumi, lingua, religione, acquisire istruzione e capacità di autoaffermazione eviterebbe loro di riconoscersi nei versi danteschi che hanno accompagnato noi giuliano dalmati, così come tutti gli altri esuli del mondo:

“tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale 

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale 

lo pane altrui, e come è duro calle 

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.


Ringraziamo di cuore Italia Giacca per la preziosa testimonianza che ha voluto lasciarci e le siamo grati per la generosità con la quale si è prestata a questo lavoro. 

Per chi si fosse appassionato a questo capitolo poco noto della storia d'Italia, possiamo suggerire i seguenti link: