Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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domenica 15 novembre 2015

Parigi come Baghdad



Con l’attentato di Parigi, il secondo quest’anno, di venerdì 13 novembre, diventa evidente che il sedicente Stato islamico ha deciso di portare gli attacchi terroristici nel cuore delle capitali europee che partecipano in Siria alla spedizione anti Isis. 

Parigi come Beirut, Kabul, Gaza, Baghdad, Islamabad, Londra, New York, Boston e si potrebbe continuare, purtroppo. 

Quello che i terroristi hanno voluto colpire questa volta è lo stile di vita del nostro mondo occidentale, non simboli religiosi, ma quelli laici di un normale venerdì sera: la partita di calcio allo stadio, un concerto rock, una serata al bistrot con gli amici. 

Una sera qualsiasi, una location tranquilla, non a rischio, secondo un normale ragionamento che non attribuisce particolare valore simbolico ad un locale dove si ascolta musica dal vivo ed ecco che di colpo un terrorista si fa esplodere e un altro fa strage di giovani impugnando un kalashnikov. 

Ormai non c’è luogo in Europa che possa dirsi al sicuro dal pericolo del terrorismo islamico.

Gesti non umani li ha definiti Papa Francesco. Uccidere, massacrare gente inerme senza una ragione non è umano, questo è evidente a tutti, ma non è a ben vedere neanche animale, perché gli animali uccidono altri animali per una ragione, o per fame o per difesa.

Come si reagisce a questa situazione che provoca angoscia e lascia dentro ciascuno di noi un senso di rabbia e impotenza? Con la legge dell’occhio per occhio, dente per dente? O ci sono altre vie?

Sicuramente nell’immediato occorre una mobilitazione unitaria di tutte le Nazioni civili, possibilmente sotto l’egida dell’Onu, contro l’Isis che porti il più velocemente possibile alla sua sconfitta militare. In questo caso, l’azione sarà più efficace politicamente quante più nazioni “islamiche” parteciperanno alla coalizione.

Ma il passo successivo a nostro giudizio dovrà prevedere una forte azione politica e culturale per cercare da un lato di porre fine, non con le bombe ma con le parole scritte sotto forma di trattati e accordi, ai molteplici conflitti che da troppo tempo affliggono il Medio Oriente, iniziando da quello israeliano palestinese.

Finché un bimbo israeliano avrà negli occhi l’orrore delle esplosioni dei razzi di Hezbollah sulla sua città e un bambino di Gaza crescerà con la visione dei carri armati israeliani che sparano a suo fratello più grande o a suo padre, non ci potrà essere pace in quella regione.

Occorre che i leader delle nazioni più influenti del mondo escogitino il modo di convincere i leader di quei popoli a trovare il modo di vivere insieme in pace in Palestina. Solo così potranno nascere e crescere giovani generazioni che non avranno negli occhi e nei cuori immagini di guerra, di dolore e di rabbia con l’inevitabile certezza che crescendo quei sentimenti si trasformino in desiderio di vendetta.

Ormai è chiaro che non ci sono alternative: con l’uso della forza non si è ottenuto quanto auspicato, da nessuna delle parti in causa. La democrazia, il rispetto dei diritti umani, i temi tanto cari al mondo occidentale, non si possono imporre con la forza e l’uso delle armi ai popoli, ma attraverso un lavoro che deve essere di tipo politico e culturale, fermo restando che questi medesimi valori devono essere accettati consapevolmente dalle popolazioni per far sì che portino in quelle società un reale cambiamento e diano frutti. E’ un processo lento, un lavoro continuo che va sostenuto da tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi fede essi siano, ognuno può e deve fare la sua parte nel proprio quotidiano senza dimenticare però che l’esito rimane incerto.

Necessita quindi cambiare strategia per raggiungere l’unico vero risultato che conta: riportare la pace in Medio Oriente. D’altra parte come scrisse il grande scienziato Albert Einstein, follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi.

Il mondo di oggi ha quanto mai bisogno di nuovi leader, che non siano necessariamente giovani di età (di esempio la figura di Papa Francesco che si impone a tutti per la sua autorità morale associata ad una personale ed umana autorevolezza), ma giovani di idee e desiderosi di impegnarsi per un reale cambiamento di mentalità e di approccio al problema medio orientale. 

Solo così vedremo la luce in fondo al tunnel che il mondo intero sta percorrendo. Perché una cosa è certa: non sappiamo se questa che stiamo vivendo sia la terza guerra mondiale, ma sicuramente è una guerra globale che interessa tutte le Nazioni ed è una guerra tra due visioni differenti del mondo che devono trovare il modo di convivere in pace implementando la reciproca conoscenza e il reciproco rispetto.

sabato 19 settembre 2015

Cristianesimo e Islam: per una pacifica convivenza nell'Europa di domani



Il contraccolpo emotivo che quotidianamente subiamo di fronte alle immagini dei profughi che cercano la salvezza all'interno della nostra cara e vecchia Europa (che in questo periodo storico si presenta al mondo con il vestito dell'Unione europea a 28) ci lascia attoniti e senza parole. Di pensieri invece ce ne vengono molti e ci interroghiamo su come e perché sia potuto accadere tutto questo e soprattutto cosa potrebbe capitare domani. 

Una riflessione che ci interpella di frequente riguarda la fede religiosa delle persone che in questi giorni stanno varcando i confini del nostro continente. E' ragionevole pensare che la religione della maggioranza dei profughi sia l'Islam. Quello che il mondo musulmano non è riuscito a compiere con gli eserciti nel XVI secolo (ricordiamo tutti la famosa battaglia di Lepanto che pose fine all'espansione del regno ottomano in Europa), potrebbe riuscire a portare a termine in altro modo ai giorni nostri. Intendiamoci, non stiamo dicendo che esiste una "strategia" da parte dell'Islam di invadere l'Europa con milioni di profughi e successivamente, una volta insediatisi e stabilizzatisi, cercare di islamizzare il continente. Tuttavia, vista la situazione attuale e alcuni scenari tendenziali di cui più avanti parleremo, nel medio periodo qualche problema di "convivenza" tra i due mondi, il nostro e il loro, si potrebbe presentare.

Iniziamo con il dire che la situazione attuale è il frutto di scelte sbagliate anche da parte dei Paesi europei. L'origine dei conflitti che oggi stanno provocando una marea umana di esuli e rifugiati, che vagano senza una meta per il Mediterraneo e per mezza Europa, dipende in larga parte dalle centenarie politiche egemoniche dell'Occidente in Asia e Africa. Su questo tema si potrebbe discutere per giorni, ma non ci interessa in questo momento. Evidenziamo solo che l'ultimo atto di questa pretesa egemonica dell'Occidente, cui è stato dato il nome, tragicamente ironico per l’esito che sta avendo, di "primavere arabe", che pretendeva di esportare la "democrazia" in popoli e nazioni che erano governate da barbari tiranni e despoti dittatori, ha generato morti e distruzioni mille volte superiori e aperto la strada all'Islam più radicale e guerrafondaio (vedasi l'autoproclamatosi Stato islamico sorto sul vuoto di potere in atto). 

La situazione attuale però, al di là della sua genesi, va affrontata e gestita. E' ipotizzabile pensare che la risoluzione dei conflitti in atto e una normalizzazione della vita politica e civile dei Paesi dai quali oggi si fugge, richieda anni, decine di anni. Nel frattempo quindi le persone che adesso stanno arrivando per vivere in Europa si saranno stabilizzate e più o meno integrate nelle nostre città e nei nostri Paesi. L'esigenza di integrazione, che dovrebbe, per logica e interessi, essere avvertita maggiormente dai “vecchi” residenti cioè dagli attuali cittadini europei, presuppone che si realizzino luoghi aggregativi dove i nuovi arrivati, che si sommano ai musulmani già residenti in Europa, possano essere accolti e iniziare una nuova vita rispettando quelli che sono i principi costitutivi della nostra cultura e della nostra concezione del vivere insieme in pace. Noi dobbiamo insegnare ai nuovi arrivati che l’Europa è un luogo che accoglie le vittime delle guerre e delle persecuzioni, che c’è posto per tutti, a condizione che desiderino vivere in pace lavorando onestamente e rispettando le idee e le credenze di tutti. 

Non è più possibile ignorare questo problema e non gestirlo. Nelle città metropolitane europee si sono costruite moschee, di dimensioni più o meno grandi, per permettere ai nuovi arrivati di esercitare il proprio culto. E’ la libertà religiosa infatti, la prima che deve essere garantita alle persone in quanto quella più costitutiva dell’essere umano e quella da cui può partire il dialogo tra uomini con fedi diverse, ma uniti dalla medesima tensione del senso religioso. Occorre che anche in Italia, rimasta indietro sino ad ora nell’affrontare il problema, si incominci a riflettere e ad agire. L’esempio di Milano in questo caso è significativo. Il comune ha deciso di permettere agli esponenti di altre religioni la costruzione di luoghi di culto e le associazioni islamiche si sono pre-aggiudicate due delle tre aree rese disponibili dall'amministrazione. Ma attenzione: a questo punto incontriamo un problema. Con quale Islam abbiamo a che fare? La religione islamica infatti non ha una personalità che, come il Papa per la Chiesa Cattolica, rappresenta univocamente tutti i fedeli di Maometto. Storicamente si sono sviluppati diversi Islam che hanno dato vita a diverse letture dei testi sacri e quindi a diversi modi di vivere e professare la religione islamica.

Non è un fattore di secondaria importanza, perché in base alle comunità musulmane cui si apriranno le porte del dialogo, si darà voce all'islam moderato o a quello più estremista e radicale. Non è certo il caso di rischiare di sostenere e dare voce al secondo islam, semmai occorre allacciare rapporti sempre più stretti con il primo per fare in modo che la nostra società continui ad essere il luogo di sviluppo, di pace e di crescita culturale e religiosa per ogni cittadino. Infatti la risposta che daremo al tema della questione religiosa per i milioni di musulmani che vivranno sui nostri territori nei prossimi anni contribuirà a mantenere in Europa un clima di pace e di stabilità politica e civile che a sua volta permetterà un progresso economico e sociale per tutti. Ma solo se a svilupparsi sarà l'islam moderato e responsabile e si metterà ai margini quello più violento e radicale. In caso contrario il rischio per le medesime nazioni europee che oggi stanno accogliendo i profughi sarà quello di aver coltivato in seno dei potenziali nemici che, una volta integratisi all'interno dei singoli Paesi, utilizzando le regole democratiche della nazione ospitante, acquisiti i diritti politici, civili e religiosi, tentino l'islamizzazione forzata del Paese.

Il pericolo esiste anche perché, in Europa, la secolarizzazione ha provocato l'abbandono dalla pratica religiosa di milioni di persone che non percepiscono più il cristianesimo come punto di riferimento per la loro vita. Il nichilismo esistenziale permea milioni di europei e una modalità religiosa come quella espressa dall'Islam radicale, potrebbe sicuramente fare breccia nel vuoto esistenziale dei nostri giorni e risultare attrattiva soprattutto per i giovani europei. 

Da come riusciremo a gestire oggi queste sfide epocali, dipenderà il futuro del nostro continente e dei nostri figli.


martedì 20 gennaio 2015

Ritorno alle origini

Mont St. Michel: una meraviglia dell'Europa cristiana


I tragici fatti di Parigi hanno posto con urgenza il tema del rapporto tra il nostro mondo e il mondo islamico, chiaramente quello "moderato", sino ad ora forse considerato da noi occidentali un mondo di serie B.

L'islam è una religione seguita da miliardi di persone, ma dal punto di vista strategico non condiziona, non coinvolge i popoli degli attuali Paesi leader: Stati Uniti, Cina, Russia, India. Non per questo il popolo dell'Islam va sottovalutato perché forse, ad oggi, sono i musulmani le persone più religiose al mondo, nel senso che riconoscono la propria vita come dipendente da un Dio unico creatore, dal quale discendono le leggi, i precetti, i comandamenti che permettono all'uomo di vivere la propria vita in sintonia con il Padre celeste, prosperando sulla terra.

Ma questo senso religioso islamico cosa significa per noi, uomini occidentali? E' evidente che il popolo dell'islam ci richiama a quello che per noi ha importanza, rappresenta il nostro sistema valoriale, la nostra visione della vita. Ma è in grado l'uomo occidentale del XXI secolo di tenere testa alla sfida lanciatagli dall'uomo islamico?

Dopo la cristianizzazione dell'Europa, le crociate, le guerre di religione, la presa del potere nel pensiero dominante della Ragione a scapito della Religione, l'affermarsi del positivismo, dello scientismo, dopo la nascita e la morte dei diversi totalitarismi, cosa è rimasto dell'uomo occidentale? A quali Valori, Idee, Pensieri può aggrapparsi per dialogare con l'uomo islamico? Su quale Dio può contare per giustificare, far valere e difendere il proprio mondo?

La sensazione è che pochi lo sappiano.

Il rischio allora è che a prevalere nel dibattito religioso, culturale e quindi alla fine politico, sia l'uomo musulmano.

La realtà che stanno vivendo le nostre città è ben visibile agli occhi di tutti: sempre più famiglie di religione musulmana, con molti figli, che vivono e crescono pacificamente, mantenendo la loro fede e le loro usanze. I figli di questi emigrati nascono cittadini italiani, francesi, tedeschi, cittadini europei, ma rimangono musulmani.

Allora è evidente che tra dieci, venti anni, si porrà un problema forte di convivenza nelle nostre strade, nelle nostre città. Questa parte di popolazione di religione islamica ma di nazionalità europea che abiterà nei nostri Paesi legittimamente vorrà poter esercitare il diritto a svolgere la propria pratica religiosa. E noi uomini occidentali, saremo chiamati, quotidianamente, a scontrarci con una visione della vita diversa dalla nostra, in alcuni casi opposta.

L'integrazione va bene, ma presuppone che colui che integra conosca bene il soggetto da accogliere e ad oggi il mondo islamico non è conosciuto dai cittadini europei. Secondo, presuppone che l'integrato abbia desiderio di farsi integrare, cosa al momento distante nei fatti.

Se non ritorniamo alle nostre origini, al significato, al perché noi siamo, ci sentiamo diversi dagli uomini musulmani, rischiamo di perdere in un futuro ormai prossimo, molto più della nostra identità, della nostra storia, della nostra cultura, rischiamo di perdere la nostra stessa libertà.